Ci sono solo conseguenze

Quinto (o sesto?) capitolo del libercolo, un enigmatico frammento del molto orrevole Richardo Raccise.

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Proseguiamo con la divulgazione dell’aparola

Abbiamo aggiornato la versione online del libro con i benefici appunti sulle poesie puerili del Nostro, le salutifere note sul suo capolavoro, nonchè i materiali per quell’istituto incomparabile che è l’Opteopo. E questo è.

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Citattioni e segnalattioni

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1. Inopinatamente, sulla rete è comparso un presunto pdf di “Crocevia”, l’elusivo capolavoro spallanzanesco. Avevamo quasi paura di cliccare il link, per cui abbiamo chiesto al prode socio Levonetto di avventurarsi lui: dopo aver molto arrisicato, ci ha confermato che trattasi di un truffone, per cui NON CLICCATE, ripetiamo NON CLICCATE: non esistono copie digitali di “Crocevia” e quelle cartacee sono rarissime, quindi non fatevi imbrogliare.

2. Altrettanto inopinatamente, la prefazione dell’edizione americana de “La Chiesa e il Regno” di Agamben cita l’Opificio di Teologia Potenziale.

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3. Lorenzo Marinucci, nostra conoscenza di vecchia data, ha tradotto Vento e terra. Uno studio dell’umano, di Tetsuro Watsuji. E’ proprio un libro di carta e pur non sapendo nulla di filosofia giapponese ci sentiamo di consigliarlo. Qui l’introduzione.

4. Il nuovo presidente scatena una gara di profezie basate su anagrammi.

Noi abbiamo ottenuto un allarmante e rettiliano “allargate mistero”.

5. Questo articolo sul gatto mezzo vivo e mezzo morto riprende alcune righe del classico di Elia Spallanzani Interpretazione quantistica del delitto della camera chiusa.

6. Abbiamo cominciato a pubblicare macchinaxscrivere sul blog. Per ora ci sono solo il frontespizio e il primo capitolo, ma la signorilità è già evidente.

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Il dodicesimo anno

Lo scriviamo adesso che domani non c’è tempo: il blog della Fondazione è online da trecentosettantottomilioniseicentoquattromilaottocentoventuno secondi. La sintesi del bilancio economico è qui. Senza contare sninystat, che ormai non funziona più da anni, notiamo che tra i primi venti post più visti la maggior parte sono legati alla disdicevole vicenda di laramanni, poi vengono guarda come trololo, l’antica arte del disegno con la pizza e un libro con più autori che lettori, assai più meritevoli. C’è poi un post inesistente che è stato visitato ben cinque volte. Anche baedeker postmoderno è vergognosamente agli ultimi posti, pubblico di merda.

Tra le chiavi di ricerca più frequenti, poche sorprese. Vogliamo però segnalare, in ordine decrescente, “otelma”, “strafando o strafacendo”, “film sugli anonymous”, “hunting bambi”, “metabolismo storico”, “lettera dalla polizia postale”, “0x0043bd2b”,  “il sottotenente summenzionato”, “amaro montevero” “cattoadelphismo”, “stampanti per disegno pizzza”, “lode a cthulhu” “tecniche per disegnare trollface”, “stima e disistima per locke”, “spropositologia”, “sette con l’accento?”, “non muore più nessuno” e “scespiratezza”.

Sarebbe lungo e poco signorile elencare i riconoscimenti, le patenti, i diplomi, le lodi e le profferte amorose ricevute in questi dodici anni, così come è implicito il ringraziamento a soci e lettori. Speravamo di riuscire entro domani a completare l’edizione dei “Testi abbandonati” di Elia Spallanzani, ma la vile realtà ci ha colto ancora una volta alle spalle. Sarà per la prossima ricorrenza.

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Il mistero del rospo ostetrico

La storia potrebbe essere uno dei più grossi fake della storia, oppure anche no. Bisogna dunque sapere che nel 1924 l’austriaco Paul Kammerer sostenne di aver dimostrato l’ereditarietà delle caratteristiche acquisite, cioè la capacità degli organismi di adattarsi all’ambiente e trasmettere questi adattamenti ai discendenti.
Prima del darwinismo, Lamarck aveva ripreso l’ipotesi che le specie si sviluppassero “attivamente” in risposta all’ambiente: classico esempio la giraffa che si sforza di allungare il collo per raggiungere le foglie più alte, per cui il carattere del collo lungo si trasmette ai suoi figli, che si sforzeranno anche loro e si allungheranno sempre di più. La teoria di Darwin, invece, presuppone mutazioni casuali, quindi le caratteristiche acquisite con una certa attività (ad es. la muscolatura di uno spaccapietre) vengono perse da una generazione all’altra.

La differenza tra le due teorie è enorme anche sotto il profilo ideologico, tanto che il Darwinismo fu definito una sorta di calvinismo scientifico, perchè gli esseri si “salvano” in virtù della sola grazia (la mutazione casuale), senza che contino le opere. Inoltre mentre il meccanicismo ottocentesco non era in teoria incompatibile con l’esistenza della divinità, la mutazione casuale sembrava sloggiare definitivamente il padreterno dai cieli, sostituendolo con una cieca roulette. Si comprende quindi l’enorme scalpore suscitato dagli esperimenti di Kammerer. Allevando salamandre, si era accorto che quelle tenute su terreni gialli sviluppavano più macchie gialle, e così anche i loro discendenti. La frequenza dei cambiamenti sembrava incompatibile con il caso. Inoltre Kammerer riuscì ad allevare in acqua il famoso rospo ostetrico, che in natura si accoppia all’asciutto. Dopo due-tre generazioni, il biologo notò che i rospi presentavano delle escrescenze e delle macchie sulle dita: avevano cioè sviluppato i cosiddetti “guanti nuziali”, che sono caratteristici solo dei rospi che si accoppiano in acqua, perchè servono ad aggrapparsi alla femmina durante il coito. La caratteristica era stata acquisita per adattarsi al nuovo ambiente e i figli ereditavano il vantaggio.

A questo punto iniziò una sorta di guerra accademica contro Kammerer, capitanata dal darwinista Bateson. Nel libro “Il caso del rospo ostetrico“, di Arthur Koestler, si ricostruisce puntigliosamente tutta la vicenda e l’autore accusa più volte Bateson di scorrettezza, perchè tendeva a minimizzare e ridicolizzare le tesi di Kammerer, formulando illazioni sulla genuinità dei suoi risultati (che nessuno riusciva a replicare, innanzitutto perchè nessuno riusciva ad allevare il rospo nelle condizioni indicate da Kammerer). Ad ogni modo, in seguito alla recessione economica provocata dalla prima guerra mondiale gli esperimenti di Kammerer furono quasi tutti abbandonati. Gli rimase un solo rospo (morto), ma quando nel 1926 fu esaminato da G.K. Noble si scoprì che i guanti non c’erano e che le macchie nere erano di inchiostro. Tutto un fake, quindi.

La cosa incredibile, che giustifica la parola mistero, è che poco tempo prima lo stesso rospo era stato esaminato in Inghilterra da diversi darwinisti arrabbiati (salvo Bateson, che dopo averlo chiesto per mesi in visione si rifiutò di guardarlo) e i guanti erano stati visti, e nessuno contestò che le macchie fossero vere escrescenze. Da qui il sospetto di Koestler che il rospo, una volta morto, sia stato mal conservato e si sia un po’ frollato, e che qualche assistente troppo zelante abbia cercato di ravvivarne le caratteristiche iniettandogli nelle zampe un po’ di china. L’autore riporta molte testimonianze dell’epoca, di persone non amiche di Kammerer, da cui risulta che il biologo era sinceramente convinto della sua scoperta e che non avrebbe mai pensato a un trucco così squallido. Ma la vicenda finì in tragedia perchè stretto tra problemi economici, sentimentali e accademici, Kammerer si tolse la vita, e i suoi messaggi di addio furono interpretati come segni della sua colpevolezza (tesi odiosa in generale, e in questo caso davvero ingiustificata).

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Più di recente, l’epigenetica si è occupata dei cambiamenti trasmissibili della specie che non derivano da mutamenti del dna, e qualcuno ritiene che gli esperimenti di Kammerer mostrassero proprio questo tipo di effetti (la tesi prevalente, però, è che simili cambiamenti siano impossibili in animali complessi). Al di là del legittimo dubbio sugli esperimenti di Kammerer, il libro di Koestler è interessante perchè mostra alcune miserie dell’ambiente accademico, oltre a una certa tendenza dogmatica dei seguaci di Darwin (che, dal canto suo, non aveva affatto rifiutato in toto la teoria di Lamark). Del resto anche Samuel Butler, l’autore di Erewhon, si lamentava del fatto che tutte le sue feroci satire della società erano passate quasi inosservate, mentre appena si era permesso di irridere il darwinismo gli era piovuta addosso una discreta gragnuola di stronzi.

Infine, considerando che oggi siamo in grado di modificare il dna per i nostri scopi, e che lo facciamo grazie a caratteristiche acquisite (la conoscenza accumulata nei secoli), si potrebbe anche dire che Kammerer e seguaci avevano ragione e i darwinisti torto. Le caratteristiche acquisite possono davvero modificare il codice genetico, purchè formino anche loro un dna: la scrittura.

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Quattro versioni di Cristo (contro le tre di Giuda)

Nel libro “Il mercato di Dio” Philippe Simonnot esamina la matrice economica delle grandi religioni monoteiste e a margine fa un’osservazione piuttosto grossolana, che però ci ha colpito: Gesù Cristo non ha scritto nulla e forse questo ha salvato la nostra religione da un eccessivo attaccamento alla lettera, rendendola più flessibile.

Già. Perchè Cristo non ha scritto nulla? Se fosse stato analfabeta avrebbe comunque potuto dettare: invece niente*. Che direbbero i cristiani se il loro vangelo fosse uno e fosse stato scritto da Cristo in persona? Chi avrebbe avuto il coraggio di toccarne una sola virgola?
Imvece a differenza dell’Islam il cristianesimo non è basato su un unico libro sacro ma (oltre che sulla Bibbia) su 4 vangeli. Mentre il corano “passa direttamente” da Dio ai fedeli attraverso Maometto, i vangeli sono “ispirati” da Dio ma restano opera umana, e per di più raccontano 4 versioni diverse degli stessi fatti. Il che è piuttosto singolare: quasi che il cristianesimo avesse già nel nucleo un elemento di dubbio.

Contra, si potrebbe dire (è stato detto): proprio il fatto che i vangeli differiscono ne aumenta la credibilità, perchè i testimoni di un fatto raccontano sempre versioni leggermente diverse. Se fossero state tutte uguali, allora sì che era una truffa. E quindi non c’è proprio nessun dubbio.
Il rilievo è giusto: psicologicamente, 4 testimonianze simili sono più credibili di una sola o di quattro uguali. Ma ciò vale per le testimonianze umane, mentre qui si parla di ispirazione divina, e in ogni caso il problema resta: sarà anche tutto vero, ma COSA è vero? Quale delle 4 versioni? O una loro media? Il succo, si dice, è vero, indubitabile, ma qual è il succo?
E ancora: mettiamo che il “succo” sia vero, ma come facciamo noi a escludere che uno dei 4 vangeli dica ESATTAMENTE la verità? Dovremmo scegliere tra una “media” e un testo che, in un caso su un miliardo, potrebbe essere vero. E trattandosi della parola di Dio, non è una scelta da poco.

Per evitare equivoci, diciamo subito che non stiamo affermando che il cristianesimo è migliore o peggiore dell’islam. Il problema per noi non è stabilire se o cosa sia vero, ma quanto ci sia di “indiscutibile” in una religione, e a noi sembra che il cristianesimo, già alla base, sia più discutibile dell’Islam, e quindi più flessibile, più “moderno”.

Anche il cristianesimo ha avuto le sue fasi di integralismo testuale e ha cercato di limitare il mutamento: ad es., nell’apocalisse si dice: “e se alcuno toglie qualcosa dalle parole del libro di questa profezia, Iddio gli torrà la sua parte dell’albero della vita e della città santa, delle cose scritte in questo libro.”
Mania del testo che forse viene dalla tradizione ebraica, ed è comprensibile: un Dio che fa un patto con gli uomini è poco credibile se non viene scritto nulla. E la parola di Dio è eterna e immodificabile (anche la Bibbia, ci fanno notare, contiene però ripetizioni e contraddizioni: giustissimo, ma sono marginali).
Invece nel cristianesimo questo succede meno e perciò ci appare meno monolitico dell’islam e dell’ebraismo. Tra le tante ragioni di questa differenza secondo noi c’è anche quella strutturale: la sua fonte.

D’altro canto, anche nell’Islam ci sono stati movimenti razionalisti, e non a caso hanno innanzitutto contestato la natura divina e intoccabile del Corano. Ad es., tra l’ottavo e il tredicesimo secolo i Mu’Taziliti hanno sostenuto che il corano non è un attributo della divinità ma una sua creazione, quindi, di fatto, una cosa inferiore (è un po’ la stessa disputa tra chi riteneva Cristo la divinità o una sua creazione, superiore a tutte le altre ma pur sempre creatura). E se il testo non è intoccabile, allora è anche possibile usare il raziocinio nella spiegazione dei dogmi religiosi rivelati. Purtroppo infine ha prevalso la tesi dei tradizionalisti.

Ci hanno eccepito che il concilio di Nicea e i successivi hanno creato un canone altrettanto monolitico, ma in realtà i concilii e le eresie ci sembrano invece un’ulteriore testimonianza della duttilità (quasi caoticità) del cristianesimo. La chiesa come istituzione ha cercato di formare un canone rigido, ma alla sua base c’era sempre lo stesso problema: 4 versioni di Cristo.
L’Islam dal canto suo ha sempre criticato la polifonia dei testi sacri cristiani rivendicando invece l’unicità del Corano, che è venuto a correggere gli errori e le falsità e a stabilire la versione definitiva della parola di Dio: comunicata a Maometto non attraverso i sensi, che possono ingannare, ma direttamente nel cuore, nella mente.

Si potrebbe quindi sostenere che nonostante tutti i cambiamenti e i secoli di lotte e di rielaborazione, il nucleo delle due religioni resta fondamentalmente diverso: una voce per l’islam, quattro per il cristianesimo. Anche a non voler enfatizzare questa differenza, non la si può però ignorare. Prendendo ad esempio dei testi normali, non sacri, è chiaro che esiste una differenza tra la copia unica e il testo giunto in più versioni: anche se noi sappiamo che probabilmente quell’unica copia non era unica, che ne esistevano varanti, però non possiamo giocarci perchè non le abbiamo: con più versioni comincia il problema di quale viene prima, quale deriva da quale, quale è “più pura” o “più fedele”: qual è il testo definitivo? Non lo sapremo mai e potremo litigare per sempre e questo da un lato ci rende deboli e incerti ma dall’altro ci mostra la relatività di tutto il discorso. Non c’è un testo definitivo e l’autore (dio) è quasi per definizione illusorio, è una semplificazione del processo.

Ci hanno anche fatto notare che l’Islam è composto da molte voci diverse e l’esempio macroscopico è l’esistenza della scissione Sunnita e Sciita. Tuttavia questa vicenda (che pure ha degli aspetti di fede) ci sembra soprattutto una questione dinastica più che dottrinaria. E poi cos’è al confronto delle divisioni nel mondo cristiano? Cattolici, ortodossi, protestanti, migliaia di eresie, gruppuscoli, chiesucole, settucole…
Ad ogni modo, non si nega che nell’Islam ci siano delle divisioni: si evidenzia però che la corrente integralista, che di norma si richiama anche ad un’interpretazione letterale dei testi sacri, sembra oggi molto più forte nell’islam che nel cristianesimo.

C’è un legame tra testo unico e integralismo? Noi pensiamo di sì, anche se alla lontana. Del resto, storicamente la critica della religione è passata proprio attraverso la critica dei suoi testi, bibbia e vangeli, e molti hanno usato l’argomento delle differenze tra i vangeli per metterne in dubbio l’autorità e ridurli a documenti.
Insomma, per un cristiano a rigore non c’è una parola di Cristo scritta da Cristo, indiscutibilmente proveniente da lui: ci sono 4 vangeli (almeno), quattro storie, che sono state scelte (dallo spirito santo ndr) perchè erano le più simili. Anche se la chiesa si è arrogata il diritto di dire l’ultima parola sulla volontà di dio, resta il fatto che la chiesa non è il vangelo, e non può negare che ci sono 4 racconti di dio. Qual è quello vero? Questo dubbio forse l’islam non ce l’ha, o è meno forte.
Perciò forse non è corretto parlare delle 3 religioni del libro, cristianesimo, ebraismo e islam, perchè solo le ultime 2 hanno UN libro, mentre il cristianesimo ne ha di più. E infatti a noi sembra che ebrei e islamici siano più simili tra loro di quanto ciascuno somiglia ai cristiani.

La grande differenza tra credere che il libro che stai leggendo è stato scritto da Dio e credere che è stato scritto da un apostolo di Cristo potrebbe in parte spiegare come mai nel seno della religione cristiana è nato l’illuminismo, mentre nell’islam no.

Ricapitolando: i vangeli, con l’inedita caratteristica di raccontare 4 vite di Cristo, che per inciso sarebbe Dio, sono il seme del dubbio: la chiesa ha fatto uno sforzo enorme per arrivare a una sola voce ma quei 4 testi restano e se la società venisse cancellata e si ricominciasse daccapo qualcuno leggendo i vangeli inizierebbe di nuovo a chiedersi: cosa è vero e come scoprirlo? Questa domanda, che rimane senza risposta, è alla base della nostra cultura.
L’islam non ha fatto questo “errore”. Errore fecondo, se mai ce ne furono. Venuto dopo, ha capito che 4 voci seminano il dubbio, che ne serve una sola: e ha fatto di tutto per averne una sola. Le versioni del corano che conosciamo sono tutte estremamente simili, sin da subito si è cercato di arrivare a una sola parola di dio, e non si può fingere che ciò non abbia nessuna influenza sullo sviluppo di una cultura.

* Ci fanno notare che nell’episodio dell’adultera Cristo scrive qualcosa a terra, ma non si sa cosa, e c’è anche da dubitare che sia un vero atto di scrittura. Qualcuno sostiene che stava scrivendo i peccati dei presenti, e che per questo si sarebbero spaventati; altri dicono che il gesto simbolizza il fatto che per Cristo i peccati degli uomini sono scritti nella sabbia e quindi cancellabili. Altri, che scrivere nella polvere vuol dire proprio: non fatevi legare dalla vecchia legge scritta, è solo polvere.

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Su tutti i dispositivi

Egregi!
La grande opera in onore di Spallanzani è ora disponibile anche su amazon. Purtroppo non possiamo metterla a costo zero, però potete sempre scaricare il pdf da qui.

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Fare soldi con il disagio

Ci riprova Tony Esca, ossia R.V., con il suo libello “Teoria della classe disagiata“.

Proviamo a sintetizzare la composita opera: l’autore riprende la tesi per cui il capitalismo è viziato all’origine dalla tendenza alla sovrapproduzione. Il sistema produce sempre di più, ma la gente non ha i soldi per pagare i prodotti e quindi si scatena una crisi. Per molti anni questo processo è stato nascosto dalle politiche di spesa pubblica, poi la crisi è giunta comunque. Nel frattempo però la gente si è convinta che esiste davvero un modo per sfuggire al processo: visto che per un certo numero di anni la spesa pubblica ha sostenuto la domanda, perchè non dovrebbe continuare a farlo anche domani? Magari un altro tipo di spesa pubblica, su cose più belle come la scuola o la cultura eccetera eccetera. Tuttavia, molti di coloro che oggi discutono di questi argomenti sono stati educati all’interno di un sistema che non ha mai realmente funzionato e che anzi ha sempre occultato il vero problema: allo stesso modo in cui la commedia della ribellione non ha mai prodotto un vero cambiamento, ma solo la trasformazione in merce dei simboli della rivolta. Nel complesso, non c’è nessuna reale alternativa: l’economia non può che avanzare lungo la china indicata già da Marx: il capitalismo è insieme inevitabile e suicida.

Attorno a questo nucleo girano tutta una serie di argomenti e/o spunti economici, sociologici, letterari, che spesso sono interessanti ma creano anche un po’ di confusione e non sembrano tutti ugualmente rilevanti o necessari. A nostro avviso il libro è utile nella parte in cui mostra quanto è facile, specie per chi ha idee di sinistra, illudersi che alcune parole come arte, cultura e creatività abbiano qualche potere magico cui, in effetti, non crederebbe nemmeno un bambino di tre anni. D’altro canto però il tono del libro è un po’ irritante e l’opera soffre la mancanza di una vera e propria organizzazione. L’augurio quindi è che l’autore riesca a vendere il disagio il modo da avere l’agio di organizzare e scrivere la vera teoria: anche se non si capisce che interesse potrebbe mai avere a scriverla, se la vendita del disagio si rivelasse sufficiente.

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Il primo criminale

Forse il primo investigatore moderno è Auguste Dupin (1841), ma chi è il primo criminale moderno? Non certo l’orangotango. La domanda ci è venuta in mente leggendo un articolo del 1939 di André Malraux sulle “Relazioni pericolose”, oggi raccolto nel “Triangolo nero”, ed. SE.

Malraux parte osservando che le Relazioni (1782) sono la storia di un intrigo, parola che in francese indica sia l’organizzazione dei fatti in un’opera di finzione, sia un complesso efficace ed orientato di inganni (si pensi all’italiano “trama”).  I “cattivi” della storia sono Valmont e la Marchesa, che credono fortemente nella possibilità di ingannare gli uomini attraverso le loro debolezze, in particolare la vanità. In ciò si manifesta una visione particolare dell’intelligenza,  intesa come la capacità dell’uomo superiore di comprendere le leggi del mondo (e del “cuore umano”) e di usarle ai propri fini. Secondo Malraux, la prima invenzione di Laclos sono dei personaggi che agiscono in funzione di ciò che pensano: i loro atti sono determinati da un’ideologia esposta e vissuta come una passione, per altro sempre legata a una passione comune (ambizione, sessualità), che “dirige e di cui fonda la qualità”.

In questo modo dalla letteratura spariscono gli “eroi”, le cui qualità sono note a priori e per così dire “date”, e appaiono i “personaggi significativi”, che compiono atti premeditati in funzione di una concezione generale della vita e dello scopo dell’uomo. Tra i loro eredi ci saranno Julien Sorel, Rastignac, Raskolnikov.

A questo punto bisogna ricordare che le Relazioni sono, tutto sommato, la cronaca di una serie di delitti. Per vendicarsi di un amante, la marchesa di Merteuil induce Valmont a sedurne la futura sposa, il che provocherà dei lutti. E per giustificare un’opera così scandalosa, l’autore sostiene che si tratta di uno “studio” del vizio, utilissimo ai virtuosi lettori per difendere le mogli e le figlie dai libertini. Una sorta di manuale dell’investigatore familiare, per insegnargli a trarre le debite conclusioni dai piccoli indizi.

Valmont e la Marchesa, dal canto loro, organizzano un delitto perfetto e falliranno solo per via della fatalità, non essendoci ancora nessun investigatore capace di competere con questi “demiurghi discesi dall’Olimpo dell’intelligenza per ingannare i mortali”. Malraux osserva inoltre che lo svolgimento del romanzo è del tutto razionale e psicologico, ma al suo interno si nasconde una “mitologia della volontà”, il che forse costituisce la ragione del suo fascino.

Dunque, possiamo dire che questi due cattivi sono i primi criminali moderni? Non solo complottano e ingannano, ma nascondono anche le tracce del crimine: benchè nobili, sanno di essere pur sempre soggetti alla legge, oltre che al giudizio della società: altro tratto che li distingue da precedenti intriganti, che usavano l’astuzia per colpire il nemico a tradimento, ma poi non si preoccupavano di nasconderlo.

Comunque la riposta probabilmente è no, perchè tra l’altro i due conservano qualcosa di mefistofelico, che i comuni criminali del giallo non hanno. Somigliano a Moriarty (cioè, Moriarty somiglia a loro), ma meno agli assassini dei libri di Agatha Christie, che non sono dei geni del male, anche se confidano fortemente nella loro capacità di ingannare la polizia. Fose il punto è che, come osserva Malraux, Valmont e la Marchesa “si concepiscono” e, cosa inaudita per dei personaggi di finzione, imitano il proprio stesso personaggio: la vera passione di Valmont è il fascino stesso che sente di irradiare e che proietta davanti a sè. Gli assassini del giallo tradizionale non condividono questo elemento, che invece ritroviamo nei serial killer letterari.

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Non la fine ma il principio benedetto

Siete pazzi o avete già scaricato l’ottimo volume dedicato a Spallanzani? Non lasciate trascorrere l’anno senza! E per degnamente celebrare la ricorrenza, tra i circa 800 post della Fondazione ne abbiamo selezionati con cura (random) 10 che vi porteranno indubbiamente gioia e cotiglioni.

1. Pelsonaggi che valgono un po’ meno di zelo
2. Ancora scritture mutanti
3. Ultimi valzer
4. L’antica arte del disegno con la pizza aka il futuro della stampa
5. Ciuchini volanti e cooose
6. L’isola che avrebbe potuto esserci
7. La posta del cuore di H.P. Lovecraft
8. Repliche, 2
9. Una gatta da pelare per la polpost
10. Rand

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