Ancora pubblicità enigmatiche

Il 12 gennaio 2016 a Times Square sui maxischermi sono comparse foto del fisico Hawking e tre numeri: 48, 16, 11. Al 99,99% si tratterà della solita pubblicità enigmatica, ma non possiamo escludere alcune ipotesi:

  1. Forse il messaggio prevedeva con soli 27 giorni di ritardo il terremoto di magnitudo  1.9 del 16 dicembre 2015 ore 11:48:31 (UTC) in provincia di Bologna.
  2. E’ possibile che il messaggio alluda all’estrazione del lotto n. 48 del 16-11-2015, in cui curiosamente non è stato estratto il 71, ossia l’omm’emmerda.
  3. Ci sono ottime ragioni per sospettare che la sequenza si riferisca alla Determinazione Dirigenziale n. 48 del 16-11-2015 della Regione Abruzzo, con cui (dopo gran ponzare) si liquidavano alla Vodafone 281,20 euro più Iva.
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Noio volevan savuar

Grazie agli sforzi dell’ottimo prof. Leonetto Vincibile è iniziata l’opera di traduzione in francese del mirabile opuscolo spallanzanesco.

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Vasto Attivo Sistema di Paranoia Vivente

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Questa che vedete è la foto di un complotto.

Nel 2015 la rete si è gonfiata più del solito di notizie false e di indagini sulle modalità della loro formazione, e più in generale di analisi del complottismo dilagante. Molti si sono accaniti a cercare le cause sociali o psicologiche del fenomeno, spesso arrivando a risultati simili a quelli dei primi studiosi del complotto nella società moderna. In questo breve articolo noi parleremo invece delle basi biologiche del complottismo, e per farlo dobbiamo spiegare brevemente cos’è una rete neurale.

Semplificando alla grandona, la rete neurale è un classificatore statistico, che può essere composto da neuroni biologici o artificiali. Di norma è dotato di un meccanismo di apprendimento o più genericamente rafforzamento: man mano che i dati vengono processati, il sistema modifica retroattivamente il peso degli input nel tentativo di ridurre il rumore. Grazie a questo meccanismo la rete si comporta più o meno come una prateria scavata da fiumi, in cui i letti più frequentati tendono ad allargarsi e approfondirsi, attirando altra acqua. I cammini più percorsi si rafforzano e ciò spiega come mai una rete costruita per individuare forme di occhi tenda a “interpretare” sempre più cose come occhi. Le immagini generate dagli algoritmi di google hanno avuto grande fortuna, ma in realtà non sono concettualmente molto diverse da un qualsiasi sistema di riconoscimento dei caratteri, che scambia le macchie del foglio per lettere,  o “cl” per “d” (è come se attorno alle forme si scavasse un alone).

Ogni neurone artificiale è una macchina molto semplice, che superata una certa intensità di segnale in ingresso “scarica”, come un neurone biologico. L’insieme di miliardi di neuroni produce invece risultati terribilmente complicati e in parte imprevedibili. E’ inevitabile constatare che l’umanità connessa, nel suo complesso, tende sempre di più ad assomigliare a una rete neurale, in cui moltissimi individui bombardati da segnali “scaricano” a loro volta non appena raggiunta la soglia. Le soglie vengono continuamente modificate dal comportamento degli altri individui-neuroni, ma emerge chiaramente un processo di rafforzamento. La domanda che ci si potrebbe porre è: “se la rete di google cerca occhi, cosa cerca la rete umana?”. La risposta più semplice è Intenzionalità.

La rete cerca una volontà, un’intelligenza che mira a uno scopo. E’ stata addestrata a cercarla, per riconoscersi e riconoscere, e continua a cercarla, anzi la trova sempre più spesso, perchè il cammino si rafforza in feedback. Di fronte alle infinite immagini del mondo, la rete ritrova sempre gli stessi elementi. Anche variando ed eliminando parti dello sfondo, continuano ad emergere gli stessi pattern, quindi il sistema si convince di due cose: uno, di essere nel giusto; due, che esiste un’intenzionalità perenne, nascosta, attiva, forse maligna, perché resiste a tutti i tentativi di modificarla.

Il vero problema è che la rete in parte ha ragione. Il processo di semplificazione e adattamento è necessario per comprendere, per evitare che il mondo si disintegri in infiniti bit privi di significato. Le macchie somigliano davvero a lettere o a occhi, l’interpretazione non è del tutto sbagliata: quello che manca alla macchina è la comprensione  del contesto. Esiste un livello superiore di analisi, basato su un vocabolario, anzi un’enciclopedia, che permette al singolo di capire che non c’è scritto “i Magi portano cloni” bensì “doni”, o di distinguere un occhio del viso da un occhio stilizzato su una tappezzeria, ma la rete neurale opera a un livello troppo basso per fare questa distinzione. Allo stesso modo, il complottista tende ad eliminare gli elementi dello sfondo e a concentrarsi su delle strutture ricorrenti, più facilmente percepibili, e inoltre si avvicina ad altri complottisti, creando una rete sempre più specializzata nel riconoscere ciò che già pensa.

Questo processo, da sempre presente, è ulteriormente rafforzato dalla crescente rapidità con cui gli stimoli vengono processati dai neuroni-individui e producono scariche di generalizzazioni. In questo modo la mente individuale si riduce a una macchina più semplice, incline alla reazione più che alla riflessione. Le analogie tra i fenomeni si estendono: cancellando le differenze storiche, sociali, economiche, la rete-mente inizia a trovare tutto simile, e ne trae angoscia, spavento.

Le immagini di google, spesso paragonate a sogni di macchine, sembrano invece più degli incubi della comprensione. Il fatto rilevante è che questa generalizzazione è la base anche della conoscenza razionale.  Che cosa distingue il genio che individua strutture nascoste dal complottista folle? In fondo forse è solo che il primo non cerca una volontà.

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Sfacciata autopromozione

La Fondazione rammenta ai pochi ancora ignari che possono non diciamo comprare per sé, ma donare a individui difficili il molto erudito ebook dedicato al nostro, e in caso di avarizia terminale anche recuperarlo gratuitamente, risparmiando così i 99 centesimi da destinare ad altri doni prestigiosi quali uno schiaccianoci fatto con le pietre o un pianoforte a coda cinese. Infine il testo, pure leggermente modificato, si legge direttamente online senza nemmeno la fatica di scaricare, e francamente non sapremmo più cosa aggiungere.

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Lo spettro dei natali potenziali

Spallanzani, pur essendo insegnante, talvolta lavorava. Per cercare di rimediare al crack della Bomarzo e sfuggire alle più severe sanzioni della GdF si era anche messo a scrivere tesi, che raccoglieva a mazzi e poi compilava furiosamente di notte. Fu il 24 dicembre 1978, durante uno di questi tour  de force, che l’annoiatissimo scrittore invece di riepilogare il perché e il percome della scapigliatura milanese si mise a scrivere una sorta di racconto di natale: il nucleo derivava ovviamente da Dickens, perché il protagonista, cioè lo stesso Spallanzani, si trovava ad affrontare gli spettri dei natali che avrebbero potuto essere.

Non è opportuno ricopiare il testo, che è privato e familiare e contiene moltissimi ritratti scherzosi e ingiuriosi di amici e parenti, del tutto incomprensibili per il lettore medio. Riportiamo quindi solo la parte finale, in cui l’autore improvvisamente abbandona il racconto per discutere più in generale della parodia.

<<La finisco qui. Un po’ mi dispiace perché nella mia mente la storia è quasi completa, come intreccio e conclusione morale. I caratteri, sebbene grossolani, hanno un loro minimo sviluppo (lo spettro si disinteressa sempre di più al suo sciocco compito, alla fine la ricerca è condotta dal protagonista)… certo resta inaccessibile a chi non conosce me e l’ambiente, e anzi anche a molti conoscitori, per via della deformazione, o incomprensione, o meglio ancora difetto di tipizzazione

Ormai è raro che io pensi ad una storia completa e non a singole trovate o frasi. Questa volta mi è riuscito perché è la scimmiottatura di un’opera completa e di caratteri esistenti. La parodia mi è familiare, è un esercizio scolastico, già nel senso stretto di una cosa che si fa soprattutto a scuola, in genere alle superiori, e si può dire che molti autori non vanno mai oltre quella soglia, né tecnicamente, né psicologicamente.

Non si può dire esattamente quale sia la sua ragione, perché la parodia non è solo lo sberleffo di ciò che ti impongono di imparare, specie quando include elementi della tua realtà (es. i tuoi compagni di classe al posto dei personaggi – la loro funzione è di abbassare il tono, di economizzare, ma vengono anche in un certo senso risucchiati dai personaggi originali).

Sicuramente la parodia testimonia del carattere universale del testo parodiato, della sua potenza come modello, più che della fantasia del parodista, se pure c’è. Questo è forse il motivo principale per cui ci si stanca presto di parodiare, cioè di riconoscere la superiorità di un altro; anzi, ce ne si disgusta.

Allora si comincia a nascondere la parodia: invece di deformare un testo si inseriscono tante deformazioni di tanti testi, in modo che il processo non sia immediatamente riconoscibile come tale. Quando anche questo gioco viene scoperto, e ciò avviene assai presto, si mettono avanti le mani dell’ironia. Noto che in generale l’autore preferisce apparire un parodista in mala fede che un ingenuo. In seguito, per salvarsi anche dalla mala fede, dirà di aver introdotto dei segnali di ironia (ed è quello che poi si chiama il postmoderno). Proseguendo si potrebbe creare un’intera estetica basata sull’invidia e sulla meschineria.

Oppure la parodia è, come la simulazione di combattimento degli animali, un modo per allenarsi all’età estetica adulta, quindi dovrebbe servire a costruire gli strumenti per poi scrivere davvero qualcosa. Sennonchè, gli animali che simulano il combattimento non danno l’idea di scherzare. Forse se non fossero animali avrebbero letto di questi scontri simulati e comincerebbero a trovarli buffi, e allora ne farebbero la parodia. Insomma, una volta che nasce la parodia, e che tu la conosci, non puoi far altro che fare parodie, e vedere tutto come una parodia, e così restare per sempre a quella fase di sviluppo, come un cane consapevole di giocare a combattere e quindi di fatto impreparato al vero combattimento, che lo spiazzerà sempre.

Da ciò l’essenziale tristezza dei grandi parodisti e la facilità con cui scivolano nel non detto, nel frammento, nel non finito, nel supertesto spappolato (vedi Gadda, Musil). Il gioco che sembrava così promettente, in fondo non porta da nessuna parte e il passo successivo è solo lo smantellamento completo della forma codificata, che poi in definitiva è sempre una parodia (dell’intera struttura e non più solo dei singoli pezzi).

Questi individui, i grandi parodisti, mi sembrano dei maestri per un motivo opposto a quello che viene normalmente indicato, e cioè per la loro romanzosità, che ogni tanto emerge lo stesso dal groviglio, come se fosse una insopprimibile necessità, un naturale istinto del raccontare, così profondamente sepolto sotto pagine e pagine di tentativi di distinguersi dal passato.

Oppure sono io che vivo nel paese dei romanzi, che ci sono nato intellettualmente e ne ho nostalgia. La generazione successiva invertirà il processo, per reazione produrrà romanzi e rimpiangerà il postmoderno. Questa è una profezia molto facile nella forma e non credo che si avvererà. La storia, nella sua elementare asimmetria, potrebbe produrre disegni molto più vari; ma, è inutile dirlo, di scarsa o nulla signorilità.>>

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Buono ultimo

In “Controcorrente” Des Esseintes porta un adolescente povero al bordello: vuole abituarlo precocemente ai vizi in modo che poi, tagliandogli i fondi, per procurarseli diventi un ladro e sperabilmente un assassino. Come in tutte le sue azioni, l’aristocratico decadente non fa altro che ripercorrere vecchie strade: è la stessa tattica del vecchio della montagna, che secondo Marco Polo simulava per i suoi accoliti un paradiso fatto di miele e prostituzione, e poi li mandava a uccidere pieni di speranza e di letizia. I sovrani dell’epoca, pare, pagavano il pizzo al vecchio per distoglierne le attenzioni, e magari la stessa cosa si augura lo stato islamico, ma è l’occidente ad aver creato l’illusione paradisiaca di massa: l’unico problema è che allo stesso tempo ha distrutto l’idea dell’aldilà, quindi i milioni di cacciati dal paradiso dell’adolescenza possono solo sperare nella realizzazione di una cuccagna terrena. Tutto questo, però, accadeva circa cento anno fa, e oggi solo i tecnici credono ancora in un mondo in cui le macchine fanno tutto il lavoro, la vita e la salute sono eterne, le donne si lanciano nel poliamore. Il fatto è che mentre la carne ha esigenze limitate, non avviene così per la mente: il desiderio può crescere tendenzialmente all’infinito, come mostra la pubblicità, e il paradiso non è più il luogo della soddisfazione, chiaramente noiosa, ma del crescente e insoddisfatto desiderio, ossia un classico inferno. Quindi noi siamo allevati nell’illusione di vivere all’inferno, e quando ce ne scacciano a quello vogliamo tornare: col delitto sì ma, per chi si dà al volontariato, persino con il bene. Questa sarebbe stata un’idea veramente controcorrente, un centinaio di anni fa.

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L’immagine è cortesia di ff

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Criptoeconomia

Anche se ormai è irrimediabilmente obs, perché esiste dal 2009, ancora non abbiamo ben capito il funzionamento del bitcoin. Ci sono in giro moltissimi articoli sull’argomento ma ci sembrano quasi sempre troppo tecnici o troppo semplicistici.

Comunque la cosa che ci colpisce è questa: ogni computer sul quale gira il programma per “scavare” i bitcoin mette a disposizione un po’ della sua potenza di calcolo per delle operazioni di decrittazione, il cui scopo è unicamente quello di validare le stesse transazioni effettuate con bitcoin. In effetti tutti usano i loro computer per dire (complessivamente) se determinate transazioni sono valide, cioè uniche, in modo da evitare che lo stesso bitcoin possa essere usato più volte, e in cambio di questa attività di decrittazione ricevono anche in premio dei bitcoin (mentre in futuro, quando i bitcoin saranno esauriti, la validazione richiederà un pagamento).

L’operazione di decrittazione è resa volutamente difficile per evitare che qualcuno possa mentire e dichiarare che una transazione è valida quando invece non lo è, perché quel bitcoin è già stato speso. Falsificare il risultato resta tecnicamente possibile, ma richiederebbe una potenza di calcolo immensa, pari al 51% di quella di tutta la rete (che a quanto pare è già centinaia di volte maggiore della potenza di calcolo di tutti i supercomputer del mondo messi insieme). Pertanto i falsari sono scoraggiati dal costo stesso dell’operazione.

Questo meccanismo rende il sistema difficilmente attaccabile e indipendente dal controllo di un soggetto statale. Non c’è bisogno di un’autorità di controllo perché tutti, volenti o nolenti, controllano, e nessuno (o quasi) è in grado di farlo da solo. Inoltre hanno interesse a controllare perchè al momento questo è l’unico modo di ottenere bitcoin.

Volendo fare un parallelo molto vago, si potrebbe immaginare un sistema di validazione delle affermazioni che pretenda il contraddittorio con milioni di persone: un’attività così stancante che nessuno si metterebbe a discutere solo per poter poi inserire dei dati falsi nel sistema (questo meccanismo immaginario, comunque, sarebbe sempre meglio di wikipedia, che richiede ugualmente uno sforzo notevole senza però produrre risultati affidabili, ed è facile ingannarla o utilizzarla strumentalmente).

Ma la domanda forse più importante è: vale la pena di usare un’immensa potenza di calcolo solo per decrittare dei codici che non hanno niente a che fare con la realtà, e che sono resi appositamente difficili da decodificare? O non è piuttosto un gioco folle? Tutto questo processo quanto costa? Quanta energia elettrica, tecnologia, quante alternative scartate per avere una moneta fuori dal controllo statale?

Non siamo riusciti a trovare una stima del costo di mantenimento della rete bitcoin. Qualcuno potrebbe dire che in realtà è pari a zero, perchè se quei computer non stessero macinando codici non farebbero altro: tutti sappiamo che il 90% della potenza dei nostri computer è praticamente inutilizzata, perchè noi non siamo abbastanza veloci da usarla. Questo però è solo parzialmente vero, visto che per “minare” i bitcoin non vengono usati solo i computer esistenti, ma anche realizzate delle server farm ad hoc, con processori specializzati nella decrittazione. In ogni caso, resta il fatto che la potenza di calcolo inutilizzata si potrebbe adibire a scopi più ragionevoli, come ad esempio per sequenziare dna (per dire) o per prevedere il tempo. E infine c’è il problema dell’energia: alcuni calcolano che ogni transazione con bitcoin consumerebbe tanta elettricità quanta ne consuma un’abitazione americana in un giorno e mezzo, quindi il sistema sarebbe insostenibile.

Da un altro punto di vista, il meccanismo del bitcoin somiglia ad altre attività umane basate sulla libertà e lo spreco: anche il nostro cervello è una macchina sotto utilizzata, che noi preferiamo adibire ad operazioni futili ma capaci di garantirci (o di darci l’illusione di garantirci) una certa autonomia dall’autorità esterna. Anche in questo caso viene da chiedersi: quanto ci costa questa libertà?

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Tre giochi

Molti membri della Fondazione hanno un increscioso passato da giocatori di ruolo, ma ormai organizzare una partita è diventato quasi impossibile e quindi sono costretti a ripiegare su cose vagamente simili.

Il primo gioco di cui vogliamo parlare è “A dark room“, del 2013, che pare basato sul proverbio “meglio accendere una luce che maledire il buio”. Tutto parte come una vecchia avventura testuale: sei solo in una stanza buia, che fai? Accendi il fuoco. Rispetto al passato l’aggiunta è il fattore tempo, l’attesa che l’azione si compia. Le frasi brevi e suggestive ci avevano fatto sperare in un vero e proprio racconto interattivo ma dopo un po’ ci si accorge che in realtà il gioco è un misto tra una versione testuale di settler e il vecchio rogue: la luce attira altre persone e ti ritrovi a gestire un piccolo villaggio, ad accumulare risorse, ad equipaggiare una carovana che esplora il mondo, combatte, trova oggetti e così via. Il gioco è completo (nel senso che ha una fine), piuttosto elegante nella sua semplicità e almeno all’inizio riesce davvero a mettere in moto l’immaginazione, che resta più potente di qualsiasi scheda grafica. Altro suo merito è che è gratuito ed open source, quindi in teoria può essere modificato ed espanso quanto si vuole. Tuttavia, una volta che hai sbloccato tutte le attività possibili comincia a sentirsi la mancanza di una struttura narrativa, e il gioco diventa ripetitivo e un po’ frustrante.

Il secondo, Hotline Miami (del 2012), apparentemente ha in comune solo un richiamo al passato: l’ambientazione e la grafica (pixelosa, dai colori accesi) dovrebbero ricordare i giochi degli anni ’90. Il protagonista del gioco riceve strani messaggi telefonici in cui gli si chiede di uccidere della gente, e lui lo fa: al contrario giochi anni ’90 non c’è nessuna censura e anzi la violenza è esplicita e compiaciuta, con macchie di sangue che schizzano ovunque. Si possono usare moltissime armi dagli effetti splatter e c’è un elemento puzzle-esco perché basta poco per morire e dover ripetere il livello. Il giocatore quindi è spinto a ripetere più e più volte la stessa scena cercando di trovare il modo più rapido ed efficiente per eliminare tutti i bersagli. La colonna sonora è bella e ipnotica per cui dopo un po’ il gioco comincia a somigliare a una coreografia del sangue. Ma l’elemento che sembra aver colpito di più il pubblico sono gli intermezzi, in cui il protagonista parla con degli strani figuri mascherati (e lui stesso indosserà molte maschere) o entra in negozi e fastfood dove incontra gente morta, che fa delle allusioni criptiche alla follia del protagonista e all’irrealtà di quello che sta accadendo. Senza voler spoilerare del tutto, diremo solo che alcuni considerano questo gioco una sorta di meta-riflessione sulla violenza ludica. Noi dubitiamo che lo scopo fosse proprio questo, ma Hotline Miami ci ha fatto tornare in mente un vecchio gioco di ruolo del 1999, Violence, in cui l’elemento satirico (e moralistico) è proprio esplicito, perché i protagonisti sono dichiaratamente dei pazzi che scambiano la realtà per il gioco e uccidono la gente come se fossero i goblin di un dungeon di d&d.

Il terzo gioco è Dead Of Winter (2014), una sorta di Arkham Horror con gli zombi e un traditore. E’ un gioco collaborativo, nel senso che tutti i giocatori combattono contro un nemico governato dal sistema di gioco, ma in più ci sono degli obiettivi individuali e c’è un nemico nascosto, il che dovrebbe rendere tutto più interessante. Assediati dagli zombi, i personaggi per sopravvivere devono rimediare a tante “crisi” (come ad esempio l’esaurimento della benzina) e si trovano a fronteggiare le situazioni tipiche di un film di zombi: la possibilità di essere morsi e contagiare gli altri, la scelta tra salvare qualcuno o sacrificarlo etc. La struttura “cinematografica” emerge anche dalla grande quantità di testo d’atmosfera che accompagna ogni evento, e soprattutto dal fatto che il gioco è dichiaratamente “squilibrato”, nel senso che non tutti i personaggi hanno la stessa forza e probabilità di vincere, come avviene ad es. in Risiko(1). A differenza degli skirmisher(2) che sono gli antenati del gioco di ruolo ma erano pressoché privi di struttura narrativa, Dead Of Winter può essere considerato una specie di erede del gdr: un gdr liofilizzato, in cui al posto di un master narratore c’è una meccanica di carte e dadi che non serve solo a determinare l’esito delle azioni, ma anche a fornire il canovaccio del racconto interattivo.

 

(1) In realtà nemmeno Risiko è davvero bilanciato, ma questa viene considerata una pecca (forse inevitabile), mentre in Dead Of Winter è proprio una caratteristica del gioco.

(2) Wargame a scala supertattica.

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La versione alternativa di una versione alternativa

Questo è il terzo e ultimo post dedicato alla Svastica sul sole di Dick. Come gli altri due contiene spoilerz, quindi proseguite a vostro rischio.

Abbiamo già detto che la Svastica è un libro un po’ insolito per Dick, e infatti non è nemmeno uno dei più amati dai suoi fan. Noi pensiamo che in origine la sua struttura fosse piuttosto diversa e lo deduciamo dai frammenti del seguito mai completato. Ma per poter chiarire il punto dobbiamo prima riepilogare brevemente la vicenda del quinto personaggio principale, il signor Baynes.

Noto industriale svedese che si occupa di stampi per la plastica, Baynes arriva a San Francisco con uno dei nuovissimi razzi tedeschi che collegano i continenti in soli 45 minuti. Durante il viaggio parla con un pittore tedesco ideologicamente ortodosso e ciò lo irrita al punto da provocare uno dei tipici sfoghi Dickiani: a un tratto Baynes rivela all’artista che è ebreo e che si finge svedese, che ci sono dei modi per cambiare aspetto e che molti lo fanno, anzi la gerarchia nazista è piena di ebrei(1).

Appena arrivato Baynes incontra Tagomi per discutere di faccende commerciali, ma spiega che prima di entrare nel vivo bisogna attendere una terza persona: un anziano uomo d’affari giapponese, che arriverà il giorno dopo(2). Tuttavia, invece del giapponese arriva la notizia della morte di Martin Bormann, che ha sostituito Hitler a capo del Reich (3): si è quindi aperta la lotta per la successione tra i peggiori criminali della storia. Per diversi giorni Baynes contatta quotidianamente Tagomi per sapere se è arrivato l’anziano giapponese, che invece latita. Ansioso di avere notizie, Baynes (che in realtà è una spia) finisce per scoprirsi e mette i tedeschi sulle sue tracce.

Infine l’atteso giapponese arriva, e non è un uomo d’affarsi ma un ex generale. Ora scopriamo che Baynes è lavora per l’Abwehr, il controspionaggio diretto dall’ammiraglio Canaris, e che l’incontro con Tagomi è solo una copertura: il suo vero scopo è informare un rappresentante del governo giapponese che i tedeschi stanno progettando il bombardamento nucleare delle isole patrie. All’interno del partito però ci sono opinioni divergenti: la polizia, comandata da Heydrich detto il boia, è contraria, quindi per evitare la catastrofe bisogna paradossalmente favorire questo infame, magari servendosi del conte Ciano come messaggero.

In questo momento arrivano i sicari che, altro paradosso, appartengono proprio alla SD comandata da Heydrich, ma non sanno nulla dell’intera faccenda. Tagomi salva la situazione con la sua antica pistola e ne resta sconvolto. Dopo altre vicende Baynes torna in Germania e non sa se ad attenderlo ci saranno degli alleati o un plotone di esecuzione.

Dopo questa lunga premessa, veniamo al seguito della Svastica. Nel 1976, cioè 12 anni dopo l’uscita del libro, Dick raccontò in un’intervista che aveva cercato di scrivere un seguito ma gli ripugnava tornare a immergersi nella storia dei nazisti. Tutto quello che resta sono due capitoli. Nel primo scopriamo che diciotto mesi prima dei fatti della Svastica i nazisti hanno scoperto l’esistenza di un mondo alternativo in cui l’asse ha perso la guerra e sono anche riusciti ad entrarci!(4) Ma non basta: nel secondo capitolo c’è una conversazione tra Heydrich e Baynes che riepiloga gli eventi del primo libro, però in modo diverso rispetto a ciò che sa il lettore. Infatti Heydrich dice a Baynes:

“Durante il volo lei è stato avvicinato da un agente dell’SD che ha detto di chiamarsi Alex Lotze e di fare il pittore […]. All’aereoporto di S. Francisco […] si è incontrato con Tagomi. Il giorno dopo nel suo ufficio del Nippon Times Building, il capo di stato maggiore in pensione dell’esercito giapponese, generale Tadeki, si è incontrato con voi, e lei lo ha informato dell’imminente attacco della Wehrmacht alle isole patrie…”.

Ora, se avete letto con un po’ di attenzione la nostro premessa vi accorgerete anche voi che c’è qualcosa che non va: Baynes non si è incontrato col generale il giorno dopo il suo arrivo a S. Francisco, ma diversi giorni dopo, e il ritardo è stato causato dalla morte di Bormann.

Come spiegare questa discrasia? Secondo noi ci sono solo 2 possibilità:

1) mentre scriveva il seguito Dick non ricordava bene gli eventi del primo libro: semplice, plausibile;

2) il seguito non è stato scritto dopo la conclusione del primo libro, ma molto prima: prima che l’attuale Svastica fosse completata, tant’è che si riferisce a una catena di eventi che poi fu modificata nella versone definitiva.

Anche se la prima ipotesi è nettamente più probabile, direbbe comunque una cosa rilevante: e cioè che lo stesso Dick ricordava una versione diversa dei fatti, probabilmente perchè quella versione era quella originaria.

In entrambi i casi, quindi, il seguito abortito ci dà un’immagine della prima stesura della Svastica, e anche indirettamente del modo in cui Dick ha accresciuto la storia e modificato l’idea primitiva. E la modifica (l’inserimento di un’attesa di diversi giorni prima dell’incontro rivelatore) è significativa: cambia notevolmente il passo del romanzo. Infatti è proprio dopo il primo incontro tra Baynes e Tagomi che la storia perde la velocità tipica degli intrecci Dickiani e si allontana dal modello classico.

Quindi forse le cose andarono così: Dick scrisse un romanzo che giungeva all’incontro tra Baynes e Heydrich, ma non riuscì più ad andare avanti, quindi decise di chiuderlo prima: cambiò profondamente la parte centrale e concluse in modo un po’ loffio, poi tagliò gli ultimi due capitoli, che molti anni dopo furono spacciati come frammenti di un seguito. Il romanzo iniziale era più veloce, c’erano più eventi, mentre la versione finale si appesantisce di microstorie e riflessioni.

 

  1. Di punto in bianco, per disprezzo e disperazione, Baynes decide di scandalizzare e impaurire l’interlocutore. Il suo è una sorta di gioco infantile, che non gli serve a niente, se  non forse a farsi ammazzare: qui sentiamo direttamente la voce dell’autore, il suo carattere, che torna in quasi tutti i suoi libri ed è forse il tratto che più ci attira in lui. Anche se, come vedremo, questa affermazione è falsa, perchè Baynes non è ebreo, ha ugualmente il carattere della verità dickiana, che non è mai l’ultima ma è sempre scioccante, destabilizzante, rischiosa e tutto sommato inutile, frutto della stanchezza. E’ una consapevole menzogna per cui potrebbero crocifiggerti, che forse è più importante di farsi uccidere per una verità, ed è anche più umano.
  2. Tagomi, messo in allarme da un messaggio metaforico della polizia giapponese, ha già dei sospetti sulla reale identità di Baynes, ma pensa che forse c’è qualche tipo di spionaggio industriale.
  3. Hitler non è morto, è stato solo ricoverato per le conseguenze della sifilide.
  4. Non è chiaro se il mondo alternativo sia il nostro, quello descritto ne La cavalletta non si alzerà più o un altro ancora. Incidentalmente, da questo capitolo sembra di capire che nel mondo della Cavalletta non esiste l’i-ching!
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Heidi e la gnosi

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Nel libro “Gnosi e spirito tardo-antico” Hans Jonas sostiene che lo gnosticismo sarebbe affine all’esistenzialismo di Heidegger. L’amico Leonetto Vincibile ci faceva notare che è altresì affine al cartone animato di Heidi.

Heidi infatti é il messia della montagna, che guarisce l’estenuata Clara, figlia del capitalismo. Quindi Heidi é espressione di un socialismo sentimentale ed ottimista, nonché zia del naturismo.

Del resto Clara è predestinata fin dall’anagrafe a ricevere la salvifica illuminazione. E la signorina Rottenmeier? È il magistero dogmatico, illiberale e nevrotico della Chiesa Cattolica. Si apprezzi il sottile gioco tra la lingua sassone originaria e la sua corruzione insulare: rotten = marcio, come ogni sostanza terrestre. E la pronuncia tedesca è simile all’inglese Rotten May Her, ossia “il di Lei maggio putrefatto”: e siccome maggio è il mese della Madonna, questo è tutto dire. Il nonno di Heidi è il Grande Padre, che per non lordarsi con le sozzure della valle ha vissuto sull’Alpe iperuranico. Il san bernardo Nebbia è una selva di significati limpidissimi anche per un ginnasiale: è notevole che il cagnone porti un nome che evoca la foschia spirituale cui incorrono i non iniziati che vorrebbero ascendere alla Montagna Sacra, a guardia della quale v’è anche il fido e mercuriale pastorello Peter, angelo non del tutto puro, typo della creazione, e per questa sua caratteristica temporaneamente obbligato a vivere tra i due mondi.
La ricostruzione del Vincibile, per quanto fascinosa e non piú arbitraria di altre, contiene però qualche errore. Il nonno di Heidi infatti infatti non é il Padre Innato, giá solo per il fatto che é nonno. Anche il padre di Clara é assente fino alla fine, dominano quindi le femmine: la vergine (Clara), la madre (Heidi), la morte (Rotwailer). Si noti che Heidi, sebbene tecnicamente vergine, é peró palesemente destinata sin dal primo momento al pecoraio, e la sua incomprensibile quanto irritante gioia di vivere non puó venire che dalla certezza dell’imminente (se non giá nascostamente consumata) deflorazione. Si tratta quindi di un mito della riproduzione, assolutamente antignostico.

Il Leonetto però ci obietta che stiamo proiettando su materia sacerrima il frutto de’ pensieri malsani che il diavolo ci bisbiglia a la recchia mentre abbadiamo alle sciocchezzuole quotidiane, e questo è certamente vero. Tornando però alla tesi di Hans Jonas sull’esistenzialismo non possiamo tacere che “Heidegger” non é altro che “Heidi Egger”, ossia Heidi che oveggia (egg), o ovuleggia, da cui la conferma della nostra tesi.

Infine, in base a un’esegesi marxista (e quindi realmente gnostica) del cartone, é chiaro che il nonno di Heidi é un filosofo proletario, che fugge i suoi squallidi simili, mentre Heidi puó portare la gioia e quindi rappresenta quella parte del proletariato che svolgendo l’essenziale funzione di “pagliaccio” consente la riconciliazione coi capitalisti. Difatti anche il nonno alla fine rientra nella societá.
Nonostante le diverse opinioni, si tratta certamente di un campo di indagine promettente, che non mancheremo di riprendere.
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Propizio attraversare il grande fiume. Propizia è la perseveranza dell’uomo nobile.

Forse qualcuno si è chiesto cosa significa il “61: maiali e pesci” del post precedente. E’ la prima parte del responso legato all’esagramma 61 dell’I-Ching, il libro dei mutamenti, che è uno dei cardini di La svastica sul sole di Philip Dick.

Attenzione: spoiler.

Per chi non lo sapesse, nell’America dominata dai giapponesi dell’ucronia Dickiana ha preso piede questo antico metodo di divinazione: per consultare l’oracolo bisogna formulare una domanda e poi manipolare degli steli di achillea (metodo tradizionale e preferibile(1)) o tirare sei volte tre monete. Il risultato produce un esagramma, un simbolo formato da sei righe continue o spezzate. Ad es. il n.11 si chiama “La pace” ed è così:

11-la-pace-jpeg

Ogni simbolo va poi interpretato come una carta dei tarocchi.

Oggi ognuno intuisce che l’esagramma può essere considerato la rappresentazione di un numero scritto in binario, dove 1 è la linea continua e 0 la spezzata (si parte però dal basso). Non è detto che i cinesi lo sapessero, ma di sicuro lo capì Leibniz. A questo punto uno potrebbe anche chiedersi a che serve tirare 3 monete per generare ogni linea, visto che ne basterebbe una. Quando leggemmo per la prima volta “La svastica” internet non era ancora così diffuso e quindi passammo parecchio tempo a cercare di immaginarci le regole del gioco dalla descrizione di Dick. Oggi sappiamo che le monete sono 3 perché in realtà i risultati possibili non sono solamente due, ma quattro: ogni linea, oltre a essere continua o spezzata, può anche essere fissa o mobile. Quando si ottiene una linea “mobile” vuol dire che il simbolo muta in quello che si otterrebbe sostituendo alla linea dritta la spezzata, o viceversa. Ad esempio, l’esagramma 11 con la sesta linea mobile diventa l’esagramma 26, la “Forza domatrice del grande”:

2624260

Ma, dirà il lettore, se le componenti sono 4 allora per generarle basterebbero 2 monete per linea. Perché se ne usano 3? Perchè le linee mobili hanno meno probabilità di presentarsi rispetto alle fisse: affinché una linea sia mobile bisogna infatti ottenere 3 simboli uguali (3 teste o 3 croci). Con gli steli di achillea la procedura è molto più macchinosa e le probabilità di ottenere linee mobili sono ancora inferiori.

Sapute queste belle cose, si comprenderà che anche se gli esagrammi sono solo 64 (cioè 2 alla sesta), le combinazioni realmente ottenibili sono di più: grazie alle linee mobili ogni esagramma può trasformarsi in qualsiasi altro, quindi in totale ci sono 4 alla sesta combinazioni, o 64 x 64, 0 4096 (ponendo che un esagramma statico può essere considerato la trasformazione di se stesso). Incidentalmente, qualcuno ha osservato che in base otto il numero 4096 si scrive 10000, e diecimila è il termine cinese tradizionale per indicare tutto l’esistente.

Nel romanzo di Dick l’i-ching viene consultato in continuazione, e noi abbiamo fatto questo piccolo e inutile schema, mettendo nelle colonne il numero del capitolo del libro e nelle righe il nome del personaggio che tira le sorti, e all’incrocio il risultato ottenuto(2):

ching

Quando i numeri sono separati da una virgola significa che lo stesso personaggio ha consultato più volte l’oracolo, mentre quando c’è un “>” vuol dire che l’esagramma base aveva linee mobili e si è trasformato in un altro. Nel capitolo 6 Frink ottiene linee mobili, ma non abbiamo capito qual è la risultante, mentre nel capitolo 12 Tagomi, dopo essere stato costretto a uccidere, consulta febbrilmente l’oracolo e ottiene un risultato che resta ignoto al lettore fino al capitolo 14.

Si noterà che solo 3 dei cinque personaggi principali consultano l’I-ching, e che in alcuni casi ottengono risultati uguali. In questo come in numerosi altri romanzi Dick utilizza la tecnica delle narrazioni parallele, per cui ogni capitolo è in genere costituito da due o più frammenti del racconto di due o più personaggi. Questo sistema, che non era affatto nuovo e che si ritrova oggi nella maggior parte delle serie televisive, permetteva a Dick di far avanzare contemporaneamente più narrazioni e di intrecciarle. Come abbiamo già detto, nella Svastica le sorti di Tagomi e Frink sono strettamente legate (attraverso Robert Childan), quasi in un nodo, mentre la storia di Juliana in realtà corre pressoché parallela alle altre: il suo unico legame è che è l’ex moglie di Frink, ma questo appare un altro degli elementi abortiti del libro, visto che il tutto si riduce a una serie di menzioni.

Ciò nonostante, Juliana è un personaggio fondamentale e come Tagomi giunge alla visione dell’esagramma 61, la “Verità interiore”. Descritta come una mezza spagnola forte e sensuale, Juliana incontra un camionista italiano(3), ci va a letto, scopre che ha una copia de “La cavalletta non si alzerà più” e resta affascinata dal libro, che descrive un mondo in cui l’asse ha perso la seconda guerra mondiale(4). Benché abbia intuito subito che questo camionista non è chi dice di essere, Juliana lo segue e si lascia convincere ad andare alla ricerca dell’autore del libro, che si dice viva in una specie di castello fortificato per difendersi dagli sgherri dell’asse che lo vogliono mettere a tacere. Manco a farlo apposta, mentre è in un albergo col camionista capisce che costui in realtà non è italiano, e non è un ammiratore del libro, bensì un sicario, che l’ha scelta come una sorta di lasciapassare per arrivare alla sua vittima: a questo punto, dopo una colluttazione buffa e mortale, Juliana scappa e su suggerimento dell’oracolo decide ugualmente di andare a casa dello scrittore, per avvertirlo del pericolo che corre.

Quando arriva la ragazza resta molto sorpresa dal fatto che in realtà lo scrittore non vive in un castello ma in una normalissima casa, e che non prende nessuna precauzione: inoltre sembra considerare il suo libro poco più di un gioco, mentre Juliana è convinta che sia molto di più. Irritata dall’autore, e resa mezza folle dal fatto di aver ucciso un uomo, alla fine Juliana costringe lo scrittore ad ammettere che per scrivere il libro ha consultato l’I-Ching: anzi, dice sua moglie, l’ha consultato praticamente migliaia di volte. E’ quasi come se il libro fosse stato scritto dall’oracolo.

Nelle ultime pagine de “La svastica“, Juliana chiede all’oracolo perché ha voluto scrivere un libro in cui l’asse perde la guerra, e la risposta che ottiene è “61”, la Verità Interiore. Mentre Tagomi si trova addirittura trasportato nell’altro mondo, Juliana grazia al messaggio comprende che “La cavalletta” è vero, che il mondo in cui lei e gli altri vivono è un’illusione perché nel mondo reale l’America ha vinto, non perso.

Ma “mondo reale” in che senso? La realtà descritta ne “La cavalletta” non è il nostro  mondo, ma ancora un’altra versione distorta di quella che noi per ragioni pratiche e non senza una notevole sicumera chiamiamo realtà: e la differenza tra il mondo de La Svastica e quello de La cavalletta ha origine in un solo punto, uno snodo in cui i due universi si dividono: nella Svastica, il presidente Roosevelt viene assassinato nel 1933 a Miami, mentre ne La cavalletta no. Volendo, si può immaginare che quel 15 febbraio 1933 l’intero universo fosse un unico gigantesco esagramma con una linea mobile.

L’I-Ching, come qualsiasi sistema combinatorio, può essere usato per costruire storie, e forse ha questa capacità perché può essere usato per costruire mondi. In definitiva la Cavalletta non è solo un libro nel libro, ma un libro nel libro scritto da un libro e che mostra la falsità della sua cornice! Un intreccio davvero vertiginoso, da cui viene fuori un altro elemento destinato a ritornare nei libri di Dick: l’I-ching è una voce che viene da oltre il mondo fittizio, che cerca di invaderlo e di sostituire alla finzione la realtà: è, per certi versi, un antenato di quel Vasto Sistema Attivo di Intelligenza Vivente che molti anni dopo colpirà Dick alla fronte con un raggio rosa, svelandogli la verità fondamentale.

Continua.

 

  1. Gli steli sono preferibili innanzitutto perché la loro complicata manipolazione crea la concentrazione necessaria a comprendere qual è la vera domanda che si vuol fare all’oracolo. Inoltre la procedura più lunga riduce il rischio che vi si ricorra troppo spesso, svilendo il senso dell’operazione.
  2. Una descrizione completa di tutti gli esagrammi si trova qui.
  3. Che è anche lui un personaggio contraddittorio e distruttivo, e interessante, a modo suo, ma non abbiamo il tempo di parlarne.
  4. Oltre che per i motivi elencati in seguito, questo libro è notevole perché risolve anche un problema “tecnico” della narrazione ucronica: quello di dover in qualche modo spiegare come diavolo si è arrivati a una situazione così diversa da quella reale. I sistemi tradizionali sono molto goffi e si basano tutti più o meno sul “taccio che”, cioè sulla prolissa lezione di storia alternativa fatta negando di farla. Dick risolve il problema col libro nel libro, perché commentando “La cavalletta” i personaggi possono raccontare con una certa naturalezza i punti di distacco tra il loro mondo e quello fittiziamente fittizio (o meglio: realmente fittizio, perché non è il nostro).
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61: Maiali e pesci. Responso positivo e ottima salute!

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Gli aneddoti sulla vita di Philip Dick sono più noti e probabilmente meglio compresi della sua opera terrena. Dicono di lui che, mollato dall’ennesima donna, decise di uccidersi inghiottendo tutti i tranquillanti che aveva in casa, e non erano pochi. Dopo aver compiuto l’insano gesto gli venne però in mente che aveva anche una torta al cioccolato in frigo: pensò che ormai mangiarla non poteva più fargli male, quindi se la strafogò tutta, si sentì male e vomitò. Ciò gli salvò la vita, per questa volta.

Fragile e febbrile Philip Dick! Di pochi uomini ci dispiace così tanto la morte.

Ma, per quanto questa sua sublime noncuranza ci colpisca ogni volta, bisogna cercare di evitare l’immagine stereotipata dello scrittore drogato e folle, dell’idiota divino, ispirato dal raggio rosa. Quasi sicuramente Dick non era affatto uno squilibrato, anzi i suoi migliori romanzi mostrano sempre una tendenza per così dire speculativa e razionale. I suoi personaggi sono spesso degli accaniti ragionatori, il che ci porta erroneamente a considerarli dei paranoici. Quando Dick è irrazionale, lo è in genere per stanchezza: come negli sfoghi dei suoi personaggi, che di punto in bianco fanno o dicono qualcosa di assolutamente insensato e in genere autodistruttivo, e quello che dicono o fanno di solito lo presentano come la verità, finalmente la verità.

Ora per tradire subito i nostri propositi raccontiamo un altro noto aneddoto: dopo aver vinto inaspettatamente il premio Hugo, che era una sorta di razzetto su un basamento di legno, Dick lo usò per sedare una rissa, e lo ruppe. Come se uno, per dire, rompesse il telegattone. Come si fa a non amare quest’uomo?

E dire che quel premio l’aveva vinto per “La svastica sul sole“, da cui recentemente hanno tratto una serie televisiva che non abbiamo visto. Il nostro scopo iniziale, in effetti, era parlare appunto della Svastica, che molti considerano il suo capolavoro. Noi, personalmente, no.

Resta tuttavia un libro notevole, e anche piuttosto anomalo. A partire dalla strana dedica alla moglie (senza il cui silenzio, dice Dick, il libro non ci sarebbe stato), dalla presenza di ringraziamenti, dall’indicazione delle fonti. Se non sbagliamo, questo è l’unico caso in cui un libro di Dick contiene tutti questi elementi. O li ha aggiunti dopo il premio, o in qualche modo intuiva che questo libro sarebbe stato considerato in modo diverso dagli altri.

Ora egregio lettore se non hai letto il libro forse ti conviene non andare avanti, perchè potresti apprendere cose che non ti piacerebbero:

Come è noto, la vicenda è ambientata in un’America degli anni ’60 che ha perso la seconda guerra mondiale. Germania e Giappone si sono spartiti il mondo: la svastica regna sulla costa orientale americana, in Europa, Russia, Africa, ha raggiunto la luna e adesso punta a marte. Il Giappone  controlla la Cina, il sudamerica, il pacifico e la costa occidentale degli Stati Uniti, dove è ambientata la storia. Mentre i tedeschi appaiono quasi caricaturali nella loro mostruosità (hanno svuotato il mediterraneo per ricavarne terre coltivabili(1), hanno applicato la soluzione finale all’intera Africa), la dominazione Giapponese è molto più umana e gli orientali hanno anche sviluppato una curiosa fascinazione per l’artigianato americano. Quasi tutti i personaggi producono(2), vendono o comprano armi della guerra di secessione, vecchie figurine del baseball, fumetti degli anni trenta. Una delle scene più belle e comiche del libro è quella in cui il sig. Tagomi, della missione commerciale giapponese, regala a un industriale svedese un prezioso orologio di topolino.

Già qui si vede la genialità di Dick. Il mondo alternativo dove la Germania ha vinto non era un’idea nuova, mentre è stramba ma realistica l’attenzione dei vincitori per il glorioso e incompreso passato americano. Dick descrive con grande precisione lo stato d’animo dell’antiquario Robert Childan, che aspira ad ottenere l’amicizia dei giapponesi per questioni economiche, ma anche per sincera ammirazione. I Giapponesi, nota Childan, collezionano vecchie figurine americane e però non sanno nemmeno che venivano usate per giocarci: questo è il loro modo di appropriarsi di una cultura(3). Durante una cena con una coppia di ricchi giapponesi Childan cerca più volte di esprimere la sua approvazione per la vittoria dell’asse e però si accorge subito di esagerare e di creare imbarazzo, e si accorge anche che nonostante siano così belli e pacifici lui odia profondamente i vincitori, che in fondo considera solo scimmie, incapaci di pensiero creativo(4).

Bisogna ammettere che è piuttosto strano trovare una scena del genere in un romanzo di fantascienza, per di più basato su premesse così potenti. Uno si aspetterebbe azione, spionaggio, violenza, nonché un divertito anacronismo, e tutti questi elementi in parte ci sono, ma per noi rimangono secondari, e l’autore ha avuto un notevole coraggio a mantenerli secondari.

Un altro dei personaggi principali è Frank Frink, un operaio di origine ebraica che produce falsi. Dopo aver litigato col suo capo, lo ricatta per avere i soldi necessari a mettersi in proprio. Lui e il suo collega Ed vogliono produrre oggetti nuovi, gioielli fatti a mano, e finiscono per proporli anche a Childan. In seguito Frink verrà arrestato su denuncia del suo capo e Tagomi, senza sapere nulla di lui, lo salverà dalla morte negando ai nazisti l’estradizione sulla costa orientale.

Lo stesso Tagomi, poco prima, ha usato un’antica pistola comprata da Childan per fermare dei sicari nazisti. L’uccidere l’ha sconvolto al punto che il giorno dopo cerca di restituire la pistola a Childan: ma l’antiquario non è interessato, anche perché sa che quella pistola potrebbe essere un falso, magari proprio uno di quelli prodotti da Frink, e quindi propone a Tagomi di comprare in gioiello (creato proprio da Frink).

In una delle scene più strane del libro, Tagomi vaga per il parco con questo grumo di metallo comprato da Childan, e mentre osserva il sole che si riflette sul metallo ha quasi l’impressione di comprendere una verità: tuttavia un poliziotto lo interrompe con una domanda stupida e Tagomi, disperato, si mette a cercare un tassì a pedali per tornare a casa. Ma non lo trova: vede invece una strada mai vista, entra in un bar e i bianchi seduti al bancone non gli cedono il posto. In qualche modo, attraverso lo strano gioiello, Tagomi è passato dall’altro lato: nel mondo in cui l’asse ha perso la guerra.

Che confusione, che insensatezza. Le storie di Childan, Tagomi e Frink si intrecciano come in una sorta di sogno. E non è neanche finita perchè a margine corre la storia di Juliana, la moglie di Frink, e dell’uomo nell’alto castello, colui che ha scritto un romanzo in cui Germania e Giappone hanno perso la guerra.

Continua.

 

(1) E questa non è un’invenzione di Dick: il progetto fu davvero presentato ed è stato seriamente discusso fino a non molti anni fa.

(2) Già, producono, perché naturalmente in un libro di Dick non poteva mancare l’elemento del falso. Dopo la guerra in America è nata addirittura un’industria che riproduce vecchie armi, vecchi mobili, finte locandine, a beneficio degli ingenui vincitori. C’è anche un’esplicita riflessione sul problema dell’aura degli oggetti, che però è affidata a due personaggi minori, che spariscono subito, a riprova della costruzione imperfetta del romanzo.

(3) Ci viene in mente che anche in 1984 c’è un negozio di antiquariato, ma lì il passato è una difesa reale (per quanto fragile: anzi in effetti è proprio una trappola), mentre in Dick il passato è proprio finto (il che, per converso, non lo rende una difesa più debole: semmai più forte!). E poi c’è la faccenda delle cose piccole, gli oggetti insignificanti che dovrebbero contenere qualcosa di indistruttibile: vecchi fumetti, vecchie armi, tutta roba che in fondo è un giocattolo, e ci sono molti racconti di Dick sui giocattoli, sui fumetti (es. Mr. Lars) e lui di fatto è l’inventore di tutti i giochi in cui tu non sei l’eroe, ma una sorta di dio. Incidentalmente, questa abitudine di mummificare il passato è spesso presente nella cultura americana, persino più che nella nostra. Superman, per dire, ha tutto il suo mondo miniaturizzato; le copie
fedeli dei documenti originali della vendita di Manhattan si vendono ancora adesso a Newyork (e sono finti, sono scritti in inglese mentre l’originale era in olandese). Gli americani non si
fanno troppi scrupoli filologici nel ricostruire il passato, che è un segno di amore. Per altro, tutta la roba che nel romanzo si propone ai giapponesi oggi si vende realmente agli europei: tutti quelli che vanno in america si estasiano per oggetti che se fossero veri (e di norma non lo sono) non avrebbero più di pochi anni. L’America riesce a mitizzare il passato prossimo, a volte anche la  contemporaneità, e come disse qualcuno tendono a realizzare e presentare l’ideologia in forma di mito, e quindi a creare un’utopia
degenerata.

(4) Questi sentimenti contraddittori, che sono palesemente di Dick, rappresentano uno dei suoi temi ricorrenti: il misto di rabbia e invidia che il piccolo commerciante o artigiano prova nei confronti dei ricchi e potenti

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Una buona e una cattiva notizia

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Indagando sulla lista cinese abbiamo trovato un articolo di asphalto in cui si illustra il molto lodevole metodo per generare 10 milioni di trame partendo da 37 situazioni base. L’opera risale al 1919 e si direbbe che questo sia il suo maggior pregio. Altra notizia correlata è che lo stesso asphalto, vecchio covo di troll e logorroici, pare stia per chiudere sconfitto dal buonismo dei social network. Alla prudente saggezza del lettore stabilire quale sia la buona e quale la cattiva nuova.

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Il mistero della lista cinese

Altra nota del nostro su Borges. Inizialmente era destinato a un volumetto commemorativo in onore dell’argentino, ma a quanto pare il pezzo non riscosse l’apprezzamento della zia di Spallanzani, quella stessa che non capiva l’enigma di Crocevia e che Spallanzani considerava un affidabilissimo modello del lettore comune. Benchè contenga alcune gravi inesattezze, lo ripubblichiamo esattamente com’è. Abbiamo solo dovuto censurare degli apprezzamenti su Foucault, che potrebbero esporci a denunzia.

“Il mistero della lista cinese.

                                Nel parlare di Borges, molti ne 
                                scimmiottano lo stile: segno evidente 
                                che questo esiste e si impone
.
                                         Bustos Domecq

Ne L’idioma analitico di John Wilkins[1], sul quale mi sono già soffermato anche troppo, Borges scrive:

“Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che si intitola Emporio Celeste di Conoscimenti Benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in a) appartenenti all’imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi in questa classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, l) eccetera, m) che hanno rotto il vaso, n) che da lontano sembrano mosche”.

Non è da escludere che Borges si basasse su un passo di Kierkegaard, da Repetition: “A wit has said that one might divide mankind into officers, serving-maids and chimney sweeps. To my mind this remark is not only witty but profound, and it would require a great speculative talent to devise a better classification. When a classification does not ideally exhaust its object, a haphazard classification is altogether preferable, because it sets imagination in motion”.

Il mio scopo adesso è seguire le tracce della lista cinese (così la chiamerò) nei libri di Borges e poi risalire all’originale.

Il protagonista del racconto Il parlamento[2], Alejandro Ferri, sostiene di aver scritto un breve studio della lingua analitica di John Wilkins, quindi si potrebbe identificare con l’autore. Tuttavia parla senza nessun rispetto del direttore della biblioteca nazionale, che per anni fu lo stesso Borges: quindi l’identificazione è certa. E cos’è il parlamento del mondo? Un gruppo di poche persone convinte di dover rappresentare tutti gli uomini.

“Progettare un’assemblea che rappresentasse tutti gli uomini era come fissare il numero esatto degli archetipi platonici, enigma che ha impegnato per secoli i perplessi pensatori. Suggerì quindi che, senza spingersi oltre, don Alejandro Glencoe rappresentasse non solo i possidenti, ma anche gli uruguaiani, così come i grandi precursori e gli uomini dalla barba rossa e quelli che stanno seduti in poltrona. Nora Erfjord era norvegese. Avrebbe rappresentato le segretarie, le norvegesi o semplicemente tutte le belle donne? Bastava un ingegnere per rappresentare tutti gli ingegneri, compresi quelli della Nuova Zelanda?”

Dopo il richiamo a Wilkins torna il principio beffardo della lista cinese, lo stesso problema. A questo punto non stupisce affatto che tra i vari libri acquistati dal parlamento del mondo ci siano anche “i serici volumi di una certa enciclopedia cinese”. Che forse non è quella “certa enciclopedia cinese” messa a paragone dell’enciclopedia francese in Testi prigionieri: “Meno copiosa di una certa enciclopedia cinese che consta di milleseicentoventotto tomi in ottavo di duecento pagine ciascuno, la nuova Encyclopédie FranÇaise […] non supererà i ventuno volumi”. Borges precisa che “la nuova enciclopedia rifiuta l’ordine (o il disordine) alfabetico, e tenta una classificazione “organica” delle materie”. I curatori ne sottolineano l’originalità ma “dimenticano che questo fu il metodo delle prime enciclopedie, e che la classificazione alfabetica fu, a suo tempo, una novità”. Non è neanche l’enciclopedia perduta di cui parla altrove, scritta per ordine del terzo imperatore della dinastia luminosa e conosciuta come yongle da dian, composta di 22.877 voci e divisa in 11.095 volumi, scritta a mano, completata nel 1408 e copiata per due volte nel 1567, di cui non restano che frammenti. E’ inutile notare che la spaventosa dimensione di queste enciclopedie nulla dice della loro reale grandezza, e che la breve lista cinese di 14 voci è ben più inesauribile.

Ma le apparizioni della lista e dell’idea non finiscono qui, perché Borges ne parla anche nel Gruppista[3], dove si ipotizza la ridevole esistenza di infinite e variabili corporazioni:

“il genere umano, mi spiegò, consta, nonostante le differenze climatiche e politiche, di un’infinità di società segrete, i cui affiliati non si conoscono in quanto cambiano ad ogni istante di status. Alcune durano più di altre; verbi gratia, quella degli individui che ostentano un nome catalano o che comincia con la G. Altre si dissipano presto, verbi gratia quella di tutti coloro che adesso, nel Brasile o in Africa, aspirano l’odore di un gelsomino o esaminano, con maggiore attenzione, un biglietto dell’autobus. Altre ancora permettono la ramificazione in sottospecie che di per sè interessano; verbi gratia, i colpiti da tosse convulsa possono, in questo preciso istante, calzare pantofole o darsi, veloci, alla fuga in bicicletta o trasbordare a Témplery. Un’altra specie è costituita da coloro che rimangono estranei a questi tre tratti tanto umani, tosse asinina compresa”.

E, tornando al linguaggio, non bisogna scordare Funes[4], che ricorda tutto e ogni cosa nei minimi particolari e con l’intensità di un dolore fisico, tanto che, paralizzato dalla caduta che risvegliò la sua mente, pensa un giorno di crearsi un proprio sistema numerale, in cui settemilatredici si dice “Maximo Perez”, e cinquecento si dice “nove”. Subito Borges richiama Locke, che nel XVII secolo propose e scartò un idioma in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio.

“Funes aveva pensato, una volta, a un idioma di questo genere, ma l’aveva scartato, parendogli troppo generico, troppo ambiguo. Egli ricordava, infatti, non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna della volte che l’aveva percepita o immaginata”.

Dirò ora qualche banalità, di quelle che in ambito accademico sogliono giustificare le pedanti ricognizioni di idee altrui: l’idioma analitico di Wilkins presuppone una catalogazione di tutto l’esistente e la sua riduzione a quaranta categorie, di modo che associando categorie e sottocategorie a lettere si possano comporre parole che sono il loro significato, che sono il preciso sentiero da seguire lungo la mappa delle cose, per trovarle. Ovviamente ogni divisione del mondo è arbitraria, e la lista cinese ne è il fulgido esempio. Ovviamente questo è un difetto dell’essere, della sua inesauribilità. L’opposto di Wilkins è quindi Funes, con la sua lingua fatta solo di nomi propri arbitrari, e per di più riferiti non solo ad ogni cosa, ma anche alla percezione soggettiva di ogni cosa, in ogni istante del tempo.

Dirò infine qualcosa di più interessante ed oracolare: contrariamente alla lingua di Funes, quella di Wilkins può esistere, e anzi di fatto esiste, almeno in parte. Allo stesso modo, a differenza degli archetipi platonici, nel loro ordine divino, la farraginosa lista cinese può esistere ed esiste. Sbaglia Foucault[5] quando, con la triplice arroganza del filosofo, del francese e del f***** attribuisce a Borges l’invenzione della lista, come se fosse un semplice gioco della mente, un paradosso da filosofuccio. La lista esiste, esiste realmente la misteriosa enciclopedia cinese citata da Kuhn e ripresa da Borges, e non è uno scherzo ma un’illuminazione. Ho le prove di quel che dico, ma per adesso darò solo un indizio preso dal manuale di zoologia fantastica[5]:

“Nell’Anthologie raisonnée de la littérature chinoise (1948) di Margouliès, figura questo misterioso e tranquillo apologo, opera di un prosatore del secolo IX:
Universalmente si ammette che l’unicorno è un essere soprannaturale di buon augurio; così dichiarano le Odi, gli Annali, le Biografie degli uomini illustri, e altri testi la cui autorità è indiscutibile. Perfino i bambini e le donnicciole sanno che l’unicorno è presagio favorevole. Ma quest’animale non figura tra gli animali domestici, non sempre è facile incontrarlo, non si presta a essere classificato. Non è come il cavallo o il toro, il lupo o il cervo. Stando così le cose, potremmo trovarci di fronte all’unicorno, e non sapremmo con sicurezza se è lui. Sappiamo che il tale animale con criniera è cavallo e che il tale animale con corna è toro. Non sappiamo com’è l’Unicorno”.

[1] In Altre inquisizioni.

[2] Attualmente nel Libro di sabbia.

[3] In Cronache di Bustos Domecq.

[4] In Finzioni.

[5] Le parole e le cose, introduzione.”

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La scrittura circolare

La Fondazione è così attenta all’attualità che cannata la commemorazione di Pasolini (che il Nostro non apprezzava particolarmente, e di cui perciò non abbiamo molto da dire: se il non aver molto da dire fosse motivo sufficiente, in rete, per non parlare di un argomento), cannata la commemorazione, dicevamo, vogliamo riportare invece l’ennesimo appunto spallanzanesco scritto in memoria di un autore ben più provocante, Borges.

“In Thlon, Uqbar, orbis tertius Borges racconta di aver udito da Bioy Casares la memorabile sentenza degli eresiarchi di Uqbar: “la copula e gli specchi sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini“.

Verificando nell’Angloamerican Cyclopedia (che esiste davvero), la frase diventava: “per uno di questi gnostici l’universo visibile è illusione, o – più precisamente – sofisma; gli specchi e la paternità sono abominevoli, perché lo moltiplicano e lo divulgano“.

Ne Il tintore mascherato Hakim di Merv, contenuto in Storia universale dell’infamia, c’è un capitoletto intitolato “gli specchi abominevoli”. Qui si riassume la dottrina del profeta velato del Khorasan: “la terra che abitiamo è un errore, un’incompetente parodia. Gli specchi e la paternità sono abominevoli, perché la moltiplicano e confermano“.

Nella cosmogonia di Hakim, che è una mera amplificazione di quella dello gnostico Basilide, l’universo sensibile è l’ultima delle 999 emanazioni delle 9 ombre del dio spettrale: “il signore del cielo che sta in fondo è quello che governa – ombra di ombre di altre ombre – e la sua frazione di divinità tende allo zero“.

Il profeta velato torna nello Zahir (l’Aleph), dove è chiamato Al-moqanna dello Jorasàn. Prevedibilmente, una Difesa dell’ingannevole Basilide contenuta in Discussione ripete: “il signore del cielo finale è quello della Scrittura, e la sua percentuale di divinità tende allo zero“.

E poi vertiginosamente: nella Difesa della cabala, “l’intervento del caso tende allo zero”; nello Zahir si da’ “vedere la tigre” come perifrasi di impazzire; in Tigre blu, il protagonista è perseguitato da monete che non si sommano come si deve; e lo zahir è una moneta; in Thlon, l’esempio delle nove monete per contestare la causalità; ne L’arte narrativa e la magia, la magia come “forma estrema della causalità”; ivi la citazione di Chesterton: “as all stars shrivel in the single sun / the words are many, but The Word is one“, che risuona in quella di Plotino: “il sole è tutte le stelle, / e ogni stella è tutte le stelle e il sole“.

Borges le cita entrambe ma, sempre più strano, non sembra accorgersi che sono una, e che sono lui.”

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