tEh phEz

L’antefatto.

 

“Il viaggio: non c’è mito più nocivo, né retorica più volgare”.

I

Sette maggio, una ludoteca di provincia. L’uomo della Fondazione è grasso, gioviale, pretesco, ambiguo. Mi invita a sedere su un pouf a forma di fungo mentre lui resta in piedi e giocherella col gessetto sulla lavagna. I simboli che traccia sembrano le oscenità del bagno di un autogrill gestito da una cultura aliena.

“Da quanti anni non ci vediamo, mister Dh…”

“Ti ho detto che non mi devi nominare”.

L’inviato inclina la testa, come se avesse visto il suo criceto arrampicarsi sulla parete del soggiorno e poi esplodere. “Un timore superstizioso, se posso dire la mia. Ad ogni modo” – il gessetto stride – “devo subito domandarle una cosa importante: ha lei l’abitudine di indossare un fez?”.

Dovrei essere abituato a questo tipo di conversazione, ma confesso che la domanda mi sorprende. Per guadagnare tempo mi guardo in giro. Non pensavo che una ludoteca vuota potesse apparire così lugubre: lettere giganti, palloncini mezzi sgonfi, strutture in lego rimaste a metà che somigliano tutte a una forca, macchie appiccicaticce. Un pupazzo di Winny The Poo giace abbandonato sul tavolo arancione, trafitto da varie matite. Dal ventre gli pendono entragne d’ovatta: l’occhio sinistro, vitreo, mi guarda follemente.

“Beh, io, in realtà…”

“Lo immaginavo”, dice tristemente il grassone. “E in famiglia non c’era nessuno con questa abitudine, qualche ardito, un podestà magari?”.

“No”, dico secco, ma ora credo di aver capito. Gli insensati vogliono organizzare una sorta di flash-mob convocando in piazza del popolo tutti quelli che hanno un fez per dimostrare qualche grottesca teoria sociologica. In effetti potrebbe anche essere divertente. L’Italia dev’essere piena di gente che conserva il fez del nonno, a ben pensarci conosco almeno un paio di persone che…

“Mister D, lei si sta astraendo di nuovo e io non ho molto tempo, devo tornare al parco per cui la prego di prestarmi attenzione. Veniamo al dunque: la Fondazione vuole che lei vada a Marrakech  e presenzi alla giornata mondiale del Fez che si terrà il 9 maggio, dopodomani. A tal fine le viene concesso il rango temporaneo e revocabile di ambasciatore e logoteta. Queste sono le sue credenziali”.

Con la mano guantata mi porge una busta color tabacco tutta sporca. Riconosco il sigillo delle grandi occasioni: UACVVM FENFIBILIF. Oh, lo splendore cencioso della Fondazione… nonostante tutto mi viene da sorridere. “Tutti questi anni e non l’avete ancora corretto”.

“No mister D, è rimasto come l’ha scritto lei”, dice il messo e si avvia alla porta. “Nella busta troverà altre istruzioni. Ci aspettiamo che parta stasera. Le raccomando di non compilare di nuovo la nota spese in maniera creativa”.

Ora è come se mi risvegliassi. “Ma io non voglio andare in Africa!”.

“Eppure…”

“Io non ci vado, non li posso soffrire i negri…”

L’uomo si ferma, si succhia le labbra. “Tz, ma come si esprime? E dire che è una persona colta…”.

Non so perché ma mi viene in mente che se questo tizio lascia la stanza il patto sarà siglato e non avrò più via di uscita. Allora mi alzo di scatto dal pouf rovesciando ciò che resta di Winny e tutto il ciarpame di un’infanzia mal vissuta. “Ma non so nemmeno dove sta Marrakech”, sbraito, “e poi il nove è lunedì!”.

“E allora? Lei ha sempre affermato che festeggiare di domenica è da pervenuti. Del resto non si preoccupi, il biglietto gliel’abbiamo già fatto noi e troverà amici ad accoglierla. Inoltre lei parla francese…”

“L’ho studiato solo alle medie!”

“… e comunque non deve far altro che presenziare e gestire graziosamente. Si ricordi che tutto questo è AMSG”.

La mano dell’uomo è già sulla maniglia. Allora lo prendo per l’avambraccio, “ma perché dovrei farlo?”, gli grido in faccia, e lui, inclinando di nuovo la testa, come se dicesse un’ovvietà: “Perché ha dato la sua  PALORA”.

uacvvum2

Purtroppo è vero. Ho giurato e comunque questa gente sa troppe cose di me. Saranno dieci anni che non prendo un aereo ma sei ore dopo sono già in treno diretto verso Roma…

II

Non mente ma cieli cambiano, con quel che segue. Noto una volta di più che il viaggio, qualsiasi tipo di viaggio, anche il più breve, abbrutisce irrimediabilmente, e che coloro che prendono usualmente i treni, con una frequenza tale che me li trovo sempre davanti in ognuna delle rare occasioni in cui mi muovo, costoro, dicevo, appartengono sempre e senza eccezione alle stesse tre categorie, e cioè:

1. giovane meridionale;
2. milf veneta;
3. insegnante sulla trentina, brutta e grassa, che lavora a 250 km da
casa e fa avanti e indietro ogni giorno (spesso meridionale, ma non
sempre);

Nemmeno a farlo apposta, eccoli qui tutti e tre. Il giovane meridionale mi siede di fronte e già dalla partenza ha cominciato a parlare al telefono. Sono due ore che viaggiamo e lui continua senza intermissione, tranne che per la caduta della linea nelle gallerie. Con un tono di voce altissimo, fin’ora ha chiamato: la madre, un amico, il padre, dicendogli di venire a prenderlo alla stazione; un altro amico, un’amica, il padre, dicendogli che il treno tarderà di dieci minuti; la madre, l’ex fidanzata, il padre, per dirgli che il treno ha recuperato; il padre, per ribadire (qualora non fosse ancora chiaro) che prima il treno tardava, ma adesso ha recuperato, perciò si faccia trovare puntuale alla stazione.

Il tipo, che ha l’aria di un enorme gatto castrato, ha anche raccontato sempre lo stesso episodio, spiegando nei dettagli che quella puttana della sua ex si è rimessa con Cesarino, ma che Cesarino non è nessuno, sa andare in moto e usare il computer e CHESTE SAPE FA’, LE’-LE’ (che sarebbe “via, via!”). Che lui NON CI POTEVA PASSARE ca chella s’era misa natavòta cu Cesarine! Ca st’iccose NUN SE CRERENO, LE’-LE’ .

All’inizio il suo tono di voce mi infastidiva, ma poi ha prevalso la depressione. Il pensiero di spostarmi, di dover andare tra gente forestiera, che non parla nemmeno la mia lingua, mi atterrisce. Vero è che nemmeno questo qui parla la mia lingua. Lo guardo con disapprovazione, ma non gli fa né caldo né freddo. A dispetto delle sue tristi vicende amorose, il ragazzo al contrario di me sembra quasi allegro, o comunque finge virilmente di esserlo, perché, e non perde occasione di ripeterlo, “COMME SE RICE, SE CHIURE NA PORTA E S’ARAPRE NU PURTONE” (cioè sfuma una possibilità ma ne viene una meglio). Questa frase piena di ottimismo suicida la dice così tante volte che ormai mi viene di anticiparlo e silenziosamente formo con le labbra mute le stesse parole, più o meno in sincrono con lui.

A fianco al ragazzo c’è la Milf veneta, seconda compagna di viaggio, che invece sta lavorando. Ha sparso sul tavolinetto un faldone di carte da un paio di chili almeno e tiene l’ipad collegato all’iphone per una più svelta e scivolosa connessione. Ogni dieci-quindici minuti chiama lo studio per sapere se qualcuno l’ha cercata, poi chiama altra gente per dirgli che aveva una settima piena, poi chiama il notaio, insomma fa di tutto per rendersi odiosa. Devo però ammettere che è proprio bella, bianca e bionda, con un nasetto delizioso, una pelle ammirevole, per la sua età. Cerco di non guardarla (lei dal canto suo non guarda nessuno) ma lei continua a provocarmi parlando con una voce bassa e flautata che mi arrapa moltissimo. Spesso deve ripetersi a causa del frastuono del meridionale ma ecco che un piccolo cambiamento interviene nell’atroce monotonia del viaggio: la signora ha chiamato il marito ed è subito passata dall’italiano al dialetto. Dice “dale el riso a la creatura che se sjonfa“, che suppongo sia qualcosa come “si gonfia”, o “si sgonfia”.

Povera donna, è preoccupata per la creatura. In particolare, sembra impensierirla il ricordo di una mezza banana lasciata dalla creatura a ora di pranzo. “Da le la mesa banana“, insiste col marito, come fosse la panacea per qualsiasi male, fisico e morale. Tace per qualche minuto e poi ritelefona di nuovo per sapere della banana. “La mesa banana, quela che la stava in sul cifone…“. Scommetto che il marito non la capisce, e del resto nemmeno io, poi penso altre cose che è meglio omettere e mi torna in mente la maledetta busta, ancora intonsa nella tasca del mio pastrano. Sono talmente avvilito dalle circostanze che qualsiasi lettura promette un miglioramento, persino i vaneggiamenti della Fondazione.

Armeggio per prendere la busta e nel farlo tocco involontariamente la mia terza compagna, seduta proprio a fianco a me. Costei reagisce con una gentilezza e una comprensione spropositate, si scusa, sorride, quasi che fosse stata lei a infastidirmi. Fino ad ora non l’ho vista telefonare, essendo (come me) brutta e quindi giustamente priva di amicizie, di ex, amanti, figli e affini. Di fronte a questo muro di telefoni, deve aver pensato che l’unica via che le resta è cercare di intavolare una conversazione con me, e lo sfioramento casuale dei gomiti le offre un destro insperato.

“Vai a…”, inizia a dire, ma io apro di scatto la busta e la mia espressione dice che sarei felicissimo di parlare con lei se non fosse che cose di grande momento mi distraggono come del resto si arguisce dalle dimensioni del plico, che incidentalmente dimostrano come io sia persona impegnata, sebbene non telefonante, e forse addirittura persona di alta valenza, il cui tempo è denaro. Il gesto, l’espressione, negano il mio aspetto meschino, l’abbigliamento usuale, se non logoro, il fremito derivante dalla forzata mancanza di nicotina. O almeno così sarebbe se riuscissi a dare alla mia faccia l’espressione che desidero, ma le tante amarezze subite negli anni mi inducono a dubitare di questa ipotesi e infatti la grassotta continua a parlare e anzi assume un tono sempre più confidenziale.

“Sai io a Roma ci lavoro, mi sveglio ogni mattina alle 5 e mezza per arrivare puntuale a scuola, adesso ho preso il treno di sera perché così arrivo prima, almeno domani faccio una passeggiata invece di stare al paese. E tu…”.

L’educazione mi impone di rispondere, ma dico delle cose generiche, anzi emetto dei puri suoni come “uhm…”, “eh”, “ah?” e nel frattempo continuo a sorridere debolmente, come vittima di rammollimento cerebrale, e squaderno davanti a me il grosso foglio più volte ripiegato che costituisce il 90% del contenuto della busta.

“Ciao D, come va?”

Riconosco subito la grafia del Fondatore, il suo tono informale. Strano, pensavo che si fosse ritirato a vita privata.

“Sappi che niente di tutto questo è una mia idea. E’ stato il Clero Invisibile ad accanirsi con questa storia della Phiera del Phez e non ti nascondo che mentre scrivo loro sono qui, alle mie spalle. Sono venuti a casa mia.”

Cazzo, allora è come temevo. Cerco di concentrarmi nella lettura ma le voci dei miei tre vicini continuano a martellarmi nelle orecchie.

“Già. Siamo a questo punto. Scusami se lo dico, ma in parte è anche colpa tua. Ti avevo avvertito che la tua politica della segretezza paranoica ci avrebbe portato a questo, Cesarine! Non so nemmeno chi è questa gente, ma fa sul serio. Mi dicono che se sjonfa, se sjonfa, e che se per caso stai pensando di vendere il biglietto per Marrakesh e sparire nella notte ti sbagli, perché sai, gli studenti sono così scostumati“.

Cosa? CHE COSA?

Mi guardo attorno con aria feroce ma il tavolino è una trappola di viaggiatori tipici, contro cui non esistono scongiuri efficienti. Per alzarmi dovrei rivolgere la parola all’insegnante e il pensiero di offrirle l’occasione di rispondere mi ripugna. Sprofondo nella poltroncina di rinomato disegno e cerco di chiudere tutti i canali di comunicazione col mondo esterno tranne gli occhi.

“Mi costringono a scriverti perché pensano  che ho qualche ascendente su di te. Adesso dicono che s’a mettuta nata vota cu Cesarino, chella puttana! e nella busta c’è la chiave di un armadietto dell’aeroporto di Marrakech. Dentro ci troverai la mesa bana, ghe l’era sul cifone, ti  sarà molto utile per la tua missione. E ci hanno messo anche il BDS, quello che hai progettato tu. L’hanno costruito davvero! Se è così, allora la sicsi è tutta una truffa!

Ah, infami… il bastone e la carota! Devo rileggere ma non è finito, c’è ancora:

“Il dott. Begator verrà a prenderti. Di lui so che non è nisciuno, sàpe sul’a motocicletta.Questo è essenziale. Purtroppo non posso aiutarti, ma se riciama el notaio Balenghi sai dove trovarmi. Mantieniti forte e non dimenticare a banana, addo stà a banana? Ogni mattina alle cinque e mezza co l’atte se sjonfla, poero fiu, e soprattutto s’arapre nu PUTTONE O FA’!

Stai bene, L.

P.S. Questo messaggio, come di consueto, svanirà entro 5 secondi”.

NO!

III

Il treno si ferma, scendo di corsa: mi accolgono la notte e un silenzio benedetto.  Sono così sollevato che all’inizio non bado alla stranezza del luogo. C’è una scala mobile, ci sono lunghi corridoi, poi una sorta di atrio con un incongruo pianoforte verticale. Un uomo malvestito siede mezzo accasciato sullo sgabello.

Mi fermo, preda di un lieve attacco di paranoia. Questo stazione me la ricordavo molto diversa e per un attimo mi viene il dubbio assurdo che loro l’abbiano surrettiziamente sostituita con un’altra solo per prendersi giuoco di me. All’improvviso pare che non ci sia più nessuno in giro, tranne me e l’amante delle belle arti. L’uomo tenta e ritenta infinitamente “tanti auguri a te”, sbagliando sempre l’ultima nota. Non riesco a vedergli la faccia a forse questo è un bene. Di fronte a me campeggia enorme la scritta “ROMA TERMINI – STAZIONE D’ELITeTO“.

Cosa fare, dove andare? Sperduto, non riesco nemmeno a capire dov’è l’uscita. Per arrivare all’aereoporto devo prendere un taxi ma l’enorme quantità di cartelli e indicazioni mi confonde. Riparto in una direzione casuale. Dopo vari minuti di angosciose giravolte mi ritrovo nel bagno. Manco a dirlo, è vuoto, enorme e tutto bianco. Fedele ai comandamenti dell’Elia (Libro dei Crocevia, cap. 3), sento che devo lasciare un messaggio criptico da qualche parte e col pennarello scrivo in fretta “MORTE AL CLERO INVISIBILE” su uno sciacquone. Poi esco sghignazzando come un mentecatto e riprendo a girovagare. Sono quasi sicuro di aver fatto dei progressi verso l’uscita quando sento l’orribile suono “taan-ta-taaan-tan tan tèn!” e risbuco nell’atrio del pianoforte. A questo punto l’unica opzione sensata mi sembra gettare a terra i bagagli e scoppiare in un pianto dirotto.

I gruppi terroristici che complottano per gettare il mondo nel caos sono niente in confronto agli architetti delle stazioni, dei centri commerciali e di tutte le strutture ciclopiche destinate unicamente al bene, o per più preciso dire al male, dell’umanità. Del resto perché dovrei impegnarmi a uscire? Non ho nessuna voglia di andare in Africa. Potrei restare qui per sempre, nascosto e al sicuro, bevendo alla fontanella del cesso e nutrendomi di scarti del macdonald. Ma probabilmente verrei aggredito e ucciso da torme di mendicanti che hanno avuto l’idea prima di me. Beh, non è una prospettiva tanto più nera della vita che faccio adesso. Per qualche secondo mi balocco con l’idea, poi mi ricordo del BDS. Il Fondatore ha detto che è in una cassetta all’aereoporto di Marrackech! Ho perso dei mesi a progettarlo e se quei balordi l’hanno davvero costruito devo averlo a tutti i costi. Ma potrebbe anche essere una sporca menzogna, un inganno per trascinarmi alla loro ridicola sagra del Phez. La chiave, comunque, c’è davvero, e ha anche il targhettino in arabo e francese.

Mentre mi arrovello, il suono cessa. Il devoto della seconda musa ha gettato la spugna, si è alzato e ora viene verso di me. L’avvicinarsi di un essere umano mi provoca sempre un certo panico, non so dove guardare né cosa fare delle mani. C’è anche il rischio che costui mi rivolga la parola. E se fosse uno dei sullodati mendicanti assassini? Sento i muscoli del viso irrigidirsi e prima ancora che lui parli mormoro “non ho spiccioli” e, anche se non so perché, a riprova mi frugo nelle tasche.

“Vuoi qualcosa per la macchinetta?”, dice l’individuo. Ora è a mezzo metro da me e mi accorgo che è un vecchio. Capelluto e barbuto, indossa un giubbino a squame color prugna e dei pantaloni di velluto. Però non ha l’aria patibolare tipica del popolo. Si direbbe più che altro un orsetto di monte che abbia preso di muffa.

altro vecchio occhi blu

Visto che non rispondo l’uomo mi guarda per un attimo con degli sconcertanti occhi azzurri, sbuffa e si allontana. Tiro un sospiro di sollievo, poi realizzo che quel tipo è la mia unica speranza per uscire di qui. “Ahem”, esalo, e poi “senta, bell’uomo…” (non so mai come rivolgermi a queste persone). Ma il tipo non si gira, per cui lo seguo e svoltato un angolo vedo che sta raccattando dei libri da un banchetto.

“Buonasera”, dico rivolto alle sue spalle. “Ahem… per caso lei è del posto?”. La micidiale idiozia impiega solo qualche millisecondo a raggiungere le mie orecchie, ma ormai è troppo tardi. Dio santo, devo calmarmi, trovare un modo per comunicare con l’esterno. Le mani mi sudano e mentre mi impongo di non correggermi sento che sto già dicendo “cioè, volevo dire…”.

Adesso il tipo si volta e con molta calma dice “ci sono le telecamere”, a titolo di avvertimento. “Ah!”, esclamo, come se mi rallegrassi con lui per l’arredamento. “Ottimo, ottimo… mmm… vedo che ha proprio, ahem… proprio un bel banchetto con dei libri muffi e quindi lei…”.

“Si?”

“Lei è l’abusivo dei libri!”, concludo trionfante. Mi complimento con me stesso per l’abilità con cui sto gestendo questa complicata situazione sociale. “Sì sì, ora capisco! Per un momento avevo pensato che lei fosse un vecchio pazzo!”.

“Ahahahah!”

“AHAHAHAHAH!!11!!! Assurdo, vero? Oppure peggio ancora uno di LORO

“Ohohohoho!

“Le cose che uno va a pensare!”

“Eheheheh” ride il vecchio, ma adesso solo con la bocca, mentre mi fissa di nuovo coi suoi occhi blu cianuro. Poi la sua risata finisce di colpo, come se chiudesse un rubinetto. “Io me ne vado”, dice, e butta una paccata di libri in una specie di rispostiglio.

“No aspetti, per favore devo andare all’aeroporto mi dica dove sono i taxi, anzi non me lo dica perché già lo so, mi dirà qualcosa di generico e popolare tipo vai diritto poi a destra e poi SALI e io mi perderò un’altra volta, no senta mi porti all’uscita, non mi sento tanto bene!”.

Ho parlato così in fretta che non deve aver capito una parola, ma il mio tono piagnucoloso l’ha insospettito (succede sempre così, chioso mentalmente ) per cui l’uomo resta in silenzio e porta la mano alla tasca. “No aspetti, non chiami nessuno, non ho il senso dell’orientamento, sono analfabeta, non so leggere i cartelli! Non vorrà mica infierire su un analfabeta?”.

Un ottimo discorso, devo dire. La gente è sempre comprensiva con gli ignoranti, per una specie di istintiva solidarietà. Avrei potuto evitare la parola “infierire”, però. Per dare maggior credito alla mia presunta natura di uomo del popolo mi metto a bestemmiare come uno scellerato. Nomino più volte la Madonna, e specificamente quella di Pompei.

“Giovanotto non mi fai ridere.  L’uscita è di là, devi solo andare ADDRITTO”.

Indica in maniera generica e popolare verso sinistra ma chissà perché ho l’impressione che stia dicendo la verità. “Ah grazie!”, esclamo, e poi ricordo che presso questi popoli niente è gratis, bisogna sempre pagare, dare la mancia, qualcosa del genere. Mi frugo in tasca e tiro fuori due euro, sto per darglieli quando capisco che potrebbe essere una violazione forse letale dell’etichetta offrirgli dei soldi così, come a un pitocco. Lui in qualità di venditore abusivo di libri d’accatto è almeno due tacche di signorilità sopra il mendicante comune. Allora (sto davvero entrando nella mentalità di questa gente!) decido di comprare un libro. Ormai sul banchetto ne restano solo tre o quattro e prendo il primo che capita. Sulla copertina ci sono degli uomini col cappello visti dal basso e il titolo dice “scritti scelti”.

“Ah e prendo questo”, dico raggiante, allungando i due euro. Ma l’uomo adesso sembra davvero seccato, senza badarmi butta il resto dei libri nello sgabuzzino e se ne va. Resto coi miei due euro in mano e il libretto. Mentre si allontana lo sento bofonchiare “drogati…”.

In piedi, sudato, stanco, umiliato, dico al vuoto circostante: “No, non sono un drogato. Sono solo un uomo un po’ infelice, che ultimamente ha perso molto peso, tra le altre cose”.

Poi mi avvio verso l’uscita.

5057153720_b68f3c9aff_b-622x466

a

forza, veloci! discesa all’aeroporto Culosporco di Marrakech! e poi magari in piroga, verso il sud! e le ere delle iguane… a maggio in marocco è veramente uno spettacolo, neanche un po’ miserabile come dicono, un rigoglio anzi! da farti formicolare il sangue! e l’adescamento indigeno…
bello tirato, col mio mitragliatore combinato bazooka da sessanta colpi al secondo, calibro nove, senza rinculo, garantito, culatta flottante! tremila colpi al minuto! corazzati, profilati! e l’elmetto e il giubbotto, fibra di carbonio, tecnologia ferrari… sottile come sfoglia, gelato! programmato per disperdere l’energia cinetica, che altri chiamano vita… e per sicurezza il parapesce innestato notte e giorno, sterilizzo totale… come se fossi io, e non i tribbali, a spargere seme pel mondo! io,  portatore di pace! in fila con altri di ogni nazione! minimo la laurea, è vero, molto educati, comprensivi… tranne Palumbo! raccomandato dalla culla, già in fasce! di ferro, a tutta prova, garantito anche lui, altra culatta…

caporaaaaleee!
eccolo!
ma dove stanno gli scarafaggioni? o ce la dobbiamo fare a piedi fino all’albergo? in mezzo alle mine! questa gente è traditrice, diceva il professor Begatòr, vedi come te lo dico! mezza mina, neanche un etto, te lo dico! e tutta questa ferraglia non ti salverà! tu che dici, ce ne sono?
ma che cazzo! siamo ancora in aereoporto! qui nessuno ci vuole male!
mica è vero… dimmi chi ci vuole bene…

gli facciamo venire la rabbia, mi sa, con questo aspetto florido… le autorità locali, adesso viene la pagliacciata dei saluti… ma non vedono l’ora che sviaggiamo! per ripigliare i loro sporchi trucchi… tutti i pascia e alcalà, tutti i cadì… eredi di un impero marcito dal principio, si può dire, da prima di iniziare… sospettare, sospettare sempre… forse che questo stronzo ha ragione?

l’accoglienza non è granché, in verità… ma perchè poi Marrakech? dev’esserci sotto qualche promozione del Clero Invisibile, o della Virgin… l’aereo… virgin… colorato e bollicine… per dare meno nell’occhio? con questo arsenale? c’è della schizofrenia nei nostri capi… tutti politici, viziosi del confondere… mitra e bollicine, con una mano ti ammazzo e con l’altra… ecco viene il podestà! specie di gran visir…

amico mio! provvidenziali amici! senti come sbraita… i vostri veicoli vi attendono al più presto! ma non sia cosa che ve ne andate a fare nel mazzo senza aver preso l’aperitivo! al bar “gazzellaverde” del nostro bell’aeroporto! notate, amici, intelaiatura di legno! architetto italiano, una finezza! lei, vero, Palumbo, oriundo?

tutto questo in una stretta di mano… il Palumbo già vacilla, conquistato! basta parlargli di arredamento di interni e lo fai contento… lui, per lui, l’architettura sono le lampade a stelo… e poi è di casoria, me l’ha detto una sera… casoria! MWAHAHAHAHAHA…
io sono esilarato… sarà anche il caldo, non dico di no… e la sfilata fino al bar, tutti compiti… armi in pugno e nessuno si scuote, ci guardano appena… si devono credere che è arrivato il circo! neanche una benda, un telo, tutti in giacca, le donne in tailleur… avranno stanato la borghesia meno pustolosa del marocco per farcelo vedere bene, che sono gente moderna!..

senso di irrealtà. l’aeroporto, una quinta, noi i pupazzi, e loro… che siamo venuti a fare si può sapere? saprò, saprò tutto… domani… nella libbera repubblica del marocco! viva il MAROUCCO!

però, mirabile quest’aereoporto! un soffitto che è l’epitome, il colmo… il sogno… per ossessi del parquet… listellini, listelloni… sui soffitti, dappertutto, a forma di palma, di baobab, si ramificano… copia di madrid, d’accordo, ma di buon gusto… molto inglese… e a proposito, questo non mi torna, chiederò, dovrò sapere…
un bar, figuratevi un campo di calcio… verde smeraldo, schiaffi alla miseria… e se non erro nel bel mezzo uno spremiagrumi dimensioni tirannosauro, dorato!.. devo averlo già visto da qualche parte, mentre sognavo… tutta la maroccheria pronta a riceverci! uno sfoggio… Palumbo al settimo cielo, foto, lampi di flash… io, per me, la mia faccia… meglio defilarsi… non sono mica convinto che ce la caviamo in mezzo a ‘sti negretti…

il nostro gruppo si rilassa. tutte facce serie, ve l’ho detto, e un livello culturale francamente angosciante… ma tutti anche del sud, noto, tranne Begator, che però è mezzo albanese e quindi più terrone ancora… tutti greci, spagnoli, taliani, io sarò dei più settentrionali… a vederli non diresti, biondi… il biondo delle rasature radicali… alti, chiari…

yes i knoe my business, banfa il Palumbo strafogandosi di olive… i knoe! i knoe! ahahahaha…
ridono… mi cerco un sedile un poco appartato… chissà se hanno il wi-fi, scommetto di si… col mio portatile in titanio, fornitura standard… me lo apro a libretto, sbircio… si, c’è! la lucina verde, vediamo che si dice…

oh… pronta delusione… giusto il solito insulto, la solita loducola… e dire che sparo certe cazzate! ma non attiro l’attenzione, da dieci anni, oramai… non mi cagano più! e l’insulto poi, sempre lo stesso… blocco l’ip, ne prende un altro… chi è quest’infame, prima o poi lo trovo… mio fedele lettore, lascia che ci incontriamo… e già che ci sono cancello un po’ di roba, altra la sposto, così senza motivo… una volta scrivevo lunghe e oscure poesie, mi veniva naturale… versificavo come il pruno pruna! come il lupino… e invece adesso… mi sono un po’ incallito…

pacche sulle spalle, olà, che fai? e la consegna? niente comunicazioni, silenzio radio! è chiaro? camerata! davo un giro di antivirus! per un più di sicurezza, tu mi conosci…
ma questo chi è? mi avranno reinquadrato almeno trenta volte, non mi raccapezzo nelle divisioni… prima milizia UE, poi aggregato al comando, poi assegnato, ricomandato! legazione ONU, ambascerie, riforma completa… ma sempre agli ordini della Fondazione, o del Clero? un casino… e sempre nuovi compagni, sempre diversi… solo il Palumbo perdura, inevitabilmente… mi pare però che dopo la strage del piazzale si comporta un poco meglio… eccolo lì che si pavoneggia… mi avvicino, sono curioso… lo becco a parlare di fregna con l’addetto culturale… un discorso che non stanca…

capitano!
si blocca, mi guarda storto, e finiscila!
capitano… se non è manco tenente… la scuola ufficiali non l’ha fatta… però meglio evitare, ne sa troppe… e poi è più bravo di me a mettere in imbarazzo… che è il motivo per cui comanda… è anche più alto, più bello! viso romano, gli manca solo la verdura sul casco! un amico… sì… da morti, sono amici…

tornano brutti pensieri, il sole passa attraverso questo capolavoro di soffitto come centomila denti di pettine, che ora è? alle volte mi pare… fuori, sul retro, attendono i nostri bei scarafaggi. sei scatoli di acciaio drogato al bario, tungsteno, neri e duri, del tutto amorfi… ma versatili! dio sa quanto! mezzi carri armati, mezzi anfibi e mezzi fottuti in gùlo… un successo nostrano, dopo anni di dibattiti… così acquattati, sembrano assorbire la luce dei dintorni… prosciugarne gli altopiani… sei pedine della dama, pronte a cavalcarsi… e dentro il meglio in fatto di sterminio: bombe, missili, cannoncini binati, fosfori di tutti i colori, verdi, bianchi… da radere al suolo mezza città… impressionante, davvero, la forza e lo stile! casse da morto per i giganti… li ho studiati a lungo, fanno paura… ma a chi, dobbiamo fare paura? siamo quattro gatti! in un continente affamato! per vigilare alla phiera del phez! ci mangerebbero volentieri, fosfori e tutto quanto… per digerire…

a chi chiedere, come sapere la verità? vero che il briefing non finiva mai…. però non ha senso! assicurare il rispetto dei diritti… e bombe atomiche sui cingoli… anche l’ambasciatore, dal canto suo, sembra dubbioso… palpa il cassone, lo guarda da sotto gli occhiali… lui lo sa che c’è dentro, glielo si vede in faccia… ha una gran fretta,
dopotutto, che ce ne andiamo… strette di mano, sempre sorrisi! cazzo, che dico… non c’è da temere!.. che ci abbiano affidato una cosa importante… sarà solo per scrupolo… e comunque si parte! addio Marrakech! l’albergo è lontano… sempre per sicurezza ohohoh, tutto da ridere… per campi e brughiere andiamo andiam… brum, parte il primo, meccanica mercedes… in fila indiana, bersaglio perfetto dell’isis… adesso, quando ti spiano, non c’è verso di saperlo… vavè, vedremo!.. domani… e ho poco tempo! un’ora, altre dieci pagine… di questo passo non sarà mai finita! non divago, ma ne sono successe di cose!
perdonerete il tono concitato, capirete, alla fine… poco prima…

b

e quindi ancora in Maurocche, albergo “sheraton”, tanto sono tutti uguali!, tetto di paglia e rispetto della natura, e delle tradizioni locali… lo staff d’animazione… dietro la montagna tenute immense, dove la leonessa intratteneva il suo amante gatto bianco… e prendevano l’aereo, i due coloniali, per andare più comodi sul poggio… dove un giorno avrebbero scavato le loro tombe!.. detestabili inglesi, sicuri anche nella fogna… tutto il contrario di me che mi cago dell’ombra mia e mi pare di essere osservato, su sta terrazza, nella piscina… ho i miei motivi! viene il Palumbo…

Darbamù, dietro di me!

ma sono a riposo, è la mia ora! vaffanculo! ho il mio contratto, ho dei diritti!

chiudi quel telefono è insubordinazione! ci tracciano fino nel cesso col tuo segnale! ci triangolano! guarda cos’ho! sorride, il troio…

capitano! ma sto telegramma tanto piccirillo…da dove? bomarzo! e molla! ah!… se ne scappa col mio fono, figlio di puttana… gli corro appresso dentro una porta, nelle cucine… lo vedo, il pazzo, che entra in un forno! grosso quanto una roulotte, da cuocerci i lifanti, tutto maioliche, ma strano per l’africa… maniglione in acciaio! apro, mi infilo, lo stronzo è lì e ridacchia accoccolato sul fondo… Darbamù! senti, tu non sai niente! non ci credo… mi arrampico anch’io nel forno, come due bambini… che pena, madonna del carmine… e non lo lascia il foglietto! bada che lo strappo! sta’ fermo! e zitto! senti…ma che vuoi? chiudi la porta, bravo, così… qui dentro, meno pericoli… intravedo il simbolo della FES…

mi gelo… lo sapevo, lo sapevo! che non poteva essere solo questa stronzata del phez… tu non sai niente, mi guarda compassionevole… credi che il tuo trucchetto elementare… non ci hanno creduto neanche un minuto! mi sventola davanti il foglietto, faccio in tempo a leggere le prime parole, “egregio socio…”

tu non sai chi ho dovuto scomodare, sbraita il Palumbo e il suo volto si tinge di paura, come se solo nominare l’altissima personalità comporti il rischio di una pena, la silenziazione… sussurra… lo Ierofante Supremo… no! sì…

all’improvviso ho un rivelazione: capisco di essermi chiuso in un forno d’acciaio con un demente. un demente armato! ma armato anch’io però! da capo a piedi… pistola, mitraglia, cannone! e bombe a mano! da cinquemila scintille! ed è ora che le usi! oh, sì… levo la sicura, dammi il phono… Darbamù che fai, mi vuoi sparare? qua dentro sai che tuono? ahahahaha… che, vuoi sfondarti i timpani? ride… incredibile… non ha paura! non gli faccio paura! sarò sempre un subalterno, poco da fare!

basta capitano, ci rinuncio! tieniti il foglietto… che poi, fingo di non capire, chi può mai essere? non ho nessuno! saranno bollette! ti prego basta con questa follia…

mi piglia il braccio, trema completo… Darbamù, stammi a sentire… ci hanno mandato qui per una grande missione… dobbiamo liberare l’oleodotto d’oriente! dalle scimmie catarrine… tu capisci, eh, capisci?

ne approfitto per sbirciare, è mai possibile che ci sia scritto quel che leggo? …dobbiamo constatare che è di nuovo in ritardo col versamento della quota… ma il maledetto scatta, si porta il foglietto alle labbra, lo mastica di gusto!..

capicci dabbamù? l’olo-odotto!

esco, le lacrime agli occhi… rinculo… lo sento ancora che ride nel forno… e questo è il capo della mia missione, a immagine dei suoi superiori… tale e quale, ne ha assimilato le forme… adesso per un sollecito di pagamento faremo a pezzi la foresta, in mille brandelli, e ponti case, piantagioni… per ricacciare le scimmie catarrine nell’abisso da cui provengono… devo fare qualcosa! ma da un paio d’anni sono elemento sospetto! se chiamo il comando, come minimo riaprono il mio dossier… non sia mai, mi resta solo la fuga, ma dove vuoi che vada, non ho soldi, né cibo, non ho skill! e camuffarmi tra i negri non si può! poi la piastrina, i segnalatori… che devo fare?

quando esco il cielo, così vasto sopra il tempo dissolto, si adombra talvolta delle sue cupe nuvole; che vaporano rotonde e bianche dai monti e cumulate… e annerate, ad un tratto! sembrano minacciare… chi è solo sulla soglia, lontano… terribilmente… da… da…

guardo adesso… poi nello scarrafone non avrò più modo… tutta la distesa di terra rossa fino ai tuoni, alle lampiàte… l’aria chiarissima, sole gigante, vita che ignoro… ne manca un pezzo… i ragazzi giocano! a pallone, sulla terra rossa… più tardi avremo modo di discutere, come tra familiari, commentare i giornali… questa parte della vita militare mi ha sempre attirato, l’aria di collegio, ma più adulta… e anche se non c’è niente da temere…anche se è solo un lavoro, e io sono innocente, sento che sta arrivando una tempesta.

cap. III omne animal triste post prandium.

la colonna sonora dell’albergo, rimasticatura in italiano di ymca… e a cena pecora e manghi! che mi credevo fossero persiani… quando un cameriere urla a un altro: bocchinaro! chiattone! così, senza motivo. urla a uno dall’altro lato della sala, saranno scarsi duecento metri… quello però non se ne dà per inteso… allora il nostro posa la cucchiara grande con la quale versava pisielli e scuote il capo… con immedicabile sconforto, si direbbe, con dolore… ci pensa un attimo e ripiglia

uomo di merda! questa è la volta che ti sderèno! per essere un marocco parla bene la mia lingua… con varie inflessioni dialettali, del nord, del sud… ha anche una bella voce profonda… ed è alla fine dell’ira, si sente, come se fosse un discorso cominciato tanto tempo fa… chiavica! cesso sfondato, minchione! in bocca, lo devi pigliare, uecèsso! il destinatario, tutti lo guardano, continua a servire come niente fosse… e insensibilmente si allontana verso la fine di questa sala da matrimoni marocca, sullo sfondo di contumelia miste a ymca… la faccia gli fa le boccucce… non fateci caso, sembra dire… come si fa di un parente bislacco quando gaffa… ma il nostro, qui al mio fianco, alza il suo grido!… in tono salmodiante adesso…

figghiebbottana! tu lavare il culo ammè! pagliaccio, minchione, ricchione, STRONZO!

abbasso lo sguardo, mi sento quasi in imbarazzo… tutta la tavolata… ad entrare in questo intimissimo colloquio… l’aria si fa pesante, li vedi, ‘sti soldati timidi come bambini con le bave quando assistono impotenti a un litigio micidiale tra i loro genitori, un odio incomprensibile… e il farfallino dell’altro cameriere, magro magro, la femmina del duo, pare divincolarsi, con le anglosassoni maniere… un atteggiamento molto anglosassone, questo frocetto, molto fastidioso… saluta con la manina, rincula, si direbbe, sempre più lontano… possibile che la stanza non finisca mai?

e nelle orecchie più forte il primo vocione: puttana! neanche un pesce sai tenerti in culo! sfondata! ma vedrai, per la madonna… collo teso, vene enfiate, il cameriere guarda le stelle e chiama a testimoni dell’oltraggio… gli occhi pieni di lacrime adesso, la voce rotta… quel che è successo dev’essere orrendo… tra questi due, va’ a capire… puttanna! ancora, ancora che sgràma… un profilo nobile, devo ammettere, baffetti, naso a becco… per niente il negraccio dei film, più un principe orientale… nella giacca dorata, concessione agli europei, infrascata di disegni… ricamini… ai piedi gli vedresti le babucce, mentre sono, che sono? convers? vescica! ma questo piano, come un addio… poi il ritorno di fuoco

MERDACCIA! zuzzimma, latrina! ti spacco il filo della schiena! a cappello di prete te lo faccio quel culo! a strisce, a copertone! mica domani, adesso! però non si muove, anzi, la posa più languida, più abbandonata… con la testa nel piatto, vorrei non sentire… anche perché, sia chiaro, non è detto che tutto ciò esista al di fuori dalla mia mente… mi chiedo di nuovo che è stato? che cazzo è successo, perché? i rapporti tra gli umani non sono complicati, solo irreparabili…

puttana… singhiozza, perso ogni ritegno… l’altro non lo vedo più, dev’essere finito nella piscina a furia di rinculare… e mica triste! per nulla toccato… come, di nuovo, come se tutto… non potesse che andare che così, come non valesse la pena… chi dei due bisogna compiangere? e comunque…

pu, pu… nell’apocope, si perde, come un respiro… la musica riprende il sopravvento, pubblicità dei villaggi… nel piatto le cose scivolano, i manghi, fagiolini… nell’olio misterioso… e tutto è un segno, e viene da lontano… per intervalli lontanissimi, come una nota, come… la cena finisce, l’incidente non troverà mai spiegazione… anche a questo bisogna abituarsi! soprattutto…

qualcuno sbatte una posata sui cristalli… solo il capitano… ragazzi! tutti a letto! domani sveglia alle cinque, si parte! alonso! eh! girello, pepèsce! voi tre guardia ai carri! faccio per alzarmi… Darbamù! tu…

sguardo del capitano, lieve esitazione… sguardo come d’intesa! una nube gli oscura il cervello, alza la mano, a stornare pensieri troppo fulgidi anche per quella mente magnanima! alza le mani! lì lì per pentirsi… quasi… e invece: tu… coordini.

la parola scivola lentissima sul tavolone, rotola, echeggia… di tutte le sue vocali binate… coordini!.. quindi niente stanza, niente letto! letto singolo, lusso inaudito! in questo albergone tutto per noi, sgombrato, per noi! al punto che i clienti hanno lasciato indietro i necessaires, travolti dalla buriana! sui divani color leopardo, nei cessi, dappertutto, spazzolini! sigarette, interi pacchetti… li hanno scopati fuori al nostro solo avvicinarsi, le lenzuola calde ancora, i babbà ficcati in bocca alla lesta! ma nessuno sente, sono tutti filati! e io, nel carro? pepèsce, tu che dici?… macchè, dai subordinati… mai aspettarsi niente, compassione, niente… loro peggio di me, a camminare avanti e indietro… quando lo sappiamo tutti che i carri sono imprendibili! indistruttibili, inarrubbabbili! vincolati, ognuno! al sistema biochimico di ogni soldato! che senza il fiato giusto non li apre neanche giesùcristo! neanche dio, li può toccare! ci annusano… ci sentono al tatto, praticamente… Palumbo questo è un colpo basso, l’ennesima scena… a solo vantaggio dei gufi, se ce ne fossero…

c

coordino… il cielo minaccia un tramonto scenografico, credevo che in africa facesse buio presto e invece… salgo nella cabina color pulce, ci sono duemila bottoni, mi viene il ticchio di schiacciare quello sbagliato, ci vuole mezzo secondo, questo o quello, accendo lo stereo o sparo l’albergo in culo alla luna… ma cazzo la rete non funziona! quella del carro sì, quella crittata… ci posso sbirciare i progetti segreti della NEFSC, ma niente pucchianche! la mia personale, invece, bloccata! e sono solo le nove! non sopravvivrò a questo turno di guardia… ài… AI! SVEGLIA!

blìnk.

un’altra lucina verde, il sistema esperto tattico, l’ài, per me. AI! la posizione di tutti i sottomarini nucleari!

identificati.

sputo sul visore, analizza la mia saliva…

salve. non sei abilitato per queste informazioni.

eddai! allora fammi vedere solo quelli sprofondati!

non sappiamo esattamente dove sono.

cazzo fai un’ipotesi, interpola!

il video si riempie, le coste del mondo in un seppia delicato… guardo solo quelle… AI, proietta su una sfera! e cambia stile! adesso un globo cartapecora, ogni cento megatoni un punto rosso, un rubino… questo disegno gliel’ho insegnato io… preso dalla mappa più falsa del reame, quella americana dei vichinghi… e secondo te avremmo perso un sottomarino al largo delle isole salomone?

è storico.

e cosa ci faceva? non c’è niente.

diversivo.

perché è affondato?

non è affondato, non è esatto dirlo. abbiamo solo perso il contatto.

ma da quanto tempo?

quindici anni.

MWAHAHAHAHA! tiro un cazzottone dentro la cloche, così si fa, così si sta tranquilli, AI! io e te, quando perdiamo i contatti li perdiamo alla grande! uaz uaz… se continuo così lo premerò quel bottone… spegni tutto! spegni gli occhi, gela… fammi vedere saturno! eccolo, il più omosessuale dei pianeti… alza il volume, ripeti! daccapo, di nuovo! cosa abbiamo su saturno?

idrogeno, elio…

cosa abbiamo noi uomini!

due satelliti per rilievi.

e che rilevano?

temperatura meno duecento, venti equatoriali in aumento, formazioni cicloniche…

belle?

…di breve durata.

eggià. mostramene una, per favore.

connessione…

guardo fuori, buio mangione, completo… sono le dieci e quattro minuti… il cubicolo che è questo affare illuminato dalle tempeste di saturno… davanti il nero, dietro… la musica esce, segnala… metti una cosa più soft! mi addormento…

cap. IV, prima

il capitano, era dunque un mostro? fatti avanti Darbamù! to’ il megafono! ma capitano che devo farci? quelli sparano… e infatti sparavano, tre di loro chiusi in un’ottoecinquanta marrone insieme a due donne, fermi al posto di blocco che non andavano né avanti né indietro, le ruote già bucate, i vetri sfondati, le schegge per terra, già dappertutto, magari granate!, che devo dirgli a questi telintesta del cazzo? capitano! che devo dirgli! Darbamù tu leggi il greco! senza che fai storie che ti ho visto! e anche l’arabo, tutte quelle caccole di lingua… quando, l’ha visto! ma capitano, in nome di dio, è solo il libro di un arabo! l’autore, è arabo, ma è tradotto! attar… urla, schiamazzi… dove le avranno raccolte queste due troie? in qualche stazione televisiva… e colpi, se ne hanno! a carrettate! munizioni! di mitraglia, essemmegì, addosso a me! mi butto per terra. ma il capitano non tiene paura, puffo dell’onu in mezzo alla tela dei piombi! c’è già scappato il morto una volta… cagone bastardo! collega! mi ingiuria… mai l’ho potuto soffrire… stessa università, lo stesso mestiere… e trovarmi dopo dieci anni a parigi non gli ha giovato, la vecchia ruggine… tutti nel plotone! il plotone s’è squagliato mezz’ora fa, quando quei mattocchi hanno cominciato a sparare… versi gutturali, un’altra raffichetta… ma amichevole, così, di avvertimento… nel cartellone stradale già tutto a sbrendoli e buchi, ci spariamo noi, la notte, per sollazzo… ci sparano loro, a me! le armi, mi fanno paura… colò, colò! ma che gridano? chi li capisce? che vogliano un medico? li abbiamo colpiti, questo è sicuro… pezzi da cinquanta millimetri! da sfondare pure i blindati, da parte a parte, carne e metallo, spruzzi… ma sparano, però! piangono e sparano… Darbamù, sei la vergogna… livido di rabbia, sopra di me, questo capitano sarà la mia morte lo sento… in piedi! sbraita, to’ il megafono! parlagli qualcosa, ho già chiamato i reparti speciali! non facciamo figure di merda… la solita talianka, cacca al culo e ritirare! è la tua occasione… dalla macchina altre grida, il poliziotto steso a terra… l’hanno ben conciato, il mangiarane, morto come una matita, steso per lungo, e adesso, a me? vero che sono corazzato, ma la faccia… è che gli arabi non mi stanno neanche antipatici, neanche tanto, non più degli altri! allora prendo il megafono e grido piscioni! puzzate ancora di pecora! fuori da quella macchina e vi daremo due pagnotte! lasciate le troie, c’è mica bisogno! filmini vi daremo, giornaletti! si azzittano, allora capisc… che fanno, riflettono? eccolo che mette la testa fuori dal vetro, il più barbone, il più mustafà di tutti quanti, mi guarda, gli occhi bianchi degli orientali, bianco e caffè, sopracciglia dolcemente arcuate, le narici… ah amico mio, che successo avresti tra le alunne liceali! con la tua faccia da assassino… e quegli occhi michelangioleschi… invece no, si incazza, apre la portiera, deve essergli scappata la pazienza… o si arrende? e dalla camionetta alle mie spalle viene il rumore più forte del mondo… a filo sulla testa una catena intrecciata di proiettili… scavano l’asfalto, come se fosse mò, lo rivedo, il sentiero di colpi ad alzo zero, fanno un vento! da levarmi l’elmetto e in due secondi arrivano ai fanali, al cofano, che si accartoccia sotto il colpo… come buccia, un palloncino… la macchina si piega in avanti, l’arabo di merda fa due passi, si volta, non ci crede neanche lui… che da quella bocca poteva uscire tanto fuoco, che cammina! sulla cappotta, come una lamina, la macchina si alza, trema! e infine scoppia, sbatte tutto per aria, negri e cocotte, tutti i pezzi ad arco! nel piazzale dell’ambasciata, il frastuono! fumo, e in mezzo l’arabo, tutto moscio adesso! molto ragionevole, faccia all’esplosione, duro a morire, ma io no! il capitano… Darbamù, tu sei un pazzo! un delinquente! vieni qui… è tutto sudato anche lui, il porco… bisognerà spiegare! tu che hai fatto legge… di colpo gentile… amicizie nei carnai… ma chi ha sparato? e bisognava sparare? mi volto, sulla camionetta c’è nessuno… chi ha sparato? si erano squagliati tutti quanti! ma quel vecchio? quello che timbra i passaporti, che fa vicino al blindo? lo vedo, tutto fiero… certo non ci vuol nulla con queste mitraglie di adesso… basta un salto, e hop! nel blindo! mi viene il dubbio… mentre al caffettano nessuno più lo caga… sta ancora lì, davanti ai rottami… ci da la schiena! col mitra alla mano, ma floscio… questo bisogna arrestarlo, almeno… capitano! ho capito Darbamù, ma se poi parla? che cosa gli diciamo? la responsabilità del blindo è tua, come soldato anziano! Darbamù! ma senti ‘sta latrina… la responsabilità morale, Darbamù! tu hai detto delle cose francamente orribili… adesso sembra imbarazzato… dalla mia rudezza… il volto di un bambino che ha sentito bestemmiare cristo in chiesa… tutta una delicatezza… e chi se l’aspettava, anche nei porci… capitano! c’è rimedio! prendiamo l’arabetto… Darbamù! tu mi fai tremare! i miei galloni e lo stipendio! sei un vigliacco… uno per lato, l’arabo non resiste mica… ancora inebetito, la faccia gli splende di roghi, è tutto molle, le mani… la mia mano sulla sua, dito su dito… sporco di fuliggine, come se venisse fuori da un comignolo… ohohohoh… la mano sulla mano, nell’occhiello del mitra, ci entra giusto giusto… pra pra pra prà! quasi piano… allora si sveglia, si scuote! come se l’avessimo toccato tra i coglioni, si rivolta tutto daccapo! pra pra pra prà… ma fiacco, fiacco… addosso a noi, al capitano! Darbamù! figlio di puttana! altri spari, vedo niente, vado a terra, che succede? fa male! è lui… sento niente… tutto kevlar… resiste… due 7.65 in piena pancia e regge ancora… non hanno mai avuto nessuna possibilità, davvero… e ceramiche spaziali… capitano! con che coraggio! a me va bene ma a te, che sei un buono! un umanitario! nell’eroico tentativo… persino l’arabo aveva capito prima di schiantare… ma la commissione no! ed è così, ferito in azione, che mi hanno fatto caporale… a trent’anni… neanche presto…

IV

“Dottò”

“Mpf…”

“Dottò?”

“…mmm… mi hanno sparato e sono morto…”

“Svegliete dottò, semo arivati”

“Chi è, dove, che cosa, Palumbo?”

“L’areoporto dottò… so’ cinquanta euri…”

L’aereoporto? I listelloni? Ma è tutto buio. Allora sono morto davvero. Dove sono, Chi è costui? Mi strofino gli occhi, guardo meglio… una faccia inquadrata dai poggiatesta, stanca, paziente, vagamente caprina.

“Dottò, so’ le due, io me ne devo annà…”

Un rumore come di lontana autostrada. Col misto di gioia e raccapriccio con cui ti svegli la mattina della rettoscopia che avevi pazientemente prenotato con due anni di anticipo per le 8.30 di venerdì e ti accorgi che sono le 10 e un quarto, così faccio un salto sul sedile e sbatto la testa contro la cappotta. Sono all’aereoporto di Roma. Il viaggio, Marrakech, l’albergo, la sparatoria, non è ancora successo nulla… devo essermi addormentato nel taxi e quest’individuo mi ha usato la gentilezza di non svegliarmi mentre il tassametro presumibilmente continuava a correre.

Bofonchio delle scuse, mi frugo nelle tasche, il sogno orrendo dilegua con una velocità tale che per un attimo mi sento quasi defraudato. Da dove venivano tutti quei nomi, le facce i dettagli? Possibile che?..

Con calma e serietà tiberine il tassista nel frattempo si è acceso una sigaretta. Deve essere abituato ai clienti beoni e sfatti, costretti a rincorrere treni ed aerei per recarsi all’entusiasmante velocità di ottocento chilometri l’ora verso il macello. All’improvviso mi rendo conto che il solo fatto di trovarmi in una taxi davanti a un aereoporto fa di me un turista, forse la forma di vita più spregevole dopo il giornalista sportivo. Per l’ennesima volta il mio essere si ribella all’assurdo diktat della Fondazione e alla sua sporca fiera del Phez.

“C’è un albergo qua attorno?”, domando di botto.

“Eh ce ne so’ cento dottò”.

“Portami… non lo so… portami al più vicino”.

“Che dottò gl’hanno sospeso l’aero?”

“No no, però…”

L’uomo si gira di nuovo, caprino e accomodante. La sua espressione dice che da un turista puoi aspettarti questo e altro. Forse sente di dover mettere in chiaro un paio di punti.

“Beh dottò, si lei volete annà all’arbergo io ve ce porto, però così la corza è piena ennò a forfette”

L’accento di quest’uomo mi insospettisce. E’ così simile a quello di un brutto telefilm sui carabinieri che mi viene il dubbio sia fasullo. Forse anche questo è solo un attore da quattro soldi, uno dei tanti che mi stanno sorvegliando e che riferiscono alla Fondazione. E anche se fosse, che mi importa? Dopotutto che cosa possono farmi? Per metterlo alla prova pronuncio sottovoce la terza parola barbarica, “fnord”, ma lui non batte il ciglio. Il che, devo dire, non prova granché.

Incerto, sperduto, resto a fissare il tassista per qualche secondo di troppo. Accorgendosi della mia debolezza, il gaglioffo ha il coraggio di sorridere.

“Che dottò gli ha preso paura dell’aero?”

Paura? A me?

“Co’ tutte ste cose che se sentono”, continua il tassista, interpretando il mio silenzio come una conferma. “Ste bombe, ‘sti matti…”

“No egregio signore”, mi sorprendo a rispondere. “Io non ho paura nemmeno per il cazzo e sa perché? Perché io, come ho l’onore di dirle… io, per dire, riguardo a questa cosa degli attentati, io per me sono sereno! direi anzi che me ne infotto! Perché non rientro nel target: non vivo in una capitale, non vado a teatro (tanto meno a sentire l’evi metal) e a dirla tutta non frequento nemmeno i bar o gli stadi e non prendo manco l’aereo, quindi per me possono fare tutto il terrorismo che gli pare, tanto le vittime saranno persone che in fondo non stimo. Non rientrando tra i possibili obiettivi la mia preoccupazione è limitatissima. E se poi cambiassi atteggiamento e, per pura ipotesi, prendessi quest’aereo, l’eventuale deflagrazione non mi toccherebbe, perché a quel punto non sarei più io! Il vero io, intendo. Se cadessi così in basso da mettermi a fare il turista, il mio vero io guarderebbe la tragedia con sommo disinteresse! Anche perché, a ben vedere, le vittime di questi attentati sono spesso miei concorrenti o avversari. Sul piano diciamo così ideale, visto che il loro modo di vivere si conforma a principi opposti ai miei: sono turisti, gente che pratica luoghi di socialità, giovani che mi contendono la figa, a volte anche hipster, quindi anche se sono sempre infinitamente meglio degli inculapecore però non è che mi dispero per la loro sorte, e non lo farei nemmeno se fossi tra le vittime!”.

Mentre sparo questa grandine di stronzate devo avere la faccia giusta perché al tassista quasi casca la sigaretta. Non che abbia capito nulla, ma il tono dev’essergli bastato. Approfitto del suo sbalordimento per dire quello che ho in gola da ieri mattina.

“Già, egregio amico! Perché è bene chiarire che non c’è quasi nulla peggio del turismo, e ormai non esiste una forma di turismo che non sia sessuale! Andare per sette giorni in paesi arretrati alla ricerca di facili quanto effimere soddisfazioni e poi farsi truffare dai locali ipocriti e corrotti: questo è il turismo di massa ed equivale punto punto a frequentare i crocicchi e i lupanari. Il discorso non cambia per le mete turistiche meno frequentate, trattandosi solo di un diverso livello di prostituzione (india = trans, polo nord = sadomaso, pellegrinaggio a magiugorie = battona vestita da suora). Il turismo imbestia chi lo esercita e avvilisce chi deve subirlo. I popoli che sopravvivono grazie al turismo restano primitivi, pigri e bugiardi. Una comunità investita dal turismo degenera inevitabilmente sia sotto il profilo economico che culturale. Le città d’arte italiane, e lei dovrebbe saperlo, Roma compresa, con la loro popolazione di studentesse sedotte dal negro e vecchie megere nostalgiche dell’msi, di omarelli ed affittacamere, di agriturismi dai nomi improbabili e di menù meticci, mostrano quanta infamia può accumularsi persino sulle sacre pietre del nostro fulgido passato!”

Sentendo “msi” l’uomo ha involontariamente annuito. Forse dev’essersi convinto che sono uno dei loro e perciò stranamente non mi interrompe, anzi sembra quasi aspettare il resto.

“Non è possibile”, proclamo solennemente, “non è possibile individuare un solo lato positivo in questo frenetico spostamento di bestie valigiate lungo tutti i meridiani. Il turista è notoriamente un imbecille, un ignorante e un provinciale, e tale resterà a dispetto dei chilometri percorsi. Lungi dall’assimilare anche una solo una particella dell’ambiente che frequenta (ma in effetti preda), egli diffonde i microbi del deboscio, del pressapochismo e del cattivo gusto anche presso quei pochi popoli ancora benedetti dalla distanza. Ad esempio la mia destinazione, il nord Africa, meta sempre più appetita a dispetto del clima atroce, del mare limaccioso, del popolo bestiale, mostra già i segni di un’involuzione inarrestabile, che in pochi anni lo trasformerà in una succursale di ostia. Tutto distrugge il turista, in se e fuori di se! Di ritorno dal viaggio egli è moralmente peggiorato, distratto e inconcludente: sente di essere stato derubato del tempo e del presunto divertimento e in cuor suo medita vendetta… ma come il frequentatore delle puttane, così il turista torna spesso dalla stessa bagascia, forse illudendosi di poter in giorno stringere un rapporto più umano del semplice meretricio. Ahimè, questa speranza è destinata ad essere delusa!”

Per la prima volta in vita mia posso dire di avere un pubblico attento, anche se composto da un solo individuo che ignara il significato della metà dei termini che uso. E’ una sensazione quasi galvanizzante e non stento a credere che qualcuno pur di avere un pubblico sia disposto persino a predicare il progresso. Con aria pienamente ispirata mi lancio nel finale, la scacariata di merda definitiva.

“…le spiagge di seta e di corallo… rimangono luoghi dell’immaginazione e il negro stipendiato non farà altro che venderti un cappellino, una bandierina prodotta a Secondigliano. (Ora dolente, quasi commosso) Il tramonto dei mari del sud resterà lì, nella cartolina dove lo ha fissato il fotografo indigeno armato di photosciòp pirata. Le tradizioni simpatiche e pittoresche resteranno una povera pagliacciata ordita al tuo servizio (o per meglio dire a tuo danno) dalla pro loco marocchina… non c’è nulla di vero e questa tragica situazione impone soluzioni definitive! L’uomo che intende conservare un briciolo di dignità non andrà in vacanza, in nessun luogo e per nessun motivo. Al massimo, se proprio glielo impone il medico, potrà recarsi in qualche sanatorio di montagna o ai bagni di sole e mai per meno di tre mesi, durante i quali potrà spendere in tutto cinque euro al giorno per i presidi sanitari ed i cremini. E’ ovvio però che queste direttive, richiedendo un minimo di intelligenza, non si applicano alle femmine. Esse potranno circolare liberamente come gli altri animali e recarsi dove cazzo gli pare, purché poi non ne parlino, perché peggio che andar girando è solo il raccontarlo.”

Ecco, ho detto quello che penso e come ogni volta subito dopo mi sento triste e vuoto, come se appena uscito dalla mente il pensiero diventasse immediatamente farsa e caricatura, indegna persino di essere contestata. Difatti l’uomo non mi contesta e con la solita tranquillità butta la cicca. Poi mi volge le spalle e lo sento dire:

“E c’hai raggione. Prima, mentre dormivi, t’ho guardato e se stavi a agità, parlavi, predicavi, come adesso… un brutto sogno, m’hai fatto pensà, e si vede che continua. Ma chissà che cosa significa…”

Guardo nello specchietto, la faccia del tipo illuminata dalle insegne. “Vigliacco…”, mormoro. “Alla fine hai perso l’accento. Aspettavi davanti alla stazione, mi sembrava di averti trovato troppo facilmente… e ho capito che cosa vuoi dire, il Banalizzatore di Sogni è a Marrakech, magari ce l’hai portato proprio tu… e hai provato ad usarlo? No, non credo: sei solo un servo. Ma vai a riferire ai tuoi padroni che io non ho paura e se è vado è solo per riprendermelo. Hai capito?”

“Questo poi lo dobbiamo vedere”, dice serenamente l’uomo e ferma il tassametro su 66,12 euro.

V

tanto tempo fa, in una gaylassia lontana, l’impero
porompompero porompompero poròn poròn
ha stato sconfitto, e regna la repubblica. la
princifessa leia ha stata eletta cancelliera,
ma col crollamento dell’impero è
scomparsa anche la sua tecnologia,
e la galassia è in grisi economica.

han solo verso la cinquantina ha cominciato a
prendersi la viagra, ma comunque si arrapava
solo sulle giovanette e quindi è scappato di casa.
si dice che ai bordi della galassia ci siano ancora dei
nostalgici dell’impero, e che si stiano riorganizzando.

nel frattempo luko scaiuoko si è preso a mani in faccia
col suo unico allievo, per motivi ignoti, ed è sparito
lasciando dei debiti. nel frattempamente, su un pianeta
alla “dune”…

si vede ‘sto pianeta tutto deserto che è una discarica di astronavi. la gente campa saccheggiando i relitti, proprio come nel film normale. c’è anche la ragazza, come nel film, però con ancora più enfasi sulle tristi condizioni di questa gente, che rischia e fatica per un tozzo di pane e viene sfruttata da certi alieni che hanno l’esclusiva sull’importazione del cibo. e la repubblica in tutto questo che fa, dice la gente. ma la repubblica è lontana e burocratica, qua siamo all’estrema periferia e alcuni già pensano che si stava meglio quando si stava peggio. manco a farlo apposta ciò non è casuale, perché nel popolo si nascondono dei sobillatori del primo ordine, reduci dell’impero e altri esaltati.

a un tratto sul pianeta arriva uno con la maschera, che sta cercando la carcassa del millennium falcon. il tipo si imbatte nella ragazza proprio mentre sta per subire violenza dagli alieni (particolare del suo piccolissimo capezzolo lambito da lingue biforcute), e allora sfodera LA SPATA DE FUEGO e sbaraglia a tutti quanti. nel frattempo uno dei sobillatori del primo ordine, nel sollevare la sua maschera per lavarsi i denti, si accorge di essere negro, e per di più l’unico negro in una banda di nazisti. decide quindi di fuggire, ma gli serve una navicella con l’iperspazio. guardacaso al momento l’unica sembra quella con cui è sceso SPATADEFUEGO.

nel frattempo spada, la ragazza, e un biondo (sobillatore) guidano la rivolta dei peones contro gli alieni affamatori. schiaffi, mani in faccia, sfide tra alieni. i nostri vincono, ma mentre la ragazza è un’inconsapevole e sentimentale socialista, spatadefueco inclina al comunismo, e il biondo al nazismo: i tre iniziano a litigare ma sono anche attratti sessualmente uno dall’altro, a catena diciamo, anche ricchionescamente.

a questo punto arriva la repubblica, chiamata dai mercanti che stanno abbuscando. la repubblica dice ai ribelli che loro avranno anche ragione, ma i mercanti i loro privilegi li hanno pagati, e se si aggredisce la proprietà allora è finita. bisogna quindi che i ribelli depongano le armi, e poi si vedrà di trovare una soluzione più equa. sulla nave, in incognito, ci sta anche la princifessa leila: perché anche se questa è solo una specie di piccola operazione di polizia, lei ha stata avvertita che SPATADEFUEGO in realtà è suo figlio, che vuole fare il zorro della galassia.

mentre la ragazza e spatadefueco vogliono resistere, il biondo inopinatamente si mostra conciliante e propone di mandare un’ambasceria sulla nave della repubblica. infatti il biondo ha saputo pure lui che c’è leila, e pensa quale occasione migliore per assassinascere la cancelliera della galassia? ma nel frattempemente il negro è scappato con la nave, e allora spata e gli altri lo inseguiscono con il recuperato millennium falcon, che però va a tre, ha il carburatore appilato, e quando appicciano l’iperguida fa cortocircuito e si sperde nel warp, l’universo parallelo che permette i viaggi a velocità ultraluminale.

a questo punto la nave della repubblica vede la navicella di spatadefuoche che si allontana guidata dal negro, e convinta che invece sia spata gli dà la corsa. slalom tra le fasce di asteroidi, queste cose qua, poi la principessa chiama per radio il negro e dice “fermati figlio mio, sono mamma, non ti dovevo abbandonascere per quella carogna di tuo padre!”, allora il negro capisce tutto, prende nel ripostiglio della nave un mantiello come quello di spatatefuoke e una maschera, se li mette, frena la nave e sale a bordo di quella della repubblica e dice “sì madre mia, ho stato redento dalle tue parole”, e leila che già è mezza scema non lo sgama anzi dice togliti la maschera, perché la voce accamuffata, ma il negro dice “no mamma, ho stato orribilmente sfregiato da certi alieni e mi metto lo scuorno di mostrartimicisi così. sappi però che su quel pianeta tipo dune ci stanno dei fanatici dell’impero e bisogna sterminarli”.

ma torniamo al warp. qua i nostri sbattono un po’ le palpebre e poi vedono una cosa immensa, una nave spaziale partita quarantamila anni prima dalla terra e spersa anche lei. mentre si avvicinano si vede una scena da dentro alla finestra della nave dove certa gente puntano i cannoni sul millennium falcon ma poi un’altra mano li ferma e si sente una voce che dice “aspetta, io quella nave la canosco”, e non sparano più.

i tre allora attraccano e si trovano davanti una nave-mondo fatta a forma di beverly hills: strade, palme, il mare, festini, tutto alimentato a fusione nucleare. ville, droga, gente cinica, evolutasi per quarantamila anni nel paradiso consumista. e in mezzo a questa gente trovano han solo, che è vecchio e con la bocca storta ma si è procurato una copia di leila da giovane e con lei affronta avventure di contrabbandieri, che poi rapidamente si scopre essere altri residenti, che per noia si danno a questi giuochi, ma usando armi letali.

peraltramente la nave è stata infiltrata da certi esseri nativi del warp, tipo degli shoggot, dei piovroni rotolanti enormi come nel film, ma la gente è così sfessata che si limita a sfuggirli, e quando il figlio di han solo capisce che il padre si è scioccato e gioca ai pirati e si prende le pillole per intostare dice “ma sei veramente una chiavica, io volevo salvare la galassia”, e lui dice “e stica…” quando all’improvviso esce il piovrone, li afferrisce tutti e due e il figlio viene sfregiato e diventa un mostro mentre han solo non se ne fotte proprio, prende tutto per una simulazione, ma alla fine si salvano.

nel frattempo la ragazza patanella e il biondo hanno scoperto che a bordo della nave ci stanno le bombe a terraformazione, che possono trasformare un pianeta in cinque minuti. la ragazza dice “ah che bello così faccio uscire le foreste su dune” e il biondo dice “sì sì bella storia” ma in capa sua chissà che pensa.

ma nella galassia normale leila manda spie su dune e scopre che effettivamente ci stanno i fascisti, allora crede ancora di più al negro, che sta apprezzando le gioie del potere. quindi fanno una bombardata a capocchia del pianeta e uccidono anche i criaturi. al che il negro si esalta sempre di più e dice madre dopo questa figura di merda forse conviene che ti dimetti.

intanto nel warp è il momento delle spiegazioni. han e il figlio si ricongiungono col biondo e patanella. siccome adesso spatathefuoko è sfregiato la ragazza ci resta male e comincia a disamarlo, mentre il biondo si arrapa ancora di più perché è un vizioso e dice “vedi quella non ti amava per come sei”.
la ragazza dice “han ma tu che cazzo fai qua?”, e quello risponde che girando col falcon è capitato nel warp ed è stato accolto dagli umani della nave, che lo conoscevano perché da quarantamila anni venerano un franchise che si chiama “guerre sperlari”. poi gli hanno rubato la nave, che chissà come è tornata nello spazio normale.
allora è il turno del biondo che dice “spata, ma tu che cazzo andavi trovando nel millennium?” e quello dice che dentro ci sta la mappa più completa della galassia, dove liuco scaiuolko ha segnato anche la sua destinazione, e lui con liuko ci vuole parlare perchè era suo allievo e tiene motivi che non si possono sapere.
allora corrono tutti alla nave e trovano la mappa, che è nascosta sotto il tavolo degli scacchi a mostri ed è una piramide di cristalli olografica e per farla funzionare ci devi sparare un raggio laser, ma spara e spara escono fuori solo munnezze.

nel frattempo su dune sbarca la nave della repubblica: i superstiti del primo ordine ne approfittano per un’imboscata e feriscono la princifessa. allora il negro prende il comando e siccome è un vile abbandona senza motivo leila e ordina di fuggire e scappa verso il centro della galassia per far ratificare il suo ruolo.

intanto nel warp tutti bestemmiano attorno alla mappa, tranne han solo che tira cocaina e si fa una pugnetta sulla ragazza. allora il figlio sfregiato dice “tu non me la conti giusta” e han tutto scombinato dice “forse dovresti provare con questa” e caccia la spada di liuko scaiuolko, che notoriamente è un laser pure lei. allora padre e figlio si danno la corsa nell’astronave, il padre dice “non te la do perché sei troppo serio”, il figlio bestemmia la madonna, mentre la ragazza e il biondo si chiedono come tornare nell’universo normale.
allora la ragazza ha un’idea geniale, dice “ah ma se il millennium falcon ha l’iperspazio sgangherato che va e viene dal warp, allora basta collegare il motore a curvatura della nave a quello del millennium e farà come la lampadine in serie!”. allora il biondo dice “ah quando sei così tecnica mi fai arraparare durissimo, ah, AH!” e la ragazza lo fa.

proprio in quel momento il negro sta spiegando che c’è una situazione di emergenza, l’impero si vuole riformare e ha catturato leila, bisogna mandare tutte le navi a distruggere dune, che tanto comunque è già una chiavica di pianeta, e tutti gli dicono “ah cazzo come parli bello, devi essere tu il successore della cancelliera!”, e partono i bastimenti.

a questo punto han solo e il figlio si contrastano su una passerella: improvvisamente han ritorna serio e dice “anche se sono un vecchio pazzo sono tuo padre e questa spada non te la do, perché quello che troverai non ti piacerebbe”, ma il figlio dice “papà mi hai cacato il cazzo, già non mi hai voluto mandare a equitazione, adesso dammi ‘sta cazzo di spada”, gliela strappa e lo spinge e lo chiava già dalla passerella e contro la finestra della nave, che si sfrantuma: han viene risucchiato fuori, nel warp, e il figlio pentito cerca di afferrarlo ma proprio in quel momento tutta la nave sparisce e ricompare nell’universo normale.

allora stanno di nuovo attorno a dune quando arriva la flotta della repubblica capitanata dal negro. il figlio di han solo è tutto sconvolto e dice alla mamma “tuo figlio sono ie!” ma siccome è sfregiato in faccia lei non lo crede. il negro dice “avete visto, porcoddio, questa è una nave del primo ordine, bisogna perforzamente spararla in faccia”. e la ragazza dice “io comunque voglio buttare la bomba per terraformare dune”, ma il biondo dice “io girando questa manopola setto che la bomba invece di terraformare trasforma i pianeti in un deserto e adesso mettete giù le armi sennò vi desertoformo a tutti”.

è una situazione veramente di stallo, quando dal pianeta partono certi vecchi caccia scalcagnati dell’impero. tutti quanti pigliano questa mossa come un attacco di non si sa chi e cominciano a spararsi in faccia, l’ammiraglia dell’impero e la nave terreste si scontrano e fanno l’arrembaggio tipo sandokan, il figlio di han e il negro si confrontano e sono vestiti uguali ma il negro imbroglia e mentre l’altro sventaglia la spada gli spara a tradimento e gli mozza la mano con la spada di liuko, che precipita e però la afferra la ragazza, che la imbizza nella piramide del falcon per far appariscere la mappa e invece esce un ologramma di liuko scaiuolko che dice “io me ne sono andato perché ho capito che la forza è tipo yin e yan e allora se c’è solo il bene non va bene e perciò vi state accanendo tutti per una sorta di necessaria dialettica storica”. al che tutti quanti si fermano e cominciano a bestemmiare dio, ma nel frattempo il biondo (che è sostanzialmente d’accordo con liuk) ha sganciato le bombe che si dirigono verso mille pianeti della galassia al grido di “niente pe mè e niente pe nisciuno!”.

adesso è la fine. le due navi allacciate precipitano verso dune mentre la ragazza allucca, però all’improvviso sbarcano i caccia dell’impero e a bordo ci stanno ciubecco e i droidi, perché era stato ciubecco a rubarsi il falcon per tornare sul pianeta dei pelusci. comunque il droide a scatoletta mette il pesce robotico dentro la centralina elettrica dell’astronave e la ragazza dice “il warp, il warp!” e allora la nave sparisce e torna nel warp e con lei spariscono pure tutte le bombe lanciate e i protagonisti saltano giusto a tempo sulla nave della repubblica che precipita su dune.

alla fine si vede il negro che scappa tenendo prigioniera la princifessa, mentre il biondo è sparito. la ragazza e il figlio di han si guardano in faccia e tutti e due dicono “liuko, adesso vedi che stiamo arrivando”.

fine.

ma che cosa avrà stato successo nei prossimi episodi?
che fine ha fatto il biondo con la nave futuristica?
e han solo, ha davvero buttato il sangue?
non è che il negro, avendo fatto trenta, leila se la chiava pure?
non è che il messaggio di liuko era un inganno?
e comunque perchè spatathefuoco andava cercando liuk?
e lui e patanella, chiaveranno?
nella repubblica ormai acefala prevarrà il fascismo o il comunismo?
i droidi, tra loro, fottono?
questi e altri rivelamenti nell’episodio 8!

VI

In tanta desolazione non mancava il grottesco. Facevo ancora l’impiegato, stavo con la ragazza del coniglio, mi annoiavo. Decisi quindi di passare le vacanze in Tirolo, come per toccare il fondo.
Sbagliai prevedibilmente strada e mi trovai alle due di notte sui tornanti di qualche alpe. Per un bizzarro rimbalzo di onde, su tutte le stazioni si prendeva solo Radio Camaldoli Stereo, che trasmetteva da lontano la voce alterata di Gennaro D’auria, cartomante.
“Antonio chi è?” chiedeva il veggente a una di Solofra.
Chiusi gli occhi per un istante e quando li riaprii vidi scorrere nel parabrezza dei titoli di coda. Mi sto addormentando, dammi a parlare, farfugliai alla ragazza, invece lei gridò. Dal grande buio circostante erano spuntati dei mascheroni neri. Ma che cazzo…
Le tre di notte, duemila metri d’altezza, via a strapiombo nel mezzo di niente e io vado a tamponare una processione. Venti soggetti coi pantaloni tirolesi spingevano una carriola con la madonna più brutta di sempre. Avevano maschere di legno e campanelli neri appesi alla giubba, muti dietro la statua di cartapecora che luccicava spettrale.
Boccheggiava ancora ma già mi assalivano in una lingua agglutinata, mi scuotevano sul muso i campanelli. Stronzi criminali! gridava io  senza una luce, buttatevi di sotto voi e st’aborto di statua, e levatevi di mezzo!
Niente. Anzi presero a ballare attorno alla macchina in un girotondo luttuoso, come una maledizione. Non facevano nessun rumore, i campanelli pieni di ovatta.
Quasi convinto di sognare, ingranai la marcia e feci come per investirli: si scansarono solo all’ultimo. Mentre superavo la curva ripensai alle maschere tonde, coperte di smorfie e lucide borchie. Dei soli neri. Soli neri il quindici di agosto sulla mia via.

Arrivarammo alla fattoria tirolese verso le sei del mattino. Fu subito chiaro che i nostri ospiti non andavano in sollucchero. Ci offrirono speck a colazione e con gesti eloquenti fecero capire che non parlavano italiano, che non l’avrebbero mai parlato e che in effetti consideravano tutto il novecento solo un lungo, tragico errore. Masticai amaro lo speck e meditai di scovare la sede del Sud Tirolen Folkspartai per dargli uno sguardo e poi fuoco, se mi riusciva.
Nel pomeriggio tornai a più miti propositi. Nonostante il popolo infame che l’appestava, l’alta collina era splendida. Passeggiai tra macchie di fiori di cui ignoravo felicemente il nome, contemplai le mucche, le caprette. A rovinare lo spettacolo c’erano rare casupole coi tetti coperti di pietre, non si capiva se per paura dei temporali o per mortificazione. Di certo il padreterno non ha fatto questo posto per gli uomini: troppa solitudine, troppo vento secco, sempre uguale, una specie di minaccia. La mia ragazza non sembrava risentirne e tutta allegra propose un giro alle miniere di sale.
Dio santo del cielo di piombo, come? Come questi bastardi hanno scavato il sale da sotterra? non ci vuole il mare per farlo? magari qui c’era, milioni di anni fa. Poi la terra si è increspata e sono spuntati i bubboni tirandosi appresso il fondo melmoso, il sale, gli scheletri delle bestie antiche e anche di peggio.
Pagammo l’obolo, scendemmo le scale. C’era uno scivolo di legno di quaranta metri da bruciarcisi il culo e sotto, molto in fondo, un laghetto così salato che le corde ci galleggiavano. Disse la guida: “Se tu tuffa resta a galla! Cinquanta percento di sale! Bello eh?”
Non proprio bello, ma strano… immersi la mano nell’acqua color latte e la tirai fuori coperta di arabeschi sottili. Assaggiai, sentii un suo sapore metallico di sangue. Più in là galleggiava qualcosa. Cos’è quello, mica un topo? risi. “Molti quaggiù, l’acqua li tira, il sale conserva”, salmodiò la guida. Smisi di ridere.

Quella notte sognai il fondo di un lago. Nell’acqua velenosa non poteva crescere nulla, eppure qualcosa si agitava. Filamenti biancastri, corde legate a pietre, pietre piegate a vu, ma non erano pietre. Nel corpo umano c’è molto sale, e il simile chiama il suo simile. Sale della terra.

La cittadina a valle poteva avere duecento abitanti, l’attraversammo in dieci minuti. Che fare adesso? In camera avevamo la televisione, ma trasmetteva solo vecchi cartoni animati. Quella mattina mentre facevo dei piegamenti mi ero gasato abbastanza con Ken il guerriero, mentre Gordian mi aveva francamente sbalordito. In primo luogo, perchè quei giapponesi andavano in giro vestiti da cowboy? e che senso ha un robot che combatte con una palla da rugby?
Ad ogni modo, era una cittadina ricca. Col gusto pacchiano tipico di quelle terre, gli edifici si caricavano di tutti i colori che mancavano alla terra. Ma turisti ci siamo solo io e lei, pensai, come campano ‘sti pecorai? dove prendono i soldi per mettere la sfoglia d’oro sulle imposte?
Per la sera si annunciava uno spettacolo folcloristico. Preferì passare, tornai alla macchina e girando a casaccio per le stradine mi imbattei in una vecchia fortezza. Da visitare c’erano solo tre sale: nondimeno, la guida aveva la prosopopea di quelle del Vaticano. Vedemmo armature puntute per bambini, brutti oli fumosi, un ritratto con tre uomini dalla faccia coperta di peli e una donna emaciata. E questi chi sono?
I signori del castello (castello?) amavano le cose strane. Avevano una Wunderkammer, camera delle meraviglie, e dentro ci tenevano ritratti di giganti, di nani e di uomini lupo. Ah ah ah. Una malattia, in realtà. Rarissima. Uno su un miliardo. Il corpo si copre di peli. Il padre e i figli, vedete? E la madre, chiaro.
Donna dai gusti strani, dissi penosamente. “Oh no, niente gusti, figli per forza, per fare la wunder, la meraviglia! figli dell’uomo lupo. Ah ah ah. Bello eh?”

Bello, bello. Paese di mostri. Questi la amano, la deformità. Sono dei malati.
Senti, ormai siamo qui, vediamo di prenderla allegramente. Oh oh oh.
Io pensavo ad Heidi e tu mi porti nel parco dell’orrore. Prima non te l’ho detto perchè ti vedevo un po’ giù, ma quella fattoria dove dormiamo mi fa paura. Non si sente un rumore! Le capre, le mucche, devono avere i campanelli senza batacchio come quei pazzi sulla strada. Perchè non ce ne andiamo? Andiamo a Salisburgo, a Vienna.
Già. lo sai da che viene Salisburgo? dal sale.
E allora?
Comunque, abbiamo prenotato fino a domenica. Se ce ne andiamo prima questi sono capaci di prendersela a male, ci legano mani e piedi e ci buttano nel lago. L’hai visto pure tu che sono dei pazzi.
Va bene, ma da adesso limitiamoci alle passeggiate.
Però, a pensarci… pure Heidi…
Cosa?
Niente.

Il tramonto ad alta quota te lo beccavi tutto, non c’era modo di evitarlo. Il sole si schiacciava proprio nell’incavo dei monti e incendiava la roccia, i ghiacciai, i laghetti remoti, le punte affilate dei pini. Poi, finita la strage, dalla terra s’alzava un velo verde cupo e dall’alto ne scendeva uno viola. Col profumo della notte si spandeva una malinconia micidiale, da spaccarti il cuore.
Sordo a tanta bellezza, sedevo nella terrazza del ristorante ed aravo i crauti alla ricerca di qualcosa di commestibile. Attorno a noi c’era tutto il paese, guardavano il ciclismo. A quest’ora? Sarà registrata. Scommetto che lo spettacolo della fatica e della sofferenza li diverte.
Senza alcuna ragione mi misi a borbottare “Bello, eh? Adesso va fuori strada! Che spassen! Sangue e anime per Arioch! UAZ UAZ UAZ!”.
Smettila, sibilò la mia ragazza, vuoi proprio che ci uccidano. Però sorrise e pensai che era graziosa. Come mi farò perdonare?
In quel momento si sentirono dei tamburelli. Il maledetto spettacolo folcloristico! me l’ero scordato.
Guardammo in basso: una dozzina di figuri col solito pantaloncino tirolese, il cappello tirolese. Ballavano come orsi ubriachi e si prendevano a schiaffi e a calci in culo tra grandi risate. Ach ach ach!
Fecero un cerchio, tirarono fuori i campanelli e tutto il paese si sporse a guardare.
Eravamo rimasti soli. Io ne approfittai per tornare all’argomento Heidi.

Se ci pensi, c’è del cannibalismo in quella ragazza. Trasforma tutti quelli che tocca, li aidizza. Il nonno era un onesto orco e lei lo rammollisce. Prima di conoscerla, Peter abusava di caprette. Quella povera Clara se ne moriva tanto bella a casa sua, arriva Heidi ed ecco due rompicoglioni bercianti. E il padre di Clara? Non se n’era mai stropicciato della figlia, andava a puttane nello Srilanka magari, ma appena arriva Heidi diventa buono pure lui. Resiste solo la signorina Rottwailer.
Rottenmaister, mi corresse lei. E comunque non è vero, perchè alla fine anche lei piange.
Lo vedi? Un mostro. L’opposto di questi, per pura compensazione.
Nel frattempo qualcuno aveva montato un proiettore di diapositive, faceva scorrere immagini del paese. Il popolo guardava in assoluto silenzio mentre un tizio predicava in tedesco. Mi guardavo bene dal conoscere quella lingua barbara, ma mi pareva che tutto il discorso consistesse in una serie di “rauc RAUC!” di intensità variabile.
Ma che fanno, disse la ragazza, guardano diapositive del loro paese?
Perchè, noi non guardiamo le diapositive dei matrimoni? Sono coglioni nella media, niente di che.
Sentii un sibilo e mi voltai. Alle mie spalle c’era tutta la banda dei danzatori, solo che adesso avevano sul viso delle maschere nere. Una mano sbatté sul tavolo, parole incomprensibili, piene d’odio, un donnone sbraitava in testa alla ragazza, rrRAUC! RAUC! Le toccava i capelli.
Per la prima volta ebbi davvero paura. Duecento paesani offesi ci fissavano dai tavoli. Forse dopotutto lo capiscono, l’italiano. Quel tipo ha una corda in mano? Ma no non è possibile, è uno scherzo del cazzo.
Andiamocene, mormorò la ragazza.
E dove andiamo… scusate, non volevano disturbare…
RAUC!
Adesso sullo schermo si vedeva la piazza, nella piazza una processione di figure nere attorno a una carriola, sulla carriola una madonna con le mani alzate, la bocca aperta in un grido. La stavano portando alla montagna.
Mi alzai, presi per mano la ragazza. Non guardarli, vieni, piano.
La mia giacca!
Lascia stare, vieni, non guardare. Scusate!
Tirolesi di merda!
Zitta… perdonate, non avevamo capito. Bravi, bello, bello. RAUC! per quello sotto la montagna! Bravi, forza, ballate per il sole nero, ballo anch’io, vedete, i calci, gli schiaffi, un sacrificio!
Spinsi con violenza la ragazza giù per scale.
Mi fai male!
E scendi!
Una maschera ci tagliò la strada: pareva ridesse. Sfoderai a mia volta un sorriso da zucca delle streghe e berciai ancora più forte: belli gli stucchi, belli, oro sui muri, verde pisello! e che sileeeenzio… belli i campanacci, le pietre in testa, ridi, bello, grande tirolo, tirolen, come dicete foi, ah? ach ach ach!
e volteggiando come un buffone lo scavalcai.
Poi corsi disperatamente con la ragazza al traino.

Alla fattoria già sapevano. Ci guardarono severi mentre buttavamo la roba in valigia. Tu sei un pazzo, mi hai fatto male! che bisogno c’era di fare quella scena?
Io tacqui e continuai a tacere anche quando nell’armadio trovai una talpa impiccata.

Più tardi a Vienna fecemmo la pace da buoni amici e il nostro rapporto si spense serenamente nella noia degli stucchi, ma io continuai per molti anni a sognare il fondo del lago salato, le corde agitate da un rigurgito mostruoso e la bella terra nemica agli umani.

9 risposte a tEh phEz

  1. Pingback: Un amaro risveglio | Fondazione Elia Spallanzani

  2. Pingback: La voce dell’a.i. | Fondazione Elia Spallanzani

  3. Pingback: Una lite tra persone volgari | Fondazione Elia Spallanzani

  4. Pingback: tEh phEz, una parte in mezzo | Fondazione Elia Spallanzani

  5. Pingback: Alla Phiera del Phez, 4a parte | Fondazione Elia Spallanzani

  6. Pingback: teH Phez, l’ennesima digressione | Fondazione Elia Spallanzani

  7. lastlightx ha detto:

    ma da dove salta fuori l’ammiraglia dell’impero? per il resto, ca-po-la-vo-ro.

  8. Pingback: teH pHezback | Fondazione Elia Spallanzani

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...