Fare soldi con il disagio

Ci riprova Tony Esca, ossia R.V., con il suo libello “Teoria della classe disagiata“.

Proviamo a sintetizzare la composita opera: l’autore riprende la tesi per cui il capitalismo è viziato all’origine dalla tendenza alla sovrapproduzione. Il sistema produce sempre di più, ma la gente non ha i soldi per pagare i prodotti e quindi si scatena una crisi. Per molti anni questo processo è stato nascosto dalle politiche di spesa pubblica, poi la crisi è giunta comunque. Nel frattempo però la gente si è convinta che esiste davvero un modo per sfuggire al processo: visto che per un certo numero di anni la spesa pubblica ha sostenuto la domanda, perchè non dovrebbe continuare a farlo anche domani? Magari un altro tipo di spesa pubblica, su cose più belle come la scuola o la cultura eccetera eccetera. Tuttavia, molti di coloro che oggi discutono di questi argomenti sono stati educati all’interno di un sistema che non ha mai realmente funzionato e che anzi ha sempre occultato il vero problema: allo stesso modo in cui la commedia della ribellione non ha mai prodotto un vero cambiamento, ma solo la trasformazione in merce dei simboli della rivolta. Nel complesso, non c’è nessuna reale alternativa: l’economia non può che avanzare lungo la china indicata già da Marx: il capitalismo è insieme inevitabile e suicida.

Attorno a questo nucleo girano tutta una serie di argomenti e/o spunti economici, sociologici, letterari, che spesso sono interessanti ma creano anche un po’ di confusione e non sembrano tutti ugualmente rilevanti o necessari. A nostro avviso il libro è utile nella parte in cui mostra quanto è facile, specie per chi ha idee di sinistra, illudersi che alcune parole come arte, cultura e creatività abbiano qualche potere magico cui, in effetti, non crederebbe nemmeno un bambino di tre anni. D’altro canto però il tono del libro è un po’ irritante e l’opera soffre la mancanza di una vera e propria organizzazione. L’augurio quindi è che l’autore riesca a vendere il disagio il modo da avere l’agio di organizzare e scrivere la vera teoria: anche se non si capisce che interesse potrebbe mai avere a scriverla, se la vendita del disagio si rivelasse sufficiente.

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Il primo criminale

Forse il primo investigatore moderno è Auguste Dupin (1841), ma chi è il primo criminale moderno? Non certo l’orangotango. La domanda ci è venuta in mente leggendo un articolo del 1939 di André Malraux sulle “Relazioni pericolose”, oggi raccolto nel “Triangolo nero”, ed. SE.

Malraux parte osservando che le Relazioni (1782) sono la storia di un intrigo, parola che in francese indica sia l’organizzazione dei fatti in un’opera di finzione, sia un complesso efficace ed orientato di inganni (si pensi all’italiano “trama”).  I “cattivi” della storia sono Valmont e la Marchesa, che credono fortemente nella possibilità di ingannare gli uomini attraverso le loro debolezze, in particolare la vanità. In ciò si manifesta una visione particolare dell’intelligenza,  intesa come la capacità dell’uomo superiore di comprendere le leggi del mondo (e del “cuore umano”) e di usarle ai propri fini. Secondo Malraux, la prima invenzione di Laclos sono dei personaggi che agiscono in funzione di ciò che pensano: i loro atti sono determinati da un’ideologia esposta e vissuta come una passione, per altro sempre legata a una passione comune (ambizione, sessualità), che “dirige e di cui fonda la qualità”.

In questo modo dalla letteratura spariscono gli “eroi”, le cui qualità sono note a priori e per così dire “date”, e appaiono i “personaggi significativi”, che compiono atti premeditati in funzione di una concezione generale della vita e dello scopo dell’uomo. Tra i loro eredi ci saranno Julien Sorel, Rastignac, Raskolnikov.

A questo punto bisogna ricordare che le Relazioni sono, tutto sommato, la cronaca di una serie di delitti. Per vendicarsi di un amante, la marchesa di Merteuil induce Valmont a sedurne la futura sposa, il che provocherà dei lutti. E per giustificare un’opera così scandalosa, l’autore sostiene che si tratta di uno “studio” del vizio, utilissimo ai virtuosi lettori per difendere le mogli e le figlie dai libertini. Una sorta di manuale dell’investigatore familiare, per insegnargli a trarre le debite conclusioni dai piccoli indizi.

Valmont e la Marchesa, dal canto loro, organizzano un delitto perfetto e falliranno solo per via della fatalità, non essendoci ancora nessun investigatore capace di competere con questi “demiurghi discesi dall’Olimpo dell’intelligenza per ingannare i mortali”. Malraux osserva inoltre che lo svolgimento del romanzo è del tutto razionale e psicologico, ma al suo interno si nasconde una “mitologia della volontà”, il che forse costituisce la ragione del suo fascino.

Dunque, possiamo dire che questi due cattivi sono i primi criminali moderni? Non solo complottano e ingannano, ma nascondono anche le tracce del crimine: benchè nobili, sanno di essere pur sempre soggetti alla legge, oltre che al giudizio della società: altro tratto che li distingue da precedenti intriganti, che usavano l’astuzia per colpire il nemico a tradimento, ma poi non si preoccupavano di nasconderlo.

Comunque la riposta probabilmente è no, perchè tra l’altro i due conservano qualcosa di mefistofelico, che i comuni criminali del giallo non hanno. Somigliano a Moriarty (cioè, Moriarty somiglia a loro), ma meno agli assassini dei libri di Agatha Christie, che non sono dei geni del male, anche se confidano fortemente nella loro capacità di ingannare la polizia. Fose il punto è che, come osserva Malraux, Valmont e la Marchesa “si concepiscono” e, cosa inaudita per dei personaggi di finzione, imitano il proprio stesso personaggio: la vera passione di Valmont è il fascino stesso che sente di irradiare e che proietta davanti a sè. Gli assassini del giallo tradizionale non condividono questo elemento, che invece ritroviamo nei serial killer letterari.

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Non la fine ma il principio benedetto

Siete pazzi o avete già scaricato l’ottimo volume dedicato a Spallanzani? Non lasciate trascorrere l’anno senza! E per degnamente celebrare la ricorrenza, tra i circa 800 post della Fondazione ne abbiamo selezionati con cura (random) 10 che vi porteranno indubbiamente gioia e cotiglioni.

1. Pelsonaggi che valgono un po’ meno di zelo
2. Ancora scritture mutanti
3. Ultimi valzer
4. L’antica arte del disegno con la pizza aka il futuro della stampa
5. Ciuchini volanti e cooose
6. L’isola che avrebbe potuto esserci
7. La posta del cuore di H.P. Lovecraft
8. Repliche, 2
9. Una gatta da pelare per la polpost
10. Rand

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I benevoli insegnamenti della notte dei doni

La notte di Natale giocavamo con due bambini a manipolare legnetti. All’inizio i bambini cercavano di costruire menhir o più complesse strutture, che dopo un po’ crollavano. Poi però hanno cominciato a litigare per il possesso dei legnetti. Allora proponevamo di dividerli, ma uno dei bambini sosteneva che così non andava bene perchè a lui servivano TUTTI i legnetti per costruire la sua opera. Ok, abbiamo detto, ma quando la tua costruzione crolla, il turno passa all’altro bambino.

Il primo bambino ha quindi iniziato una specie di casetta, che è presto crollata. Il secondo bambino ha preso i legnetti e ha fatto il suo ponte, che pure è crollato. Allora il primo bambino è tornato in possesso dei legnetti e ha cominciato a poggiarli uno sull’altro per costruire una sorta di muro. La cosa importante è che il muro in pratica non poteva crollare, quindi il bambino pensava che così non avrebbe mai perso il turno. Di fronte a una simile ingordigia, siamo stati costretti ad inserire un’altra regola: quando l’ultimo legnetto è stato usato, il turno passa comunque all’altro bambino. Al che, il bambino protervo ha cominciato a posare i suoi legnetti sempre più lentamente, a cincischiarli, con l’evidente intenzione di prolungarne quanto più è possibile il possesso.

A questo punto avremmo dovuto inserire una terza regola: se l’opera crolla, se i legnetti finiscono o se passano più di 10 minuti, il turno passa al secondo bambino. Ma non l’abbiamo fatto. Abbiamo invece detto al primo bambino: ma ti diverte costruire così lentamente un muro? La forma più stupida e noiosa che si può costruire?

Il bambino non ha risposto. E’ evidente che lui sentiva per istinto la necessità di tenere per sè tutti i legnetti, anche se poteva usarli solo per un gioco stupido. Per lui l’importante non era il gioco, ma il possesso, epperò di ciò non era nemmeno cosciente. E allora abbiamo dato al secondo bambino dei fogli e delle matite, con cui poteva disegnare strutture senza il limite del numero dei legnetti o della gravità. Data la nostra scarsa esperienza con i bambini, questo piccolo episodio contiene per noi varie ed istruttevoli lezioni.

1. le regole servono, ma non bastano: tendono a crescere infinitamente e diventa sempre più difficile e costoso seguirle ed applicarle: costa anche ai giocatori, che sprecano più tempo a pensare alle regole di quanto ne usano per giocare;

2. quasi nessuno capisce per che cosa sta davvero giocando. Lo spirito sportivo consiste appunto nell’accorgersi che indipendentemente dalle regole è più divertente provare a fare un ponte, col rischio di perdere il turno, che stentare ad alzare un muro senza alcun rischio;

3. chi viene spossessato tende verso l’astrazione, che è sia un bene che un male.

Ma volendo insistere viene fuori anche altro. Ad esempio, quando diciamo che il gioco del primo bambino è noioso dovremmo precisare che è noioso per noi, e certamente non per lui. Se al posto dei bambini mettiamo un’intera società, dobbiamo dedurne che il legislatore (noi) agisce non solo per equità, ma anche per una sorta di principio estetico e, in fin dei conti, non razionalizzabile. Un sistema governato dalla sola equità sarebbe insostenibile: troppe regole paralizzerebbero tutto. Ai nostri occhi il primo bambino ha i tratti di un sovrano geloso, del conservatore, del burocrate: pur di mantenere un controllo formalmente legale, è disposto a privarsi (e a privare gli altri) della varietà, dell’invenzione, del gioco stesso. Il secondo bambino non è forte abbastanza per combattere e un dio gli ha dato il mezzo per perdere con eleganza: è l’antenato degli utopisti, dei dilettanti, dei trovatori.

Discutevamo di queste cose su internet e qualcuno ha commentato che un bambino che preferisce fare la scenetta dei mattoncini lenti invece che giocare da grande voterà Grillo. D’altro canto, il secondo bambino è sulla buona strada per diventare un intellettuale di sinistra.

Ci hanno fatto notare però due cose:

1. che l’intervento dell’autorità, per quanto ben intenzionato, altera le dinamiche in gioco trasformando un gioco di costruzione in una competizione. In effetti secondo noi la competizione c’era già prima che ci fossero regole, ma ci fanno osservare che quella era una “competizione naturale” per il possesso dei legnetti, che l’intervento ha introiettato all’interno del gioco. Questo potrebbe anche essere vero, ma non ci sembra che portare il conflitto nel gioco sia di per sè una cosa negativa. Anzi, è proprio la funzione della società.

2. La seconda osservazione è che non tutte le regole sono uguali, e che fissare 10 minuti a testa da subito avrebbe evitato la degenerazione del gioco. La prima regola (quella del turno che passa al crollo) avrebbe un problema doppio: tende ad essere poco egalitaria, e tende a spostare l’obiettivo del gioco. Il primo bimbo ha pensato che il suo divertimento fosse proporzionale al tempo di possesso dei legnetti, e di conseguenza si è adoperato per allungarlo, trovando piacere nella disperazione dell’altro bambino. Una regola più egalitaria avrebbe evitato il problema.

Potrebbe anche darsi, ma fissare 10 minuti voleva dire non premiare l’abilità, e anche di questa regola si può abusare, ad esempio non facendo nulla, solo per far perdere tempo all’altro. E’ chiaro che le regole non sono tutte uguali però è estremamente difficile scegliere la regola più appropriata e in ogni caso sotto c’è sempre una scelta non neutra ma di valore.

A noi questa faccenda interessa perchè contiene in piccolo moltissimi problemi, tra cui quello della proprietà e dell’abuso del diritto. Attraverso il gioco il bambino dovrebbe imparare non solo a seguire le regole, cosa che si può ottenere pure con la forza, ma anche ad interpretarle sportivamente e cioè non nel suo esclusivo interesse (o meglio, nel suo VERO interesse: nell’interesse diciamo sociale o comunque orientato da un valore non economico). E questo interesse non deve essere economico non perchè uno è contro l’economia e cose del genere: non può e non deve esserlo perchè un interesse economico è pur sempre strutturabile in una serie di regole e quelle regole sono inevitabilmente soggette ad abuso. Questo valore “non economico” di cui parliamo dev’essere quindi per forza una cosa un po’ arbitraria, che confina col gusto estetico, e questo naturalmente pone il problema di chi sceglie questo valore e perchè, visto che in apparenza non ci sono criteri oggettivi per sceglierlo. E la nostra società, di noi italiani, somiglia molto al primo bambino: si fa poco, si rischia poco, per conservare risorse che però così restano quasi inutilizzate, e quindi la società invecchia e muore. E i riformatori operano prevalentemente sulla carta, dove non c’è il problema della gravità: possibilità che, per paradosso, gli è stata data come forma di libertà ed è invece diventata una sorta di castrazione. La libertà di strologare “compensa” l’impotenza di fatto, ma in effetti accelera l’avvitamento della società.

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Il suspicioso lettore

Eschaton si è accorto che una delle frasi simbolo di “Se questo è un uomo” potrebbe venire da un film. E’ un falso ricordo o solo il vestito letterario di un’esperienza reale? Se una cosa del genere può mai esistere. Più in generale, quanto possiamo spingerci nella lettura sospettosa senza diventare brutte persone? Su questo tema l’Umberto ebbe delle parole piuttosto dure: un malizioso potrebbe pensare che Eco voleva essere l’unico a coltivare il vizio dell’iperinterpretazione. Il problema è sullo scivoloso crinale tra massimo interesse e completa fatuità.

P.S. Parlando di fonti e circolazione di idee, pensiamo di aver individuato l’origine di un racconto di Borges, “La setta della Fenice”, inserito nell’edizione del 1956 di “Finzioni“. Partiamo dal luglio 1907, quando G. K. Chesterton pubblica sull’Illustrated London News un articolo contro la segretezza dei finanziamenti ai politici (!). Il creatore di Padre Brown sostiene che la società ammette la segretezza solo in 3 casi: nella novella poliziesca, in campo sessuale e per le azioni minime, come ad esempio la scelta della direzione per una passeggiata (o del fianco su cui si dorme, avrebbe fatto dire Voltaire a qualcuno). Riguardo al segreto dell’intimità, aggiunge che “è anche un segreto di Pulcinella. In materia di sesso ed argomenti affini, infatti, ci troviamo come in una massoneria universale […] la cosa più comune a tutta l’umanità è quella che da essa stessa viene maggiormente dissimulata“.

Nel racconto di Borges, invece, c’è una setta talmente misteriosa che viene descritta in termini del tutto ambigui. Non si dice mai in cosa consista il mistero che la setta custodisce gelosamente, ma da alcuni elementi nasce il sospetto che comprenda tutti gli uomini e che il segreto sia sotto gli occhi. “L’iniziazione al mistero è compito degli individui più bassi. Uno schiavo, un lebbroso o un mendicante fanno da mistagogo. Anche un bambino può indottrinare un altro bambino. L’atto in sé è banale, momentaneo e non richiede descrizione. […] Non ci sono templi dedicati specialmente alla celebrazione di questo culto, ma una rovina, un sotterraneo o un androne si ritengono luoghi propizi.

Lo stesso autore annotò che “Nell’allegoria della Fenice mi posi il problema di suggerire un fatto comune – il Segreto – in una maniera ambigua e graduale“. Il segreto quindi è semplicemente il sesso (ma qualcuno, iperinterpretando, sostiene che sia l’omosessualità*) e la setta non è altro che la “massoneria universale” di Chesterton. Del resto Borges lo conosceva bene, l’ammirava e lo ha citato più volte apertamente (es. nell’Idioma analitico). In ogni caso, il grande vecchio aggiunge qualcosa e trasforma il paradosso semi scherzoso di Chesterton in un indovinello protratto, applicando la nota teoria (pure di Chesterton, ma ripresa da Poe) per cui la vera maestria consiste nel nascondere le cose dove chiunque può vederle.

* Riportiamo il titolo dell’articolo perchè è a suo modo divertente e dice qualcosa degli iperinterpreti: The “Fecal Dialectic”: Homosexual Panic and the Origin of Writing in Borges.

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L’errore fecondo

E’ quello che viene dopo il primo ahahahaha… MWAHAHAHAHAAH… sigh… no seriamente, in un libro non bello (“Il pappagallo di Flaubert”) leggevamo che in un libro invece molto bello (“Il signore delle mosche”) c’è un grave errore. Ricorderete che IL FIGNORE DELLE MOFCHE è la storia di questi ragazzini che si trovano spersi su un’isola e passano rapidamente (oh quanto rapidamente) dallo stato adamitico al cieco furore. Tra i naufraghi c’è un grassotto, detto Piggy, che è miope e usa i suoi occhiali per accendere il fuoco: elemento essenziale alla sopravvivenza, tant’è che i ragazzi, divisi ormai in due gruppi, si contendono questi occhiali: e attorno al fuoco ballano, in una scena allucinata, che non riassumeremo. Oltre ad essere un elemento essenziale della trama, gli occhiali vengono anche interpretati come un potente simbolo: del progresso, della ragione, etc: simbolo (forse) secondo solo alla conchiglia, pure investita dei più vari significati: la bellezza, l’ordine, etc.

Bene. Perfetto. Elementare, forse, ma perfetto. Sennonchè, con gli occhiali da miopi non si accendono fuochi. Ennò. Perchè non focalizzano i raggi. Da presbiti, forse, ma non da miopi. E qualcuno si è preso la briga di rilevare l’errore, che fa crollare tutto il romanzo. Chi ci aveva mai pensato? Non si può risolvere il problema sostenendo che Piggy magari era presbite, che l’errore riguarda solo una parola, perchè si dice in più punti che non vede a un palmo dal naso. Né si possono sostituire gli occhiali con qualche altra cosa ignigena come un fulmine, perchè verrebbe meno il furto degli occhiali etc. L’errore è nel nucleo del romanzo e non si può aggiustare. Ma tutto questo che importanza ha?

E’ inutile dire che i libri sono pieni di errori, che al postutto non cambia niente perchè chi vuoi che se ne accorga e comunque il significato complessivo rimane lo stesso: una volta saputo che il fondamento è illusorio, e non lo è volutamente, ma per semplice errore, in qualche modo la storia ti cade dal cuore e si frantuma come la conchiglia. La ragione si rivela debole, in definitiva impotente, come la bellezza, e l’ordine. Rimane la testa di maiale sul palo. Io sono la ragione per cui tutto va male, disse la testa. Che poi è il senso del romanzo, per cui davvero non cambia nulla. Eppure tutto cambia.

L’errore, la stupidità… la spaventosa volgarità del male si insinua nel profondo. Sarebbe stato molto meglio non sapere. Perchè non è possibile uccidere le persone che leggono “Il signore delle mosche” badando alla qualità degli occhiali? E bruciare i loro libri inutili? La loro mortifera attenzione? Quando alla fine arriverà una nave a raccogliere i naufraghi sopravvissuti, uno dei marinai dirà qualcosa come “sì ma a noi, chi ci salva?”.

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Un libro con più autori che lettori

masch2Pare che l’Educazione sentimentale sia stata un fiasco. Delle 150 copie omaggio spedite ad amici e conoscenti, annota Flaubert, solo una trentina ricevette il beneficio di un riscontro. Tragica considerazione, ma anche un po’ meschina, commentava il Nostro, esacerbato dal fatto che Flaubert gli aveva plagiato il motto “l’autore deve sparire dietro la sua opera”: anche i suoi romanzi (i suoi del Nostro) sono rimasti criminalmente incacati, eppure lui non se n’è mai lagnato, anzi ne traeva una sorta di cupa soddisfazione: citando Gesù Cristo, soleva dire che “questi gaglioffi a furia di ignorarmi finiranno anche con l’uccidermi”, e non si può negare che ci sia del vero, considerando le circostanze misteriose della sua morte. Comunque, tutta questa disordinata premessa solo per introdurre la grande notizia, e cioè che il VITTORIOSO VOLUME COLLETTANEO IN ONORE DI SPALLANZANI è ora disponibile al pubblico, alle masse diciamo, persino agli indotti, non abrigiato né gravato da ive o altri balzelli, e quindi non si riesce a immaginare cosa possa più ritenervi dallo scaricare immantinentemente quest’opera meritoria, gratuita nel senso più ampio del termine, fragrante e di incomparabile signorilità.

macchinaperscrivere

Ed ecco il listone di contributori e collaboratori più o meno volontari, cui vanno sentiti e pletorici ringraziamenti:

Popinga
Anna Costanza Aglietti
Federico Misirocchi
Glenda Rold
Leonetto
Marlene Prischich
Fabrizio Ermini
Brullonulla
Andrea Becherini
Giacomo Bencistà
Tatiana Martino
Daniele Gabrieli
Riccardo Raccis
Andrea Giammanco
Raffaele Ventura
Chiara Reali
Max Boschini
Wendy Rattlelance e Francesca Garello
Milla de Millis
Dario & Rael
La cosa bozzuta
Lorenzo Trenti
e naturalmente Elia Spallanzani.

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Di nuovo nel feroce mondo del fantasy italiano

Dopo un paio d’anni dalla triste scomparsa del suo fantoccio, quella vecchia volpe di Loredana Lipperini trova il modo di sfruttarlo ancora: in un’intervista piena di delicate e convenienti ellissi ammette che Lara Manni era il suo pseudonimo, e lo dice alla stessa giornalista che cinque anni fa si prestava docilmente a intervistare l’esordiente e certo sconosciutissima Larra Manni. Tanto apprendiamo dal sempre solerte Duca delle Abbaglionette, e la notizia ci lascia a metà tra lo scaracchio e lo sghignazzo. Comunque se interessa c’è sempre il riassuntone della vicenda.

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L’avvocato del signore delle mosche

Nel libro del 1984 “Il ritorno degli Chtorr” c’è l’intricata storia dei gemelli Cooper, eredi di una fortuna ma al centro di una spietata lotta tra i rispettivi, avidissimi avvocati. L’unica particolarità è che stavolta gli avvocati sono delle intelligenze artificiali e fanno l’interesse dei loro clienti con tanto zelo da generare un vortice di ricorsi e contro ricorsi che rischia di travolgere l’intero sistema giudiziario.

Questa storia ci è tornata in mente leggendo un vecchio articolo: nel 2011 un tizio si è accorto che su Amazon c’era un libro sulle mosche in vendita al prezzo di 1,7 milioni di dollari. Nei giorni successivi il prezzo è salito fino a 23 milioni. Il fatto è che i venditori di questo libro utilizzavano dei software che impostano il prezzo di vendita sulla base del prezzo impostato da altri venditori, e a un certo punto due di questi “bot” sono entrati in un loop: uno alzava il prezzo rispetto all’altro, e l’altro gli si avvicinava, in modo che il primo rialzava un’altra volta, e così via.

Più di recente c’è stata la faccenda dei libri generati automaticamente copiando le pagine di Wikipedia, e che la stessa Wikipedia finiva per indicare come fonti dei suoi articoli, creando un meccanismo di autovalidazione perfettamente autonomo rispetto alla realtà.

E’ il classico tema dell’apprendista stregone, con Topolino che scatena forze che non riesce più a controllare, con l’aggiunta di un feedback. E se dobbiamo dare retta ai complottisti, le crisi finanziarie sono il risultato di algoritmi borsistici impazziti. Ma è anche per certi versi un problema teologico, come osservava il Nostro nel raccontino da cui è tratto il titolo di questo post.

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Il fantastico perduto

Nel celebre saggio del 1970 Cvetan Todorov definisce la letteratura fantastica come quella basata sull’esitazione provata dal lettore (e spesso anche dal personaggio) di fronte a eventi apparentemente sovrannaturali, quando del testo non si può dare un’interpretazione poetica o allegorica. Il lettore quindi deve restare nel dubbio perchè se c’è una spiegazione naturale dei fenomeni l’opera non appartiene più al fantastico ma allo “strano”, mentre se la natura sovrannaturale è indubbia allora si finisce nel “meraviglioso”.

Ad esempio, l’intollerabilmente ambiguo Giro di vite di Henry James sarebbe fantastico, mentre Il manoscritto trovato a Saragozza parte come fantastico ma finisce nello “strano” (questo però non vale per l’edizione Adelphi, che è parziale). Todorov sostiene pure che la letteratura fantastica è imparentata con la psicanalisi, e anzi è stata in buona parte assorbita da questa. Inoltre osserva che nel novecento il rapporto tra reale e sovrannaturale è stato pressochè ribaltato, perchè (ad es. con Kafka) l’impossibile e l’assurdo sono diventati la normalità, sia per i personaggi che (alla fine) per il lettore. Per una sintesi un po’ meno grossolana, si veda questo articolo di Delos.

La tesi potrebbe anche essere vera. Quindi la letteratura fantastica propriamente detta sarebbe ormai un fossile, un residuo dell’ottocento. Ma ciò non vale per tutti i media (vedi “Lost“: la televisione marcia con un paio di secoli di ritardo), e comunque non si può escludere che il fantastico, come i suoi problematici mostri e vampiri, risorga dal falò psicanalitico sotto altre forme. Ad esempio, la letteratura della paranoia somiglia molto al fantastico Todoroviano, con la differenza che nei casi migliori (es. Philip Dick) il dubbio si sposta dal fenomeno all’intera realtà, anzi allo stesso significato della parola “realtà”, mentre nei peggiori (David Lynch, il diffuso complottismo) non si tratta tanto di un dubbio quanto di amore per il caos,  o di un’accanita volontà di non credere alla spiegazione più semplice.

Quindi si potrebbe rovesciare il discorso di Todorov e sostenere che la narrazione fantastica ha assorbito (e volgarizzato) la psicanalisi, e non il contrario.

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