Un amaro risveglio

Pigrizia, misantropia, ossessione, anarchia passiva: questi i tratti salienti del nostro agente “D”, che dopo la sbrodolata celineggiante riprende di colpo la veridica cronaca del suo viaggio a Phez con il più abusato degli espedienti e il peggior tempismo possibile.

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Pensarono che essere nulla fosse più di essere qualcosa e magari coincidesse con l’essere tutto

“Il perfetto è inconoscibile, inconcepibile e inesprimibile per tutte le creature, in quanto creature. Perciò il perfetto è detto ‘nulla’, giacché non è nessuna di esse”
Teologia Tedesca, anonimo francofortese, 1477.

 “Stay,” he said. “I’ll watch the captain kirk with you.” He got into his shirt. “Remember years ago when there were — what was it? — twenty or twenty-two TV channels? Before the government shut down the independents?”
She nodded.
“What would it have looked like,” he said, “if this TV set projected all channels onto the cathode ray screen at the same time? Could we have distinguished anything, in the mixture?”
“I don’t think so.”
“Maybe we could learn to.[…]He saw apples, and cobblestones and zebras. He felt warmth, the silky texture of cloth; he felt the ocean lapping at him and a great wind, from the north, plucking at him as if to lead him somewhere. Sarah was all around him, so was Danceman. New York glowed in the night, and the squibs about him scuttled and bounced through night skies and daytime and flooding and drought. Butter relaxed into liquid on his tongue, and at the same time hideous odors and tastes assailed him: the bitter presence of poisons and lemons and blades of summer grass. He drowned; he fell; he lay in the arms of a woman in a vast white bed which at the same time dinned shrilly in his ear: the warning noise of a defective elevator in one of the ancient, ruined downtown hotels. I am living, I have lived, I will never live, he said to himself, and with his thoughts came every word, every sound; insects squeaked and raced, and he half sank into a complex body of homeostatic machinery located somewhere in Tri-Plan’s labs.
He wanted to say something to Sarah. Opening his mouth he tried to bring forth words — a specific string of them out of the enormous mass of them brilliantly lighting his mind, scorching him with their utter meaning.
His mouth burned.He wondered why.
Vi el populoso mar, vi el alba y la tarde, vi las muchedumbres de América, vi una plateada telaraña en el centro de una negra pirámide, vi un laberinto roto (era Londres), vi interminables ojos inmediatos escrutándose en mí como en un espejo, vi todos los espejos del planeta y ninguno me reflejó, vi en un traspatio de la calle Soler las mismas baldosas que hace treinta años vi en el zaguán de una casa en Frey Bentos, vi racimos, nieve, tabaco, vetas de metal, vapor de agua, vi convexos desiertos ecuatoriales y cada uno de sus granos de arena, vi en Inverness a una mujer que no olvidaré, vi la violenta cabellera, el altivo cuerpo, vi un cáncer de pecho, vi un círculo de tierra seca en una vereda, donde antes hubo un árbol, vi una quinta de Adrogué, un ejemplar de la primera versión inglesa de Plinio, la de Philemont Holland, vi a un tiempo cada letra de cada página (de chico yo solía maravillarme de que las letras de un volumen cerrado no se mezclaran y perdieran en el decurso de la noche), vi la noche y el día contemporáneo, vi un poniente en Querétaro que parecía reflejar el color de una rosa en Bengala, vi mi dormitorio sin nadie, vi en un gabinete de Alkmaar un globo terráqueo entre dos espejos que lo multiplicaban sin fin, vi caballos de crin arremolinada, en una playa del Mar Caspio en el alba, vi la delicada osadura de una mano, vi a los sobrevivientes de una batalla, enviando tarjetas postales, vi en un escaparate de Mirzapur una baraja española, vi las sombras oblicuas de unos helechos en el suelo de un invernáculo, vi tigres, émbolos, bisontes, marejadas y ejércitos, vi todas las hormigas que hay en la tierra, vi un astrolabio persa, vi en un cajón del escritorio (y la letra me hizo temblar) cartas obscenas, increíbles, precisas, que Beatriz había dirigido a Carlos Argentino, vi un adorado monumento en la Chacarita, vi la reliquia atroz de lo que deliciosamente había sido Beatriz Viterbo, vi la circulación de mi propia sangre, vi el engranaje del amor y la modificación de la muerte, vi el Aleph, desde todos los puntos, vi en el Aleph la tierra, vi mi cara y mis vísceras, vi tu cara, y sentí vértigo y lloré, porque mis ojos habían visto ese objeto secreto y conjetural, cuyo nombre usurpan los hombres, pero que ningún hombre ha mirado: el inconcebible universo. Sentí infinita veneración, infinita lástima.

P. K. Dick
Formiche Elettriche

J. L. Borges
L’Aleph

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La selezione avversa inversa e il discorso ignorante

Il dolus bonus era definito come la consueta esaltazione delle qualità del prodotto (sostanzialmente la pubblicità artigianale), cui nessuna persona normale di fatto credeva. Questo tipo di “dolo”, a differenza delle menzogne, degli artifizi e degli inganni, non poteva invalidare un contratto, trattandosi di innocua furbizia che una persona di media avvedutezza avrebbe dovuto riconoscere.

Però la bella semplicità delle origini non era poi così semplice. La distinzione tra dolo buono e cattivo è sempre stata labile e nell’ultimo cinquantennio si è affermato più o meno il principio opposto, e cioè che quasi nessuna furbizia è innocua. Dal fallimento del mercato dei bidoni (o limoni) si impara che quando i venditori approfittano delle loro maggiori conoscenze per spingere i clienti a comprare i bidoni, questi prima o poi se ne accorgono e cominciano non solo a dubitare dell’esaltazione del prodotto, ma a supporre sempre e comunque l’inganno. In questo modo i clienti tendono ad offrire sempre meno, per prodotti che giudicano sempre scadenti. Ciò abbassa il livello del mercato, che offrirà sempre più prodotti effettivamente economici e scadenti, in una spirale senza uscita.

Il mercato dei limoni viene considerato un caso di “selezione avversa”, che consiste più specificamente in una selezione sfavorevole dei contraenti in seguito a un cambiamento contrattuale voluto dalla parte che intendeva invece ottenere un vantaggio. L’esempio classico è quello delle assicurazioni: se le compagnie alzano i prezzi delle polizze inducono i clienti cauti a rinunciare all’assicurazione e a ricorrere a forme di autoassicurazione. I clienti sciocchi, distratti, pericolosi, invece restano, perché corteggiano il disastro e quindi trovano ancora conveniente il prezzo maggiore.

Tutti e due questi esempi sembrano a loro volta rientrare nel più generale caso dello sfruttamento eccessivo di una risorsa, che col tempo porta alla sua distruzione e quindi al crollo dell’intero sistema. Se i lupi (le assicurazioni, le banche) abusano del loro potere per ingozzarsi di conigli (spennare i clienti), alla fine non resteranno più conigli e nemmeno lupi. L’effetto ottenuto è quindi l’opposto di quello desiderabile.

Di norma questi problemi vengono affrontati supponendo che la parte forte sia l’impresa e che le basti usare un po’ di logica per evitare la selezione avversa. Però da quando sono nati forti movimenti di consumatori si verificano anche casi di selezione avversa inversa: in altre parole, la lotta dei consumatori porta di fatto a stabilire oneri così pesanti per le imprese (di informazione, di protezione) che molte di queste gettano la spugna o cercano di rivalersi altrove, o di passare dal dolo buono a quello cattivo, ossia al puro e semplice inganno. Infatti sembra chiaro che se tu punisci lo spaccio di erba come quello di cocaina, a me conviene spacciare cocaina.

Le imprese furbe, quindi, diventano criminali, e prima o poi trascinano con loro i clienti. Che pretendono giustamente maggiore protezione, interventi dello stato, più obblighi informativi e di protezione, strutture pubbliche che controllino le informazioni, la loro correttezza, completezza, etc. Lo stato si impegna, e obbliga i privati, a spiegare, educare al consumo, consigliare prudenza, attenzione, morigeratezza: tutto il contrario di quel che servirebbe a un’economia che vive di consumo e pubblicità. Anche in questo caso la spirale può autoalimentarsi e portare a un ulteriore abbassamento del livello invece che a maggiori tutele.

Naturalmente niente è così semplice, ma la salutare forza dei consumatori li espone a due rischi: quello della selezione avversa e quello della prevalenza del cretino.

Chi gode maggiormente del processo, infatti, è pur sempre il cretino. Per natura o per scelta, per difetto di educazione o o per qualsiasi altro motivo, il cretino (l’incauto, il pigro, il goloso, il distratto) è l’unico che trae immediatamente un beneficio, potendosi rilassare e anzi diventando libero di esprimere con fierezza la sua cretineria, confidando nella protezione dello stato e sul supporto dei suoi simili, che (si dice) sono sempre maggioranza. E come si dice che la scarsità di lupi nuoce ai conigli, perché gli esemplari malati e tarati non vengono più uccisi e quindi diffondono i loro difetti, così accade che senza un po’ di dolus bonus la cretineria e l’imprevidenza dilagano, fino a che, morto l’ultimo lupo, giungono al potere assoluto e sovvertono i valori, proclamando felicità l’ebetudine, spensieratezza la miopia, generosità l’idiozia, solarità il riso distorto dell’isterico e del folle.

Nota

Ogni tanto la Fondazione rimugina in modo dilettantesco su problemi che saranno già stati discussi ed analizzati migliaia di volte, in genere col risultato di riscoprire l’acqua calda o di arrivare a conclusioni notoriamente errate. In ciò seguiamo la lezione di un precursore di Spallanzani, Macedonio Fernandez, che riteneva ogni uomo tenuto a ricreare daccapo tutta la conoscenza, la musica, la filosofia etc. Uno dei campi in cui siamo meno preparati è proprio l’economia, ma ci attira lo stesso perchè (come aveva già detto qualcuno) contiene un numero sorprendente di illusioni, paradossi e metafisicherie.

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La voce dell’a.i.

Le persone in sintonia coi tempi oggi parlano di Francia e terrorismo e casualmente il seguito della mappata di “D” ha qualcosa a che fare coi due argomenti.

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Una lite tra persone volgari

Questo (non perderti lettore!) è il seguito del papello intercalato (quindi per la precisione è la seconda parte +1 della parte nel mezzo).

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tEh phEz, una parte in mezzo

Molti lettori (uno) insistono perché continuiamo la pubblicazione del taccuino fezzesco. A parte le considerazioni di audience, il problema è che dopo l’arrivo alla stazione di Roma c’è una mappata di fogli sciolti che non sappiamo bene come collocare… ma forse stiamo facendo ancora più confusione. Riassumiamo brevemente i fatti: offertosi volontario per rappresentare la Fondazione alla Phiera del Phez, l’agente “D” viaggia entusiasta verso Marrakech e arrivato a Roma fornisce già prove della sua arguzia.

A questo punto il diario dovrebbe descrivere il viaggio in aereo, e invece c’è la mappata. Che pure parla di un viaggio in Africa, ma non sembra del tutto congruente con quello che c’era prima. Inoltre anche lo stile è diverso, benché la grafia sia sicuramente di “D” (o almeno così dicono i periti). E’ vero che “D” scrive sempre in modo confusionario, ma questo pezzo è più coerente nel suo disordine e quindi dobbiamo pensare che sia una cosa voluta, una sorta di caricatura. Questo ci fa pensare che non sia una parte del diario, ma un racconto che il grafomane “D” stava scrivendo parallelamente al suo vero viaggio in Africa, e che per innato amore del caos ha deciso di intercalare al vero diario. Oppure la spiegazione potrebbe essere un’altra e molto più sinistra.

Ci rendiamo conto che tutto ciò può apparire insensato, e peggio ancora privo di qualsiasi interesse. Tuttavia, per non contrariare il nostro assiduo lettore riportiamo lo stesso il racconto nel racconto.

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Sulla logica fantastica

Volevamo commentare questo libretto di C. L. Dodgson ma poi abbiamo concluso che siccome è molto breve e liberamente scaricabile il passante farà prima e meglio a leggerlo per intero che a passare attraverso le nostre considerazioni.

Ci limitiamo quindi a notare che:

  • questi polisillogismi somigliano molto a un giallo ideale, dove ogni premessa può essere considerata un indizio che insieme agli altri conduce per gradi all’inevitabile scoperta del colpevole.
  • alcuni esempi sembrano contenere più informazioni di quelle strettamente necessarie a giungere alla conclusione. Ad es., l’ultimo dice:
  1. Gli unici animali di questa casa sono gatti.
  2. Ogni animale che ami guardare la luna è adatto ad essere un animale domestico;
  3. Quando detesto un animale, lo evito.
  4. Nessun animale che non si aggiri furtivamente nella notte è carnivoro.
  5. Non c’è gatto che non uccida i topi.
  6. Nessun animale si affeziona a me, fatta eccezione per quelli che sono in casa.
  7. I canguri non sono adatti ad essere animali domestici.
  8. Solo i carnivori uccidono i topi.
  9. Detesto gli animali che non si affezionano a me.
  10. Gli animali che si aggirano furtivamente nella notte amano sempre guardare la luna.

Da queste premesse si deduce che evito sempre i canguri (lasciamo la soluzione in bianco per chi volesse provare).

Costui potrà anche notare che la conclusione sembra discendere già solo dalla combinazione di 1, 3, 6, 7 e 9. Le premesse 2, 4, 5, 8 e 10 sono solo il presupposto della 1 (i gatti uccidono topi quindi sono carnivori quindi si aggirano nella notte quindi amano guardare la luna quindi sono adatti ad essere domestici). La 1 però è data, quindi perché cercarne i presupposti?

Inoltre nella traduzione non è chiaro se la n. 6 si deve intendere come “fatta eccezione per quelli che sono in qualsiasi casa”, o come “quelli che sono in questa casa”. Il testo originale (n. 60) dice proprio “in this house”, quindi la traduzione italiana è imprecisa. La piccola soddisfazione di aver trovato questo errore non chiarisce però il nostro dubbio.

P.S.

Seguendo i consigli di Carrol su come leggere l’opuscolo abbiamo capito il nostro errore. Lo sviluppo è questo:

8+5 = a) solo i gatti sono carnivori;

a+4 = b) solo i gatti si aggirano furtivi nella notte;

b+10 = c) i gatti amano sempre guardare la luna;

c+2 = d) ogni gatto è addomesticabile;

d+1 = e) in questa casa gli unici animali sono quelli addomesticabili;

e + 6 = f) gli unici animali che si affezionano a me sono addomesticabili (questo è il punto che ci sfuggiva: noi pensavamo che bastasse concludere “gli unici animali che mi si affezionano sono gatti”, senza dover precisare che sono addomesticabili, ma questo non avrebbe permesso di escludere i canguri, perché non c’è scritto da nessuna parte che i canguri non sono gatti, mentre c’è scritto che non sono addomesticabili);

f + 7 = g) i canguri non si affezionano a me;

g + 9 + 3 = h) evito sempre i canguri.

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Nel prolifico non essere

Visto il fragoroso e crescente insuccesso del Memoriale del Phez, interrompiamo momentaneamente la noiosa decifrazione per pubblicare un frammento Spallanzanesco. Si tratta, a quanto pare, di una sorta di dialogo immaginario tra l’Elia e sir Bertrand Russel intorno al vecchio paradosso degli insiemi e al cuore del linguaggio.

<<Elia: Supponiamo di fare una lista di tutte le cose che sappiamo (es. quanti satelliti ha Giove, quando è stata scoperta l’America) e una lista delle cose che non sappiamo (dov’è finito il Graal, qual è la strada di un uomo nella donna etc). Chiamiamole Lista S e Lista N.  E’ ovvio che se un elemento sta nella lista S non può stare nella N e viceversa. Ma la lista delle cose che non sappiamo, in che lista sta?

Sir Bertrand Russel: Quale tedioso esercizio.

Elia: Attenzione! In effetti noi la lista delle cose che non sappiamo la “sappiamo”, anche se può apparire infinitamente lunga. Per altro, se la mettessimo nella “lista delle cose che non sappiamo”, come potremmo fare la “lista delle cose che non sappiamo”, visto che non la sappiamo?

Bertrand: Il suo commento è dettato da ineducata empiria.

Elia: Sarà, però così ricadiamo nel paradosso: perché la lista delle cose che sappiamo, che non dovrebbe contenere neppure un elemento che non sappiamo, finirebbe invece per contenere anche tutta la lista delle cose che non sappiamo. No?

Bertry: Se lei si decidesse a leggere i miei Principia invece di fare logica d’accatto…

Elia: Aspetti, sir. Forse è più facile capire con la lista delle cose che ho e che non ho. Tra le prime, una certa tendenza alla grafomania, tra le seconde, una certa femmina. La lista delle cose che non ho, io ce l’ho. Ho la lista ma non le cose che contiene, perché la lista è solo il nome di certe cose in base a una loro caratteristica comune. Tutti i nomi sono solo liste e possono contenere infiniti elementi, uno solo, o anche nessuno.

Bertry: Non voglio nemmeno perdere tempo a farle notare che lei con “nome” intende in effetti “classe”.

Elia: Va bene va bene però un momento: la lista delle cose che ho non è un puro nome, è anche una cosa tangibile, che potrei anche perdere, come perdo le altre cose, e quindi finirebbe nella lista delle cose che non ho. Allora potrei farne un’altra, che sarebbe indistinguibile dalla prima e quindi a tutti gli effetti sarebbe la prima. Così la lista delle cose che ho sarebbe nella lista delle cose che ho e anche in quella delle cose che non ho, o non avevo, o non avrò mai.

Sir: Ma questo è ovvio…

Elia: Forse però no, caro Bertrand. Il problema che pongo è un po’ diverso da quello delle liste che comprendono sé stesse. Nel nostro caso c’è una lista S che contiene una lista N che contiene elementi che non hanno nulla di S. Cercherò di fare un altro esempio, fin troppo semplice…

Il Sir:  Purtroppo questo autobus non si decide ad arrivare

Elia: …l’insieme dei Nobili Decaduti contiene l’insieme dei Marchesi Decaduti, che contiene il sotto insieme (già di per sé piuttosto vasto) dei Marchesi Decaduti Che Stanno Per Sposare Servette.  Orbene, è chiaro che ogni elemento del sottoinsieme, oltre a essere promesso sposo, è anche marchese decaduto, ed è anche nobile decaduto: gli elementi del sotto insieme hanno una caratteristica in comune con quelli dell’insieme, e così via.

Il Sir: Yawn… mi complimento per la sua laboriosa ovvietà.

Elia: Grazie. Però, tornando a quel che dicevo prima, c’è una grossa differenza, perché nel caso della “lista delle cose che sappiamo” (che comprende la “lista delle cose che non sappiamo”), pare che gli elementi compresi nella seconda lista (le cose che non sappiamo) non abbiano alcun elemento in comune con il superinsieme delle cose che sappiamo, pur essendovi contenute.

Bertry: Guardi non la seguo però se vuole seguiti, seguiti pure…

Elia: Però, a ben pensarci, questa è solo un’illusione. E non per via della storia del divieto per gli insiemi di contenere sé stessi, visto che ciò non avviene, bensì per una ragione molto più semplice, talmente semplice che non si vede subito:  le cose che non sappiamo, sappiamo di non saperle. Dunque qualcosa la sappiamo, di queste cose che non sappiamo, e perciò è corretto che stiano nella [lista delle cose che sappiamo [[lista delle cose che non sappiamo]].

Bertry: Temo che il suo discorso resterà impenetrabile finché non inventerà anche dei segni tipografici fonetici.

Elia (sempre più introverso): In effetti, la lista delle cose che letteralmente non sappiamo dovrebbe essere vuota, perché non le sappiamo, e non sappiamo nemmeno che non le sappiamo. E’ singolare però che noi siamo in grado di pensare ad una lista (vuota) delle cose che assolutamente non sappiamo, mentre non siamo assolutamente in grado di immaginare alcun elemento di questa lista. Se lo immaginassimo, infatti, due sarebbero i casi: 1, lo sappiamo, e non va nella lista; 2, non lo sappiamo, ma sappiamo che c’è, quindi non va nella lista. Tautologicamente, si potrebbe dire che non possiamo pensare ciò che non possiamo pensare, ma possiamo pensare a qualcosa che contiene ciò che non possiamo pensare. E questo possiamo tramite il linguaggio.

Bertrand: C’era un mio allievo austriaco che diceva di qualcosa di simile. O meglio, l’avrebbe detto se io fossi rimasto scioccamente ad ascoltarlo.

Elia: Sa, ho come la sensazione che sia sempre la stessa persona a parlare .

Bertrand Russel: Ahahahahahaah ragazzi sta capendo…

Elia: No ma seriamente, in queste sciocchezze è contenuto qualcosa, anche se qualcosa di sbagliato. Come avrebbe potuto la mente percepire la possibilità di alludere all’innominabile, non come ente ma come categoria, senza il linguaggio?  Il negro primitivo che si aggirava per la foreste del Sahara poteva indicare le erbe, gli animali, i poponi, ma non poteva indicare quello che non c’era. QUEL NEGRO FELICE NON CONOSCEVA CHE L’ESSERE.

Il Sir: Forse ignorava addirittura il concetto di negazione.

L’Elia: Ma certo! Non era in grado di pensare, e tantomeno di dire, “oggi non piove”. Come avrebbe indicato la “non pioggia”?  Gli serviva una parola (pioggia) e un privativo (a-pioggia).  Ma come ha fatto ad arrivarci? La parola, e va bene, la prendeva dall’essere, ma la negazione?

Il Sir e i passanti: Come ha imparato, dove ha “visto” il non?

Elia: Il suo cervello rudimentale deve essersi esercitato coi disegni: un bue, la cancellazione di un bue, cioè il non bue. Solo vedendo quel segno (scritto!) ha potuto conoscere la categoria della negazione (ma non ovviamente i suoi membri, che non esistono: egli però deve avere riflettuto che era curiosissimo poter nominare il non essere e non il non essente).

Bertrand: Ma allora questo è solo un circolo vizioso, perché il pensiero superiore non può nascere senza la scrittura e la scrittura non può nascere senza il pensiero superiore.

Elia (ormai irrefrenabile): Noi (voi) salviamo e veneriamo incisioni di animali, disegnini di cervi e mani rosse sulle pareti dei monoliti, ma la rappresentazione di ciò che si vede è una forma elementare di ragionamento, persino alcune scimmie ne sono capaci: disegnano facce, tavoli, ciò che vedono, come macchie. Ma quale scimmia è in grado di cancellare il disegno e pensare “la negazione di un viso”?

Bertry: Comunque trovo che la forma del dialoghetto sia il più volgare artificio divulgativo.

Elia (in crescendo): Ma taci! Le opere d’arte fondamentali sono sempre nascoste. E’ una legge della vita che il volgo possa accedere solo alle forme inferiori del pensiero. Il vero capolavoro dell’arte neolitica è una pietra raschiata, forse risciacquata per anni fino a tornare liscia. Un oggetto che al volgo appare semplicemente una pietra come le altre, abbandonata al bordo della strada. E invece è il primo disegno del “non”, il primo sguardo sull’altra metà dell’universo!

Bertry: Puah!>>

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Alla Phiera del Phez, 4a parte

Abbiamo lasciato il nostro uomo su un treno circondato da individui loquaci e nocivi.  Se continua di questo passo non arriverà mai a Phez! Pur dissociandoci dalle opinioni espresse, siamo costretti a proseguire la copiatura.

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Orrore sull’Eurostar (teH Phez, 3a parte)

Decifriamo con crescente sgomento le zampe di gallina del nostro inviato. Anche se farciti dalle sue menzogne spudorate, i fatti sono sostanzialmente veri e non possono lasciare indifferenti.

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Il Uaiaggio del Phez, parte seconda (ancora un’introduzione)

“Il viaggio: non c’è mito più nocivo, né retorica più volgare”.

Così c’è scritto sulla prima pagina del taccuino rosso appartenuto al nostro fedele inviato in Marocco. Ci è pervenuto in modo singolare ed è irto di difficoltà interpretative. Il signor “D” scrive tutto di fila, senza maiuscole e con pochi segni di interpunzione, tra disegnini, scarabocchi e macchie meno identificabili, in uno stile anni ’80 che non ci può essere addebitato. Siamo quindi costretti ad intervenire leggermente sul testo. Il che, conoscendo “D”, doveva essere uno dei suoi scopi.

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In viaggio verso Fez, prima parte

Come sapete, il nove maggio 2016 si è tenuto l’annuale raduno mondiale dei portatori di Fez. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare l’iniziativa non è nata nei sonnacchiosi paesi simbolo del copricapo troncoconico, ma nella più pragmatica America. Il raduno è anche una fiera e si tiene ogni anno in un paese diverso, in base alla complessa mappa socio-economica del Fez. Quello di quest’anno è stato particolarmente importante perché finalmente il Marocco ha deciso di riaprire le porte al suo figlio più illustre, ospitando la manifestazione nella celebre medina di Marrakesh.

fezorama

Il Fez-O-Rama di Sofia, 2015.

A questo punto forse vi state chiedendo cosa c’entriamo noi con tutto ciò. In effetti ignoravamo completamente la faccenda finché ai primi di gennaio abbiamo ricevuto una strana mail. Un sedicente dott. Arnel Begator, newyorchese di origini albanesi, ci informava che come estimatori del Fez eravamo invitati all’evento. Il dott. Begator, che è il tipo col baffetto, preferiva usare la parola “Phez”, considerandola più moderna e sbarazzina, e all’inizio abbiamo pensato che la mail fosse qualche tipo di phishing o la pubblicità virale di un fumetto.

phez comic

“Phez, a mushroom person searching for purpose and knowledge”

Non avendo molto di meglio da fare abbiamo risposto scherzosamente a Begator parlando di funghi che fanno ridere e ne è nata una corrispondenza fitta di equivoci, che al momento non possiamo pubblicare per espresso divieto degli inquirenti. Dopo diversi giorni abbiamo capito che il dottore aveva scambiato l’acronimo della Fondazione Elia Spallanzani (FES) per un omaggio alla città Marocchina, e inoltre aveva visto alcune foto del Nostro che lo ritraevano con l’eroico copricapo. Come molte americani, il pur istruito dott. Begator non sembrava molto aggiornato sulla storia del nostro paese e inclinava a credere che qui il phez fosse ancora l’ultima moda. Da ciò la sua ricerca di validi partner culturali e commerciali in Italia: e chi meglio di noi?

La storia, col senno di poi, puzzava sin dall’inizio. Però le foto indicate da Begator sembravano vere, e alcune persone della famiglia Spallanzani (le figlie di zia Luisella) hanno riconosciuto chiaramente il Nostro. L’unica spiegazione possibile è che le avesse con sé mentre combatteva in Grecia, durante la seconda mondiale, e che siano andate perdute, per poi ricomparire in rete.

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Spallanzani nella neonata opera Balilla, 1928 circa. Il Nostro è il secondo da sinistra, ben riconoscibile dalla fierezza.

Ad ogni modo, Begator ci raccontava altre cose meravigliose e a stento credibili. A suo dire il phez racchiudeva molte virtù e il mondo se ne stava accorgendo. Non solo se ne vendevano a pacchi, ma venivano anche create pagine con umorosi giuochi di parole basati sul fes ed uscivano videogiochi fez-inside. Alcuni dei sostenitori più accaniti stavano creando addirittura un intero social network dedicato, cui si poteva accedere solo indossando il rosso o nero copricapo. All’inizio cercammo di fargli capire che probabilmente erano burle, ma la cocciutaggine dell’albanese, unita al temperamento visionario americano, dava alle sue parole una forza che andava oltre le ossute evidenze. Perché meravigliarsi allora se ci siamo lasciati convincere a concedergli il diritto di aprire una succursale della Fondazione a Fez? “The Fes in Fez”, propose prevedibilmente il dottore, e noi sventurati assentimmo.

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Mockup per il nuovo social network.

Non potevamo prevedere quel che sarebbe successo, però qualche dubbio l’avevamo, e quando il dottore cominciò ad insistere perché un alto papavero della Fondazione si recasse in visita ufficiale il 9 maggio decidemmo che era troppo rischioso. La rete è piena di sedicenti dottori che accileccano gli stolti con l’oro dell’Africa e la storia del phez poteva essere solo una scusa per rapire ingenui occidentali, o peggio. D’altro canto però ormai ci eravamo compromessi, e poi eravamo curiosi: decidemmo quindi di inviare un uomo di massima fiducia.

La scelta è caduta su “D”, nostro antico sostenitore ma uomo difficile e non a tutti gradito. Legato dai terribili giuramenti dell’iniziazione spallanzanesca, “D” non ha potuto dire di no, anche se ha detto molte parole, quasi tutte irripetibili. Oggi, dopo quello che è successo, sappiamo che la nostra scelta è stata saggia, e affronteremo il processo con serenità.

Ciò che state per leggere non è per tutti, vi avvertiamo. E’ il taccuino di viaggio di “D”, che partì alla ricerca di scopo e conoscenza e forse ne trovò fin troppa. Che qualunque cosa lo ricopre gli sia lieve.

(Fine prima parte)

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Perdendo colpi

Ritorniamo dopo poche ore sul fatterello della frase erroneamente attribuita a Pasolini. Mwahaha, che ci aveva segnalato il fatto, ci scrive per redarguirci:

“Ma allora non avete capito niente. Il punto che vi sfugge ancora è che chi ha scritto l’articolo nel 2015 è lo stesso che scrisse questo nel 2014: https://robertocotroneo.me/2014/06/06/pasolini/ .”

Quindi, ricapitolando, se abbiamo ben capito nel giugno 2014 Cotroneo scrive un articolo in cui divide gli utenti della rete in pascoliani e pasoliniani. Il pasoliniano, secondo Cotroneo, <<sa anche quando non sa, accusa anche quando non ha le prove, vede anche se c’è buio pesto. Il pasoliniano sui social, twitta, posta, commenta e blogga anche sapendo di sbagliare. Il pasoliniano non dà valore all’errore se l’errore può portare sollievo, verità, e indignazione>>. Inoltre <<non è detto che il pasoliniano abbia letto tutto Pasolini>>, e al suo manicheismo culturale dobbiamo rassegnarci.

Nemmeno a farlo apposta, in un articolo dell’ottobre 2015 Cotroneo scambia il post di una ragazza, che contiene una breve ed evidente citazione di Pasolini, per un  testo di Pasolini, benché l’autrice avesse già scritto mesi prima che non era così. Il tutto con bella e generosa  indifferenza per l’errore, nel puro spirito pasoliniano così simpaticamente criticato dallo stesso Cotroneo.

C’è però una rettifica, e dice Mwahaha:

“la rettifica uscita chissà dove (un blog? carta da culo?) senza scuorno in faccia, riportata sotto, non ha cmq. impedito che lo pseudoepigrafo entrasse nel canone (ci sono anche pubblicazioni che fanno esplicito riferimento al “sacro poco” come marchio del poeta).

<<Rettifica (10/11/2015)

Poco tempo fa ho trovato sul web una citazione che credevo fosse di Pasolini . E che con il pensiero di Pasolini era assolutamente compatibile. L’ho riportata senza rendermi conto che solo l’ultima parte era del poeta friulano mentre la prima parte era di un’altra autrice che si chiama Rosaria Gasparro. L’equivoco è dato dall’uso complicato delle virgolette che può indurre in errore. Mi scuso con l’autrice, e al tempo stesso le faccio i miei complimenti per la bella frase, talmente bella che mi ha indotto in errore.

Roberto Cotroneo>>

[sottolineato mio]”

Bisogna concordare con Mwahaha che la rettifica è un mezzo capolavoro e che sarebbe difficile trovare un altro brano che dica altrettanto dell’autore, e con altrettanta chiarezza. Tra l’altro si vede bene che ha fatto tesoro della lezione pasoliniana sul saper perdere. Ma la cosa più buffa è che apparentemente la “rettifica” non si trova da nessuna parte, se non in una versione cachata di un blog che non c’entra nulla. Un rettifica invisibile, quindi, che poi è il miglior tipo.

Infine, Mwahaha contesta anche la nostra ipotesi sull’indizio che gli ha fatto notare la stranezza della presunta frase di Pasolini.

“PS: curiosamente è proprio il contenuto ad avermi fatto insospettire; il testo in sé non ha nulla di pasoliniano a parte una certa teatralità, amplificata da un ritmo tipico della bislacca cifra di un Saviano che in questi tempi grami, per proprietà commutativa eteroindotta, vien sovrapposta al fosco poeta di Casarsa.”

E anche su questo dobbiamo in buona parte concordare, sperando che l’uso complicato delle virgolette non tragga in inganno anche i nostri lettori.

P.S.: questo post, scritto nel cuore della notte, è stato poi modificato perché ci siamo accorti che non avevamo capito bene nemmeno la seconda volta. La rapidità cotro-pasolinesca e diremmo garibaldina nel giungere a conclusioni errate sembra quindi contagiosa e ci ha tratto in errore.

P.P.S.: qualche giorno fa Cotroneo spiegava al mondo perchè bisogna rileggere Pasolini.

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Un modo più educato di perdere

Così il Nostro definitiva l’ironia. Meditando sull’apoftegma abbiamo fatto un giro sulla rete in cerca di altre perdenze e ne abbiamo trovata una di Pasolini, così ipocrita da ricevere la dovuta attenzione. L’abbiamo segnalata a un amico della prima ora, l’ottimo Mwahaha, con dei commenti che preferiamo non riportare, però lui da filologo quale è ha subito notato qualche stranezza.

Forse a insospettirlo è stato quel “gestire”, sgradevole vezzo tipico del nuovo millennio, oppure è stato qualcos’altro: fatto sta che Mwahaha si è messo a cercare, ha trovato molte citazioni del pezzo, anche sui giornali, e infine è risalito alla fonte, che non è Pasolini. Già un anno prima la vera autrice faceva notare che il venerato PPP scrisse solo le ultime tre righe, appositamente messe tra virgolette, mentre il resto l’ha premesso lei.

Senza incominciare discorsi sull’analfabetismo funzionale, constatiamo che il fenomeno è comune. Nel corso dei secoli, anche grazie all’ignoranza dei segni tipografici, le sparate dei noti tendono ad accrescersi come stalattiti: commenti, chiose, note, tutto viene risucchiato dalla massa del citato, sorta di buco nero letterario, e a volte non solo letterario.

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Il gene del fusillo

Questa è una considerazione pedante.

Non sappiamo quando nasce storicamente il fusillo, né come. Applicando uno schema noto, che è una delle più grandi soddisfazioni, possiamo immaginare che i primi fusilli siano stati estrusi per caso. Almeno all’inizio devono aver subito molte mutazioni locali, dovute a errori di trasmissione o di realizzazione, oppure alle condizioni dei materiali e allo scarso sviluppo delle tecniche di estrusione. La selezione finì per condurre a una certa stabilità: tutta una serie di specifici fusilli regionali, altamente stimati dalle popolazioni. Con il ridursi delle barriere commerciali le specie di fusilli vennero però in competizione tra loro e molte regredirono, riducendosi a specialità della nonna, mentre il fusillo più performante si diffuse in buona parte del mondo conosciuto.

La possibilità tecnica di riprodurre quasi perfettamente il fusillo e di munirlo sempre delle stesse caratteristiche di elasticità, rugosità e fussilevolezza, la produzione industriale insomma, portò a un’epoca d’oro del fusillo dominante, che per una cinquantina d’anni restò quasi immutato. Ma in seguito si avvertì la necessità di risvegliare l’attenzione dei consumatori, ormai quasi addormentati, con nuove varianti del fusillo campione. Un po’ più lungo, un po’ più corto, un po’ più inclinato. Queste varianti non erano più casuali, nemmeno in minima parte, e si può dire che i nuovi fusilli non erano sostanzialmente diversi da organismi geneticamente modificati. Eppure la popolazione non ne provava l’orrore che di solito trae dallo scherzare con la natura.

Le stesse persone che temevano la soia transgenica andavano matte per fusilli chiaramente malformi, creati in laboratori da esperti di marketing. Il fatto che le nuove specie di fusilli nascessero e morissero con una velocità allarmante, giustificata solo dalla necessità di proporre nuovi modelli per solleticare i sensi stanchi degli utenti, non sembrava colpire nessuno. L’abbondanza delirante dei modelli di fusilli appariva una ricchezza, e veniva contrabbandata come tale anche dai vegani più incalliti.

Solo i più consapevoli cercavano di giustificare la loro innaturale passione per nuove forme di fusillo con la scusa che queste, in fondo, non potevano riprodursi e alterare l’ecosistema come dei piselli ogm. Ma il loro modo di pensare (di questi mezzi consapevoli, non dei fusilli) era già stato alterato abbastanza: insieme al fusillo, tutte le forme del loro pensiero ormai mutavano senza una reale giustificazione: era il cambiamento per il cambiamento, il cambiamento come surrogato della libertà: della gioia, persino.

P.S. Un’altra constatazione banale è che l’attuale insensata varietà di forme è conseguenza della capacità di riproduzione perfetta. Se il fusillo può essere sempre identico, viene meno la mutazione casuale e quindi bisogna inserirne una artificiale. Il consumismo perciò deriva dalla riproduzione perfetta, con la differenza del fattore noia. Gli squali sono rimasti pressoché immutati per milioni di anni perché la loro forma era già adeguata e non c’era nessuno che potesse stufarsi di vederli sempre uguali.

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