La solitudine è amore

 In “1984” (del ’48) c’è un altro libro, intitolato “Teoria e prassi del collettivismo oligarchico“, che è una sorta di manuale della resistenza al Grande Fratello e spiega come è nato. L’autore (il presunto ebreo cattivo) nota una cosa rilevantissima, ossia che la dittatura nasce proprio quando ci sono i mezzi per fornire più benessere a tutti gli uomini: e appunto per questo. In altre parole, quando un sistema comincia a produrre abbastanza ricchezza da rendere fattibile l’uguaglianza, proprio allora l’oligarchia al potere ha il massimo interesse ad impedire che ciò accada e che possa verificarsi qualche cambiamento. Il problema allora diventa come distruggere la ricchezza, perché non venga distribuita. Il metodo più semplice è la guerra, che aiuta anche a mantenere pressochè inalterati i rapporti tra gli stati e tra le classi sociali all’interno degli stati. Per questo la guerra è pace: lo è alla lettera, non ironicamente, né paradossalmente.

Nemmeno vent’anni dopo, nel ’66, Baran e Sweezy pubblicano “Il capitale monopolistico – saggio sulla struttura economica e sociale americana“, che per molti versi somiglia a teoria e prassi del collettivismo etc, anche nel titolo (ma forse gli autori non se ne accorsero). Il libro sostiene che il capitalismo reale ha ormai ben poco a che fare con la concorrenza e le teorie nate alla fine del diciannovesimo secolo. Il mercato è dominato da mega società che operano in regime di oligopolio e così riescono a fare enormi profitti, tant’è che il loro vero problema non è come fare i soldi, ma come reinvestirli. Siccome non ci sono sbocchi per investire il capitale, che cresce più rapidamente di qualunque domanda, il sistema del capitalismo monopolistico è sempre caratterizzato dal sotto utilizzo delle risorse e del personale, che porta inevitabilmente a crisi come quella del 1929. L’unica soluzione è alimentare la domanda attraverso la pubblicità, creando bisogni illusori, o aumentare la spesa militare, che incidentalmente serve anche a contrastare il pericolo comunista.

L’America, quindi, può soltanto distruggere ricchezza a un ritmo sempre più rapido, peggiorando di fatto la qualità della vita dei suoi cittadini (che è anche più o lo meno lo stesso punto di partenza di Heinlein). Esattamente come in 1984, anche per B&S è proprio il fatto che si può produrre un’enorme ricchezza a implicare che bisogna bruciarla, per non farla uscire dal giro dei plutocrati. La massa non deve mai poter arricchire realmente: deve solo avere l’impressione di farlo, comprando ogni anno merci “nuove” che sono sempre più scadenti e pagando lautamente il costo della pubblicità. L’oligarchia al potere infatti non ha interesse a favorire l’elevazione delle classi lavoratrici, tranne per quei pochi elementi eccezionalmente dotati che servono a rinsanguare la classe dominante e che vengono selezionati attraverso le borse di studio. Questo piccolo “ascensore sociale” è funzionale alla conservazione dell’oligarchia ma appare un favore fatto ai poveri e un atto di giustizia, per cui raggiunge perfettamente il doppio scopo di danneggiare i poveri illudendoli del contrario: come in generale tutto il sistema capitalistico.

Il vero potere, inoltre, ha tutto l’interesse a creare sistemi che bilancino il potere del parlamento e del governo. Questo perchè la democrazia ha il grave difetto di permettere, in teoria, che una maggioranza di disgraziati finisca per comandare. Quindi è necessario che esistano dei contrappesi per rendere difficile o impossibile il funzionamento del sistema democratico. Ne conseguen che la dottrina della divisione dei poteri, sempre considerata una conquista progressisita, di fatto è solo l’ennesimo stratagemma che mira a garantire l’immodificabilità del dominio oligarchico.

Fino a quersto punto le somiglianze tra il noto libro di B&S e il finto libro di Orwell sono notevoli. Si potrebbe obiettare però che in 1984 non comandano i ricchi, ma i “medi”, e cioè “burocrati, scienziati, tecnici, sindacalisti, pubblicisti, sociologi, insegnanti, giornalisti e politici di professione”, più o meno come avviene nella realtà italiana. Tuttavia, anche nel capitale monopolistico di fatto chi comanda non sono i miliardari ma le grandi società, che sono controllate da tecnici (avvocati, commercialisti, pubblicitari, ingegneri). Anche se guadagnano molto, i manager non sono i plutocrati di una volta e per molti versi si avvicinano alla classe dei “medi” di 1984. L’unica vera differenza tra il mondo di 1984 e quello di Baran e Sweezy è che il capitalismo oligarchico è più subdolo e furbo del grande fratello e non utilizza quasi mai la violenza, quantomeno all’interno: non ne ha nessun bisogno perchè dispone di mezzi più sofisticati ed efficienti.

Ad esempio, la propaganda del grande fratello può salutare con gioia il fatto che la razione di zucchero sia stata portata a 10 grammi al giorno, mentre prima era 15; invece la pubblicità di B&S può convincerti che una certa birra è migliore perchè viene venduta in bottiglie sterilizzate, il che, però, accade per tutte le birre. Il primo messaggio è palesemente falso, fa violenza alla ragione, mentre il secondo ti prende senza che tu te ne accorga. Il grande fratello modifica il passato, mentre il capitale lo affoga in un mare di informazioni irrilevanti, ma il risultato è praticamente lo stesso. Inoltre come il grande fratello distrugge persino il linguaggio facendo diventare ortodosse delle affermazioni paradossali, così la pubblicità finisce per rendere insignificanti la maggior parte delle parole, perchè ad esempio predica l’esclusività di prodotti di massa.

Colpisce quanto sia affascinante questa visione sostanzialmente paranoica, quanto suoni ragionevole. Guardando dalla prospettiva di questi due libri, moltissime cose assurde cominciano a trovare una spiegazione e diventano quasi ovvie: la grande potenza dei due libri è farti dire “ah… allora è così… volevano mettermelo in culo, mi dicevano la democrazia, la cosa… e invece…“, per cui soddisfa due grandi esigenze, che sono 1 quella di capire le cose e 2 quella di capire una cosa diversa da ciò che capiscono gli altri, perchè gli altri sono, per definizione, degli imbecilli, e comunque non capiscono niente.

Soddisfano quindi non solo la ragione, ma anche la vanità. Chi legge questi libri può riesaminare tutta la storia dell’umanità utilizzando gli stessi criteri e tirarne fuori un’altra storia, che sembra altrettanto chiara e coerente, Anzi, più coerente. Non si può negare che abbiano una potenza esplicativa persino eccessiva, come molte strutture paranoiche.

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A Noi Vivi

A parte che siamo effettivamente vivi, il titolo è anche quello di uno strano libro di Robert Heinlein, For Us, the Living, scritto nel 1938 e rimasto inedito fino al 2004, che sotto la patina della storia fantascientifica è in realtà una specie di programma utopico di riforma sociale. Il protagonista ha un incidente d’auto nel 1939 e muore, però si risveglia nel 2086 e scopre che l’America è diventata un paese felice, dove non esiste povertà e la gente lavora per diletto. Gran parte del testo consiste nella spiegazione di un principio così riassumibile: tutto quello che è possibile fisicamente è possibile anche finanziariamente, se tutti lo vogliono.

Nel suo ingenuo delirio grillesco-tecnocratico, Heinlein sostiene che il problema della povertà (nel 1939 l’America non era ancora uscita dalla grande depressione) dipende dal fatto che la gente non ha abbastanza denaro per comprare i beni prodotti, e quindi l’unica soluzione è che lo stato stampi denaro per distribuirlo. Per Heinlein i soldi sono solo un mezzo per scambiare i beni, quindi funzionano più o meno come il sangue di un essere vivente: se non circola tutto il sangue necessario, l’organismo deperisce e muore. Il problema è che le persone tendono ad accumulare il denaro e ciò riduce il flusso, innescando una spirale che conduce alla sovrapproduzione e alla povertà.

Per illustrare la sua tesi (che poi non è sua) Heinlein ricorre anche ad un gioco, che è molto interessante e che esponiamo in appendice*. Il gioco somiglia in realtà allo schema di circolazione dei fisiocratici, ma è un po’ più complesso e rende effettivamente più chiaro il concetto di denaro come flusso sanguigno. Heinlein inoltre contesta il potere delle banche di prestare denaro che fisicamente non possiedono, perchè l’unico soggetto capace di creare moneta dev’essere lo stato, però dedica poca attenzione al problema dell’inflazione, limitandosi e a dire che in fondo il valore intrinseco del denaro è già scomparso quando si è abbandonata la parità con l’oro, e che comunque se lo stato continua ad accettare il denaro che stampa vuol dire che quello mantiene un valore. Secondo Henlein per evitare l’inflazione basta stabilire che qualunque cittadino può in ogni momento convertire il suo denaro non in oro, ma in beni che lo stato si impegna a vendergli o a produrre.

Nel libro si parla anche un po’ di Marx, ma sembra abbastanza chiaro che Heinlein non l’ha mai letto, o almeno che non ha capito nemmeno i punti basilari della sua teoria. Sostiene infatti che Marx sbaglia nell’identificare il valore con il lavoro perché è ovvio che un babbeo può consumare molto lavoro per produrre un bene di scarso valore, mentre una persona in gamba lo farà con meno sforzo. Gli è quindi sfuggito che Marx non si riferisce al lavoro di ogni singolo individuo, ma al lavoro medio sociale.

C’è anche da dire che il libro, come romanzo, non vale un fico secco, perché lo spunto narrativo è solo un espediente per esporre la teoria. L’autore stesso doveva esserne consapevole: e quantomeno ne furono consapevoli gli editori, che si rifiutarono accanitamente di pubblicarlo. Tranne che per la parte sul gioco, è un libro sciocco e noioso, che non si fa mancare la consueta visione di un futuro sessualmente molto più libero, in cui le forti emozioni sono considerate un segno di atavismo (da cui la prevedibile rieducazione del protagonista). C’è anche qualche traccia di involontaria ironia: la società perfetta di Henlein, infatti, pratica l’eugenetica e “scoraggia” la riproduzione degli inadatti con quelle che definisce “blande sanzioni”, tipo il confino.

Quindi era già abbastanza chiaro dove sarebbe finita l’utopia.

* Il Giochino di Heinlein per mostrare il funzionamento dell’economia è un modello rozzo e in parte sbagliato, ma lo riportiamo lo stesso (semplificandolo ancora) con delle simpatiche illustrazioni.

Mettiamo che tu lettore sei un imprenditore, hai una famiglia, vuoi produrre, allora vai da un banchiere che ti presta 100 talleri al 10% di interesse (di fatto il banchiere quei soldi non li ha realmente, ma tralasciamo questo problema).

banchie

Con 4 talleri affitti un terreno, con 4 compri un brevetto, con 8 talleri costruisci la fabbrica, con altri 8 paghi i materiali per la fabbrica.

fabbrica

Adesso hai la fabbrica, ma devi produrre. Quindi con altri 30 talleri compri le materie prime necessarie e con 44 talleri paghi gli operai.

produci

Ti restano solo 2 talleri ma lavori e ottieni via via 63 unità di merce (fingiamo che sia qualunque merce possibile). Hai calcolato che per mantenere te e la tua famiglia hai bisogno di 8 talleri di profitto, quindi sommando tutte le spese e il profitto decidi che devi vendere ogni merce a 2 talleri. Ma chi compra la tua merce? Beh, tutti. Gli operai, il proprietario terriero, l’inventore del brevetto, i proprietari di materie prime. Se fai i conti, scopri che puoi vendere 49 unità di merce per 98 talleri, e ti restano ancora 14 unità da vendere.

comprano

Ora hai di nuovo 100 talleri e ti restano 14 merci, però devi pagare le tasse (10 talleri). Con i soldi lo stato paga i suoi funzionari (4 talleri), compra materie prime (4 talleri) e compra anche merci da te (2 talleri). I funzionari e i produttori di materie prime, a loro volta, comprano altra merce da te.

stato

Adesso paghi gli interessi sul debito (10 talleri), e il banchiere e la sua famiglia comprano merce da te (ti danno 2 talleri per una merce). Inoltre paghi a te stesso 8 talleri, il tuo profitto, che dai a tua moglie, che li spende per comprare merci (da te).

testesso

A questo punto il ciclo economico si è concluso e ti ritrovi con 92 talleri e 4 unità di merce. Però devi restituire il prestito! e sono 100 talleri. Come fai?

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In teoria le tue merci valgono 8 talleri, che più 92 fanno 100, ma il banchiere non vuole le tue merci, vuole solo i suoi soldi. L’unica cosa da fare è chiedere un altro prestito, che sarà di 108 talleri, così con 8 ripaghi il debito e hai di nuovo 100 talleri. Il problema è che adesso tu sai che se produci di nuovo 63 unità di merce 4 resteranno invendute, quindi deduci che il mercato ne chiede solo 59, e tu puoi farne solo 55, perché 4 le hai già. Quindi riduci la produzione e se fai calcoli scopri che le merci ti costano 64,7 talleri, che sono anche le paghe dei compratori, per cui loro potranno comprare solo 32 unità, contro le 37 del turno precedente.

Quindi in definitiva hai ridotto la produzione e però ti trovi ancora con merce in esubero, e devi restituire anche un interesse più alto (10,8 contro 10). Continuando il gioco il processo si ripete e si aggrava: produci di meno, licenzi la gente, eppure ti resta sempre più merce sul groppone, e sempre più debito.
Ma qual è il problema? a prima vista, si direbbe che la colpa è del banchiere, perchè se non ci fosse l’interesse potresti andare avanti. Ma anche il banchiere ha diritto a un profitto. Il punto infatti non è che l’interesse è alto, ma che non viene speso per comprare merce.

Noterai che in questo gioco tutti spendono tutto il loro denaro per comprare merci, tranne il banchiere: ma di fatto nella realtà non è lui l’unico risparmiatore: tutti risparmiano, quindi tutti sono colpevoli di sottrarre denaro alla ruota dell’economia, che è come togliere acqua al mulino. In teoria questo denaro risparmiato prima o poi tornerà nel ciclo economico, e però bisogna considerare che in periodi di crisi (innestata dal risparmio) la gente non spende e non investe, ma cerca di risparmiare, quindi il vortice si autoalimenta (o autoaffama).

C’è una soluzione? Lo stato, a quanto pare, deve sostenere la domanda, ma può farlo solo in due modi: stampando denaro o prendendolo in prestito. Il prestito ovviamente non fa altro che tamponare, perché il processo si ripeterà. Stampare denaro però è problematico, perchè gli economisti si lamentano dell’inflazione. Per Heinlein l’unica soluzione è stampare moneta, e per tenere fermo il suo valore lo stato deve obbligarsi a cambiarla in una certa quantità di merci. Insomma, alla parità con l’oro si sostituisce una parità con frutta, verdura e ogni altra merce, in quantità stabilite.

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Il regno contraffatto

Scherzando si dice la verità, ma alla lunga accade anche il contrario, e la verità passa per gioco. Tutto viene trasformato in spettacolo, però non è detto che diventi impotente. Ma il teatro può andare al potere? O ci è già andato? E in tal caso la rivolta è un dramma nel dramma? Sono domande un po’ speciose e perciò meritano la nostra massima attenzione, quindi ecco a voi l’ennesimo stralcio del nostro libercolo, uscito stavolta dalle manine di Tony Esca, detto anche il Ventura, che non ha bisogno di ulteriori presentazioni.

P.S.: in ogni caso, come diceva l’Elia: fortunate le epoche in cui il potere teme ancora le parole.

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La grande scienza incontra la Fondazione

Avete anche voi l’impressione che questi sedicenti scienziati passino il tempo a pettinare i bosoni approfittando dei lauti finanziamenti statali? Che insomma siano una ca$ta di farfugliatori e mangiapane a tradimento, con la scusa della ricerca? Sì? Beh, non avete sempre ragione: ecco un caso in cui scienza e grande letteratura vanno a braccetto: parliamo del celeberrimo articoletto spallanzaniano sulla fisica dei gialli e dell’incomparabile commento dell’amplissimo prufissori A. Giammanco. Che cosa aspettate a fingere di averli capiti? E a comprare il maledetto libro??

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L’eterna lotta tra letteratura e vita

Nel comporre il più volte lodato libro, uno degli articoli che ci ha dato più grattacapi è stato quello affidato al Dottor D. Travolto dai suoi impegni mondani, braccato dalle donne, incline al peggior deboscio, l’ottimo dottore ha cercato in tutti i modi di far perdere le sue tracce mollandoci la sòla, e alla fine se n’è venuto fuori con un oldissimo racconto-gioco metaletterario, che farebbe la gioia di una rivista parrocchiale. Ciò non pertanto, siamo certi che i lettori sapranno svolgere il loro ruolo di integratori del testo e cavarne il meglio.

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Ci sono solo conseguenze

Quinto (o sesto?) capitolo del libercolo, un enigmatico frammento del molto orrevole Richardo Raccise.

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Proseguiamo con la divulgazione dell’aparola

Abbiamo aggiornato la versione online del libro con i benefici appunti sulle poesie puerili del Nostro, le salutifere note sul suo capolavoro, nonchè i materiali per quell’istituto incomparabile che è l’Opteopo. E questo è.

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Citattioni e segnalattioni

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1. Inopinatamente, sulla rete è comparso un presunto pdf di “Crocevia”, l’elusivo capolavoro spallanzanesco. Avevamo quasi paura di cliccare il link, per cui abbiamo chiesto al prode socio Levonetto di avventurarsi lui: dopo aver molto arrisicato, ci ha confermato che trattasi di un truffone, per cui NON CLICCATE, ripetiamo NON CLICCATE: non esistono copie digitali di “Crocevia” e quelle cartacee sono rarissime, quindi non fatevi imbrogliare.

2. Altrettanto inopinatamente, la prefazione dell’edizione americana de “La Chiesa e il Regno” di Agamben cita l’Opificio di Teologia Potenziale.

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3. Lorenzo Marinucci, nostra conoscenza di vecchia data, ha tradotto Vento e terra. Uno studio dell’umano, di Tetsuro Watsuji. E’ proprio un libro di carta e pur non sapendo nulla di filosofia giapponese ci sentiamo di consigliarlo. Qui l’introduzione.

4. Il nuovo presidente scatena una gara di profezie basate su anagrammi.

Noi abbiamo ottenuto un allarmante e rettiliano “allargate mistero”.

5. Questo articolo sul gatto mezzo vivo e mezzo morto riprende alcune righe del classico di Elia Spallanzani Interpretazione quantistica del delitto della camera chiusa.

6. Abbiamo cominciato a pubblicare macchinaxscrivere sul blog. Per ora ci sono solo il frontespizio e il primo capitolo, ma la signorilità è già evidente.

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Il dodicesimo anno

Lo scriviamo adesso che domani non c’è tempo: il blog della Fondazione è online da trecentosettantottomilioniseicentoquattromilaottocentoventuno secondi. La sintesi del bilancio economico è qui. Senza contare sninystat, che ormai non funziona più da anni, notiamo che tra i primi venti post più visti la maggior parte sono legati alla disdicevole vicenda di laramanni, poi vengono guarda come trololo, l’antica arte del disegno con la pizza e un libro con più autori che lettori, assai più meritevoli. C’è poi un post inesistente che è stato visitato ben cinque volte. Anche baedeker postmoderno è vergognosamente agli ultimi posti, pubblico di merda.

Tra le chiavi di ricerca più frequenti, poche sorprese. Vogliamo però segnalare, in ordine decrescente, “otelma”, “strafando o strafacendo”, “film sugli anonymous”, “hunting bambi”, “metabolismo storico”, “lettera dalla polizia postale”, “0x0043bd2b”,  “il sottotenente summenzionato”, “amaro montevero” “cattoadelphismo”, “stampanti per disegno pizzza”, “lode a cthulhu” “tecniche per disegnare trollface”, “stima e disistima per locke”, “spropositologia”, “sette con l’accento?”, “non muore più nessuno” e “scespiratezza”.

Sarebbe lungo e poco signorile elencare i riconoscimenti, le patenti, i diplomi, le lodi e le profferte amorose ricevute in questi dodici anni, così come è implicito il ringraziamento a soci e lettori. Speravamo di riuscire entro domani a completare l’edizione dei “Testi abbandonati” di Elia Spallanzani, ma la vile realtà ci ha colto ancora una volta alle spalle. Sarà per la prossima ricorrenza.

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Il mistero del rospo ostetrico

La storia potrebbe essere uno dei più grossi fake della storia, oppure anche no. Bisogna dunque sapere che nel 1924 l’austriaco Paul Kammerer sostenne di aver dimostrato l’ereditarietà delle caratteristiche acquisite, cioè la capacità degli organismi di adattarsi all’ambiente e trasmettere questi adattamenti ai discendenti.
Prima del darwinismo, Lamarck aveva ripreso l’ipotesi che le specie si sviluppassero “attivamente” in risposta all’ambiente: classico esempio la giraffa che si sforza di allungare il collo per raggiungere le foglie più alte, per cui il carattere del collo lungo si trasmette ai suoi figli, che si sforzeranno anche loro e si allungheranno sempre di più. La teoria di Darwin, invece, presuppone mutazioni casuali, quindi le caratteristiche acquisite con una certa attività (ad es. la muscolatura di uno spaccapietre) vengono perse da una generazione all’altra.

La differenza tra le due teorie è enorme anche sotto il profilo ideologico, tanto che il Darwinismo fu definito una sorta di calvinismo scientifico, perchè gli esseri si “salvano” in virtù della sola grazia (la mutazione casuale), senza che contino le opere. Inoltre mentre il meccanicismo ottocentesco non era in teoria incompatibile con l’esistenza della divinità, la mutazione casuale sembrava sloggiare definitivamente il padreterno dai cieli, sostituendolo con una cieca roulette. Si comprende quindi l’enorme scalpore suscitato dagli esperimenti di Kammerer. Allevando salamandre, si era accorto che quelle tenute su terreni gialli sviluppavano più macchie gialle, e così anche i loro discendenti. La frequenza dei cambiamenti sembrava incompatibile con il caso. Inoltre Kammerer riuscì ad allevare in acqua il famoso rospo ostetrico, che in natura si accoppia all’asciutto. Dopo due-tre generazioni, il biologo notò che i rospi presentavano delle escrescenze e delle macchie sulle dita: avevano cioè sviluppato i cosiddetti “guanti nuziali”, che sono caratteristici solo dei rospi che si accoppiano in acqua, perchè servono ad aggrapparsi alla femmina durante il coito. La caratteristica era stata acquisita per adattarsi al nuovo ambiente e i figli ereditavano il vantaggio.

A questo punto iniziò una sorta di guerra accademica contro Kammerer, capitanata dal darwinista Bateson. Nel libro “Il caso del rospo ostetrico“, di Arthur Koestler, si ricostruisce puntigliosamente tutta la vicenda e l’autore accusa più volte Bateson di scorrettezza, perchè tendeva a minimizzare e ridicolizzare le tesi di Kammerer, formulando illazioni sulla genuinità dei suoi risultati (che nessuno riusciva a replicare, innanzitutto perchè nessuno riusciva ad allevare il rospo nelle condizioni indicate da Kammerer). Ad ogni modo, in seguito alla recessione economica provocata dalla prima guerra mondiale gli esperimenti di Kammerer furono quasi tutti abbandonati. Gli rimase un solo rospo (morto), ma quando nel 1926 fu esaminato da G.K. Noble si scoprì che i guanti non c’erano e che le macchie nere erano di inchiostro. Tutto un fake, quindi.

La cosa incredibile, che giustifica la parola mistero, è che poco tempo prima lo stesso rospo era stato esaminato in Inghilterra da diversi darwinisti arrabbiati (salvo Bateson, che dopo averlo chiesto per mesi in visione si rifiutò di guardarlo) e i guanti erano stati visti, e nessuno contestò che le macchie fossero vere escrescenze. Da qui il sospetto di Koestler che il rospo, una volta morto, sia stato mal conservato e si sia un po’ frollato, e che qualche assistente troppo zelante abbia cercato di ravvivarne le caratteristiche iniettandogli nelle zampe un po’ di china. L’autore riporta molte testimonianze dell’epoca, di persone non amiche di Kammerer, da cui risulta che il biologo era sinceramente convinto della sua scoperta e che non avrebbe mai pensato a un trucco così squallido. Ma la vicenda finì in tragedia perchè stretto tra problemi economici, sentimentali e accademici, Kammerer si tolse la vita, e i suoi messaggi di addio furono interpretati come segni della sua colpevolezza (tesi odiosa in generale, e in questo caso davvero ingiustificata).

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Più di recente, l’epigenetica si è occupata dei cambiamenti trasmissibili della specie che non derivano da mutamenti del dna, e qualcuno ritiene che gli esperimenti di Kammerer mostrassero proprio questo tipo di effetti (la tesi prevalente, però, è che simili cambiamenti siano impossibili in animali complessi). Al di là del legittimo dubbio sugli esperimenti di Kammerer, il libro di Koestler è interessante perchè mostra alcune miserie dell’ambiente accademico, oltre a una certa tendenza dogmatica dei seguaci di Darwin (che, dal canto suo, non aveva affatto rifiutato in toto la teoria di Lamark). Del resto anche Samuel Butler, l’autore di Erewhon, si lamentava del fatto che tutte le sue feroci satire della società erano passate quasi inosservate, mentre appena si era permesso di irridere il darwinismo gli era piovuta addosso una discreta gragnuola di stronzi.

Infine, considerando che oggi siamo in grado di modificare il dna per i nostri scopi, e che lo facciamo grazie a caratteristiche acquisite (la conoscenza accumulata nei secoli), si potrebbe anche dire che Kammerer e seguaci avevano ragione e i darwinisti torto. Le caratteristiche acquisite possono davvero modificare il codice genetico, purchè formino anche loro un dna: la scrittura.

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