La vendetta del Padre

Ci viene in mente una connessione tra teoria freudiana e gnosticismo. Abbiamo menzionato l’ipotesi di Freud (qui una delle tante disamine) per cui nel corso della storia umana i figli si sarebbero coalizzati contro il padre primordiale e l’avrebbero ucciso, per spartirsi i suoi beni e soprattutto le femmine. Rendendosi conto però che presto sarebbe ricominciata la lotta per il predominio assoluto, i figli avrebbero stabilito una sorta di legge. Inoltre, inorriditi dal loro crimine e presi dal senso di colpa, avrebbero divinizzato il padre gettando le fondamenta di tutte le religioni.

Passando allo gnosticismo, abbiamo ricordato che il vero Dio, chiamato non a caso Dio Primordiale, Pater Innatus etc., non è il creatore del mondo, che è opera di uno o più demiurghi. Spesso questi esseri vengono chiamati “i sette” o “i dodici” e fatti coincidere con i pianeti o i segni zodiacali. Tuttavia, come ha notato H. Jonas, il legame è per così dire esterno, nel senso che gli gnostici con tutta probabilità hanno preso la struttura di alcune religioni astrali (come quella babilonese) e l’hanno adattata ai loro scopi. Quello che gli premeva dire è che l’ordine del mondo, compreso quello celeste, è una trappola che imprigiona l’uomo.

Lo gnosticismo inoltre prevede quasi sempre la figura di un inviato del vero Dio, che è parte del Padre e viene fatto coincidere con Cristo o con altre figure. Questo Figlio è puro ed esiste da sempre, è sceso nel mondo per salvare le scintille di divinità imprigionate nei corpi umani e vive nascosto, per non essere riconosciuto dagli Eoni, i signori del basso mondo materiale. Come in “Divina invasione” di P.K. Dick, il logos letteralmente si infiltra nella realtà e può anche apparire qualcosa di spaventoso.

Comunque, fingiamo per un attimo che la teoria di Freud corrisponda davvero a un evento storico. Immaginiamo lo stato psicologico dei figli patricidi: non è facile supporre che invece di divinizzare semplicemente il padre l’abbiano sdoppiato in un padre buono, perfetto, che non genera (e quindi non opprime, non ruba le donne, non comanda) e uno cattivo, opposto al primo, stupratore e prevaricatore, e che si siano detti “noi abbiamo ucciso solo il padre cattivo”? Che però non è morto: infatti non è possibile nascondere completamente la colpa derivante dal parricidio. Il senso di colpa ha fatto del padre cattivo un dio maligno.

Ecco quindi la figura del demiurgo, il finto dio sedotto dalla materia. Il passo successivo è la creazione degli Eoni, o Arconti, o Potenze, che in fondo non sono altro se non gli stessi figli: sono loro che hanno tradito il padre e creato un mondo regolato, ma ora lo trovano opprimente. Le leggi della società e della vita gli sembrano un inganno ordito ai loro danni e rimpiangono la libertà infinita (che non hanno mai goduto, ma immaginano di averlo fatto). E del resto è abbastanza logico: mettiamoci di nuovo nei panni di un figlio: dopo aver ucciso il padre non abbiamo nemmeno la soddisfazione di prendere il suo posto, perché dobbiamo sottoporci alle regole della fratrìa. Ah, se fossimo stati noi il padre! Certamente non avremmo generato!

Anche in questo caso si verifica un camuffamento psicologico: gli gnostici non si rendono conto di essere i figli e quindi odiano gli Arconti e tutta la struttura dell’universo, compresi il tempo e lo spazio. Loro si identificano con delle particelle divine, che attendono l’emissario del Padre perché le riporti nella pienezza, nel pleroma. L’origine nel parricidio spiegherebbe l’odio fanatico degli gnostici per il sesso e la generazione, perché è dal sesso che nasce il dio maligno ed è per il possesso delle femmine che è stato sparso il sangue di dio. E spiegherebbe anche la loro ansia di arrivare alla distruzione del mondo, che è composta da due fattori apparentemente inconciliabili: perché da un lato lo gnostico aspira alla purezza, e dall’altro si esalta all’idea che una volta riunito al padre non sarà più niente: col che, immagina di diventare qualcosa più grande di tutto. Lo gnostico quindi si sente abietto e onnipotente, si vuole punire per l’assassinio del padre e allo stesso tempo vuole essere il padre, o meglio ciò che pensa debba essere il padre perfetto: un essere inimmaginabile, cumulo di negazioni: l’esatto contrario del mondo, che si ostina a essere soltanto qualcosa.

Per cui forse lo gnosticismo è stato l’ultimo tentativo del Padre (introiettato) di tornare al potere, il sogno umano di ricostruire la società ideale, che non è mai esistita: quella in cui esiste un solo uomo che esercita il suo infinito potere sulla realtà ignorandola. Ma il tentativo fallirà: prevarrà invece la religione di Cristo, ossia quella del figlio innocente. E questo figlio, in virtù della sua rinuncia ai beni terreni, diventerà la nuova e indiscutibile autorità: non più il padre primordiale ma il primo tra i fratelli, la cui morte guarisce il parricidio: l’uomo non deve più sentire questa terribile colpa perché l’uomo-dio si è sacrificato e ha lavato il sangue. E’ quindi possibile riconciliarsi con la figura del padre e, alla lunga, abbandonare anche la religione.

Tutto ciò avrebbe degli interessanti corollari. Uno, lo gnosticismo sarebbe molto più antico di quanto comunemente si pensa e il suo nucleo risalirebbe addirittura ai primordi dell’umanità. Potrebbe essere rimasto nascosto, dormiente, per millenni, propagandosi di mente in mente come una tara, finché le condizioni generali non hanno permesso la sua espressione. Oppure, al contrario, la teoria di Freud è sostanzialmente gnostica, anche se magari a sua insaputa. E’ basata su una visione pessimistica dell’esistenza che viene da quell’antica radice ma si ferma un attimo prima di scoprirla, forse per paura di risvegliare il Padre.

P.S. Dopo aver scritto questo articolo ci siamo accorti che Jung aveva detto qualcosa di simile.

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Intermezzo: su certe nuove forme di culto

Si direbbe la statua di un supereroe, una donna invisibile o una signora dei venti. Rafforza l’impressione quell’animaletto ai suoi piedi, che ricorda il lemure di Madagascar. Invece é una statua religiosa, una credente in preghiera, e l’animale rappresenta qualcosa come l’altruismo non disgiunto da fiero orgoglio per le proprie origini. Il gesto della donna, le mani giunte ma a formare una sorta di piramide, sembra più un segno magico, per non parlare della complessione aerea. La curiosa e per molti versi ambigua statua decora il mausoleo di Padre Pio, che visto dall’esterno appare un drago, con quelle enormi scaglie verdi, mentre all’interno fa pensare alla crasi tra la grotta di Alì Babà e un centro commerciale. La statua quindi in un certo senso é nel suo ambiente. Con tutto il rispetto, non si può nascondere che l’edificio provoca un certo malessere: la truffa intellettuale posta al servizio di una brutalità innocente o sfrontata.

P.s. Leggiamo che la statua si chiama “navitas” e il suo non è affatto un gesto di preghiera ma appartiene a una tradizione orientale e indica la “suprema illuminazione“. Quindi è quel che appare, un segno pagano, del tutto inconciliabile con il cristianesimo, se non proprio un atto magico più vicino a questa gnosi di cui andiamo cianciando che al santo sepolto in quella chiesa.

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La favola del Figlio cambiato

Trovandoci in argomento, e benchè c’entri poco, riportiamo un frammento diaristico del Nostro sui principi del bene e del male.

“Nel Poema Celeste di Attar c’è scritto che secondo certi sufi il demonio, che loro chiamano Iblis, si dannò perchè a differenza degli altri angeli non volle chinare il capo davanti all’uomo: e ciò fece per amore di Dio, sostenne, perchè solo Lui meritava l’inchino: e Iblis è lieto della dannazione, perchè per condannarlo dio deve guardarlo: come l’innamorato che preferisce uno sguardo d’odio a nessuno sguardo.
Quindi per i sufi Iblis, che non è nemmeno propriamente un angelo ma una creatura di fuoco, non d’aria, è tra tutte le creature la più vicina a dio, quella che più lo ama, e alla fine sarà perdonato (l’aveva già pensato Origine, lo ripeterà Swedenborg).
Altri dicono invece che Iblis non chinò lo sguardo al momento della creazione, per cui vide la prestidigitazione di dio, mentre non doveva vederla: ma questo è più simile all’idea cristiana di satana dannato per superbia o ambizione.

Alla fin fine tutte le religioni ripetono maniacalmente la storia di un abbandono, quello del primo figlio in favore del secondo: il diavolo vede l’uomo preferito, Caino vede Abele preferito, Ismaele vede Isacco preferito, e così via.
Persino Gesù Cristo viene abbandonato, e ciò incrina un po’ la bellezza dello schema. Molti comunque non ci hanno creduto, come quei curiosi Gnostici, che sostenevano essere stato crocifisso un fantasma. Sostenevano anche il dio del vecchio testamento essere satana, ma forse la verità è l’opposto, forse Cristo era il demonio.
Sì, dev’essere così, ed è anche scritto nei Vangeli: Gesù andò nel deserto, incontrò satana, che lo tentò, lui cedette e lì si scambiarono i ruoli. Chi tornò dal deserto fu satana, che decise di sacrificarsi per gli uomini, per cancellare il suo peccato.
E così tutto torna.
Il cristo risorto era l’altro, il vero Cristo, mentre satana non ha fatto giochetti: la sua morte è stata reale, definitiva.
Ma allora che ne è stato del vero Cristo? Egli vaga ancora nel deserto, non può morire: cerca ma non può, il suo sacrificio non serve più! La divinità si è scissa definitivamente e perciò è impazzita: tutto il male viene da questa divisione.
E io ho avuto questa illuminazione adesso, qui, per puro caso.

Sempre nello stesso libro, dice Satana al creatore: benché tu non mi voglia bene, io non ho altro amico che te. Come posso dirtelo, o Illuminatore del mondo? Impara l’amore da me per un momento”.

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La cattiva novella

Questo è il peggiore dei mondi possibili e il suo creatore è Satana in persona.

Ecco la sintesi del credo gnostico, come diffusa dai suoi nemici. Che sono anche i suoi salvatori, perché i testi originali stati quasi tutti distrutti e quel poco che ci resta è contenuto nei libelli polemici e nelle numerose confutazioni dei neoplatonici e dei cristiani. Lo gnosticismo, però, è probabilmente più antico di entrambi e sembra risalire al quinto secolo a.c.. La stessa parola “gnosi”, che vuol dire letteralmente “conoscenza”, è forse inappropriata, o comunque lo è diventata sempre di più perché per noi la conoscenza implica qualcosa di progressivo e di razionale, mentre per i credenti era un’illuminazione mistica. Grandi falsificatori di testi, spesso gli gnostici rifiutavano apertamente il ragionamento e la dialettica, che comunque sarebbero stati inutili per raggiungere la verità: che è, come la divinità, assolutamente diversa da tutto ciò che noi possiamo concepire.

La loro dottrina nasce da una domanda eterna: donde il male? Come si può sostenere che Dio, la massima perfezione, abbia creato il male? O che, non avendolo creato, non sia però in grado di eliminarlo? C’è del marcio e le cose non stanno come ci raccontano.

Nel passaggio dal Dio Primordiale al mondo c’è stata una degradazione: si potrebbe dire come avviene nella replicazione delle cellule, che alla lunga porta a un errore, che genera altri errori, che generano i mostri. Tra l’uomo e Dio c’è una catena lunghissima di esseri intermedi, sempre più lontani dalla luce e sempre meno puri, e più o meno a metà di questa catena c’è il finto dio, venerato dagli ebrei. Come dice Ball, gli gnostici constatavano una contraddizione nel mondo, una vena di follia nella sua anima, e siccome la ritenevano essenziale finivano per trasferirla già nella pienezza della divinità: c’erano quindi due principi, uno buono e uno funesto, che in certe sette assumevano il nome di Figlio e padre.

Plotino, nel suo “Contro gli gnostici”, riassume il credo di una setta attiva a Roma. Loro credono, dice, che l’essere sommo sia il Dio Primordiale, da cui emana lo spirito: ma nello spirito già appare la molteplicità, perché è suddiviso in tre ipostasi o intelligenze: la terza è il Logos, che crea il mondo ideale, il “pleroma” o pienezza. A un tratto però la sapienza divina, che si chiama Achamoth, precipita dalle regioni soprannaturali perché sedotta dalla materia: nel farlo sparge il seme spirituale nelle tenebre e con lei precipitano dalle sfere superiori i dominatori del mondo, gli angeli dei vari ordini. Sono costoro che, nel ricordo delle figure di luce ultraterrena del pleroma, creano il cosmo fisico. In pratica cercano di fare una copia a memoria ma combinano un pasticcio, che è il nostro mondo. Col passare degli eoni anche le potenze si accorgono dell’errore e di quanto sia manchevole la loro opera, per cui sorge in loro una disperata nostalgia della luce reale. Ed è a questo punto che appare GIESUCRISTO: egli è il Logos, l’unico capace di discernere la grandezza del padre, di riscattare la sapienza perduta (che curiosamente è sua madre) e di liberare gli spiriti intrappolati nella materia, riportandoli nel pleroma.

Si sarà cominciato a capire che gli gnostici credono di essere spiriti angelici, caduti per errore e intrappolati: che il dio degli ebrei è solo uno sporco bugiardo, un angelo più perverso degli altri che si atteggia a padre, e che quindi Cristo, il logos, non è il figlio del dio degli ebrei, ma del vero Pater Innatus, dell’inconcepibile dio primordiale. Lo gnostico, quindi, si crede una particella divina, infinitamente superiore agli uomini comuni, che sono fatti solo di materia. Gnostici, in questo senso, si nasce: la scintilla ce l’hai o non ce l’hai, e mano mano che ti avvicini alla verità il tuo lato divino risplende e ti rende in grado di operare prodigi, comandare alla natura, comandare persino gli angeli, finché non sarai nella divinità, e sarai LA divinità.

Però c’è la materia, la tenebra in cui è caduta l’anima, che non è opera di dio: esisteva già, informe e sorda, e nulla potrà mai redimerla. E’ lei il principio del male e si è costruita un proprio regno, quindi gli gnostici la odiano, disprezzano il mondo materiale e tutto ciò contiene, compresa la loro carne: la morte è una liberazione dalla prigionia. Il che, però, vale solo per gli gnostici, che hanno fatto crescere in sè il seme divino, la luce originaria. Perché per gli altri, gli ilici fatti di creta, la morte è l’inizio di un’altra caduta, in un mondo ancora più basso, dove li aspettano pene di ogni sorta, finché saranno gettati nel gioco oscuro delle potenze.

BANGT.

Bisogna dire che come concezione ha una sua grandiosità. Però è anche piena di contraddizioni, come non tardò a rilevare Plotino. Lui non riusciva a capire come Sofia, la sapienza divina, potesse farsi corrompere dalla materia e restare comunque sapienza, tanto che il Logos l’andava a cercare. Né riusciva a trattenere il sorriso di fronte alla teoria che i plasmatori della materia avessero agito per vanità, in quanto “volevano essere glorificati”. Era d’accordo con gli gnostici nel ritenere che il vero Dio è ineffabile, inconcepibile, persino innominabile, però sosteneva che il mondo da lui disceso non si è corrotto, perché nulla che viene dal dio può corrompersi. Secondo Plotino l’unico difetto del mondo è il disordine, cui però lo spirito può porre rimedio. Il mondo, per lui, non è una cosa putrida, fatta di materia morta, ma un unico corpo organico in cui spira un’anima, e conserva in tutta la sua molteplicità un’impronta allettante della vita eterna e dell’infinita sapienza.

Da tutto questo luminoso discorso discendono però altre contraddizioni. Se le cose stanno così (e Plotino è abbastanza onesto da dirlo), allora tutto è bene, e tutto serve al bene. Nemmeno le malattie e le guerre sono un male, perché l’armonia del mondo richiede la contrapposizione.

Il problema appariva insolubile. Nel combattere gli gnostici i cristiani affineranno le loro idee sulla giustizia divina e sulla natura del male, e nel farlo assorbiranno non poche delle idee dei neoplatonici, ma le declineranno in un modo peculiare e soprattutto inseriranno ciò che i pagani non potevano usare, e cioè una delle idee più potenti e fortunate della storia: Gesù Cristo.

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Su “Cristianesimo Bizantino” di Hugo Ball

Mentre si discute accanitamente di Expo sentiamo la necessità di occuparci dei rapporti tra paganesimo, gnosticismo e cristianesimo nei primi secoli dell’era volgare. Ne parla il secondo scritto contenuto nel libro di Ball, dedicato a Dionigi l’Areopagita. Può darsi che l’argomento suoni esoterico o, peggio ancora, troppo noto, ma bisogna rischiare.

Personalmente ci siamo sempre chiesti: ma mentre il cristianesimo dilagava, che ne pensavano i raffinati filosofi ellenistici? A parte la reazione dello stato, i pagani non cercarono di combattere anche sul piano dottrinario? Ball inizia proprio col dire che nei primi secoli della nuova era il cristianesimo era tenuto in scarsa considerazione dalle accademie pagane. Per la filosofia ufficiale era solo una delle tante sette orientali e ancora nel II secolo si trovava sorprendente che Celso accusasse gli irrilevanti cristiani di essere pericolosi per lo stato. Era anche un culto poco conosciuto e confuso con altre piccole sette, tanto che lo stesso Celso in realtà imputava ai cristiani le dottrine degli Ofiti, per cui Origine trovò facile confutarlo. In seguito però l’accademia cominciò a rendersi conto del pericolo e cercò di reagire. Come nota brillantemente Ball, solo di fronte al nemico “l’antichità sembrò comprendere se stessa” e cercò di tornare ai “valori irrazionali delle origini”, per contrapporli alla cospirazione cristiana.

Abbandonando la pura razionalità, che con le masse non funzionava, i filosofi cercarono di riportare in vita l’antica religione trasformando Pitagora, Platone, Talete in asceti e teologi, ierofanti e salvatori del mondo. La religione pagana cercava le sua radici nell’antichissima (e quindi solo per questo affidabile) sapienza egizia, caldea, persiana. Da Plotino a Porfirio, a Giamblico e a Proclo, si assiste a un passaggio dall’estasi razionale alla ricerca di misteri sempre più intricati e incomprensibili. Il problema secondo Ball è che a questo tentativo di reazione mancava lo spirito, per cui ben presto si ridusse a sfoggio esteriore e maniera.

Ma prima che il tentativo fallisse, i neoplatonici si imbatterono nella gnosi. Dapprincipio confusero gnostici e cristiani e li ridicolizzarono o li combatterono, poi però si accorsero che così facevano il gioco dei cristiani, fieri avversari della gnosi. Allora, vista la vitalità della gnosi e la sua utilità a certi fini, pensarono bene di assorbirla e di usarla come arma contro il cristianesimo. Porfirio, allievo di Plotino, non attacca più la gnosi eretica, ma quella ortodossa, perché ha capito chi è il vero nemico. Giamblico e Proclo si pongono in rapporto positivo con la gnosi (intesa come magia) e si esprimono in una lingua misterica, con una dialettica delirante, che analizza minuziosamente i vari gradi dell’illuminazione. Il tutto nella speranza di fare del neoplatonismo ben più di una filosofia, ma una vera religione mondiale.

In tal modo, però, invece di abbattere il cristianesimo ridiedero fiato allo gnosticismo, che sembrava morto nel terzo secolo e invece covava (come sempre cova, perché la sua idea fondamentale è inseparabile dall’umanità). E così ritornarono i Simoniti, i Marcioniti, i Valentiniani, i Basilidiani e i Carpocraziani, che tre secoli prima “avevano anatomizzato dio e ingaggiato la lotta contro il creatore”. Dall’altro lato, i cristiani cercavano di dirozzarsi e assunsero alcuni modi dei filosofi pagani, un linguaggio simile a quello neoplatonico e una certa strategica razionalità.

Nel corso di cinque secoli si verificò quindi un movimento ciclonico, con la filosofia che si vestiva da gnosi (e a furia di indossarne i panni assumeva le stesse idiosincrasie) e la religione che insignoriva a filosofia, quantomeno esteriormente. Il potere, malato di intelligenza, cercava di rinsanguarsi col mistero, mentre la ribellione assumeva i modi dell’accademia. Un processo che si ripeterà spessissimo e che sarebbe facile quanto arbitrario trasporre in termini moderni.

In tutto ciò, potere e antipotere dovettero fare i conti con gli gnostici, veri outsider della situazione. “Con tutta la loro demenza, con tutta la loro insensatezza”. Tutti, in cuor loro, si auguravano che “venissero inghiottiti dall’abisso che essi stessi avevano aperto, per essere consegnati al silenzio”. E invece no, erano ancora lì, e ci sono ancora.

Ma insomma chi erano questi gnostici? Ne riparleremo.

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Sul Mondo come Volontà e Rappresentazione

Ci siamo decisi a leggere questo libro per averlo sentito più volte citare da Borges. In realtà dubitiamo che il terribile vecchio l’abbia letto davvero tutto, forse avrà letto qualcosa dei supplementi (che sono più accessibili, ma anche più ripetitivi). Si tratta comunque di un libro notevolissimo, a partire dalla mole (1736 pagine, la nostra edizione economica), che in teoria si potrebbe riassumere in poche parole, essendo tutto basato su un unico concetto, e però questo concetto viene applicato a tutti i settori dell’esistenza, con esiti talvolta straordinari o ridicoli. Come sarebbe ridicolo voler parlare seriamente di un libro oggetto di infiniti studi, per cui ci limiteremo ad annotare alcune delle cose più curiose, anche per venire incontro ai gusti del popolo.

[Sull’architettura: basata su armonia tra carico e sostegno]
“Un chiaro esempio di carico senza sostegno ci viene offerto dai bovindi, che sporgono dagli angoli di certe case costruite con il buon gusto dello stile “moderno”. Non si vede che cosa li sostenga: sembrano fluttuare nell’aria e rendono inquieto l’animo”. (p. 1276)

[Su certe riforme sociali di facile applicazione]
“In molti paesi, compresa la Germania meridionale, le donne hanno la brutta abitudine di portare sul capo dei carichi spesso molto pesanti. Ciò non può non avere un effetto dannoso sul cervello, che perciò va gradualmente deteriorandosi nelle donne del popolo: e, visto che gli uomini prendono il cervello dalle donne, l’intero popolo diventa sempre più stupido, cosa che per molti popoli non è proprio necessaria. Se si abolisse quest’abitudine, la quantità di intelligenza media aumenterebbe automaticamente e questo provocherebbe senz’altro un grandissimo aumento della ricchezza nazionale” (p. 1427).

[Quasi Proust]
“Se abbiamo riconosciuto nella vista il senso dell’intelletto e nell’udito quello della ragione, potremmo definire l’odorato il senso della memoria, poiché esso, più di ogni altra cosa, sa rievocare immediatamente, anche dal passato più lontano, l’impressione specifica di un avvenimento o di una località” (p. 775).

[Importante]
“La grammatica sta alla logica come il vestito sta al corpo. Non dovrebbero questi concetti supremi, senza la cui applicazione non potrebbe darsi alcun pensiero, consistere nei concetti che a causa della loro generalità sovrabbondante non trovano espressione in singole parole, ma in intere classi di parole? Conformemente a ciò, non si dovrebbe cercare la loro denominazione non nel lessico ma nella grammatica? Non dovrebbero essere in ultima analisi quelle distinzioni di concetti grazie alle quali la parola che le esprime è o un sostantivo, o un aggettivo, o un verbo, o un avverbio, o altra particella, in breve le partes orationis?” (p. 660)

[Amico di Kant, ma più della verità]
“Nella critica del giudizio teleologico è possibile, data la semplicità della materia, riconoscere forse meglio che in qualsiasi altra parte il raro talento che Kant possiede di rigirare un pensiero di qua di là e di esprimerlo in diverse maniere, sino a che ne esce un libro” (p. 728).

[Sulla lingua]
“Impoverire una lingua di una parola significa impoverire il pensiero della nazione che la parla di un concetto. […] Chi è incapace di nuovi pensieri vuole per lo meno immettere sul mercato nuove parole […]. In questa attività i più spudorati sono i giornalisti che costituiscono un grave pericolo per la lingua, poiché i loro fogli, vista la trivialità del contenuto, hanno un pubblico molto largo, anzi un pubblico che di solito non legge nient’altro. […] Sarebbe umiliante che le trasformazioni linguistiche avessero origine dal genere letterario più basso.” (p. 896).

[Sulla funzione della barba]
“Quanto alla sua causa finale presumo sia la seguente: il mutamento patognomico, ossia quella rapida trasformazione dei tratti del volto che tradisce ogni intimo moto dell’animo, è visibile soprattutto sulla bocca e vicino ad essa; per sottrarre allo sguardo indagatore della controparte questa trasformazione, spesso pericolosa nel corso di trattative o nel caso di eventi improvvisi, la natura ha dato all’uomo la barba. La donna invece ha potuto farne a meno, perché in lei la dissimulazione e l’autocontrollo (countenence) sono innati” (p. 1176).

[Ancora più importante]
“Soltanto gli avvenimenti interiori, in quanto riguardano la volontà,  hanno vera realtà e sono eventi reali: la volontà sola infatti è la cosa in sé. […] La molteplicità è fenomeno e gli avvenimenti esteriori sono mere configurazioni del mondo fenomenico, che hanno perciò realtà e significato non direttamente, bensì solo indirettamente, grazie al loro rapporto con la volontà dei singoli individui. […] Ciò che la storia racconta è di fatto soltanto il lungo sogno, greve e confuso dell’umanità” (p. 1317).

[Sui vantaggi della pederastia]
(siccome Aristotele ha detto che l’uomo troppo giovane e quello anziano fanno figli mal riusciti, e siccome lo scopo della natura è quello di avere la razza più forte possibile, allora) il vizio preso in esame, mentre sembra operare a danno delle finalità della natura, e precisamente in ciò che per quest’ultima è più importante e più caro, in realtà è proprio al servizio di queste finalità, anche se solo indirettamente […]” (p. 1478).

[Sull’impossibilità degli ufo]
“Non abbiamo nessun motivo per ritenere che esistano intelligenze ancora più perfette di quella umana. (Essa) è già sufficiente per fornire alla volontà quella conoscenza, in virtù della quale essa nega e sopprime se stessa: così sparisce l’individualità e, conseguentemente, l’intelligenza, che è un mero strumento di natura individuale e quindi animale” (p. 1535).

[Sulla cosa in sé]
(da dove viene il male? Cosa sarei, se non fossi volontà di vivere?). La conoscenza di tutte queste cose è impossibile non solo per noi, ma anche in generale, cosicché non la si otterrà mai e da nessuna parte; quei rapporti sono insondabili non soltanto relativamente, ma anche in assoluto; non solo nessuno li conosce, ma essi sono inconoscibili anche in sé, in quanto non entrano nella forma della conoscenza in generale (questo corrisponde a ciò che Scoto Eriugena dice de mirabili divina ignorantia, qua Deus non intelligit quid ipse sit, lib. II). Difatti la conoscibilità in generale […] appartiene al puro fenomeno, non all’essenza in sé delle cose” (p. 1577).

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Parla il Fondatore

E così siamo giunti all’ultimo capitolo del libretto, dove l’immarcescibile Fondatore prende finalmente la parola e tutto diventa chiaro, o definitivamente oscuro.

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Una specie di mosdro

Cosa c’entra Elia Spallanzani con uno dei più famosi gruppi metal del mondo? Sono le tipiche domande che uno si fa quando è pasquetta e insolitamente fuori piove e fischia la bufera. L’incredibile risposta la danno Wendy Rattlelance e Francesca Garello nel penultimo frammento del benemerito libro.

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uno solo é il Fignore

1-2: In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo. E dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame.
3-4: Il tentatore allora gli si accostò e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, dì che questi sassi diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
5-7: Allora il diavolo lo condusse con sé nella città santa, lo depose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se sei Figlio di Dio, gettati giù, poiché sta scritto: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo, ed essi ti sorreggeranno con le loro mani, perché non abbia a urtare contro un sasso il tuo piede“». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non tentare il Signore Dio tuo”».
8-11: Di nuovo il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai». Ma Gesù gli rispose: «Vattene, satana! Sta scritto: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”». Allora il diavolo lo lasciò ed ecco angeli gli si accostarono e lo servivano.

Matteo 4,1-11

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Ancora sul lavoro come gioco

Come accennato, Freud (e Marcuse) pensano che la civiltà è nata dalla repressione degli istinti e in particolare di quello sessuale, che è stato deviato e incanalato nel lavoro. Per Freud questa è una necessità assoluta, quindi la società non può che essere repressiva e l’individuo moderamente infelice, mentre per Marcuse è solo una caratteristica di un certo tipo di società. Secondo lui la repressione potrebbe diventare irrazionale, perché l’evoluzione tecnologica permette di liberarsi dal lavoro. Gli individui, però, hanno talmente assorbito i principi repressivi (e “della prestazione”) che non si accorgono nemmeno di questa possibilità e continuano a figurarsi il lavoro come un valore e una forma di realizzazione. La società, dal canto suo, cerca di rendere il lavoro meno afflittivo o più attraente, ma siccome è (allo stato) fondata sulla repressione, questa concessione non è una vera libertà, ma solo un modo di rendere le catene meno evidenti e quindi, in definitiva, di perfezionare la repressione. Per Marcuse la libertà non può essere concessa, ma deve essere conquistata con una sorta di rivoluzione, che porterebbe al ripudio del lavoro in favore del gioco. Gli istinti repressi potrebbero così liberarsi e maturare in forme meno distruttive: al posto della soddisfazione immediata, anche attraverso la violenza, l’uomo potrebbe imparare a cercare l’Eros più calmo e stabile, che prolunghi ed amplifichi la soddisfazione.

Marcuse sottolinea più volte il valore del gioco e dell’immaginazione, che con lui è diventata una parola d’ordine del ’68. Tuttavia, il suo mondo in cui le macchine fanno il lavoro e la popolazione si dedica all’arte e alla bellezza può sembrare una parodia del paradiso marxista. Marcuse ha probabilmente ragione quando dice che i post-freudiani hanno tradito la valenza generale delle teorie del loro maestro, limitandosi a profili terapeutici e rafforzando, di fatto, la funzione consolatoria della psicanalisi, e quindi, in definitiva, la repressività della società. Tuttavia sembra ignorare che il gioco non è un’attività poi tanto semplice o definita. Secondo Callois, il gioco è composto da 4 fattori, che sono la competizione, il caso, l’impersonazione (mimicry) e la vertigine. Callois nota che il gioco cambia insieme alla società e che le componenti emotive sono frequenti nei bambini e nei popoli primitivi, mentre gli adulti e i civilizzati fanno giochi basati sulla competizione e il caso. Il gioco, pur restando fine a sè stesso, comincia a somigliare molto a un lavoro, che è basato più o meno sugli stessi elementi. Quindi il gioco è stato per così dire “contaminato” da elementi repressivi, e probabilmente il lavoro è stato influenzato da elementi fortemente emotivi (vi rientra, in parte, anche la c.d. gamification).

Inoltre è accaduto un fatto singolare, e cioè che mentre la società si è effettivamente orientata verso una minore rilevanza del lavoro, le persone ne hanno fatto ancora di più un valore e un obiettivo. Ciò ha creato una serie di contraddizioni inestricabili. I giovani, in particolare, pretendono un lavoro simile a un gioco, che sia creativo, sempre nuovo, che gli dia insomma la vertigine oltre alla soddisfazione economica, e di fatto svolgono come un gioco molte attività (come tenere un blog o aggiornare facebook) che costano fatica e che per qualcuno hanno un valore economico. D’altro canto, una buona fetta della popolazione di fatto produce poco o nulla (pensiamo a buona parte della pubblica amministrazione) e si trastulla con quella che sembra una versione malata del gioco, cioè la burocrazia. Non si può negare che l’esercizio della funzione pubblica appaia spesso una sorta di gioco fine a sè stesso, con le sue migliaia di leggi in contrasto l’una con l’altra, le infinite circolari, la passione per i bizantinismi. Lo stesso avviene nelle imprese di grandi dimensioni. Quindi ci troviamo in una situazione in cui metà della popolazione non lavora, ma in due modi distinti: i giovani perché esclusi, e in ogni caso perché aspirano a un lavoro che tale non è, e i vecchi perché hanno ottenuto il lavoro che non dovrebbe esistere, ossia quello improduttivo. Ma che sia improduttivo non vuol dire che sia libero, perché il lavoro rimane, a parole, un valore, e quindi nessuno ammette che sta giocando, innanzitutto con sè stesso.

E nel frattempo che ne è stato dell’amore? Sul piano emotivo, sembra che sia accaduto esattamente il contrario di ciò che si auspicava Marcuse: la liberazione degli istinti, quando c’è stata, è praticamente autorizzata dalla società, e tutte le forme di sentimento duraturo sembrano declinare in favore della soddisfazione istantanea. Le strutture “repressive” del matrimonio e della filiazione stanno crollando da anni, eppure solo pochi individui sembrano trarne vantaggio: o perchè sono più forti, o perchè sono culturalmente in grado di accedere a forme più libere di sentimento (o presunte tali): parliamo ad es. dei “poliamanti” o di altre comunità formate su principi di amore non esclusivo.

In definitiva, anche se venisse un mondo basato sul gioco, nulla può escludere che si tratti di un gioco crudele e competitivo quanto e più di quello economico. Certo ci sarebbero le macchine a fare tutto il lavoro e a garantire la soddisfazione dei bisogni primari, ma non sembra che questa soddisfazione abbia mai evitato il dolore e la nevrosi: che si spostano in altri campi. La grande, terribile delusione forse non è che il ’68 non ha mancato i suoi obiettivi, ma che li ha parzialmente raggiunti: ed erano obiettivi basati su un ottimismo francamente idiota.

La competizione è più furba della rivoluzione, si potrebbe dire, e si nasconde, si camuffa, fino a penetrare tutti i settori della vita, compresi quelli che sembravano ancora legati al semplice principio del piacere. Oltre al lavoro alienato avremo un gioco alienato, e oltre a una morale repressiva, una concorrenziale.

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