The man without a navel

“Il 5 novembre 2024 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sentenziò finalmente che Silvio Berlusconi era stato ingiustamente escluso dall’agone elettorale, che era innocente dei reati ascrittigli in quarant’anni di persecuzione giudiziaria e che, a ben vedere, era anche privo del peccato originale, in quanto sul suo corpo non si rinveniva l’ombelico che ne è il segno. La sentenza, diciottomila pagine a spaziatura singola, conteneva anche uno schema numerologico del mundus subterraneus e una profezia sul prossimo avvento del papa angelico. Alcuni commentatori sostennero velenosamente che il collegio era stato esposto a una forte dose di radiazioni durante il tremendo attentato del ’23, ma in verità l’età media dei togati era da sola sufficiente a giustificare il dictum. Fatto sta che l’imputato, presente in aula, era convintissimo che sarebbe stato condannato per crimini contro l’umanità, ed essendo ormai un po’ sordo stava già iniziando a bere il cianuro che si era portato appresso quando i suoi avvocati lo bloccarono con la forza. Gli storici più onesti dovettero poi ammettere che la sentenza era in parte fondata, perché l’ombelico mancava davvero. Era stato resecato durante un intervento di chirurgia estetica mirante a ricostruirgli la boccuccia”.

Emilio Fede, Non fatemi parlare, ovvero Memoriale a scopo dissuasivo, file emerso dal deep web intorno al 2049.

 

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Squallore e vanità di ogni insegnamento

“Il Generatore Casuale di Riforme Scolastiche entrò ufficialmente in funzione nel 2020, ma veniva usato ufficiosamente già dall’inizio del secolo. Di conseguenza nel solo 2021 ci furono 4 riforme generali della scuola dell’obbligo e 7 dell’università, l’ultima delle quali prevedeva l’obbligo per i docenti di vestirsi da alligatori, ma solo il venerdì. Nel frattempo il caos delle assunzioni era arrivato al punto che il Tar del Lazio gettò la spugna e diede il posto a qualunque adulto si fosse trovato in una scuola tra le 9 e le 9 e 09 del 9 novembre 2019. Siccome in quel periodo molte scuole erano occupate da richiedenti asilo confusi e da clan sinti, nel baraccone entrarono anche diversi sciamani e mangiafuoco, che nel 2031, dopo uno storico sciopero della fame (se così si può chiamare il rifiuto di ingoiare spade e fiammiferi) ottennero anche cattedre universitarie”.

Ambra Orfei, Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Giocoleria per il primo trimestre 2049.

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Scuola media “Matteo Messina Denaro” di Rovigo, interrogazione.

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Ancora Pecore Elettriche

“In Italia l’emigrazione intellettuale era una costante sin dall’inizio del diciannovesimo secolo: il sistema economico arretrato non riusciva ad assorbire i laureati e le tante piccole università costituivano già un parcheggio per gli inimpiegabili. Il fenomeno, per quanto ovvio e denunciato, non cessava mai di provocare sorpresa e incredulità, e tutte le istituzioni preposte al miglioramento della situazione rispondevano concordi che servivano più università. All’inizio del ventunesimo secolo l’emigrazione riguardava anche i ricercatori, che non potevano più essere assorbiti nel già pletorico sistema universitario, gonfiatosi come un soufflé di rospi per autoalimentazione e ormai giunto al limite. Nel loro caso c’era l’aggravante che spesso erano considerati studenti meritevoli e quindi avevano goduto anche di particolari incentivi. L’Italia quindi ci perdeva due volte, perché annaffiava generosamente pomodori che poi scappavano all’estero a vendere i loro succhi. I ricercatori, dal canto loro, trovandosi all’estero avevano più agio di criticare il paese che aveva finanziato i loro studi, ed in particolare le imprese italiane che, ottenuti finanziamenti pubblici, poi delocalizzavano all’estero. In generale sembrava che la vicinanza all’ambiente accademico provocasse un certo rilassamento dei criteri morali, che insieme allo sviluppo scientifico dell’ipocrisia favorì l’entrata in politica di molti cervelli in fuga. Dalle loro cattedre estere dimostrarono facilmente che la plebe si sbagliava su tutto, e in particolare sugli immigrati, che i ricercatori non temevano affatto, avendo già abbandonato la nave che affonda. La loro lobby stava quasi per ottenere garanzie sufficienti al rientro in patria (titolo di eminenza, esenzione da qualsiasi valutazione, libertà dall’imposizione fiscale, trattandosi di benefattori), quando a metà degli anni ’20 i cinesi gli offrirono in blocco 5 centesimi in più per andare a costruire sotto la grande muraglia un immenso anello magnetico dai non meglio precisati scopi. I ricercatori, che comunque non vedevano l’ora di tradire anche le loro patrie di adozione, aderirono con entusiasmo, e con la consueta piaggeria nei confronti del potere accettarono anche di scrivere e pronunciare “accelelatole”, come i loro nuovi datori di lavoro. Solo a metà degli anni ’40 fu chiaro che i cinesi non intendevano indagare le particelle elementari ma realizzare una ciclopica catapulta magnetica capace di scagliare i loro container fino su Alpha Centauri, dove si erano aperti grossi mercati per i fabbricanti di cover di cellulari e gatti di gesso che salutano”.

Capitano Narice, comandante della nave L’Admiral Bragueton di Frolix8, data stellare 1.1.2049.

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Nota: alcuni si stupiscono del fatto che nel 2049 si pubblichino ancora tanti libri. Forse costoro dimenticano il decreto luogotenenziale del settembre 2031, fortemente voluto dal senatore Scalfari, con cui si rendeva obbligatoria la stampa dei documenti elettronici fino almeno a un miliardo di copie l’anno, per sostenere l’editoria. Appena stampati, i tomi dovevano essere ipso facto spediti alla fornace di Culatello Milanino, nel cuore del deserto padano, ma la struttura non fu mai completata per le note infiltrazioni della Camorra Tuareg, e dunque i libri si accumulano tutt’ora, addobbando di spettacolari piramidi quel luogo già ameno.

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You want you

“Le elezioni del 2018 segnarono definitivamente l’inversione di ruoli delle forze politiche tradizionali. Il centrosinistra si preparò alla competizione con una serie di mance elettorali nel più puro stile DC, mentre il centrodestra si presentò non solo senza un programma pur vagamente fattibile, ma senza neppure un leader. Negli ultimi mesi furono fatti i nomi più vari, da un generale dei carabinieri al Tulipano Nero, finché prevalse l’intuizione di un vecchio leone e partì la campagna “il leader sei tu”. I manifesti elettorali erano solo sagome con un buco per la faccia e l’uomo qualunque poteva farsi il selfie da leader e diffonderlo su internet. Con “il leader sei tu” furono mobilitati tutti coloro che si erano disaffezionati alla politica, perché questa disaffezione dipendeva 9 volte su 10 dalla loro totale incomprensione del fenomeno politico in generale. I delusi, semplicemente, pensavano che la politica consistesse nel comandare loro, come avevano sempre pensato che la scienza calcistica fosse la loro, e quella economica pure. Con lo slogan “il leader sei tu” tutto ritornava semplice e chiaro. I grillini, che anni prima avevano sperimentato con successo la stessa tattica, furono presi un po’ in contropiede e non reagirono con la necessaria faccia tosta, limitandosi alla solita predica di un’onestà in cui nessuno credeva, e che soprattutto nessuno voleva. Per la logica paradossale che ormai governava da anni le elezioni, una volta che tutti li davano per sconfitti invece vinsero, anche perché metà dei votanti non aveva capito come compilare la scheda. La vittoria però fu così risicata che per governare dovettero allearsi con Alfano. L’unione, da tutti giudicata impossibile, fu invece necessaria perché di Alfano non si fidava più nemmeno la famiglia, e non c’è alleato più fedele di quello che non scelta. I successivi dieci anni di governo Alfo-Grillino passarono alla storia come “l’Impero colpisce ancora della democrazia”, ma una nuova speranza covava: quella che senza finta modestia ancora rappresento“.

Silvio Berlusconi, “Il vecchio leone sei tu”, 98sima ristampa, maggio 2049.

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Pecore elettriche

Non siamo riusciti a vedere Bladerunner 2049 e così il futuro dobbiamo immaginarcelo da soli:

“A metà del ventunesimo secolo può dirsi realizzato il nostro vecchio sogno di una colonia italiana in Africa, con l’unica differenza che l’abbiamo realizzata in Italia. Con la forza lavoro costituita da immigrati di colore, la burocrazia inefficiente e corrotta saldamente in mano agli italiani e circa 25 milioni di pensionati bianchi espatriati per non pagare le tasse ma sempre muniti di diritti di voto, il nostro paese somiglia ora a una piccola India coloniale, come notaste anche voi durante il primo contatto”.

Lettera di Eugenio Scalfari ai nostri amici di Frolix8, Lanzarote, agosto 2049.

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“I vantaggi dell’immigrazione furono innegabili. Ad esempio, per la prima volta da oltre vent’anni gli insegnanti italiani ebbero degli alunni più ignoranti di loro, con benefici effetti sull’autostima. In ossequio al teorema della realtà consensuale, il clima del nord Italia diventò simile a quello del Marocco, e la desertificazione della pianura padana facilitò la costruzione di nuove autostrade. E’ vero che le società di gestione fallirono quasi tutte per mancanza di traffico, ma solo perché ancora non si era pensato di imporre il pedaggio anche ai cammelli”.

Lectio Magistralis di Maurizio Costanzo su Italia1 in occasione del Ramadan 2049.

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“Nel ’39 il deputato Giuseppe Mutumbo fece notare che riguardo ai pensionati italiani non si poteva più usare l’espressione “vivono di rendita”, perché la rendita é la remunerazione per l’uso di un capitale, mentre quelle persone non avevano mai versato contributi che giustificassero la remunerazione. Sarebbe stato quindi più corretto, da un punto di vista strettamente scientifico, dire che vivevano di rapina. La sparizione del giovane politico di origini siculo-ghanesi rischiò di provocare un nuovo caso Matteotti, ma per fortuna le riforme della pubblica istruzione avevano portato in cattedra un tale numero di bidelli che nessuno sapeva più chi fosse Matteotti”.

La grande storia di Paolo Mieli, 742sima puntata, luglio 2049.

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“In un’Italia ormai a maggioranza mussulmana la sopravvivenza della Santa Sede é garantita unicamente dall’ambasciata dei nostri amici di Frolix8, che fluttua proprio su San Pietro. Un caso eccezionale, per non dire un miracolo, ha fatto sì che gli amici vedessero l’attentato nucleare di Kim Jong-un del’23 e cominciassero il lungo viaggio di dieci anni luce per investigare. I visitatori sono ancora inspiegabilmente attratti dall’arte dei secoli bui e ogni mattina fanno anche tre ore di fila per accedere ai musei vaticani. Finché resta all’ombra dell’astronave il vicario di Cristo é al sicuro, ma che succederà quando andranno via?”

Famiglia Cristiana del 12 marzo 2049, editoriale del cardinal Massimo Gramellini.

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“Il proibizionismo linguistico degli anni ’30 arricchì in maniera paurosa la camorra degli epiteti. I pochi giovani rimasti, frustrati e delusi, spendevano fino a metà della paghetta settimanale per entrare nelle camere insonorizzate nascoste in scantinati e industrie abbandonate, dove potevano sorbire un orzo e urlare a squarciagola “ne*ri di merda!”. Il Senato naturalmente sapeva, ma preferiva che la rabbia si sfogasse un questo modo innocuo, distogliendo i drogati dell’insulto dal dubbio che i veri nemici fossero altri”.

Maurizio Landini, Manuale di Istituzioni di Rivoluzione, Ibiza, ed. 2049.

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“Al principio del 21simo secolo la compassione per i migranti era diffusa soprattutto tra i ceti che non ne temevano la concorrenza lavorativa e riproduttiva, a ragione (dipendenti pubblici, tecnici) o a torto (creativi, umanisti). In particolare, i giovani di sinistra quasi sempre disoccupati e privi di competenze vendibili si comportavano esattamente come se fossero in una botte di ferro. La loro convinzione di avere diritto allo stipendio a vita era così granitica da trasformarsi nell’illusione inconscia di averlo già, per cui le ondate migratorie non li spaventavano affatto, anzi erano l’occasione per ostentare quel socialismo sentimentale un tempo monopolio della buona moglie del latifondista”.

Massimo D’Alema, Come avete perso la guerra, George Town (Isole Cayman), 2049.

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“La speranza che l’incontro con gli alieni del ’43 scatenasse una nuova rivoluzione scientifica fu presto delusa. La tecnologia dei Frolixiani si era evoluta al punto che le loro macchine intelligenti si aggiornavano da sole e usavano una lingua incomprensibile agli stessi alieni. Durante un cocktail di beneficenza per i grecisti impoveriti, il comandante dell’astronave capitano Narice ammise che lui sapeva appena girare la chiave nel cruscotto. La loro principale attività era ormai da secoli il turismo, che praticavano con il tedio misto ad ignoranza dei turisti di tutte le ere. Gli scienziati italiani sospettarono addirittura che fosse la nave a scegliere il tragitto, i Frolixiani essendosi ormai ridotti a parassiti del loro stesso manufatto”.

La divulgazione come ignoranza, Piero Angela, Antille Olandesi, 2049.

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“Nel ’47 gli hacker di Matteo Renzi diffusero la notizia che i Frolixiani si preparavano ad andarsene, scatenando un panico pari solo a quello per la fine degli incentivi pubblici al settore latteo-caseario. Come sempre nei momenti di crisi più profonda, il Senato della Repubblica e le alte gerarchie ecclesiastiche decisero di chiedere l’aiuto della camorra, e la mattina del sei aprile 2047 gli alieni trovarono l’astronave con tutte e quattromila le ruote a terra. Gennaro o’ Malinquente, sospetto autore dell’eroico gesto, fu insignito delle più rutilanti commende e al contempo sepolto vivo in un pilone dell’autostrada A977, la Putignano – Tirana. La partenza si rivelò poi una fake news, come tutti noi addentro sapevamo”.

Roberto Saviano, Piaccio ancora alle ragazze, Antigua e Barbuda, 2049.

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“Già alla fine degli anni ’20 i collezionisti avevano cominciato a investire cifre significative per accaparrarsi un mattone delle torri gemelle o un brandello di cintura esplosiva, ma fu negli anni ’30 che si realizzò la definitiva saldatura tra arte d’avanguardia e terrorismo. Il due agosto ’27 la Federazione Anarchica Informale mise una “bomba ironica” nella metro di Brescia, trasformando 41 persone in un puzzle brutale e metafisico, che oggi è valutato sei milioni di zecchini. Il fatto che i trasfigurati fossero quasi tutti donne di colore coi figli diede l’occasione agli ideologi del movimento di pronunciare alcuni apoftegmi, sul cui significato ancora si dibatte fruttuosamente. Tre anni dopo i reperti del caso Amanda Knox furono venduti all’asta per quindici milioni di euro dell’epoca, uno in più della dentiera di Padre Pio, dimostrando la vitalità di questo settore trainante della nostra economia”.

Philippe D’Averio, L’arte come circonvenzione d’incapace,
Principato di Monaco, novembre 2049.

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Sorridi, sei su malicious camera

“Nel 2025 per la prima volta i reati denunciati alla polizia furono meno di quelli denunciati a “Le Iene”. Nei vent’anni successivi venne formalizzato il PIPS, “processo inquisitorio per strada”, che insieme alle telecamere nascoste e agli agenti provocatori* rimpiazzò il desueto criterio per cui la condanna segue il giudizio. In maniera molto più logica e spettacolare, ora la condanna precedeva e giustificava il processo pubblico, inteso già come pena. Periodicamente si scopriva che il colpevole era prezzolato e il processo una farsa, ma per il pubblico ciò non ne inficiava il valore simbolico, e d’altronde anche il vecchio sistema aveva i suoi difetti. Le forze dell’ordine italiane, da sempre considerate pressoché inutili, lo diventarono davvero, e a quel punto non ci fu più nessun modo di smantellarle, anzi i carabinieri pretesero e ottennero di andare in pensione a 38 anni perché il senso di vuoto rendeva il lavoro usurante”.

Gialappa’s Band, “Mai dire gogna”, ed. 2049.

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* Il metodo delle Iene, sperimentato con successo fin dall’inizio del terzo millennio, si può riassumere in questo modo: avuta notizia di un maniaco o di un lenone, si manda una bella ragazza con una telecamera nascosta per mostrare fin dove arriva il cattivo elemento. La persona che si presta a fare da esca, a spogliarsi, a farsi toccare, è la vittima. Dopo aver registrato tutto si va a rinfacciarlo al malinquente, che ovviamente nega tutto, ma siccome le Iene hanno le immagini la situazione è quella del gatto col topo e un po’ alla volta lo si mette alle strette. Lo spettatore già sa tutto, è già indignato e si indigna una seconda volta per la sfrontatezza del cattivo soggetto, e forse allo stesso tempo prova quel piacere un po’ sadico dei fan del tenente Colombo. Il cattivo si dibatte ma ogni contorsione aggrava il suo fallo e quando la sua faccia non viene mostrata possiamo solo immaginare l’espressione di un uomo preso in trappola, come sotto lo sguardo affilato di un Dio che conosce i tuoi peccati, ti mette alla prova, ti chiede ipocritamente “dov’è Abele?” e tu terrorizzato… ma ogni protesta contro il metodo psicopoliziesco veniva facilmente tacciata di complicità morale col carnefice, reato forse più grave della violenza stessa.

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La ragione per cui

“Nel 2017 il Censis, a spese pubbliche, aveva attestato la presenza tra gli italiani di un certo rancore, ed in particolare di un rancore verso il Censis, che evidentemente si faceva pagare dalla collettività per leggere i giornali o raccogliere le chiacchiere degli sfaccendati nei bar. Il problema però era reale e nel decennio successivo lo schifo e l’odio degli italiani verso i loro connazionali arrivò al punto che molti immigrati rinunciarono alla cittadinanza generosamente concessagli proprio per non essere odiati anche loro. Ma il clima che si respirava era da crollo dell’impero romano: coppie di anziani coniugi si toglievano la vita col topicida dopo aver incendiato tutti i loro beni, preferendo questo che lasciare uno spillo a quelle bestie dei figli; altri donavano tutto agli extracomunitari, senza fare alcuna distinzione tra i poveracci e i riprovevoli, oppure azzardavano investimenti consigliati da bancoposta, che per distruggere la ricchezza era un modo ancora più sicuro dell’incendio. Nei condomini, da sempre focolaio di un odio ottuso e implacabile, si levavano le grida degli assassinati per non aver chiuso bene il portone. E tutti si chiedevano angosciati da dove venisse quest’odio insensato e feroce, che tutti deploravano tra una spiata e un commento velenoso sull’igiene del vicino di ombrellone. Mai si erano sentiti tanti appelli alla ragionevolezza e alla compassione, che però esacerbavano solo gli animi, perché nessuno voleva prendere lezioni da nessuno, e ci mancherebbe altro. Come aveva detto settant’anni prima Elia Spallanzani, “ogni goccia biasima il diluvio”, ma lo stesso grande autore era caduto vittima dell’odio popolare, confermando così un’altra sua profezia, e cioè che a furia di ignorarlo quelle carogne sarebbero arrivate anche ad ucciderlo. Si comprenderà perciò lo stupore quando, intorno al 2040, cominciarono a circolare alcuni suoi inediti, e con loro la voce che fossero stati scritti da poco. Su un muro di un paesucolo abbandonato da anni ai predoni Khmer apparve la scritta “in verità egli vive”. Da quando l’abbiamo vista sentiamo il bisogno di ricordare il futuro”.

Fondazione Elia Spallanzani, Vecchi trucchi per un nuovo cane, Passogatto, primo aprile 2049.

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Circa la menzogna

Attualmente, la principale differenza tra la propaganda di sinistra e quella di destra è che la prima trasforma speranze attuali in fatti futuri (gli immigrati ci salveranno), mentre la seconda trasforma timori futuri in fatti attuali (stanno prendendo il nostro posto!).

L’elettorato di sinistra è abituato a dover riporre fede nel futuro, mentre quello di destra pretende il cambiamento subito. Perciò la propaganda di destra, per essere efficace, è costretta a dire cose che sono fattualmente smentibili, mentre quella di sinistra è costretta a spergiurare sull’efficacia dei suoi metodi di previsione, che in genere non sono né smentibili né confermabili.

Questa propaganda di norma non travisa apertamente i fatti ma cerca di trasferire la sua affidabilità dalle notizie vere e proprie alle previsioni presentate come notizie. E’ come se dicesse: “siccome ti diciamo la verità su quello che è successo ieri, devi crederci anche quando ti diciamo quello che succederà domani”. La propaganda di destra invece implicitamente afferma: “sappiamo tutti che succederà domani e già oggi ci sono i segni, ma te li nascondono”.

Quando la sinistra non può negare un fatto che non le conviene, ne nega le logiche conseguenze o lo dichiara non generalizzabile (il fatto che contrasta con la teoria viene ignorato o svalutato). Quando la destra non può provare un fatto che le conviene, afferma che è notorio o che viene nascosto (l’avvisaglia richiesta dalla profezia se non c’è viene creata gonfiando un fatterello o inventandolo).
Di conseguenza la sinistra si batte per l’informazione veritiera, ma non si fa scrupoli a presentare mere previsioni come fatti inevitabili, mentre la destra batte su un’attualità soggettiva, che discende dal futuro.

Per averne la prova basta premettere ai titoli di destra “e ti pareva” e a quelli di sinistra “come prevedevamo”. Va colta la sfumatura: la sinistra conferma continuamente l’infallibilità della sua teoria, mentre la destra il suo possesso di una verità oracolare.
La sinistra conosce il presente e predice il vero futuro, a dispetto di ciò che può sembrare, mentre la destra conosce il futuro e inferisce il vero presente, sempre a dispetto di ciò che sembra.

Ancora, la destra pesca tra le menzogne del popolo su ciò che è, mentre la sinistra spinge gli intellettuali a mentire su ciò che sarà. Gli immigrati salvano il sistema previdenziale, o meglio lo salveranno perché le cose andranno come prevediamo. Gli immigrati, si sa, ci sostituiranno, o meglio ci stanno già sostituendo, quindi dobbiamo reagire.

In altre parole, oggi la destra falsifica i fatti sulla base di dogmi mentre la sinistra falsifica le teorie trasformandole in dogmi. Non è stato sempre così e i ruoli possono scambiarsi a seconda della convenienza e delle circostanze. I due processi sono in realtà molto vicini e a volte è difficile distinguerli, perché sono solo due fasi del più generale processo onirico che costruisce il mondo.

Quanto sopra può apparire ovvio e contemporaneamente ridicolo*. Storicamente il potere in carica è maestro nell’omissione e falsificazione delle notizie. Allora com’è che da un po’ torna sempre sull’emergenza falsità? Solo perché anche i suoi avversari applicano la falsificazione su larga scala? Questa sarebbe un’interpretazione meschina. Se si trattasse solo di una gara tra bugiardi il potere vincerebbe a mani basse. Il fatto invece è che falsificare le notizie è sempre stato solo un ripiego. Solo i deboli hanno bisogno che i fatti gli diano ragione. Una classe dominante veramente bella invece resta in piedi anche se tutto smentisce le sue affermazioni, quindi non ha bisogno di mentire**.

Al popolo va consegnata la verità, che non ama***. Perché nascondergli ciò che comunque non può cambiare? Mentire è sbagliato perché potrebbe illudere qualcuno e spingerlo a inutili ma fastidiosi tentativi di cambiare le cose. La verità, quando non serve, diventa gratuita.

L’unica cosa che sconcerta alcuni servi del potere è la stramba tendenza del popolo a credere in assurdità anche quando gli viene dimostrato che sono false. Questa tendenza, etichettata come “post verità”, è semplicemente la naturale tendenza a desiderare la morte e la sostituzione dei dominanti. Contro la ragione e l’evidenza, alcuni pensano che vorrebbero comandare loro e niente riesce a fargli cambiare idea.

Il potere, avendo assunto i caratteri di un sistema scientifico, dimostra agevolmente che in base ai dati e ai modelli la sua sostituzione sarebbe dannosa, eppure c’è chi ne dubita. Se lo fa, è perché si basa su false notizie, e quindi non devono esistere false notizie. Nessuno potrebbe ribellarsi al darwinismo, anzi nessuno potrebbe proprio concepire questa rivolta se non fosse ingannato dai bugiardi. Deve sapere la verità, e accettare che non può farci niente****.

* questa natura contraddittoria non sta tanto nelle affermazioni ma nel nostro modo di valutarle: il numero di cose ovvie e insieme impossibili cresce in maniera vertiginosa.

** nemmeno per ottenere consenso. Il potere moderno non ha bisogno di consenso, la stessa parola ormai non significa più niente. Fornire milioni di notizie vere, assolutamente vere, non permette a nessuno di decidere cosa fare. Nessuno può assimilarle o valutarle, tantomeno il potere. Le notizie false, al contrario, permettono una decisione. Sarà sbagliata, ma è una decisione. L’assoluta verità induce gli ingenui a ritenere che è meglio se comanda chi ne sa di più, e i consapevoli a pensare che è del tutto indifferente chi comanda visto che non si sa che fare. Queste condizioni non muteranno mai, se non per caso.

*** La collettività fabulante produce sempre spontaneamente il falso secondo modelli costanti. Si rilegga Gadda:

<<Aveva carta e stilografica, omise i: “Gesù, Gesù mio bello! Sor commissario mio!” e altre interiezioni-invocazioni di cui la “signora” Manuela Pettacchioni non tralasciava d’inzeppare il suo referto: un drammatico racconto. Il portiere coniuge, fattorino alla “Centrolatte Fontanelli”, sarebbe rincasato alle sedici.
“Gesummaria! Prima aveva sonato alla sora Liliana…”
“Chi?”
“Ma l’assassino…”
“Ma qua’ assassine si nun ce sta ‘o muorto?”>>.

Sempre tornando al passato, ricordiamo che nel 1973 Fruttero e Lucentini scrissero un pezzo su Gheddafi, o meglio sulla tendenza dei giornalisti e degli italiani in generale a fingersi bene informati di qualsiasi cosa e a ricamarci il solito epos bituminoso. Il pezzo di intitolava “pare che” e riportava / immaginava, correttamente, le varie voci che sarebbero state messe in circolo: pare che Gheddafi sia una creatura della Cia, pare che sia omosessuale, che gli piaccia il maiale, etc. Il disinteresse per la verità dipendeva sia da ragioni propagandistiche, sia da una intrinseca fatuità degli italiani. I libici la presero male e pensarono (anche giustamente) che dietro l’ironia ci fosse un attacco a Gheddafi, per cui chiesero di cacciare i due articolisti. La Fiat, che era proprietaria de La Stampa e faceva affari con Gheddafi, si rifiutò. Giornalisti e lettori invece non abbandonarono il vizio del “pare che”, anzi forse non capirono nemmeno il punto. A quarantacinque anni di distanza gli italiani restano terrorizzati all’idea di apparire ingenui e meno informati degli altri e continuano gagliardamente a immettere fantasie nel sistema, stavolta omettendo anche il “pare che”. Nella maggior parte dei casi i siti non fanno altro che riprendere voci che già circolano tra la gente, o confermare quel che già “si dice”. La menzogna viene dal basso, o meglio da tutti i lati. La foto coi politici al funerale di Riina non potrebbe diffondersi se non fosse già ampiamente diffusa l’idea di una connivenza tra stato e mafia (tesi, per altro, cavalcata in passato dalla sinistra e rivoltatasi contro di lei da quando è al potere). Quell’immagine è efficace perché è simbolica: può anche non essere di fatto vera, ma non perde per questo il suo significato (lo stato a braccetto con la mafia), che è ampiamente condiviso. Solo una minima parte delle persone la prende letteralmente: per gli altri è “ironica”, e il fenomeno della sua circolazione diventa a sua volta una notizia, che viene ripresa anche da chi vuol denunciarne la falsità e da chi si prende gioco dell’ingenuità di chi ci crede. Tutto incrementa la circolazione del “si dice”, come del resto fece anche il pezzo di Fruttero e Lucentini.

**** con la conoscenza a portata di click, si ridiffondono le vecchie credenze. Non è un paradosso, è logico. La conoscenza del reale, come notava Lovecraft, è intrinsecamente atroce. Finché c’è il dubbio sulle cose, posso limitarmi a sperare per il meglio, ma quando so come stanno effettivamente mi resta solo la cieca convinzione nel contrario. Non basta più un’opinione, che sarebbe smentita dai fatti. Ad esempio, prima della conferma che il mondo è piriforme non poteva esistere una vera fede nella terra piatta. La fede è proprio credere nonostante la contraria evidenza, altrimenti si chiama convinzione o opinione. Fede che io però non sono più in grado di provare, per cui la mia non è genuina, spontanea, ma costruita e consapevolmente mantenuta. Perciò è una forma di malattia mentale, un’illusione consapevole, almeno in parte. E’ il pensiero doppio: prendere gli antibiotici e insieme credere nella guarigione coi cristalli. I pochi che si lasciano morire perché rifiutano la medicina sono pazzi inconsapevoli, e quindi in effetti sono i meno pazzi. Gli altri conoscono per forza la lingua della menzogna.

 

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Le lumache del giardino se la godono più di te

In “S.O.S. Fantasmi” Bill Murray racconta gli episodi più belli della sua infanzia, ma il fantasma dei natali passati gli fa notare che sono spezzoni di vecchi telefilm: in realtà lui ha passato il tempo a guardare la televisione. Per i nati negli anni ’70-80 questa è la condizione normale. Le sigle dei cartoni animati sono la loro porta magica verso un passato che non esiste*.

L’immaginario televisivo infantile è composto per buona metà di pubblicità, che in trent’anni è rimasta quasi invariata nella sua elementare promessa di divertimento. Il fastidio che proviamo di fronte alle pubblicità per adulti non dipende dalla loro spudorata ipocrisia, ma dalla nostalgia per le forme della pubblicità per ragazzi. All’epoca ci consideravano troppo stupidi per credere che qualcuno volesse venderci un pupazzo per il nostro bene. I nostri benefattori rimanevano i genitori, mentre adesso è direttamente l’impresa.

C’è la pubblicità di una compagnia di assicurazioni che mostra un terremoto e il salvifico intervento della società, precisando “basata su una storia vera”. Le compagnie, in effetti, risarciscono i danni derivanti da sinistri. La sollecitudine materna mostrata nel filmato invece è quasi sicuramente un di più. Il fine dichiaratamente propagandistico non priva la scena del suo effetto emotivo. Probabilmente c’è gente che con una parte del cervello pensa davvero che la compagnia ti verrà a salvare, o che rielabora la vicenda come fatto realmente accaduto (d’altronde, è “basato su una storia vera”). La compagnia sottolinea che vuole il tuo bene, lasciando in secondo piano il fatto che paghi per garantirti dall’eventualità di un danno. Il volgare aspetto economico recede di fronte ai sentimenti. E questa modalità di comunicazione, estesa a tutti i settori della vita, spiega non poco.

Il motivo per cui i giornali riportano raramente buone notizie è che lo fa già la pubblicità. Non solo ti vende la merce, aspetto volgare della vicenda, ma ti mostra che il futuro è roseo e tutti vogliono il tuo bene. I supermercati pensano alle persone prima che alle cose, le compagnie assicurative vengono a tirarti fuori dai guai, i cellulari ti donano parte della loro bellezza, le compagnie telefoniche avvertono se qualcuno fa una tariffa migliore. In sintesi, sei in una botte di ferro e ogni giorno c’è qualche piacevole novità. A questo punto è necessario che anche i giornali ti diano qualche soddisfazione, ad esempio confermando i tuoi pregiudizi o rinfocolando la rabbia che (assurdamente, visto che va tutto bene) provi per le condizioni miserabili della tua vita. Tu, è chiaro, sei una persona colta e quindi non credi né alla pubblicità né ai giornali, ma qualcosa si fa ugualmente strada dentro di te.

Il ciclo di esaltazione / depressione che caratterizza ormai le giornate di tutti è puntualmente regolato dall’alternanza pubblicità / notizie. Bisogna chiarire che un’esaltazione continua è insostenibile e che quindi il popolo desidera la depressione. Anche se non legge i giornali, trova modo di alimentare la sua disperazione con le chiacchiere da bar. Solo il lato positivo delle cose è assorbito completamente dalla pubblicità, mentre quello negativo resta diffuso. La stessa pubblicità, per restare efficace, deve presentarsi come un’isola di salvezza: senza il diluvio di cattive notizie, di rabbia e di frustrazione del mondo reale, come potremmo abbandonarci all’illusione di industrie che salvano l’ambiente, di cibi salutiferi e solidali, di miglioramenti spirituali connessi all’abbigliamento? Senza inferno che significa paradiso?

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Man mano che la nostra vita affonda nello sterco fare pubblicità diventa sempre più facile. Fino a trent’anni fa nessuno avrebbe creduto che ti vendono la roba per il tuo bene, mentre adesso questo assunto é la base comune degli spot. La fede religiosa d’altronde si rafforza nei periodi di peste e carestia, e se la carestia non c’è conviene che venga. Per la pubblicità un mondo migliore sarebbe esiziale, perché è fondata sul desiderio e non sulla sua soddisfazione. Tutto deve apparirti poco, così per andare avanti sei costretto a convincerti di varie assurdità, e questo spiega anche come mai gente di normale intelligenza presta fede (con una parte del cervello) alle più strane balordaggini. Si sforzano proprio di crederci.

* Quelli che nascono adesso non avranno neanche la possibilità di confrontare i loro ricordi con qualche foto, perché le foto sono digitali, le immagini reali e quelle della rete sono indistinguibili, hanno lo stesso formato.
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Quel che già esiste nella mente

Volendo trovare delle false notizie davvero perniciose per l’umanità, basta sfogliare un qualsiasi giornale da barbiere/parrucchiera, di quelli che raccontano gli amori dei vip, le loro esperienze mistiche, i loro esperimenti culinari. Queste informazioni non solo sono quasi sempre false, ma anche quando sono vere veicolano una visione nel complesso falsa e contraddittoria, che raggiunge milioni di persone e costituisce il principale argomento di conversazione. Del resto, non è che la gente sia diventata idiota negli ultimi 4-5 anni: era partita molto prima.

Da un centinaio di anni il problema non sono i mezzi che la gente usa per avere informazioni nella convinzione che trasmettono informazioni (facebook, il telegiornale etc), bensì le informazioni che la gente di fatto riceve da ciò che non ritiene fonte di informazione (la pubblicità, i siti porno, le chiacchiere del bar).

L’enorme massa di sciocchezze, pregiudizi e infamie che compone la mentalità dell’individuo medio è in realtà alimentata da tutto ciò che non gli appare come informazione o insegnamento, perché quell’individuo è intrinsecamente refrattario a ogni lezione. Nelle notizie false lui cerca solo la conferma di ciò che già pensa e questa pressione genera le false notizie. Non sono diffuse o imposte ma cercate, avidamente cercate, perché in bocca all’individuo si trasformano in lezioni che lui impartisce ad altri. D’altronde lui l’aveva sempre detto.

Il film “Inception” spiega diffusamente quanto sia difficile impiantare un’idea nel cervello di qualcuno e, una volta impiantata, come sia impossibile fargliela cambiare. Perché l’idea attecchisca l’individuo deve illudersi che venga da lui: nessuno sarebbe così miserabile da accettare un’idea venuta da qualcun altro. Questa autarchia psicologica, più dell’interesse, spiega la ripugnanza che proviamo nel citare le nostre fonti, specie se viventi, e la tendenza a riproporre variazioni puramente terminologiche di idee altrui nell’assoluta convinzione che siano nostre. Perciò le vere forme di persuasione non si presentano mai apertamente, ma sempre camuffate, per evitare che l’individuo le rifiuti istintivamente come idee esterne. La persuasione, in definitiva, è sempre occulta, mentre la notizia (vera o falsa) viene scelta solo come conferma.

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Sul camaleonte (così, senza motivo)

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Come tutti i proletari cognitivi Amleto fa la dieta del camaleonte, “aria farcita di promesse”. Che il camaleonte si nutrisse solo d’aria era tesi diffusa e la riporta anche Leonardo da Vinci, che curiosamente aggiunge:

“sta subbietto a tutti li uccielli; e per istare più salvo vola sopra le nubi e truova aria tanto sottile che non può sostenere ucciello che lo seguiti. A questa alteza non va se non a chi da’ cieli è dato cioè dove vola il cameleonne”.

Questo camaleonte volante viene dal remoto: Cecco D’Ascoli nel cap. 5, libro III dell’Acerba Etas scriveva:

“Camaleonte che vive nell’aria
Quale è soggetto di tutti gli uccelli,
Se la sua chiaritate si fa varia,
sopra le nubi volando s’adduce
E passa quelle parti delli cieli
In fin che trova l’aria in pura luce:
Ivi si pasce ed ivi si nutrica”.

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Il camaleonte, xilografia, da Cecco d’Ascoli, Acerba, Venezia, 1535

Anche il bestiario di Pierre de Beauvais (circa 1200) descriveva il camaleonte come un uccello e diversi bestiari italiani lo seguivano. La confusione potrebbe forse nascere dal fatto che nell’elencare gli animali impuri la bibbia usa il termine “tinshèmeth” (legata al respiro) per indicare sia il cigno, sia un animale “sciamante” che è stato identificato col camaleonte.

Altra fonte di confusione è guarda caso Paolo Uccello, che secondo Vasari aveva affrescato la volta dei Peruzzi con 4 animali simbolo dei 4 elementi, e per l’aria aveva seguito la tradizione di usare il camaleonte, ma siccome non aveva mai visto un’animale del genere

“fece un camello che apre la bocca et inghiottisce aria empiendosene il ventre; simplicità certo grandissima, alludendo per lo nome del camello a un animale che è simile a un ramarro, secco e piccolo, col fare una bestiaccia disadatta e grande”.

Da cui ulteriori sovrapposizioni tra il camaleonte e il camelopardo. Incidentalmente, in alcuni bestiari lo struzzo veniva già rappresentato con zampe da cammello, e infatti talvolta i due animali (struzzo e camaleonte) vengono confusi.

Ma le due versioni (camaleonte terrestre ed aereo, o celeste) sopravvivono nei secoli e nel 17° secolo c’è chi ironizza sulla confusione e dice che alcuni scambiano il camaleonte per l’uccello del paradiso.

Grazie ad Escher il camaleonte raggiunge infine il luogo che gli spetta, le stelle, e per una felice e circolare coincidenza l’incisione è ispirata alle illustrazioni di Leonardo del De Divina Proportione di Pacioli.

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Passeggiare pallido e assorto

Ovvero l’ennesimo titolo di merda della Fondazione.

Il clima induce a promenarsi, la produttività passa in secondo piano. Ovviamente andiamo innanzitutto in libreria. Ci piace girare per le librerie, fermarci davanti allo scaffale delle novità e produrre subdole scoregge: sono in tema e nessuno sospetta. Ci cade sotto l’occhio un libro di Chomsky: in foto somiglia molto a Pietro Savastano.

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Chiediamo informazioni al commesso, ci risponde che faremmo meglio a cercare su internet. Replichiamo che se la ricerca andasse in porto probabilmente compreremmo il libro su internet. L’espressione del commesso dice che la libreria non è mica sua e che ha un sacco di Camilleri da sistemare. Usciamo meditando foschi propositi.

Poco più tardi siamo in un negozio che vende caffè e altri coloniali. Chiediamo lumi su un certo prodotto e la commessa ci risponde di leggere l’etichetta che c’è scritto tutto. La sua inutilità non sembra turbarla, anzi si direbbe che ne è quasi fiera. Pur lavorando da anni in un settore specifico è riuscita a non imparare nulla su ciò che vende. Mentre leggiamo etichette lei smanetta su un computer, probabilmente lanciando severi moniti contro l’automazione.

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In fumetteria il commesso si rivela molto competente, più del titolare e di noi messi insieme. È così competente che non riesce del tutto a nascondere una certa compassione per i nostri gusti puerili, non disgiunta da una venatura di disprezzo. È un fatto che la giusta distanza si incontra sempre più raramente.

In una gioielleria, la commessa è paziente e si direbbe che sa il fatto suo. Difficile dirlo, perché noi siamo assoluti profani, ma l’importante è l’impressione. Il suo unico difetto: la lode costante e iperbolica di ogni singolo pezzo. È tutto bello, tutto va molto. Va perché è diverso o perché è tradizionale, perché unico o popolare, perché giallo o, al contrario, proprio perché non è giallo. Più che una commessa sembra la titolare.

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Dal tabaccaio, la promoter ci fa i complimenti per aver scelto la sua marca di sigarette. Proletarie e fetide, meriterebbero una promoter gobba o storpia mentre questa è proprio bella e sembra genuinamente felice del nostro lento suicidio. Un complimento in real life è cosa tanto rara che anche quello falso o interessato ha un profumo fantasmatico, come un fiore di plastica. Chissà se gli androidi sognano complimenti artificiali.

P.S. Il problema non è tanto il remoto rischio di perire in un attentato, ma la certezza che l’unica alternativa sono le domeniche all’Ikea.

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Governi da incubo

Cannavacciuolo somiglia al genio della lampada versione Bud Spencer, arriva e in tre giorni risolleva imprese destinate al fallimento con metodi sostanzialmente magici, visto che dice sempre più o meno le stesse cose e compie sempre gli stessi gesti. Qualcuno si chiede con che criterio vengono scelti i locali da salvare e anche se è giusto salvare dei bisunti che non puliscono le proprie cucine da settimane o degli ineducati che si permettono di insultare o deridere clienti scontenti. Domandarsi questo significa non aver capito l’aspetto religioso di “Cucine da incubo”, che come dio non salva i meritevoli ma preferisce i peccatori pentiti.

Ipnotizzati dal simpatico Cannavaccia, l’hanno scorso ci siamo chiesti che sarebbe successo applicando il suo metodo al governo del paese.

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Voce fuori campo: il paese è allo sbando, l’unico modo di salvarci è chiamare ANTONINO CANNAVACCIUOLO!

Siamo nel ristorante “Povera Italia” ed ecco il Cannavaccia che chiede al cuoco quando arriva la ripresa annunciata nel menù. Chef Renzi risponde con un ilare gesto dell’ombrello sotto lo sguardo compiaciuto della commise Boschi.

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Lo chef va subito al sodo e la sua peculiare incapacità di pronunciare per intero la parola “non” non gli impedisce di spiegarsi con efficacia.

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C’è tensione nel governo del ristorante “Povera Italia”. Scambi di accuse tra i membri dello staff, ma chef Cannavacciuolo saprà cosa fare.

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Solo Cannavacciuolo può sistemare questo governo da incubo! Spesa fuori controllo, riforme pasticciate, veleni tra lo staff… a questo punto bisogna coinvolgere la proprietà!

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Lo Chef capisce subito che da questo lato non c’è niente da fare e quindi si concentra sulla cucina: eccolo mentre mostra al cuoco Renzi come resistere al governo fino alla prossima ripresa!

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E adesso lo Chef con le sue maniere rudi ma oneste spiega a un sempre più ilare Renzi come cucinare una riforma costituzionale veramente sana e saporita!

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Voce fuori campo: COI CONSIGLI DELLO CHEF IL SUCCESSO E’ ASSICURATO!

E appunto il successo di questo fotoromanzo ci ha spinto a progettare un clone intitolato “Famiglie da incubo”, con protagonista Mario Adinolfi. Marione dovrà vedersela con coppie gay che cucinano roba né carne né pesce, figli dal genere fluido che frullano il lardo di colonnata con gli smarties e poliamanti che essendo in troppi rovinano il brodo. Riuscirà il nostro con la sua carica di simpatia a far trionfare la tradizione sociogastronomica del ragù di mamma?

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Chef Mario gusta un bel kaféee di cicirinella prima di passare alle maniere forti.

Il progetto era a buon punto quando siamo stati distratti da una notizia clamorosa. La dogana australiana avrebbe bloccato un cinese che tentava di contrabbandare un panda travestendolo da Adinolfi.

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Mentre riflettevamo amaramente sul punto è giunta un’altra notizia correlata: per protestare contro la sostituzione etnica alcuni militanti di Casa Pound(a) si sono travestiti da panda e hanno sfilato per ore davanti al piede a terra del governatore della Lazie. Scambiati per Mario Adinolfi, sono stati lapidati con parole grosse da un pullman di genderfluid diretti a Medjugorje.

Essendo chiaro che la realtà ha superato la fiction abbiamo rinunciato a proseguire.

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Rant

I blog servono anche se non soprattutto a lagnarsi e quindi:

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Alla Feltrinelli c’è da anni questo cartello con una frase del Giangiacomo che dice:

“Il grado di civiltà del nostro paese, dipenderà anche, e in larga misura, da cosa, anche nel campo della letteratura di consumo, gli italiani avranno letto”.

Si nota subito che la prima virgola non ci vuole. Aveva senso nel testo originale, non in questa versione ridotta. Ma la cosa più importante è che sotto il cartello ci sono i presunti esempi di buona letteratura di consumo, e cioè quel che un amico definì “il triste abc sottoletterario: Allende, Baricco e Coelho”. Con l’aggiunta di un po’ di Sorrentino e qualche altro modestissimo. La frase del Giangi appare tradita sia nella forma che nella sostanza, e la stessa foto che accompagna il cartello ha un’espressione triste.

P.S.: e insistono.

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Tosetti e Spallanzani

Le mappe dei navigatori a volte contengono errori (sembra l’inizio di una favola in versi) deliberati, che servono per incastrare i plagiari. Qualcosa di simile è venuto fuori nel 2008, quando Manguel (coautore del già lodato Manuale dei luoghi fantastici) denunciò che Anna Ferrari (autrice del Dizionario dei luoghi immaginari) aveva copiato, tant’è che riportava voci completamente inventate (Malacovia, di Amedeo Tosetti) o esistenti ma manipolate.

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L’articolo del Corriere del 30 marzo 2008 non è più disponibile gratuitamente ma in rete si trova un commento che permette di ricostruire il fatto e giustamente osserva:

“La cosa divertente è che la reazione seccata di Manguel (o almeno così si evince dall’articolo) è da filologo, e non tanto da borgesiano, mentre la risposta della Ferrero è più da borgesiana che da filologa: “Dal momento che si trovano in un’altra opera, sono diventati luoghi fantastici di cui tener conto al pari degli altri…”. Giustamente Di Stefano cataloga questa affermazione come battuta, o filologia immaginaria. Ma nella battuta qualcosa di vero c’è. Basta fare un giro negli onnipotenti (ancorché imprecisi) motori di ricerca per scoprire che centinaia di siti ormai riportano ABATON e MALACOVIA, i luoghi di Manguel, senza neanche citare il Manuale. Manguel ha forse creato un miraggio filologico, poiché tra 50 anni sarà difficile distinguere l’origine scherzosa di Malacovia.”

In effetti sono serviti meno di cinquant’anni. Nel 2009 è stata progettata persino New Malacovia, basata sul testo di Tosetti. E non è l’unico suo testo che ha avuto un certo successo. L’Italia turchizzata immaginata da Tosetti nel libro “Le avventure del pascià a due code Ahmed nell’Ydalistàn, storia bizzarra ma istruttiva” è finita nel libro “L’orda” di Gianantonio Stella. Tosetti viene menzionato anche da Calvino in  Collezione di Sabbia (1984), che doveva essersi sentito fischiare le orecchie perchè il Manuale attribuisce a Tosetti anche il testo “Gli irridenti del deserto“, dove si immagina una città costruita su cammelli in cui nessuno tocca mai il suolo, antenata della città arborea del barone rampante.

Ma Calvino declina ogni responsabilità circa l’attendibilità di queste voci. Perchè infatti chi era questo Amedeo Tosetti? Ci dà qualche notizia Giampaolo Dossena in un articolo de La Stampa del 24 aprile 1983:

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Riprenderà poi l’articolo nel suo Dizionario dei giochi con le parole e aggiungerà qualcosa nell’Enciclopedia dei giochi e nella Storia confidenziale della letteratura italiana, attribuendo a Tosetti varie amenità. A questo punto è inevitabile notare dei punti di contatto tra Tosetti e Spallanzani: entrambi precursori, entrambi ingiustamente ignorati ed entrambi appassionati di enigmistica. Con una notevole differenza, però, perchè al contrario di Spallanzani Tosetti non è mai esistito.

Andrea Comotti ne La Milano Dispersa del 1983 già scopriva il gioco e in un articolo di tuttolibri del 20 ottobre 1984 Guadalupi confessava, se ce ne fosse ancora bisogno, che Tosetti è uno scrittore immaginario.

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Bisogna ancora notare che Dossena attribuisce la riscoperta di Tosetti a Guadalupi e non a Manguel. Il libro Le città fantastiche di Paolo Petitto (2000) ha un capitolo sulle “Città beffarde” di Tosetti e la prefazione di Guadalupi. Il menzionato Comotti afferma apertamente: “Non sarà un caso se il miglior atlante di geografia fantastica l’ha poi disegnato un lecchese-milanese, Gianni Guadalupi alias Amedeo Tosetti“. Ma del resto lo stesso Manguel in un’intervista del 1998 conferma che le voci di autori italiani (tra cui quindi Tosetti) le ha scritte Guadalupi.

Quindi apparentemente abbiamo tre livelli di falsità: Malacovia è una città immaginaria descritta da un autore immaginario la cui invenzione viene attribuita a Manguel invece che a Guadalupi (o viceversa).

Infine, una strano incrocio di destini: la Fondazione nutre grande affetto per il gioco di ruolo Katakumbas e in un articolo di Dossena su Tuttolibri del 15 settembre 1984 soprendentemente troviamo insieme Katakumbas e Tosetti, per altro con una mappa di Laitia che non avevamo mai visto prima e che doveva appartenere alla prima edizione del gioco.

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Ringraziamo Enrico Rossi per la collaborazione.

P.S.: infinite mappe di luoghi immaginari disegnate da un bot.

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