unFAQ

In realtà la gente non ci chiede proprio niente. Da qualche tempo però abbiamo preso il vizio di deviare dall’argomento del blog e scrivere banalità sui tempi, che si possono vedere come risposte a domande che nessuno ci pone. Per evitare di ingolfare il blog con questa roba facciamo una pagina a parte.

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Q: Che fatterello vorreste inserire nella rubrica “strano ma vero”?

A: Strano ma vero: nel medioevo le mappe in alto avevano l’est, non il nord: ciò spiega come mai lo scopritore della Cina si chiami Marco Polo.

Q: Come mai gli italiani sono così creduli e allo stesso tempo così scettici?

A: Forse perché da noi credulità e scetticismo non sono forme del pensiero ma tattiche da usare a seconda della supposta convenienza. Il popolo crede nella cura miracolosa ma è scettico nei confronti delle idee generali. Compensa con la fede nel particolare la sua istintiva sfiducia nell’umanità. Del resto è comprensibile: chi crede nel miracolo, cioè nella rottura della legge, tendenzialmente non crede nella legge. La legge generale vale sempre solo “fino a un certo punto”. Per essere creduli bisogna essere scettici, e viceversa. Perciò Spallanzani raccomandava di ascoltare piuttosto i perplessi.

Q: Come mai gli italiani non si stupiscono mai di niente?

A: In realtà l’italiano ama stupirsi e anzi in genere si stupisce anche dell’ovvio; quel che non gli piace è condividere lo stupore con gli altri, quasi gli togliessero qualcosa. Perciò lui deve essere almeno il primo a stupirsi, e se qualcuno lo fa prima di lui deve dirgli che è molto ingenuo a stupirsi di una cosa così ovvia e niente affatto stupefacente. Il suo desiderio di ingenuità è secondo solo alla sua paura di essere considerato ingenuo.

Q: Pensate anche voi che Report sia molto peggiorato?

A: Fino a qualche anno fa Report aveva un’ottima fama, specie tra la gente di sinistra, mentre adesso si sentono parecchie voci critiche anche tra i vecchi fan. Certo Report è ideologicamente schierato al punto da apparire unilaterale; su molti temi fa allarmismo o esagera con le illazioni e le provocazioni; non ama i problemi complessi, tende a trasformare tutto in bianco e nero. Questo è vero, però delle informazioni le dà, e il calo della sua popolarità tra la gente di sinistra sembra dipendere anche da un altro fatto: finché Report se la prendeva coi politici e i capitalisti tradizionali (banche, costruttori) andava tutto bene, mentre da quando ha cominciato a segnalare che le imprese della nuova economia dicono spesso il falso e spacciano per condivisione il semplice aggiramento dei limiti legali e fiscali, allora i quarantenni riflessivi hanno cominciato un po’ a innervosirsi. I servizi che usano tutti i giorni con soddisfazione (Amazon, airbnb, foodora) non sarebbero meglio dei vecchi capitalisti cattivi? Questo è quasi moralmente inaccettabile. Ed ecco allora che report diventa superficiale, manicheo, un programma per grillini, o grullini. Ecco che la cattiva coscienza si trova a dover scegliere: i compagni di report esageravano anche prima, e i banchieri non sono poi così sanguisughe, o dicono la verità anche adesso, e le mie vacanze al risparmio fanno più danni che altro al mondo? Volendo conservare le proprie convinzioni, che è sempre il primo scopo, basta dire che report è proprio peggiorato.

Q: Avete qualche animale preferito a parte la ciovetta ed il cunile?

A: Come ogni anno tra le mura della Fondazione è ritornato il geco. Attaccato al soffitto o ridotto a pura siluetta quando si infila nel lampione, appare sempre piccolo come tanti anni fa. Dev’essere ogni volta uno diverso, il geco eterno che rinasce da cento milioni di anni, le dita come petali evolute al punto che l’hanno liberato da ulteriori progressi, dalla volgarità stessa del progredire. Più rotondo della serpentina lucertola, la coda breve sempre in forma interrogativa, è il nostro terzo animale simbolico.

Q: Avete dato un nome al giueco?

A: No, sembrandoci poco in vena di confidenze e anzi alquanto sospettoso di noi, se non proprio rassegnato alla delusione

Q: E la manticora come si piazza?

A: Quarta, quinta e sesta.

Q: Secondo voi perché il PD si divide continuamente?

A: Il PD predica da sempre l’importanza della varietà di opinioni e del dibattito interno. Ciò nonostante, tende alla divisione e all’ostracismo dei vecchi dirigenti. Forse in nessun partito i vari cambiamenti di leader sono stati così violenti, con gli sconfitti di turno letteralmente odiati. Tutto ciò a pensarci è molto strano, perché la libertà di discussione interna dovrebbe avere effetti opposti. L’unica spiegazione è che il pluralismo del PD è solo apparente e declamato: tu minoranza puoi dire ciò che vuoi, e ti viene anche risposto, ma la discussione è fittizia perché in realtà non ne deriva mai un cambiamento. Da ciò gli estenuanti dibattiti che non approdando mai a qualche effetto e spingono la minoranza a reazioni emotive, e ad appelli emotivi. La finzione del dibattito è forse più irritante della negazione del dibattito che domina in altri partiti e da un punto di vista mediatico si è rivelata anche controproducente, dando l’impressione che nel PD non comandi nessuno mentre in realtà comandano sempre gli stessi, finché non vengono sommersi dalla rabbia accumulata e buttati nel cesso dai nuovi. Il problema quindi è sempre l’ipocrisia. Il PD è un partito profondamente ipocrita, come del resto molti dei suoi elettori, e dovrebbe scegliere: o discutere davvero, o non discutere affatto. Discutere per semplice mostra a quanto pare non paga.

Q: Come valutate il problema dei rom?

A: E’ possibile che gli zingari siano degli alieni molto evoluti, che hanno affrontato prima di noi la crisi economica definitiva e sono fuggiti su altri pianeti per continuare a vivere felici. In alternativa, si può supporre che Ettore Majorana non si sia ucciso ma viva tuttora tra gli zingari, fornendogli quella tecnologia superiore che gli permette di comprare le mercedes con l’elemosina.

Q: Come valutate Floris?

A: Nella classifica “milioni di stipendio per cm di altezza” Giovanni Floris è di sicuro ai primi posti.

Q: Che ne pensate della scuola pubblica?

A: La scuola sta alla conoscenza come il MacDonald alla fame, con l’unica differenza che gli impiegati di MacDonald lavorano. Ai suoi allievi Spallanzani diceva sempre: “Attento che se non studi potresti finire a fare l’insegnante”.

Q: Vi piace Carofiglio?

A: Notiamo con una certa preoccupazione che l’ultimo libro di Carofiglio riceve commenti negativi. Visto che i precedenti sono stati accolti entusiasticamente ed erano delle solenni cagate, non vorremmo che stesse migliorando (si ci rendiamo conto di essere delle persone tristi).

Q: Secondo voi come vengono le scelte le opere da esporre nei musei?

A: Con un criterio casalingo. Le immagini che uno si appende in casa vengono scelte perché piacciono ma soprattutto perché “non stancano”, non stancano… che poi è lo stesso criterio usato dalla storia per riempire i musei.

Q: Avete visto come si mantiene in gamba Piero Angela?

A: La blasfema longevità di Piero Angela è frutto di un patto col demonio, che ha gli ha anche affiancato un famiglio: ossia quell’Alberto che viene spacciato per figlio pur non somigliando affatto al Piero ma più al dimonio.

Q: Come si diventa intellettuali di sinistra?

A: Ci sono due modi di essere degli intellettuali di sinistra: esserlo perché si dichiara di esserlo (e in tal caso lo si è, anche se oggettivamente si è di destra), oppure esserlo “oggettivamente” e quindi a dispetto di qualsiasi dichiarazione o evidenza, a seconda di quello che la sinistra gli piace sia di sinistra. Quindi l’unico modo di non essere di sinistra è dichiararlo apertamente E spiacere alla sinistra, perché nessuna delle due cose, da sola, è sufficiente. Ad esempio, Tolkien è di sinistra. Può negarlo quanto vuole, ma lo è. Quel povero Celine, per dire, si è dovuto addirittura mettere a insultare gli ebrei per sfuggire all’etichetta di intellettuale di sinistra. Se fosse vivo adesso, con la fama che si ritrova, non ci riuscirebbe nemmeno ammazzandoli. Discorso simile per Houellebecq; che poi, essendo la sua poetica basata essenzialmente sul disprezzo per l’umanità, l’etichetta di uomo di sinistra non sarebbe nemmeno del tutto sbagliata.

Q: Avete stretto solide amicizie in rete?

A: L’intensità delle relazioni che si stringono in rete è proporzionale alla rapidità con cui svaniscono. Ma forse è così anche per le relazioni del mondo reale, solo che in rete è tutto documentato. Mano a mano che i canali di comunicazione si riducono (non ti vedo, non ti sento, non posso toccarti, leggo solo ciò che scrivi) il tempo si contrae.

Q: Che ne pensate di Duchamp?

A: Ricorda, Duchamp is megl che uan.

Q: Suggeritemi una canzone per l’estate.

L’occidente sta finendo / e un’era se ne va / sto diventando storia / lo sai che non mi va / in spiaggia di ombrelloni / non ce ne sono più / i lemmings nei burroni / si lancian testa in giù / uh uh uh!

Q: Chi considerate il più grande mimo della storia?

A: Jack Lampione, fu invece il primo mimo con una coscienza artistica. Volendo imitare i grandi chitarristi degli anni ’70, nel corso di una performance diede fuoco al nulla.

Q: Come mai non siete riusciti a sfondare nemmeno in politica? Ci è riuscito persino Di Maio!

A: Quel che impedisce ai reazionari educati come noi di diventare una vera forza politica è che il reazionario educato di solito è anche un misantropo, mentre il progressista incosciente ama mischiarsi a quella società cui nel complesso nuoce.

Q: Cosa consigliereste a un giovane autore per presentare efficacemente il suo libro?

A: La lettera più efficace fino ad oggi ci sembra questa: “Egregio editore, le invio un manoscritto esplosivo! In fede, Ted Kaczynski”

Q: Avete letto “La marchesa di O”?

A: No, ma Spallanzani sì, e ne disse: “la marchesa di O aveva un diario dove scriveva tutta la gente che le stava antipatica: era il suo O-diario”.

Q: Anche voi pensate che anobii sia molto peggiorato?

A: Quando vediamo anobii invaso da spagnoli capiamo cosa pensano gli stranieri quando vedono anobii invaso da italiani.

Q: Credete alla storia dell’allunaggio?

A: Abbiamo altri tipi di dubbi. Se si dice l’atterraggio, e l’allunaggio, e anche l’accometaggio, bisognerebbe anche dire l’avvenereggio (o aggio), l’ammartaggio e l’aggiovaggio, per non parlare dall’assaturnaggio. Poi per urano si può fare l’avuranaggio, sfruttando l’ambiguo statvto della v.

Q: Che ne pensate della lotta al cyberbullismo?

A: Il fatto è che un luogo percepito come pubblico (le pagine, i forum), ma che pubblico per natura non è, inizia a mostrare la sua natura privata, perché delle persone lo “recintano” con i filtri e i ban, le denunzie etc. Probabilmente anche con i campi di una volta è successa la stessa cosa: qualcuno ha cominciato a dire che bisognava “proteggerli” dagli scrocconi e dai malintenzionati e piano piano ha messo steccati e qualcuno era anche favorevole ma poi si è accorto che gli steccati per tenere fuori i troll e i bulli funzionano anche contro di lui perché sono “troppo potenti” per la loro (teorica) funzione positiva… ahem… forse era meglio come affermazione oracolare: le discorse che si fanno contro gli hatespicci sono l’equivalente delle enclosures del diciottesimo secolo.

Q: Mi raccontate una barzelletta?

A: Sai cos’è una lancia? è quella cosa che si spleme ahahahahahaahahha!11!!!!!! mmmWAHAHAHAHAHAH!!

Q: Dove ambientereste un romanzo weyrd?

A: Ovviamente a New York. Su newyork sono caduti metà degli alieni del cinema, ci sono duecento omicidi al giorno per far lavorare tutte le serie di sbirri forensi, ci sono stati i fantasmi, varie volte, e i godzilli. Sarebbe bello fare un romanzo dove c’è una newyork dove è proprio andata così, la gente fa la serata della memoria di godzilla o uno dei ghostbuster è diventato sindaco.

Q: Mentite spesso, ma vi lamentate di chi mente. Come la mettiamo?

A: A rigore, solo Dio può mentire consapevolmente, perché solo lui conosce la verità: l’uomo può solo sbagliare, più o meno stupidamente. Quando crede di mentire é per demoniaca superbia. Il miracolo è una negazione dell’evidenza, perciò chi mente con consapevolezza ci fa orrore: attraverso la parola usurpa il trono divino che sentiamo appartenerci.

Q: Credete nella scienza?

A: Come disse Spallanzani: “la scienza, incantata dalla materia, trova che il capitalismo sia giusto perché somiglia alla natura: ciò non le impedisce di illudersi che un giorno riuscirà a controllare completamente l’uno e l’altra.”

Q: Confidate nel metodo Montessori?

A: Lo sapevi che il metodo Montessori in origine era destinato ai minus habentes? Poi giustamente l’hanno esteso a tutti.

Q: Qual è secondo voi la differenza tra la disoccupazione di una volta e quella di oggi?

A: “Mentre la normale disoccupazione provoca una domanda di lavoro, la disoccupazione intellettuale provoca una domanda di privilegio”, disse quello.

Q: Sapreste snocciolare, così, senza preavviso, nomi notevoli di grandi romiti?

A: san Barsanufio, sant’Atanasio l’atonita, Ignazio di Xanthipulos, Esichio di Batos, san Filoteo il Sinaita, Niceforo il recluso…

Q: La vostra opinione su Dio?

A: L’altro giorno pensavamo che dio è simile alla radice di -1 e manco a farlo apposta adesso abbiamo trovato la stessa frase in “Una pinta di inchiostro irlandese” di O’Brien, “God is the root of minus one”.

Q: Vi credete colti ma sbagliate spesso il verso degli accenti. Come mai?

A: Poiché il nostro pensiero è ancora completamente artigianale, eventuali piccoli errori e imperfezioni non sono da considerarsi difetti ma testimonianze dell’unicità del prodotto.

Q: Come vi ponete nei confronti della censura?

A: La censura è una mossa costosa. In effetti il potere ha un’altra scelta, forse più efficace: non censurare gli spettacoli ma lasciare che il teatro dilaghi ovunque, come è accaduto in europa a partire dagli anni ’70. Se la rivolta viene inscenata per strada e lasciata sviluppare (fino a un certo punto), allora può sembrare una farsa, e spesso finisce per diventarlo: sono quasi cinquant’anni che le persone, alla vista di una folla inferocita in televisione, non hanno più paura. Il teatro si è esteso e i buffoni si sono moltiplicati, diventando (non tanto) paradossalmente innocui. La sinistra, con la sua permanente rivolta permanentemente ferma all’attimo prima di ammazzare lo zio incestuoso, ha contribuito a rendere inverosimile la tragedia che è la storia, mutandola, mercé la ripetizione, in commedia, secondo il noto adagio.

Q: Stimate GLF?

A: il giovanni “tete de mort” ferretto si è entusiasmato per più o meno qualsiasi ideale, ma in fondo al cuore è sempre rimasto il compagno che odia il sistema e aspetta la pensione.

Q: Che avete da dire su Kant?

A: Non tutti sanno che il fratello minore di Kant si chiamava Mendy, Mendy Kant. Pare che “il cielo stellato sopra di me” sia farina del suo sacco.

Q: Cosa ammirate di più in Philip Dick?

A: Essendo americano, Dick era anche tendenzialmente un ignorante: sapeva poco o nulla della cultura classica ma aveva anche un genuino desiderio, anzi un bisogno terribile di capire la realtà e perciò dai pochi frammenti che possedeva ha ricostruito autonomamente, ha riscoperto il platonismo, le religioni misteriche, lo gnosticismo e li ha mischiati furiosamente con tutte le altre nozioni che é riuscito a scovare e questo sforzo che sembra inutile invece ha un valore perché molti conoscono queste cose passivamente, senza capirle e soprattutto senza prenderle sul serio mentre per lui erano una cosa vitale e perciò la sua confusione è affascinante, i suoi errori produttivi, il suo fallimento commuovente ed è il processo di una mente umana, non follia.

Q: Come definireste l’orrore?

A: Il momento orribile in cui senza alcun motivo ti torna in mente Lucarelli, pallido e porcino, che conduce il programma sui delitti irrisolti

Q: Ci vorrebbe una patente per votare?

A: Gli ignoranti non sanno votare, ma gli istruiti hanno votato per dargli il diritto di voto, perciò a rigore nessuno dovrebbe votare.

Q: Vabbè, ma avete qualche suggerimento sensato?

A: Sarebbe meglio stabilire che una volta esaurita la tessera elettorale perdi i diritti politici. In questo modo la gente andrebbe a votare con più cautela, risparmiandosi il voto per le cose serie, e inoltre voterebbero meno vecchi, che sono notoriamente reazionari.

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Q: Credete nella teoria dell’evoluzione?

A: Sì, ma proponiamo di sostituire il termine “evoluzione”, ormai irrimediabilmente sputtanato e troppo connotato ideologicamente, con il più neutro e veritiero “mutazione”.

Q: Cosa vi spaventa di più di facebook?

A: La deriva: ogni spettatore diventa commentatore, ogni commentatore giornalista, ogni giornalista intellettuale, ogni sua bestialità un’analisi.

Q: Che pensate della memetica?

A: Se al gene si sostituisce il meme l’ideologia diventa una forma di razza, però modificabile: da ciò una pericolosa contraddizione perché lo stesso individuo potrà da un lato reclamare il rispetto della sua diversità in quanto caratteristica costitutiva e dall’altro pretendere il cambiamento dell’identità altrui perché culturale.
In ogni caso, se ripeti centomila volte un’idiozia, la chiamano “meme”, mentre se ripeti centomila volte una verità la chiamano “obs”.

Q: Seguite la ginnastica ritmica?

A: Diciamo la verità, queste ginnaste così brevilinee e muscolose somigliano ai mostruosi nani saltimbanchi dei cartoni animati. Si direbbero quasi un terzo genere di umani, allevato con mezzi crudeli per il diletto dello sceriffo di Nottingham.

Q: Siete favorevoli al ponte sullo stretto?

A: Instabilità geologica, infiltrazioni mafiose… tanti problemi. Ma c’è un modo molto semplice per superare questi ostacoli alla costruzione del ponte sullo stretto: basterebbe realizzarlo in Molise.

Q: Che ne pensate di Dario Fo?

A: Prefabbrichi uno idolo – dario fo repubblichino.

Q: Che suggerireste a Zucchienberg per migliorare la vita umana?

A: Sarebbe utile poter etichettare gli altri utenti, in maniera anonima, e poter poi nascondere intere categorie (es. postatori di gatti, richiedenti scongiuri, persone che hanno stancato l’ironia).

Q: Vi piace smascherare le fallacie?

A: Inveciue delle fallaciue si dovrebbero catalogare e sanzionare le osservazioni che pur non essendo sbagliate restano comunque del tutto inutili ai fini di qualsiasi discussione. Ad esempio, bisognerebbe astenersi dal far notare periodicamente che un certo fatto sociale non è naturale ma anche culturale, visto che tutti lo sono.

Q: La marea montante dell’ignoranza vi spaventa?

A: Più o meno. Una certa ignoranza è peggio di molta ignoranza: effettivamente le persone del tutto ignoranti vengono influenzate solo da menzogne piuttosto semplici, mentre ci vuole un diploma per farsi ingannare dai grillini e una laurea per farsi ingannare dagli economisti.

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Q: Credete nei sondaggi?

A: “I sondaggi sono diventati meno efficaci proprio dal momento in cui erano diventati efficacissimi: come in tutti i casi di adattamento. Evidentemente la popolazione non vuole essere del tutto “sondaggiata”: finché il sondaggio dà solo indicazioni di massima la necessità di mentire è debole, ma quando comincia ad azzeccarci 9 volte su 10 fa paura. Come un virus diventato troppo efficace, che finisce per uccidere gli ospiti condannandosi all’estinzione. Probabilmente il discredito che sta colpendo i sondaggi finirà per renderli di nuovo affidabili” (comunicato dell’Associazione Italiana Sondaggisti Trollati).

Q: Ma i giovani sono davvero più poveri dei genitori?

Chi dice che la nostra generazione sarà più povera di quella dei padri dimentica di calcolare i nostri progressi spirituali, come la possibilità di sposarsi tra marinai o il rispetto delle esigenze dei cani.

Q: Vi piace Tarantino? Che pensate di questo tipo di cinema?

A: La prendiamo da lontano: guardare per inerzia le televisioni locali implica rivedere molte volte gli stessi film, anche a breve distanza, e spesso partendo da metà. La rottura della narrazione (perché sai già che succede, perché vedi spezzoni) fa sì che l’attenzione si sposti sui dettagli e sulla forma, sulla composizione della scena, i movimenti di macchina, le piccole smorfie che di solito non vedi perché distratto dal flusso principale. Anche se la qualità dei film è scarsa, questo processo è istruttivo: come sarebbe rileggere decine e decine di volte lo stesso libraccio fino a vedere non solo la struttura della narrazione, ma anche in un certo senso della lingua. Questo sguardo pigro si accompagna a sensazioni contraddittorie e i registi cresciuti guardando le televisioni locali tentano di ricreare l’effetto inserendo nei loro film delle fratture e delle dilatazioni, come se cercassero di ottenere con una sola visione quello strano ovattato piacere-disgusto dei pomeriggi passati a rivedere l’esorciccio o i filmetti di guerra. Familiarità, noia, la ricerca di qualcosa negli angoli, un di più, una piccola scoperta di quel linguaggio, o un’invenzione, se non c’è nulla, perché qualcosa bisogna pur vederci. E sempre da questo l’ossessione per i caratteristi, per i loro nomi, addirittura, per le loro storie (quasi sempre grottesche, se non ripugnanti), per tutto il baraccone che c’è dietro ed oltre il film, che è la stessa perversione che coglie noi quando ci chiediamo che carattere è quello che vediamo, lo vediamo senza leggere, leggiamo con una minima parte del cervello e col resto guardiamo, guardiamo, come se potessimo scoprire qualcosa, una regola e meglio ancora una falla, un errore.

Q: Vi piace Alessandro Gassman?

A: Alessandro Gassman deve aver fatto un patto col diavolo del tipo “cinquant’anni di giovinezza in cambio dell’obbligo di fare solo film di merda”.

Q: Roth è morto senza Nobel. Ciò non vi indigna?

Capiamo perfettamente i fan scandalizzati dal mancato nobel a Roth. Un autore così furbo e mediocre se lo meritava tutto. Anni fa leggemmo un libro di Roth, era quello che comincia col padre che fa fatica a cagare. Non ricordiamo molto altro, se non che verso metà del libro cominciammo ad accusare gli stessi sintomi. Da allora noi lo chiamiamo Phili Prooth.

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Q: Di sicuro avete qualcosa da ridire sulla gente che sta nella vostra stessa sala cinematografica.

A: Questa non è una domanda, però effettivamente sì. L’elenco delle cose sgradevoli che le persone sgradevoli fanno durante le proiezioni dei film, questo elenco (svegliaaa!) è stato già scritto molte volte, è noto, eppure continuano a farle. La più comune, specie tra le donne di una certa età, è chiedere o spiegare alla vicina cosa sta accadendo.
Si vedono due persone in moto: se la scena dura più di cinque secondi la signora chiede ad alta voce “e adesso dove vanno?”, o spiega “adesso vanno all’ospedale”. Evidentemente la signora non è in grado di tollerare una scena fissa perché mentre il protagonista pettina un cane lei spiega a se stessa e al resto del mondo che sta pettinando un cane. L’unico modo di far tacere la signora è muovere la telecamera o far dialogare i personaggi, altrimenti lei riempie il vuoto e al contempo riafferma la sua supremazia culturale sull’amica, che secondo lei tace non perché attenta bensì perché persa: e allora la signora le spiega “adesso lo va a sotterrare”. Bisogna notare che in genere l’amica non chiede nessuna spiegazione e non reagisce nemmeno alle spiegazioni se non pro forma, con un “ah” sommesso, ma la signora ci tiene a farle capire bene che grosso film l’ha portata a vedere e perciò insiste: “vedi? Lui non ci voleva andare”.
Gli unici momenti in cui questa donna tace è quando si vede il sangue, non si sa se per il ribrezzo o la fascinazione. Fatto sta che alla fine del film si lascia andare a valutazioni sociologiche e dice “io non capisco perché dopo una giornata passata a vedere miserie e schifezze umane come quello che ha buttato la figlia dal ponte bisogna venire a vedere un film del genere”. Come se ce l’avesse portata qualcuno. Come se non fosse stata lei a trascinare l’amica per poter meglio disturbare il resto del mondo. Ci viene purtroppo di rivolgerle la parola e diciamo “ah, perché lei… che cosa ha visto lei? Ha visto il tipo che buttava la bambina? Allora l’ha visto solo lei… quand’è l’ultima volta che ha visto la violenza così da vicino? Per fortuna non l’ha mai vista, nemmeno ora… e neanche noi… ma capiamo il suo punto di vista”.

Q: I ragazzi però sono ancora più fastidiosi…

A: Nemmeno questa è una domanda… ad ogni modo, è un fatto che al cinema i vecchi si comportano peggio dei giovani. Bofonchiano, sospirano, commentano, si distraggono e poi chiedono e quando non c’è l’intervallo l’ora e mezza senza pubblicità li manda letteralmente al manicomio.
Mentre il comportamento dei giovani tende a peggiorare quando sono tanti, i vecchi si comportano male anche in pochi, anzi meno sono e peggio fanno. Siccome noi tendiamo a vedere i film in sale semivuote, abbiamo notato più volte che i giovani isolati mostrano un certo rispetto, quasi una paura, mentre i vecchi diventano più spavaldi e se provi a fargli “shhh!” si incazzano pure, come se fossero usciti apposta per cercare rogne.

Q: C’è qualcosa che rimpiangete?

A: Sono anni che ogni volta che parliamo con qualcuno finisce inevitabilmente che ci chiediamo “che interesse ha costui a sostenere quel che sostiene?”. Ci chiediamo “che lavoro fa questo tizio, in che modo quel che dice gli conviene, anche solo psicologicamente?”. Insomma sono anni che diamo per scontato che le opinioni delle persone siano sempre interessate e insincere, che loro lo sappiano o meno. Questa è un’abitudine debilitante. Quando stavamo al liceo o all’università non era così, e non perché la gente fosse più onesta: semplicemente eravamo noi più ingenui. È un periodo che rimpiangiamo.

Q: Che ne pensate dei film comici italiani degli anni ’90?

A: Proprio l’altra sera abbiamo rivisto “Il Commissario Lo Gatto”, del 1986, con Lino Banfi e l’ottimo Maurizio Micheli. A parte alcune uscite straordinarie di Micheli (“una volta sono stato all’estero, a Fatima, ottanda ore di pullmann… il pundo più alto: da allora in poi, solo mediocrità”), nel film ci sono parecchie battute sugli omosessuali che oggi ti porterebbero direttamente in galera e c’è anche una turista tedesca che si lamenta della scarsa virilità dell’amante ricordando che le sue amiche invece sono state violentate con soddisfazione in vari punti della penisola.
Se esiste davvero un legame tra volgarità del linguaggio e incanaglimento della società, considerando che la società di oggi con la bocca pulita è piena di infami, non osiamo immaginare come fosse la società del 1986.

Q: Quale animale vi rappresenta di più?

A: Se come animale araldico non avessimo già il gunile opteremmo per il pollo sultano (porphyrio porphyrio), il più sognorile dei rallidi. Chi ha la fortuna di sguazzare nelle paludi sicule potrebbe ammirare questo… ahem… questo pollo zamputo e color turchese-viola che si aggira circospetto, l’occhio folle dei polli.

Q: Conoscete i grandi filosofi del ventesimo secolo?

A: Nel suo sfrenato dilettantismo la Fondazione ignora quasi tutti i guru del ventesimo secolo. Tranne che per qualche brandello non abbiamo letto Foucault, Derrida, Baudrillard, Deleuze, Husserl, Heidegger, gli italiani poi non sappiamo nemmeno chi siano. Per quanto riguarda gli americani, pare che considerino “filosofo” chiunque non sia strettamente un tecnico, quindi ce ne saranno parecchi. Noi abbiamo letto qualcosa dei più noti che avevano a che fare col linguaggio (Quine, Chomsky, Dennet, Searle, Hofstadter, qualcosa di Marcuse, di Voegelin, Jonas, ma solo sullo gnosticismo, il tutto comunque in maniera caotica). Questo implica che possiamo facilmente dire cose che sono state già dette sessant’anni fa, o anche duecento anni fa, se è per questo. Non che ci si sia mai illusi di dire qualcosa di nuovo, comunque.

Q: Perché non li leggete?

A: Il fatto non dipende solo dalla vaga impressione, quasi un presentimento, che siano sostanzialmente dei truffatori, ma pure da una questione organizzativa. Da molti anni la Fondazione compra solo i libri sulle bancarelle, perché sembra peccato lasciar marcire tutte quella roba. Ci sono persone che recuperano l’immondizia, noi i libri. In effetti non vediamo nessuna ragione per pubblicare nuovi libri, e nemmeno per i ripubblicare i vecchi: ce ne sono talmente tanti in giro che si potrebbero passare mille vite a leggere quelli, e in fondo la bellezza è comune. I libri dei filosofi moderni difficilmente finiscono sulle bancarelle, perché se ne vendono già pochi e poi i loro acquirenti sono tendenzialmente giovani, quindi dovranno passare altri venti-trent’anni prima che i loro eredi buttino tutta la libreria nella discarica o li vendano a chili ai bancarellari.

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Q: Avete paura della morte?

A: No, però ogni tanto ci chiediamo che fine faranno i nostri libri quando saremo morti. Ovviamente non parliamo della morte fisica, la prima morte diciamo, ma anche la Fondazione prima o poi finirà e allora che ne sarà di tutti questi libri del cazzo? Con le loro orecchie, le ditate, l’occasionale capello, magari la rara sottolineatura, il segno comunque di un maneggio umano? Dovremmo scrivere su tutti i frontespizi il nome, come si faceva una volta? Ma che cambierebbe? E poi si faceva per i libri preferiti, quelli letti durante l’adolescenza, che parevano vite intere. Si poteva fare finché uno aveva cento, duecento libri, e fino a pochi anni fa molti non ne avevano di più, mentre noi ne abbiamo migliaia! Noi e migliaia di persone, tutti abbiamo migliaia e migliaia di libri, e la maggior parte non li abbiamo neanche letti. Perché scriverci sopra qualcosa o preoccuparci della loro sorte? I libri non letti, quelli dimenticati, abbandonati, scorsi in fretta o con sufficienza, in realtà non sono nostri. E non li vorrebbe nemmeno nessuno. A chi dovremmo donarli, agli immigrati? Ce li tirerebbero appresso. Anche gli italiani, o li prenderebbero solo per andarli a vendere a chili, lamentandosi pure del peso. Forse non è mai stato il tempo giusto per regalare libri ma adesso è persino ridicolo il pensiero. L’unica alternativa ovviamente è distruggerli e visto che l’epoca ci concede il lusso di toglierci la vita dovrebbe anche aiutarci a distruggere le nostre cose. Perché non c’è da fidarsi di testamenti e volontà, la gente non li rispetta. Hai voglia di dire “voglio che questi libri vengano bruciati”… la gente non lo fa, per malintesa compassione o, più spesso, perché è anche un problema pratico bruciare migliaia di libri, come fai? Se accendi un falò qualcuno chiama subito gli sbirri. Quindi ci vuole qualcuno che, magari a pagamento, per forza a pagamento, si incarichi di incenerirli. Brucia tutto, poi brucia anche la cenere. Quello che resta è l’essenziale.

Q: Vi piaceva andare a scuola?

A: Quando andavamo alle elementari per un periodo c’era il “tempo pieno”, di pomeriggio facevamo inglese, educazione fisica ed artistica. Le insegnanti le chiamavano “signorine”, quasi fossero quelle del catechismo. Tra i pochi ricordi, l’alfabeto inglese cantato: pareva quasi che tutte le lezioni consistessero solo in quello. Era chiaro che nessuno prendeva l’iniziativa molto sul serio.
La maestra dei “lavoretti”, altro esempio odioso dello sputtanamento della parola, non ci poteva vedere, perché eravamo inabili e petulanti e poi ci dimenticavamo sempre l’attrezzatura. Ogni lavoretto richiedeva carta velina di vari colori, sassolini, rametti, colla vinilica dall’odore schifoso, cartoncino multicolore anch’esso, polistirolo, filo di ferro, pennelli, formine, compassi, fogli d’album neri, così belli che pareva peccato toccarli, e tutti raccattavano tutta questa roba per copiare con enorme spreco di tempo e risorse i modelli in stile “casa delle bambole” di un libretto della signorina. Beneficiavano di questa febbrile agitazione anti-creativa la cartoleria all’angolo e, ovviamente, la signorina, che per quanto sempre ingrugnata e palesemente infelice di avere a che fare coi bambini era comunque “sistemata”, adesso aveva il posto che le avrebbe permesso di fare figli da mandare in scuole a felicitarsi di altri lavoretti, di altre signorine. Noi eravamo le bestie delle zoo, non amate ma necessarie a custodi e veterinari, e venivano a vederci solo i parzialissimi genitori, quindi il successo della recita era assicurato. Quante volte abbiamo maledetto quella colla che non prendeva, la fottuta cantilena dell’alfabeto e le partite di pallavolo senza punti, come un delirio da carcerati! In tutti i modi hanno cercato di farci odiare la scuola e la sua puzza ipocrita di muffa e colla vinilica, e in parte ci sono riusciti. Poi, all’improvviso, il tempo pieno finì. Magari non c’erano più fondi o era sopraggiunta l’ennesima geniale riforma; oppure semplicemente abbiamo smesso di ricordare, per non patire altra offesa.

Q: Come mai siete diventati delle brutte persone?

P.S. Sempre con questa stronzata del tempo pieno, c’era una bambina… unaaaa bambiiiiinaaa… a lei piaceva fare i lavoretti, amava disegnare personaggi tipo candy candy… le piaceva anche la pallavolo, forse sempre per via dei cartoni… lei era la prova vivente che quella situazione non era stupida e atroce in generale, ma solo per noi. Questo, in fondo, è ciò che può portarti a odiare una persona che non ti ha fatto nessun male. La odi già solo perché ti fa venire il dubbio di essere un povero imbecille. Le persone primitive, che non hanno mai simili dubbi, non sanno cosa sia l’odio. Possono fare del male, e di norma lo fanno, per bestialità o per invidia, ma non diventano brutte persone: semmai brutte bestie. Queste persone sono forse recuperabili, mentre le brutte persone no perché la loro inadeguatezza è più profonda e si alimenta delle parole e delle idee che vengono usate per curarle.

Q: Che ne pensate delle parole straniere?

A: Tanti anni fa all’università ci capitò di dire “logica booleana” durante un esame (materia umanistica) e il professore si incazzò moltissimo e ci rimproverò aspramente di usare parole foreste per sembrare saputi o, peggio ancora, per provincialismo. All’epoca ci sembrò molto ingiusto e primitivo ma col tempo è venuto anche a noi questo disprezzo istintivo per le parole “nuove”. È sicuramente un segno di vecchiaia ma anche di prudenza: se abbiamo paura di insetti e microbi che potrebbero stravolgere il nostro ambiente dobbiamo avere ancora più paura delle parole foreste, che nessuno controlla e che si diffondono ancora più in fretta. Ci vorrebbe una quarantena, un recinto in cui tenere per mesi delle cavie esposte alle parole nuove per vedere se diventano più cretine di prima, e in tal caso vietare l’ingresso ai termini. Non sarebbe difficile trovare cavie perché c’è un sacco di gente ansiosa di usare parole straniere, per provincialismo o per apparire saputa, ed è gente sacrificabile.

Q: Che ne pensate del governo Salvini-Di Maio?

A: La prospettiva di un governo Salvini-Di Maio è disperante, ma fino a pochi anni fa i giornalisti sembravano concordare sul fatto che l’astro nascente della politica italiana fosse Nichi Vendola. Ci becchiamo Salvini e Di Maio, ma abbiamo evitato Vendola. È una piccola consolazione. Viene anzi da dire che Salvini e Di Maio sono la giusta punizione per chi esaltava Vendola.

Q: Che pensate di Wikipedia?

A: I rami non potati di wikipedia sono molto più belli degli altri. Ad es., agli sciocchi wikipedanti è sfuggita questa sottovoce di “caprifoglio”:
Petalogia – I petali del fiore, assieme a quelli della margherita, vengono usati per schermare gli abiti dalla negatività.

Nella voce “giullare”, invece, chissà perché i wikipedanti hanno lasciato questa curiosa frasetta in stile Liala: “Le dame, a volte attratte da questo affabile incantatore, concedevano le loro grazie come compenso per la performance, in modo da prolungare l’atto della creatività sotto le lenzuola di velluto”.

Q: Che ne pensate delle pancine?

A: Le pancine di oggi sono semplicemente le teen di quindici anni fa, quelle che scrivevano a “Cioè” per sapere se con una strusciata di nasi si resta incinte o che significa un ritardo di 8 settimane. Anche la percentuale di lettere inventate è la stessa.

Q: Che ne pensate di Propaganda?

A: Propaganda (la7) è dalla parte dei giovani, del salario minimo, della giustizia sociale. Ovviamente ciò non le impedisce di riempire gratis metà programma usando roba scritta su internet da disoccupati, che sono anche riconoscenti per il pagamento in visibilità.

Q: E dello scandalo Cambridge Analytica?

A: Il 91% della gente che si lamenta per il furto dei suoi dati sensibili sta cercando o ha cercato di partecipare a “c’è posta per te” in veste di caso umano (elaborazione del dott. B. I. Spensiero su 5 milioni di profili rubati). Comunque, il computer che ha analizzato i profili di 51 milioni di americani è il miglior candidato al ruolo di Skynet. Si sarà fatto un’idea così bassa dell’umanità che userà come avatar la faccia indignata di D’Alema.

Q: Siete bravi a interpretare il linguaggio di quelli che danno indicazioni stradali?

A: L’uomo che si trova in una città straniera e deve raggiungere un posto distante 4-500 metri ha due opzioni: iniziare a percorrere una lenta spirale intorno al punto di partenza, e arriverà in 50-60 minuti, oppure chiedere indicazioni ai passanti, e impiegherà due ore e mezza.
Il passante medio, che spesso vota anche cinque stelle, è incapace persino di tracciare la rotta per raggiungere il suo culo.
In principio farà sempre una faccia stupita, come se l’indirizzo richiesto fosse inaudito o assurdo. Poi, dopo aver bene bofonchiato, ipotizzerà che tu voglia andare da un’altra parte, e a quel punto non ci sarà modo di distoglierlo da questa idea. Se con calma e scandendo bene le parole gli ripeterai che non cerchi Via Stramorto, sibbene Via Tramontana, sobbalzerà come mozzicato da un aspide e dirà che in quella via lui ci è nato, rievocando anche piacevoli episodi della prima infanzia. Perso in questa sua reveria non darà indicazioni finché tu, bagnato fradicio dalla pioggia puntualmente scoppiata, non l’avrai scosso come una vecchia polaroid. A quel punto sosterrà di conoscere una scorciatoia e ti indicherà un tragitto inverosimile, pieno di toponimi che tu ovviamente non conosci (“la sai la porta cappettona?”, no, non sono di qui; “e la sai l’edicola da’a maronna de’e surdate?”, NO CAZZO SE SAPEVO I POSTI MICA CHIEDE…; “ah, ma la trattoria di zia concetta ALMENO la sai?”).
In aggiunta a queste indicazioni l’indigeno si esibirà in una curiosa mimica, sbracciandosi e girando su se stesso mentre grida “vai come ti porta la via” oppure “VAI FASCILE FASCILE”, e talvolta disegnerà per aria forme cabalistiche, o si avviterà come un gabbiano stroncato dai pallettoni. Nove volte su dieci confonderà la destra con la sinistra o dirà “il terzo palazzo” intendendo il secondo. Le sue indicazioni, comunque, ti condurranno sempre attraverso i quartieri più malfamati della città (che poi sono il posto in cui davvero è nato, e si vede), dove verrai subito rapinato o caritatevolmente ucciso a sputi.

Q: Avete qualche sapido aneddoto al riguardo?

Sì. Una volta ci trovavamo in un paesetto noto per certi prodotti da forno. Era domenica, pioveva e non c’era nessuno per strada. Era uno di quei paesi disseminati, con una casa qui, una lì, e in mezzo campagne percorse da sentieri che notoriamente non portano da nessuna parte. Stavamo per rinunciare quando dall’aria satura di pioggia spuntò un vecchio con un ombrello della Ferrari. Si muoveva lento e, si sarebbe detto, incerto, il che avrebbe dovuto farci intuire qualcosa, ma gli andammo lo stesso a chiedere se c’era un panificio che faceva i famosi dolci tipici. Senza farla lunga, il vecchio sfoderò tutte le mosse e i trucchi adottati dai vecchi passanti di ogni luogo per mandarti fuori strada, possibilmente verso un dirupo: nominò posti ignoti, agitò lungamente le braccia buttandoci addosso la pioggia, ebbe delle assenze, che durarono anche alcuni minuti, e ci parlò dei suoi parenti. Tutto. Completo.
Stupidamente pensammo di aver capito comunque qualcosa, visto che abbiamo fatto le scuole alte e siamo pure laureati, quindi partimmo alla ricerca. Dopo due ore e mezza a vagare nei campi, saltare torrenti, sfuggire cinghiali, arrivammo in uno slargo da cui si vedeva benissimo il punto di partenza. Muovendoci a caso ci saremmo arrivati in dieci minuti. E lì, il panificio era chiuso.
Bestemmiando la madonna percorremmo i duecento metri lineari fino al punto di partenza e nella piazzetta ritrovammo lo stesso vecchio. Come se ormai fossimo mezzi parenti, ci chiese notizie del viaggio. Soffocammo la rabbia e gli dicemmo l’abbiamo trovato, ma è chiuso.
E lui: “Ah, mi credevo che lo sapevate”.

Q: Qual è la domanda che più vi tormenta?

A: Perché le parole che finiscono in “olfo” fanno ridere? A parte forse “golfo”, che non a caso è l’unica a non essere un nome? (P.S. C’è anche “zolfo”, ma zolfo fa ridere).
Il finale in olfo è palesemente forestiero, germanico, e questo stupisce ancora di più perché i tedeschi, presi come tali, non fanno mica ridere: ma nemmeno per il cazzo. La spiegazione dev’essere che la parola italiana col finale germanico è come uno di quei turisti tedeschi cui leggi troppo permissive consentono ancora di aggirarsi per i nostri centri storici vestiti come pervenuti, da cui l’inevitabile ilarità.
Test scientifici dimostrano che se “crampo” non fa per niente ridere, “crampolfo” invece sì. Lo stesso per qualsiasi nome: es. Mario-Mariolfo, Riccardo-Riccardolfo.

Q: Che dati avete per giustificare la tesi che le parole in “olfo” fanno ridere?

Fu proprio Spallanzani nei primi anni ’60 a scoprire per caso il potere esilarante delle parole in olfo. Si promenava nell’agro di Passogatto quando lo raggiunse la strombazzante di un forestiere. L’uomo di città chiese indicazioni per una cascina e Spallanzani, un po’ infastidito perché gli turbava i rimugini, rispose d’istinto “ma vada ben dritto e poi sempre a rodolfo!”, tracciando vasti segni nell’aria, come fanno le persone in questi casi. Al che il forestiere cominciò suo malgrado a ridere, e continuò finché perse il controllo degli sfinteri.

Q: Qual è secondo voi il problema fondamentale dell’industria culturale?

Il problema è che costruire un mobile buono costa più fatica che costruire un mobile scadente, mentre scrivere un libro di merda costa tanta fatica quanto scriverne uno buono.

Q: Quali scrittori amate di più?

Anche in letteratura la confidenza è madre della cattiva creanza. Quelli che dicono di “amare” un autore in genere si prendono tali confidenze col testo che finiscono per capirne meno dell’ignaro. Quelli che “frequentano” spesso un autore finiscono per trattarlo come un parente che vedono tutti i giorni: lo salutano meccanicamente, non sentono davvero cosa dice, e quando è morto ne ricordano gesti e frasi completamente falsi.
La vanità spinge gli uomini a immedesimarsi nell’autore (i più primitivi nel personaggio) e questo è un errore, prima ancora che una volgarità. Così almeno la pensava il Nostro.

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Q: Puntate al successo?

Il successo, diceva Elia Spallanzani, è la peggior forma di incomprensione, e infatti appena uno raggiunge una certa fama la gente smette di leggere ciò che scrive, fidandosi tendenzialmente del suo nome. A questo punto all’intellettuale conviene scrivere cose molto lunghe, perché ha due vantaggi: eventuali critici saranno scoraggiati dalla prospettiva di leggere cento pagine per confutare ciò che viene accettato in base a un solo rigo; due, in un testo molto lungo si può dire tutto e il suo contrario, in modo che il lettore occasionale trovi sempre qualcosa che gli va bene da usare come citazione incongrua.

Q: Vi piace l’Ikea?

Ikea con due moine ti ha convinto che comprare mobili di merda fatti in Cina e montarteli da solo bestemmiando ogni volta la madonna è la reazione smart alla penuria di soldi derivante dal tuo licenziamento (facevi il montatore di mobili da Aiazzone). Quindi perché stupirsi che credi ai 5 stelle? L’unica cosa incredibile è che non abbiano vinto prima.

Chissà poi che pensano i cinesi pagati due dolla all’ora mentre costruiscono i mobili ikea che noi assembleremo con gioia. Probabilmente ci tirano tante di quelle antiche e complesse maledizioni cinesi del cazzo che si capisce bene perché poi monti sempre la spalliera a rovescio e devi rismontare tutto il catafalco daccapo con le viti che si sbanano solo a guardarle e infine l’intera struttura di compensato di merda ti crolla in testa con uno schianto mentre tua moglie ripete come un’ossessa il jingle pubblicitario “è bello cambiale è bello cambiale”.

Q: Che cosa odiate di più dell’Ikea?

A: Allora… quando spendi 10 talleri all’ikea
2 vanno ai 1000 cinesi che hanno fatto il mobile,
2 ai 100 tra cassieri e autisti che l’hanno portato,
2 ai 10 designer svedesi che hanno elaborato il catafalco,
2 agli azionisti di Ikea
e 2 sono tasse.
Di questa gente quello che fa più incazzare è il designer svedese, che poi è anche quello che invidi. Solo che il designer non lo puoi fare, perché non ne servono tanti, e il cassiere non lo puoi fare, perché lo vogliono fare altri 100, e il cinese non lo vuoi fare. L’azionista poi è proprio fuori dalla tua capacità di comprensione. Quindi tutto l’odio che provi mentre monti il mobile e le viti rotolano sotto la lavatrice devi sfogarlo contro lo stato. Infatti dovunque si diffonde Ikea i governi democratici cadono come le mosche.

Q: Secondo voi di quante parti è costituita una vita?

A: Quattro fasi:
1. Beata infanzia: non ti invitano alle feste e non vorresti comunque andarci, pago di te.
2. Adolescenza problematica: ti invitano alle feste ma non vuoi andarci, per differenziarti.
3. Maturità desolata: vorresti andare alle feste ma non ti invitano, memori.
4. Esito infame: vuoi andare alle feste e ti invitano pure, ma ormai sono tutti dei vecchi.

P.S. sostituire “andare alle feste” con “andare al governo” e si ottiene la storia del comunismo.

Q: Che ne pensate delle battaglie di civiltà del PD?

A: STRANAMENTE le battaglie di civiltà del pd non hanno pagato molto. Le unioni civili, il testamento biologico, non sembrano aver entusiasmato il popolo quanto uno si sarebbe aspettato. Lo ius soli, sebbene accantonato, ha fatto molti danni. Su questo pare avesse ragione Rizzo dei comunisti, che richiamava la necessità di tornare ai problemi VERAMENTE VERI, ossia la cara vecchia lotta tra proletariato e capitale. Il pd ha voluto dare le brioches a un popolo convinto di non avere il pane.
Il che poi forse non è vero, ma l’italiano ama credersi e mostrarsi più affamato di quanto è realmente, nella convinzione che la fame giustifichi ogni cosa.
E così il popolo ha punito la sinistra, votando in massa per gente che promette di ridurre le tasse a aumentare la spesa pubblica. Il fatto che un terzo della popolazione possa crederci certifica l’ulteriore grave fallimento del pd sulla scuola, che evidentemente non riesce ad insegnare nemmeno l’aritmetica elementare.
Insomma, siamo in due bolle: il pd pensava di essere in Svezia, la popolazione pensava di essere in Congo, e nessuno sentiva cosa diceva l’altro.

Q: Che ne pensate della TAV?

A: Buona parte della popolazione pensa che pur di far lavorare la gente converrebbe scavare buche solo per riempirle di nuovo. Il problema è che le stesse identiche persone si oppongono forsennatamente alla realizzazione di grandi opere perché inutili.
È chiaro che preferirebbero tante piccole opere inutili, come quelle che sono state effettivamente realizzate in Italia negli ultimi quarant’anni.
Pur essendo nel complesso addirittura più costose delle grandi, hanno una serie di vantaggi psicologici e consentono la diffusione capillare del ricatto e della corruzione, che in caso di grandi opere si concentrerebbero invece nelle mani di pochi.

Q: Pensate di aver raggiunto il vostro scopo?

A: Dopo quasi quindici anni di apostolato Elia Spallanzani é ancora pressoché sconosciuto e conduce una vita umbratile a margine delle più squallide antologie, quando non relegato solo in nota. Si direbbe per noi della Fondazione un fallimento degno di cianuri, impiccagioni, harakiri e altre forme pittoresche di passività aggressiva, e probabilmente lo è, ma non dobbiamo dimenticare che l’Elia voleva sparire, e prima di sparire bisogna esserci un po’. Un autore del tutto ignoto semplicemente non è, mentre grazie a noi dopo tanti l’Elia sta ancora sparendo. Lentamente e metodicamente, egli vive nel processo di sparire.

Q: Ma perché parlate al plurale?

A: Sono quindici anni che periodicamente qualcuno ci accusa di parlare come il mago Otelma. In realtà il fatto è semplice: quando nacque la Fondazione i primi adepti, stanchi dell’egocentrismo così diffuso tra i dilettanti, decisero di usare la prima persona plurale invece dell’io, che secondo Gadda é anche il più sporco dei pronomi. Non è quindi un plurale di maestà, semmai il contrario, e a volte è anche utile perché frena i discorsi troppo personali, i cos’ho mangiato, dove sono andato, i come sto bene, sto male etc., che sono discorsi degni come gli altri ma noi non volevamo farli, volevamo parlare d’altro. In seguito alcuni sono ricaduti nel vizio dell’ “io” e, quasi necessariamente, si sono allontanati. Noi insistiamo.

Q: Che pensate degli autori a proprie spese?

A: La cosa più strana è che tutta questa gente abbia un libro da pubblicare… forse con “libro” intendono qualche cumulo di note, poesie, brani diaristici… un libro intero, un romanzo, sembra una cosa talmente complicata e lunga da mettere insieme… tutta questa gente mente, non ha proprio nulla… ma allora da dove viene tutta l’immondizia che pubblicano? Ci deve essere un piccolo numero di persone, persone nocive, che scrivono tutti questi libri in base a moduli e canovacci.

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Q: Secondo voi il fascismo può davvero tornare?

A: Uno dei motivi per cui il fascismo non può ritornare é demografico. Negli anni ’30 in Italia l’età media era sui 25 anni, adesso è 45. Sebbene i quarantenni cerchino di spacciarsi per i nuovi ventenni, semplicemente non c’è la forza per movimenti estremisti di massa, di destra o di sinistra. Se i flussi migratori abbassassero drasticamente l’età media, allora forse sì. Comunque se fosse vero che Trump (o Grillo) capeggiano movimenti neofascisti, allora sarebbe il primo caso nella storia di una controrivoluzione di destra senza prima una rivoluzione di sinistra.

Q: Sapete le parole dell’inno d’Italia? Vi piace?

A: Il Canada ha modificato il suo inno sostituendo “noi figli” con “noi tutti”, per evitare discriminazioni di genere. Per seguire questo esempio virtuoso suggeriamo di cambiare il nostro inno in “Parenti d’Italia”, più neutro, e anche più simile al titolo di una trasmissione della fascia pranzo. Anche “che schiava di Roma Iddio la creò” suona male, sarebbe meglio “che colf della capitale l’evoluzione temporaneamente rese”.

Q: Che ne pensate dei NEET?

A: Qualunque gruppo sociale (ad es. i ferrovieri, gli insegnanti, i camorristi etc) ha imparato che collaborando può ottenere più vantaggi, mentre sembra che i NEET non collaborino nemmeno tra loro. Come mai? Perché non si riconoscono come gruppo? Perché ognuno spera di essere cooptato? Insomma per ignoranza o estremo egoismo? Sembra improbabile.
Il mistero si risolve reinterpretando la premessa: ogni gruppo riesce non tanto a procurarsi vantaggi, quanto ad aumentare il danno che fa alla società (evidente per i camorristi, ma applicabile anche agli altri). In quest’ottica il comportamento dei NEET rientra negli schemi noti: anche se non ci sembra, di fatto stanno collaborando tra loro a danno di tutti gli altri.

Q: Vi servite di traduttori automatici?

A: Come regola, se google translator traduce efficacemente quel che hai scritto, allora hai scritto qualcosa che non valeva la pena scrivere.

Q: Come mai secondo voi c’è tutto questo proliferare di neologismi?

A: Lo scienziato sociale da garage non ha interesse a verificare se un fenomeno rientra negli schemi noti, anzi gli conviene sempre classificarlo come nuovo e dargli un nuovo nome (in genere combinando nomi già noti). Nel mercato delle futilità, come in ogni mercato, servono prodotti sempre nuovi, o almeno presentati come tali, e nomi che possano diventare marchi, quindi distinguibili.
Volendo continuare pedantescamente, gli italiani hanno avuto per secoli l’atteggiamento dei contadini, che riportano ogni bestia che vedono a quelle tradizionali. Adesso invece lo sguardo è quello del naturalista della domenica, che prende ogni pupa per una specie nuova e corre a descriverla e battezzarla per rivendicarne la scoperta.
A riprova che per la comunità un po’ di conoscenza è quasi sempre peggio di nessuna conoscenza.

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Q: Com’è il vostro rapporto con le donne?

A: In rete girano infinite versioni del dialogo:
Lei: Non mi ascolti!
Lui: Che vuoi dirmi?
Lei: Niente!

È un vecchio luogo comune, c’era già nelle vignette della settimana enigmistica, ma non per questo è meno reale. Più o meno tutti abbiamo vissuto l’esperienza, ma perché?

Evidentemente alla donna non basta l’ortoprassia, il comportarsi secondo la regola: lei vuole anche l’ortodossia, il pensare secondo la regola. Anche il foro interno viene coinvolto. Chiedere dopo la reprimenda non vale, non basta, non è spontaneo e quindi non è ortodosso, non viene da dentro. In questo senso si può notare che le religioni antiche pretendono quasi sempre solo il rispetto formale delle regole, mentre il cristianesimo va più a fondo, tocca i pensieri privati, le convinzioni reali. Anche in ciò è una religione più moderna, più colta, più pietosa, personale, insinuante, potenzialmente tirannica.

Q: Quindi non è un ottimo rapporto?

A: È chiaro che nella nostra cultura non basta portare i ceri alla madonna, e se si dimentica di farlo non basta poi accenderne il doppio. Il gesto è dovuto ma non in quanto tale, bensì solo come segno dell’intima devozione. Solo il gesto, senza quella, non vale e non serve, anzi è offensivo. Come si fa a sapere se c’è, la devozione? Dai segni, ma non solo. In realtà lo sa solo la madonna. Nella sua pietà, perdona le distrazioni: non è severa e non pretende molto, ma quel poco che venga da un cuore sincero. Cosa sceglierai, un dio severo e affamato o l’imperscrutabile madre amorosa? E chi hai più paura di offendere? Chi può punirti o chi soffre per la tua offesa?

Il Dio primitivo non può guardare nel tuo cuore, è semplicemente un uomo più grosso di te e devi obbedirgli altrimenti sono botte. Il Dio moderno invece è migliore di te, infinitamente, ed è più intelligente di te, più gentile, più comprensivo: lui sa cosa pensi anche di notte, quando dormi. É il signore dei linguaggi, quelli che si parlano e quelli che non si parlano. Se lo offendi non ti ucciderà, anzi soffrirà. E tu avresti il coraggio? Di rifiutare il suo amore? Ma l’amore, disse Spallanzani, non basta rifiutarlo: bisogna anche esserne indegni.

Q: Parlando di sesso, quand’è che avete visto per la prima volta una donna nuda, se l’avete vista?

A:  Ci viene in mente (così, a capocchia) che la prima volta che abbiamo visto delle mutande da donna siamo rimasti sbalorditi dal fatto che avessero una specie di tasca. All’epoca non riuscimmo a spiegarci a che poteva servire e arrivammo a immaginare che ci tenessero gli spiccioli.

Q: Secondo voi perché tanti articoli cominciano con “X vi spiega Y”?

Vi spieghiamo l’irritante tendenza. Fino a qualche anno fa il lettore medio avrebbe reagito con stizza di fronte a migliaia di articoli presentati come “X vi spiega la rava e la fava”. Un tono così condiscendente ricordava troppo la scuola o il capiscione di turno. Quel lettore presumeva di riuscire a capire abbastanza bene i fatti. Semmai cercava il c.d. “articolo di approfondimento” per saperne di più. Invece il “vi spiego” si diffonde, e se si diffonde piace, ma a chi piace?
Esiste davvero una fetta di popolazione attirata o rassicurata da questa frasetta?
Sicuramente nella confusione di notizie qualcuno può cercare una spiegazione, ma si tratta quasi sempre di persone che le notizie di base non le hanno neanche lette. Ricordate quando a scuola qualche amico vi chiedeva “dai spiegami la storia” o quel che era? Non era sempre quello che non aveva sentito niente e temeva di essere interrogato? Questo lettore è uguale: non sa niente ma ha paura di fare brutta figura e quindi vuole un riassunto quale che sia.
Altro lettore è quello che invece ha letto ed è davvero dubbioso. Costui di solito trova offensiva la frase “vedi, ti spiego”, ed ha perfettamente ragione. Il giornalista ne saprà anche di più, ma con chi cazzo crede di parlare? “Ti spiego” lo premetti a tua sorella. Dimmi quello che hai da dire e basta, poi giudico io se hai “spiegato”.
Infine, quello che più apprezza la formula è il giornalista, perché mostra (innanzitutto a se stesso) che non si limita a riportare dei fatti, attività che ormai svolgono tutti e di cui molti già non sentono più il bisogno, ma li lega, seleziona ed elabora, ricavando un succo, trovando uno schema, fornendo un servizio, facendo un lavoro.
Il giornalista ci tiene a rimarcare che sta facendo un lavoro, perché ha la giusta impressione che molti lettori lo considerino ormai superfluo come un barista nell’era dei distributori automatici. Il “vi spiego” è la costante riaffermazione da parte della categoria che serve ancora a qualcosa, anche quando poi l’articolo di fatto non spiega niente ma ripete solo quel che il lettore mediamente colto sa già.
In sintesi (essenziale la sintesi!) ci sono tre categorie: quelli che cercano la spiega per superficialità, quelli che la evitano per dispetto e quelli che la scrivono per rassicurarsi. Tre motivi per non cominciare mai con “vi spiego”.

P.S. Abbiamo volutamente tenuto fuori quelli che dicono “vi spiego” perché davvero capaci o almeno sinceramente convinti di sapere e di aiutare, essendo una categoria staticamente insignificante.

Q: Siete preoccupati dal voto antisistema?

Il problema non è che i disperati votano contro il sistema, sarebbe il minimo, ma che uno che lavora alle poste vota contro il sistema. L’Italia è piena di borghesi che si ignorano.

“lavoro alle poste con la raccomandazione
voto anti sistema per sincera convinzione
adesso c’è giggino, mi portano rispetto
a morte i comunisti con il doppio petto

io ho un petto solo e batte per giggino
anche senza il reddito da cittadino
il reddito ce l’ho, ma la mia mente sogna
di stare tra gli onesti restando una carogna

è la contraddizione della nostra era
lavori in banca, ma sei barricadera
questo i comunisti ce l’hanno insegnato
e resto un ignorante anche da laureato

voto contro il sistema che noi giovani incatena
tengo cinquant’anni ma la mente è un’altalena
quando voto sono giovane, quando penso anziano
una mano mica sa che sta facendo l’altra mano

non sono un ipocrita, io credo davvero:
più spesa e meno tasse, il cigno bianco E nero
non voglio aut aut, io vivo come in sogno
la mia lingua non ha senso
e non me ne vergogno.

Q: Secondo voi perché la gente non capisce più la politica?

A: La gente NOCCAPISCE più la politica perché continua a usare una mappa bidimensionale dove la destra sta a destra e la sinistra a sinistra. Ma basta avvolgere il piano politico su un cilindro da prestigiatore per avere una sinistra della sinistra che COINCIDE con una destra della destra ed è, ovviamente, IL MOVIMENDO. Così tutto diventa chiaro.

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Q: Secondo voi cos’hanno in comune Alberto Angela, il Gramella e Damilano?

A: Oltre ad essere dei miracolati dalla televisione? C’è qualcosa di più profondo, qualcosa che viene prima. Forse un nonsoché di infantiloide? Ma sì, basta poco per vederli bambini, adolescenti, basta cambiargli i vestiti e sono di nuovo qui, in carne e ossa, i compagni di scuola che non hai mai potuto soffrire e non sapevi neanche tu perché. Non che fossero cattivi o stupidi o infami ma diciamo la verità, potendo scegliere non li avresti voluti vicino. Già allora ti davano l’impressione di macchine, pupazzi che se accesi avrebbero parlato a lungo e di qualsiasi argomento ma senza che ci fosse nulla dietro. Quelli che non riuscivi a immaginare cosa facessero mai fuori dalla scuola. Probabilmente esistevano solo a scuola, tornati a casa i proprietari li chiudevano in uno sgabuzzino fino al giorno dopo.

Q: E di Aldo Cazzullo che dite?

A: Madonna Aldo Cazzullo… ma levatelo dalla televisione… sembra il topo del parmareggio col vaiolo.

Q: Che ne pensate dei bigdata?

A: Immaginiamo una lavatrice molto avanzata, collegata a un’a.i. in rete che stabilisce il miglior lavaggio in base a infiniti parametri. Un bel giorno la lavatrice si rifiuta di smacchiare la tua maglietta del Che perché da informazioni reperite ha capito che sei un falso comunista e un ipocrita. Quid juris?

Q: Il fatto che gli italiani leggano così poco per voi è un problema?

A: Il problema non sono gli italiani che non leggono nemmeno un libro all’anno, ma quelli, addirittura più numerosi, che lo leggono e non capiscono.

Q: Perché non scrivete qualcosa di vostro, tanto per cambiare?

A: Notiamo che in tutte le storie che ci vengono in mente non ci sono mai personaggi buoni, e in realtà nemmeno cattivi: sono tutti semplicemente persone meschine, e orrende. Non è facile scrivere un racconto in cui tutti i personaggi, dal primo all’ultimo, e tutte le situazioni, senza eccezione, sono cose meschine e orrende. Da un lato il risultato è inverosimile, e dall’altro é troppo vicino alla realtà per dare quel minimo sollievo che si cerca nella narrativa. Anche i racconti tragici e angoscianti sono comunque un modo di sottrarsi all’impressione, ormai costante, di vivere in un mondo meschino e orrendo. Anzi il sentimento che una persona signorile deve provare quando legge un bel racconto é proprio il rimpianto di essersi abbandonata per un momento all’illusione di un mondo non meschino e non orrendo. Il bel libro, il bel racconto, per la persona signorile in realtà è una sfortuna, una iattura, perché appena lo chiude ripiomba nel suo essere, comunque, una persona meschina e orrenda, in un mondo uguale a lui. Perciò bisogna ripetere con Spallanzani che “non ci si uccide per un bel racconto: ci si uccide perché un bel racconto, qualsiasi bel racconto, alla fine ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla”.

Q: Che ne pensate del testamento biologico?

A: Secondo il Censis la maggioranza degli italiani preferisce il testamento biologico a quello industriale. Le ultime volontà, specie se allevate a terra, risultano molto più saporose e salutari. Alcuni entusiasti non si limitano a sgranocchiare il proprio testamento biologico, ma ingoiano anche il sigillo di ceralacca del notaio, sostenendo di trarne un’inspiegabile ebrezza.

Q: Siete a favore dello ius soli?

A: Più o meno. Anzi, ci viene in mente una soluzione per incentivare il ricorso al testamento bio e al contempo risolvere il problema della cittadinanza ai clandestini. Basta stabilire che ognuno, oltre a rifiutare le cure, può lasciare la sua cittadinanza a un immigrato. Come avviene per i fondi europei, i beneficiati dovranno portare (ad esempio sul cappellino) la scritta “cittadino col contributo di (ad es.) Mario Rossi”, quale forma di riconoscenza automatica. In questo modo si supera ogni contestazione, e inoltre conviene anche ai notai.

Un’altra modesta proposta: invece di concedere la cittadinanza agli immigrati, gli italiani potrebbero rinunciare alla loro, con evidenti vantaggi. Diventeremmo tutti clandestini e lo stato dovrebbe versare 35 euro al giorno per mantenerci, realizzando il sogno progressista del reddito di non cittadinanza. In secondo luogo, gli italiani non potrebbero più usare il diritto di voto per farne commercio o eleggere i disutili e gli infami, come hanno fatto fino ad oggi. Infine, si risolverebbe anche il problema dei neofascisti, che non avrebbero più una patria da difendere. E soprattutto non ci sentiremmo più in colpa perché i figli degli immigrati non possono fregiarsi del titolo di italiani, mentre i figli che noi non abbiamo sì.

Q: Siete favorevoli all’introduzione del reddito di cittadinanza?

A: Tra baby pensionati, assenteisti, falsi invalidi e dipendenti infedeli, si direbbe che nel nostro paese il reddito di cittadinanza c’è già. Ma tutte queste persone pagate per andare in bicicletta, giocare a ramino, fischiare alle donne, stanno semplicemente svolgendo il duro lavoro della vita. Senza di loro verrebbero meno molti sorrisi, e anche molte riviste specializzate. E non è lontano il giorno in cui bisognerà pagarli, obbligatoriamente e legalmente, anche per farsi le pugnette, perché aumentando la loro felicità si fa bene a tutto il corpo sociale e quindi conviene. In Svezia stanno cominciando.

Q: Tra i vostri tanti pensieri ossessivi, qual è il peggiore?

A: Il pensiero più raccapricciante è che in Italia deve esistere una lobby degli ambulanti. E che cosa dici, alla lobby degli ambulanti? Quella dei petrolieri forse puoi detestarla, ma la lobby degli ambulanti? Con che coraggio vuoi togliergli i loro piccoli privilegi come i posti ormai ereditari e la facoltà di non emettere scontrini? Contro la lobby degli ambulanti la battaglia é persa in partenza. Forse un giorno il comunismo trionferà e spazzerà via la lobby dei petrolieri, ma quella degli ambulanti è inestirpabile. La lobby dei caldarrostai, degli arrotini. Dei mendichi.

Q: Avete anche voi la statuetta dell’umarell?

A: Tristemente comico che tanta gente abbia comprato ed esibisca con divertito orgoglio la statuetta del pensionato che guarda gli altri lavorare. Non solo 8 volte su 10 quella statuetta ritrae quasi alla perfezione il padre dell’acquirente, ma costui non può nemmeno sperare di raggiungere la posizione privilegiata dell’omino. Inconsciamente queste persone stanno facendo rivivere il culto domestico degli antenati, riveriti, invidiati, dileggiati e odiati allo stesso tempo.

Q: Che consigli dareste a un giovane autore di narrativa per affrontare le interviste?

A: Beh, all’esiziale domanda “cos’è per te la scrittura” non rispondere mai “penzo che la scrittura sia innanzitutto un’urgenza”, a meno che non desideri essere qualificato subito come un perfetto imbecille. Secondo, durante l’intervista non dica “con questo libro mi sono preso dei rischi”. I rischi li affrontano i vigili del fuoco, gli emigranti, i camorristi. Tu hai scritto una storia di fantasia, e le ultime innovazioni nel settore risalgono agli anni ’30, forse. Non renderti ridicolo, e non rendere ridicola la narrativa.

Q: Come mai la sola vista del Gramella induce gente pacifica e progressista a urlare “DIOMADONNA!” e a fiondare il capo contro un termosifone? Che dice poi di male quel pacioso?

A: In realtà niente. Come l’abisso, se tu fissi il Gramella anche lui ti fissa e dice: “tu sei come me. Le tue opinioni sono queste banalità ipocrite intinte nella melassa di una retorica da ginnasiale che io ti servo ogni sera con aria virtuosa e compiaciuta. Credevi di far parte di una minoranza illuminata e invece sei una statuina del presepe pure tu”.

Q: Che ne pensate di Tiger?

A: Qualche tempo fa eravamo in una stazione e la noia ci ha spinto da tiger, dover per pochi euri abbiamo comprato un timer da cucina a forma di uovo. Pensavamo di usarlo per le nostre specialità culinarie (tortellini in brodo di dado, generalmente). L’avremo usato forse dieci volte e poi si è rotto, rovinando anche più di un piatto di tortellini. La campanella messa a fine corsa non suona più, hélas! Ma come fa a rompersi un oggetto così semplice? Che noi, del resto, non saremmo mai in grado di costruire? E soprattutto, come mai Steven Seagull non fa irruzione nella sede di tiger e stermina tutti quanti?

Nella sua bella carriera Steven Seagull ha trucidato centinaia e forse migliaia di disutili e malinquenti, eppure il mondo è rimasto un posto di merda. Questo perché l’ottimo Steven non ha mai rivolto le sue attenzioni alla direzione di tiger. Se avesse sterminato il management della società, e per sicurezza anche i dipendenti, oggi non ci sarebbero timer da cucina a forma di ovetto che ti tradiscono proprio all’ultima busta di tortellini, e non suonando ti cullano nell’illusione della cena mentre il tuo ultimo blister di tortellini si sta trasformando in un pastone che neanche i cani. E purtroppo ormai Steven é diventato vecchio e bolso, quindi probabilmente non riuscirebbe più a sterminare quella gente, che non è dolce di sale. Bisogna infatti covare una peculiare perfidia per vendere timer cinesi a forma di ovetto ai deboli e ai malaccorti, che vagano disfatti nelle stazioni costretti dai loro infami lavori e non hanno malizia per sospettare che dietro un semplice timeretto a forma di uovo si nascondano la truffa e il disonore.

Q: Sapreste spiegare in due parole la teoria delle stringhe?

La teoria delle stringhe, nella sua formulazione più accreditata*, afferma che quando hai un appuntamento importante e ti svegli in ritardo la probabilità che si spezzi una stringa delle scarpe tende a infinito, mentre quella di possedere altre stringhe di colore idoneo tende a zero. Il suo scopritore prof. Amerigo Lanarice ne offrì la brillante dimostrazione profanando la cerimonia del nobel con scarpe nere e stringhe maròn.

Unico contestatore rimase il prof. Rodolfo Pervenuto, che con serrate argomentazioni matematiche e assumendo un investigatore privato riuscì a dimostrare che l’opinione di Lanarice era biasata**, in quanto suo cognato deteneva il virtuale monopolio dei mocassini in Abruzzo e Molise.

Dovette intervenire ex cathedra il potentissimo bidello dell’ISIS, Istituto di Studi Italiani Superiori, rag. Felice Raffermo, chiarendo che il problema era ancora poco studiato e che per venirne a capo bisognava almeno costruire un acceleratore di particelle grande quanto il Golfo del Messico, e che l’impresa valeva la spesa perché ci sarebbero state grosse ricadute in tutta la filiera delle calzature, questa eccellenza italica.

* id est quella sostenuta dal maggior numero di ciarlatani.

** ci scusiamo, ma con questi barbarismi si esprime ormai la scienza.

Q: Avete paura degli attentatori islamici?

Il problema non è tanto il remoto rischio di perire in un attentato, ma la certezza che l’unica alternativa sono le domeniche all’Ikea.

Q: Pensate sia giusto ironizzare sulle mode culturali?

A: É inutile ironizzare sulla maggior parte delle mode culturali, perché lo fanno già i loro propalatori. Come scherzare sul giullare.

Q: Che cosa vi fa venire in mente la parola “Italia”?

A: Una società di cuochi, badanti, camerieri, decoratori, musicisti, parodisti, intrattenitori, ciceroni, personal trainer, parrucchieri, sarti, filosofi del quotidiano. Come un’immensa nave da crociera arenata per sempre nel Mediterraneo. P.S.: noia, leggerezza, futilità, vizio: le parole che istintivamente associamo all’idea di una crociera descrivono anche la nostra esperienza su internet e più in generale quella sociale.

Q: Secondo voi davvero la scienza non è democratica?

A: É banale, ma le pretese di autorità di una scienza sono inversamente proporzionali alla sua capacità predittiva. L’economia pretende più autorità della medicina, che pretende più autorità della fisica classica. Ciò è ovvio perché l’autorità consiste proprio nel dominare oltre la ragione. Infatti man mano che la fisica si allontana dai classici campi verificabili comincia a pretendere un’autorità che in passato rivendicava solo la religione.

Q: Un’immagine vale più di mille parole?

A: L’immagine può rappresentare quello che c’è, non quello che non c’è. Puoi disegnare un unicorno, ma non una negazione o una condizione. L’immagine è potente ma la scrittura è onnipotente.

Q: Che pensate dell’istruzione obbligatoria?

A: Beati i nati prima dell’istruzione obbligatoria, che hanno avuto la fortuna di diventare ignoranti da soli.

Q: Vi stava simpatico Rodotà?

Rodotá non lo dava a vedere, ma nella vita aveva molto sofferto. Per un periodo si trovò come genero il Gramella. Per una persona istruita sono cose che feriscono. Il lascito del grande giurista? L’erodotá. Anagramma dell’uomo dei diritti: adoraste tonfo.

Q: Il tono dei dibattici politici è diventato troppo acceso?

A: Tutta apparenza. La programmatica disonestà del dibattito pubblico nasconde una sostanziale uniformità di opinioni. Da noi vale una degenerazione narcisistica del principio di Voltaire e molti potrebbero dire “sono perfettamente d’accordo con te ma darei la vita per impedirti di parlare”.

Q: Perché non propagandate le buone abitudini di vita?

A: Come no! Ogni anno 100.000 italiani muoiono per le cattive abitudini (fumo, obesità, serie televisive). Tutti gli altri muoiono per le buone.

Una risposta a unFAQ

  1. Pingback: Quando l’informazione diventa istruzione perché quella è diventata contenzione | Fondazione Elia Spallanzani

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