Una gabbia sull’abisso

La storia del Ladro volge al termine: catturato dagli orrendi Vitrei servi della Pitonessa, il nostro eroe sta per subire l’inevitabile discorso autoindulgente dei cattivoni. Nel frattempo i suoi amici penzolano sull’abisso di fronte a un pubblico entusiasta. Tutti sappiamo come andrà a finire, ma è proprio questo l’importante? Non scopritelo nella quinta puntata de “I Volatori

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Nell’antro della Pitonessa

Riprendiamo la trascrizione del raccontino “I Volatori“. Il Ladro abbandonato dai suoi amici declina l’invito di 13 nani alticci e litiga con la sua Gilda per questioni di principio, poi incontra nuovamente il Prete e si prepara a conoscere la terribile Pitonessa.

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Et in Arcadia

Notiamo che i racconti a puntate del Nostro hanno scarso seguito, e per ottimi motivi. Con la storia del Ladro si era arrivati al punto in cui  dopo essere stato abbandonato dagli amici rincontra il Prete, ma adesso nel manoscritto c’è un’interruzione e, nel consueto stile Spallanzanesco, parte un altro racconto intitolato “in Arcadia”, che non si capisce bene se sia ambientato prima o dopo i fatti raccontati ne “I Volatori”. Siccome contiene alcune notizie sul background dei personaggi abbiamo pensato di pubblicarlo qui.

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Gesù salva, ma anche il venti naturale

Ci si può fidare dei sindacati? Il ladro del raccontino “i volatori” sta per scoprirlo.

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Tredici nani sulla cassa del drago

La magia, come la tecnologia, crea disoccupati. Quando basta un incantesimo per aprire qualsiasi lucchetto, a che serve più un ladro di settimo livello? Vediamo che ne pensavano Letizia e lo zio Elia nel seguito del raccontino “I Volatori“.

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I Volatori

Gli ultimi giorni di feste si sente sempre la necessità di fare tutte quelle cose che uno avrebbe potuto fare durante le feste e non ha fatto. A noi è capitato ieri, ci è tornata voglia di giocare a D&D e abbiamo anche provato a chiamare degli amici ma sono tutti dispersi o impegnati con figli e famiglie e comunque nevicava per cui non se n’è fatto niente. Ma ogni gesto inane, ogni mossa fuori tempo massimo, ogni errore è sempre produttivo e infatti mentre cercavamo la nostra vecchia scatola rossa abbiamo trovato tra le schede dei personaggi e le mappe macchiate col caffè un piccolo plico con su scritto “I Volatori”, che apparteneva in origine a Letizia Spallanzani. Si tratta di una specie di racconto fantasy che la ragazza abbozzò e lo zio corresse. L’Elia era curioso dei gdr, assisteva spesso alle partite della nipote e aveva colto subito l’aspetto formulare del gioco e  le sue potenzialità meta-narrative. Nel testo si sente anche qualcosa che somiglia alla nostalgia. Di seguito pubblichiamo la prima parte.

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Ancora su 1984

In “1984” lo slogan “l’ignoranza é forza” non è come gli altri due, non è una contraddizione in termini come “la guerra é pace”: é l’inversione parziale di un altro slogan, “la conoscenza é forza”. Quindi nasce da un’idea che era già, in sé, un’applicazione del pensiero ideologizzato. Insomma era già qualcosa che aveva a che fare con la neolingua, sebbene in forma meno perfezionata.

Jordanbrown nota che Orwell è ingabbiato nella critica ideologica alle dittature, ma non usa lo stesso strumento su se stesso, mentre ad es. Huxley va oltre gli schematismi ideologici di Orwellsi e arriva a una distopia ulteriore, dell’uso potere biopolitico in forma più avanzata rispetto al controllo ideologico palese. La conoscenza è forza… è un po’ come il sapere è potere. Torniamo al discorso che si faceva sulla scienza/religio e la tecnica/magia: deve produrre effetti “utili”. Ecco in che senso noi siamo totalmente immersi in una neolingua che ci dice proprio questo, ma appena abbassiamo la guardia non ce ne accorgiamo più, perché é impressa dentro di noi e trasforma i nodi problematici in tautologie.

Di sicuro Huxley è più moderno e ironico e in un certo senso critica anche la critica alle dittature. Probabilmente è anche vero che Orwell voleva criticare e satireggiare la dittatura ma il suo discorso si è rivelato talmente forte e persuasivo da essere utilizzato per altri scopi, e così finiamo oggi per applicarlo anche a quello che Orwell forse non avrebbe considerato dittatura, e cioè il nostro mondo così libero, in cui il bispensiero non nasce per imposizione ma dall’interno e forse per disperazione più che per consapevole volontà di ingannare e dominare.

Comunque il nostro vago punto è che la tendenza a riunire concetti come conoscenza e forza (finendo semmai per inglobarli in una sola parola, almeno tendenzialmente) è già la neolingua, era così già ai tempi di Orwell, sessanta anni fa, e lui forse non se ne accorgeva perché pensava a “forza” come a un elemento interiore, mentre per molti stava già diventando la forza pura e semplice, forza materiale, capacità di modificare la realtà e spinta a farlo per il solo motivo che si può fare.

Pensiamo che ad Orwell quest’idea avrebbe fatto schifo. E infatti quando lui scrive che l’ignoranza è forza non intende solo che al potere conviene tenere la gente nell’ignoranza, che era un’ovvietà, ma che lo stesso potere desidera essere ignorante (innanzitutto riguardo a se stesso) perchè questo gli permette di superare qualsiasi limite dettato dalla ragione e dallo spirito umano.

L’ignoranza produce quindi innanzitutto una forza interiore, la capacità spaventosa di far soffrire per il solo motivo che si è capaci di far soffrire, senza nemmeno trarre un vantaggio se non la conferma costante di questo potere illimitato. Da ciò a sostenere che la pura e semplice pazzia è forza basta pochissimo, e infatti è stato detto.

La nostra società insomma é ormai fondata su tre slogan ancora più falsi e paradossali di quelli del grande fratello, e ancora più pericolosi, perchè sembrano ovvi:

la libertà é libertà
la pace é pace
la conoscenza é forza.

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Lapo uno di noi

Lapo Elkann sarebbe stato arrestato per aver simulato un sequestro. Come riportato da tutti i giornali,

“sarebbe sbarcato a New York per la festa del Thanksgiving, contattando un escort di 29 anni (transgender, secondo il New York Daily News) e trascorrendo con lui due giorni di eccessi tra alcol e droga. Finiti i soldi, l’escort avrebbe pagato per altra droga ed Elkann avrebbe promesso di restituire i soldi. Poi, sempre secondo i media Usa, avrebbe escogitato il piano del falso sequestro, raccontando ai propri famigliari di essere trattenuto contro la sua volontà da una donna che gli avrebbe fatto del male se non gli avessero fatto pervenire 10mila dollari.”

I familiari però non hanno ceduto, anzi:

“un rappresentante della famiglia si sarebbe quindi rivolto alla polizia, che avrebbe organizzato la finta consegna del denaro bloccando la coppia”.

A questo punto noi della Fondazione ci siamo chiesti: ma è possibile che ogni volta che questo tizio si trova nei guai la famiglia invece di coprirlo lo sputtana? E la sua situazione non ricorda, fatte le debite proporzioni, quella della maggior parte dei “giovani” italiani? Dopo le inevitabili cachinnate sui gusti di Lapo, qualcuno ha cominciato a vedere il lato umano della faccenda:

“Edoardo e Lapo sono i due Agnelli rifiutati. […] si sentivano parte di quella famiglia che li respingeva. […] Entrambi sono stati tagliati fuori. Dalla Fiat, dalla Juventus, dalla famiglia. E soprattutto lasciati soli. Con le tasche piene di quattrini e lo coca a portata di mano. […]  C’è infine da ricordare che l’idea del rilancio della Fiat 500 è stata di Lapo. […] La 500, dopo quasi 10 anni, resta a tutt’oggi l’auto Fiat più venduta, il modello che ha rilanciato l’azienda. Di John, ma non di Lapo.”

Questa difesa un po’ eccessiva rafforza però la nostra impressione. Tolti i soldi, Lapo non è altro che un quarantenne declassato, di fatto espulso dalla vita economica, che avrebbe cercato di ricattare la famiglia per soddisfare bisogni di evasione. I suoi hobby (la droga, il sesso libero) sono più o meno ciò per cui si battono tutti i giovani progressisti. La sua qualifica di “creativo” se la attribuiscono quasi tutti. Quindi è simile a moltissimi “giovani” italiani, che con ricatti più o meno velati cercano di convincere le famiglie a dargli i soldi per comprarsi cellulari e abbonamenti a sky. Perché somme maggiori non è proprio il caso di parlarne. E con tutto ciò, le famiglie non cedono, nemmeno quando si rischia di trascinare il loro nome nel fango.

Al riguardo, il cinquantesimo rapporto annuale del Censis appena pubblicato descrive proprio un paese che non avendo più nessuna fiducia nel futuro tiene i soldi stretti per timore del peggio.

“Dal 2007 a oggi gli italiani hanno accumulato 114 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, che equivale al Pil dell’Ungheria e che rimane liquido, pronto a essere usato in una prospettiva futura di tempi ancora più bui, investito davvero in minima parte e sostanzialmente nelle mani degli anziani. […] Le famiglie con persone di riferimento che hanno meno di 35 anni hanno un reddito più basso del 15,1% rispetto alla media della popolazione e  una ricchezza inferiore del 41,1%. Mentre la ricchezza degli anziani è superiore dell’84,7% rispetto ai livelli del ’91. […] C’è un unico canale di consumi che sembra convogliare la passione per gli acquisti degli italiani: la comunicazione digitale […] perché aumenta il loro potere individuale di disintermediazione.”

Cioè gli permette di scavalcare gli intermediari (che sono di norma i nipoti) e risparmiare ancora di più a danno loro. Il “giovane” italiano, che ha circa quarant’anni, può quindi solo sperare nella morte dei nonni, ma grazie al progresso della medicina i nonni vivono novant’anni e comunque grazie ai progressi dei servizi alla persona riescono spendere i loro soldi fino alla fine, e quel poco che resta lo lasciano semmai ai figli, non ai nipoti. Bisognerà quindi aspettare che muoiano anche i genitori e questo non è bello, tant’è che qualcuno proponeva di modificare le norme sulle successioni in modo che il denaro passasse direttamente dai nonni ai nipoti. In caso contrario, per vedere qualche cambiamento ci vorranno almeno altri trent’anni, durante i quali potremo tutti fare (con le debite proporzioni) come Lapo.

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Che ogni novità è solo oblio

Ogni 20-25 anni spunta qualcuno che nota l’ovvio, e cioè che non c’è sempre un rapporto positivo tra istruzione e benessere: anzi, talvolta la prima nuoce al secondo. E ogni volta che qualcuno lo nota viene guardato con stupore, come se avesse pronunciato una cazzata diabolica. Se ne discute per un po’ con accanimento, la constatazione viene apparentemente confutata con argomenti che risalgono a un secolo prima e poi tutto viene dimenticato, fino alla prossima riscoperta*.

Questa sconsolata considerazione viene dalla lettura di un vecchio libro che abbiamo trovato nella libreria piccola di Elia Spallanzani, “Disoccupazione Intellettuale e Sistema Scolastico in Italia (1859-1973)“, di Marzio Barbagli, Bologna, Il Mulino, 1974. In estrema sintesi, l’autore sostiene che c’è un rapporto positivo tra istruzione elementare e sviluppo economico, mentre per quanto riguarda l’istruzione superiore sembra esserci addirittura un rapporto opposto: più la società è povera, rigida e arretrata, più si diffonde l’insegnamento superiore.

“Formulata in modo schematico e semplificato, l’ipotesi che propongo per interpretare le informazioni esistenti é la seguente: l’espansione dell’istruzione secondaria e superiore che si ebbe nel nostro paese nella seconda metà del secolo scorso non fu dovuta allo sviluppo economico, ma all’arretratezza; non al miglioramento ma alla crescente precarietà della situazione socio-economica di alcuni ceti; non all’aumento della domanda di forza lavoro qualificata ai livelli medio inferiori ma alle difficoltà di occupazione incontrate da questa forza lavoro.”

E in forma un po’ retorica prosegue:

“Se il calzolaio, il pizzicagnolo e il falegname di cui parlava Gabelli mandarono sempre più frequentemente alle scuole e agli istituti tecnici i propri figli, se il ginnasio e liceo furono invasi dai giovani provenienti dalle famiglie dei proprietari terrieri grandi e medi, alla ricerca affannosa di una laurea in medicina o giurisprudenza, ciò fu dovuto al fatto che l’arretratezza del sistema economico italiano e la mancanza di un vasto ceto medio produttivo fecero fin dall’inizio della scuola l’unico canale di mobilità sociale”.

Per evitare confusioni forse è opportuno ribadire che l’autore si riferisce alla seconda metà del secolo decimo nono. E questa tesi, formulata nel 1974, era già vecchia di almeno un secolo, perché come nota lo stesso Barbagli se ne erano già accorti in molti. Riportiamo alcune delle sue citazioni:

“Uomini che in Inghilterra si dedicherebbero agli affari, e per essi sarebbero avviati, in Italia aumentano la fila dei disoccupati colti. Ogni bottegaio arricchito desidera vedere suo figlio avvocato, medico o impiegato civile, e spende da lire 7000 a 12500 per educarlo ad una vita inutile. A molti é impossibile aprirsi una via nelle professioni affollate: e la maggioranza, che poco o nulla può guadagnare, cerca il pane in qualche concorso bandito o strepita per ottenere un posto dal Governo. Essi e i loro genitori esercitano feroci pressioni sui deputati, e un Ministro sa che il creare un certo numero di posti non necessari può mantenergli molti collegi. E, con tutto ciò, vi è un gran residuo di gente che non può trovare un impiego” (Bolton King e Thomas Okey).

“Lo spettacolo degli spostati ci sta purtroppo continuamente dinanzi: i laureati che fanno i copisti a 20 centesimi la pagina, e segretari comunali a 800 lire l’anno… aperto il concorso ad un impiego dello stipendio di lire 1.000, per 20 posti disponibili, abbiamo veduto farvi ressa, coi loro titoli accademici, fino a 1.700 frutti secchi della società, 1.700 affamati in guanti bianchi, 1.700 spostati” (Aristide Gabelli, La riforma universitaria, 1890).

Secondo Barbagli l’eccedenza dell’offerta di laureati e diplomati sulla domanda non è un fenomeno recente ma una caratteristica endemica della società italiana fin dal 1880** e spesso ha messo gli intellettuali in una situazione di squilibrio di status, che ha prodotto una forte radicalizzazione politica.

[L’espansione dell’istruzione secondaria, causata dall’onda democratica, produce] “una quantità di medici senza malati, di avvocati senza cause, di ingegneri senza ponti e senza case da costruire e prepara nella disoccupazione e nel disinganno di tanta gente, che il bisogno costringe a discendere dal grado a cui era a gran pena salita, una fonte perenne di morbosa inquietudine e di malcontento”.

Gabelli aggiungeva che “l’usanza comune a molti letterati di disprezzare il mondo moderno, è una maniera dissimulata di presumersi degni di un altro migliore”, che poi è solo un’applicazione del “mito del mondo nuovo“. Già a metà del diciannovesimo secolo gli intellettuali (sarebbe meglio dire “gli istruiti”) declassati preoccupavano parecchio il Governo, perché costituivano notoriamente l’avanguardia delle rivoluzioni, come era già accaduto un secolo prima in Francia e come sarebbe successo di nuovo in Russia. Tra il 1890 e il 1920, alla sistematica sovrapproduzione di laureati seguirono l’emigrazione intellettuale e l’espansione incontrollata della burocrazia, in un’ottica tendenzialmente clientelare. Così, aggiungiamo noi, si otteneva l’ulteriore vantaggio di allontanare i facinorosi e incanaglire gli assimilati.

Rispetto ad altri grandi paesi europei, alla fine del diciannovesimo secolo l’Italia vantava due singolari primati: la maggiore percentuale di analfabeti e allo stesso tempo il maggior numero di laureati in proporzione agli abitanti (Ernesto Nathan, 1906). Come nota Barbagli, il fatto non è contraddittorio e si tratta solo di due facce della stessa medaglia. Inoltre il problema delle università si presentava già molto simile a quello attuale e c’era anche allora un forte conflitto tra chi intendeva ridurle e chi invece aumentarle ancora.

“Gli “abolizionisti” sostenevano l’esistenza di un numero eccessivo di università nel nostro paese e chiedevano di chiudere le minori e di concentrare le scarse risorse disponibili nello sviluppo delle maggiori […] I confronti con i dati degli altri paesi mostravano infatti che l’Italia spendeva “per istituzioni monche ed anemiche quanto e più che non spenda la Germania per i suoi splendidi centri di cultura”. […] Vi erano università con una media di sei studenti per docente. Il caso limite era costituito dalla facoltà di Scienze matematiche e naturali di Urbino, in cui vi era 5 professori e 4 studenti. […] Le spese che lo stato e gli enti locali sostenevano per far sopravvivere queste istituzioni anemiche andavano chiaramente a scapito dell’istruzione primaria”.

Il governo cercò più volte di ridurre le università ma gli interessi e le clientele locali determinarono resistenze così tenaci che tutti gli sforzi furono vani. Tra le proteste, anche quelle dei gestori di trattorie che temevano di perdere la clientela studentesca.

Inoltre Barbagli nota che la “sovrapproduzione” di laureati continuò anche nei periodi di crescita economica. Il governo cercò costantemente di rendere più difficile l’accesso agli studi superiori, ma con scarso successo. Non ci riuscì del tutto neppure il fascismo, che pure aveva trasformato la scuola in un potente sistema di indottrinamento.

Bisogna notare che nel dopoguerra i partiti di sinistra erano anche loro contrari a un ulteriore aumento di diplomati e laureati.

“La scuola immette ogni anno, con il pauroso ritmo incalzante e meccanico della macchina che nessuno regola e controlla, una sempre crescente massa di spostati nella vita del paese. Non é vero che la scuola non assorba elementi “poveri”, specialmente di piccola e piccolissima borghesia urbana e rurale. Li assorbe, strappandoli al loro abituale ambiente di lavoro, non per farveli rientrare con più alta qualifica o capacità direttiva, ma per trasformarli il elementi improduttivi che cercano il posto, il grado sociale più elevato – eventualmente, per disperazione o ambizione, anche nelle milizie nere degli avventurieri e dei predoni” (L. Lombardo Radice, Rinascita, febbraio 1945).

“L’italia ha un bubbone che è necessario estirpare al più presto: il bubbone dottorale” (Concetto Marchesi).

Incidentalmente, possiamo ricordare che due scrittori-tecnici come Levi (chimico) e Gadda (ingegnere) hanno raccontato le loro difficoltà economiche e il secondo è stato costretto anche ad emigrare.

All’inizio degli anni sessanta, però, cominciò a diffondersi l’idea che in Italia scarseggiassero i laureati. Così riteneva la Svimez (vedi ad es. L’università nello sviluppo economico italiano), e col senno di poi viene da pensare che la valutazione non fosse proprio neutrale. Lo sviluppo economico aveva effettivamente assorbito parte della “disoccupazione intellettuale” ed era già iniziato il processo di auto-alimentazione della scuola, per cui i laureati disoccupati ripiegavano sull’insegnamento e quindi reclamavano più clienti, ossia più scuole e più scolari. Tuttavia secondo Barbagli sostenere che vi fosse addirittura un deficit di formazione era solo una pia illusione. Tutt’al più poteva esserci uno squilibrio tra specializzazioni prodotte e richieste: in altre parole, c’erano troppi avvocati e pochi ingegneri. Ma, contrariamente a quel che sostenevano gli ottimisti, la disoccupazione colpiva anche i tecnici.

Le modifiche al sistema scolastico, che eliminarono ogni ostacolo al passaggio dalle scuole superiori all’università, avrebbero poi aumentato esponenzialmente il numero degli “spostati” e le illusioni di un futuro di crescita inarrestabile. La sinistra avrebbe cavalcato (e cavalca ancora) questo processo, sia alla ricerca del consenso, sia per genuino accecamento ideologico.

L’illusione però colpì soprattutto i ceti istruiti, a riprova della loro sostanziale abdicazione al pensiero. Vivendo in un’economia rachitica e con una struttura sociale quasi immobile, gli ignoranti non si illudevano affatto che i figli potessero vivere da signori: sapevano che il “pezzo di carta” poteva forse servire a cercare “il posto”, ma non vedevano nessuna alternativa. In ciò, l’Italia ricordava la Cina sclerotizzata e povera menzionata anche nei racconti, in cui l’unica speranza dei giovani era imparare a memoria le sentenze di Confucio per superare l’esame da funzionario pubblico. Parliamo più o meno di mille anni fa.

* Come sanno i giornalisti, affinché il popolo si interessi a un argomento bisogna presentarlo sempre come nuovo, e ciò vale a maggior ragione per le persone educate. Secondo Schopenhauer veniamo addestrati a leggere tutti insieme le cose spacciate come ultime novità, per avere periodicamente del materiale di conversazione e risparmiarci la fatica di pensare. Ma Schopenhauer era un reazionario invidioso del successo altrui e le sue tesi finirono subito nella categoria delle ovvietà provocatorie, cioè di quelle cose tutto sommato vere e inevitabili che, proprio perché tali, possono essere messe da parte senza doverci più pensare. Perciò vengono dimenticate fino alla loro prossima apparizione, quando per un attimo sembreranno argute provocazioni e di nuovo verranno subito dimenticate.

** Se ne erano accorti anche i preti. Sempre contrari all’istruzione del popolo, perchè arrecava scostumatezza, avevano però giustamente intuito che non c’erano proprio le condizioni: “Adunque effetto ordinario di questa istruzione [popolare] è, o di destare l’orgoglio del sapere in una plebe ignorante, che si stima addottorata solo perchè non confonde l’acca colla zeta, e non iscambia il numero sei col numero nove; o di spostare una turba di poveri e presuntuosi disgraziati dal luogo in cui la Provvidenza li avea fatti nascere, per indurli a cercar pane e ventura nella riboccante greppia dello Stato, dei municipii e delle private compagnie o famiglie; col doppio utile di empire le città e le terre di oziosi affamati, pronti sempre a vendersi per ogni impresa a chi li compra; e di costringere lo Stato e i municipii ad aumentare impieghi, per isfamare la caterva di questi infelici istrutti, i quali assaltano a centinaia il primo posticino che riman vuoto in una qualsiasi mangiatoia” (da “Civiltà Cattolica” 1876).

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Nel mondo della verità

Il popolo usa ancora quest’espressione, che non sappiamo se venga da qualche versetto: “ora è nella verità”: e si dice dei morti. Che soli, a quanto pare, godono di quella luce eterna ma impietosa, avara e ragionevole. Qui invece nella penombra ci chiediamo che ne sarà del Binda, l’uomo accusato di aver ucciso trent’anni fa una compagna di scuola. Apprendiamo dai giornali che è ancora in carcere, sulla base di indizi a nostro sommesso avviso molto deboli, e che ha presentato la quarta istanza di scarcerazione. Nel frattempo le autorità hanno riesumato il corpo della vittima e scavato ampiamente in un parco pubblico alla ricerca dell’arma del delitto, non si sa con quali risultati. Vengono anche esaminate (o riesaminate) delle case abbandonate. Pare comunque che la richiesta di rinvio a giudizio sia imminente.

Ricordiamo che uno degli indizi è una lettera anonima giunta alla famiglia poco dopo il delitto, che secondo gli inquirenti sarebbe proprio del Binda e conterrebbe una sorta di confessione. Come già dicemmo, a noi sembra più che altro una preghiera e l’ennesima interrogazione sul male. Nel rileggerla ci ha colpito una frase, “strazio di carni”, e siamo andati a cercarla su internet. Ne è venuta fuori una leggenda sull’Isolino Partegora, un piccolo scoglio del lago maggiore. Vuole il caso che l’isolotto sia vicino al luogo del delitto: può anche darsi che il Binda o Lidia Macchi lo vedessero quando prendevano il traghetto per andare a scuola, come del resto dovevano vederlo tutti quelli che abitano nella zona.

Per un istante questa coincidenza, che non significa nulla, ci è sembrata caricarsi di una valenza terrificante, come un piccolissimo foro nella volta celeste, da cui si intravede l’occhio spalancato e malevolo della verità.

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In un’epoca di diffusa verità l’unico atto rivoluzionario è mentire

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Morton nota che temevamo un potere intento ad ingannarci e invece paradossalmente ci troviamo di fronte a una massa che inganna e si autoinganna senza che nessun potere riesca a fermarla. Il Pedante nota al contrario che la guerra al complottismo sembra più una questione di autorità che di verità: sotto sotto si ha l’impressione che la tesi ufficiale si spacci per l’unica ragionevole solo perché è ufficiale.

L’idea di complottismo […] integra uno dei tanti volti della tecnocrazia. Perché mortifica le opposizioni dialettiche e quindi la sorveglianza democratica, suggerisce l’idea di un buon governo in quanto governo e di un rigore scientifico garantito da chi ha la forza di reclamarne la titolarità, non dai suoi risultati“.

In entrambe le visioni c’è del vero. La collettività fabulante crea instancabilmente delle illusioni consolatorie o paranoiche e il potere dei burocrati e dei tecnici non ha nessun vero interesse a combatterle. Finge di farlo ma in realtà cerca di enfatizzare il peso e la diffusione del complottismo per sostenere che la massa è incapace di governarsi da sola. In ciò il potere utilizza agevolmente la scienza, perché buona parte del popolo ci crede come se fosse una religione.

Infatti il presunto complottismo viene quasi sempre definito “antiscientifico” anche quando di scientifico nel discorso c’è ben poco. Ad esempio, uno degli argomenti frequentemente usati contro i complottisti è il c.d. Rasoio di Occam, quello per cui non bisogna moltiplicare gli enti senza necessità. Ma questa bella ed economica idea non ha molto a che fare col groviglio delle motivazioni umane, degli errori, degli accidenti casuali. Riguardo alle vicende politiche e sociali spesso non ha senso dire che “bisogna preferire la spiegazione più semplice”. Allo stesso modo, è insensato chiamare “fallacia” il buon vecchio argomento del “dove andremo a finire”, che non è un sillogismo ma solo un entimema, cioè un discorso che ha scopo persuasivo e non dimostrativo.

Cerchiamo di essere più chiari: si sostiene che è sbagliato inferire degenerazioni a catena del tipo “se si ammette la marigiuana libera allora presto ci sarà la coca libera a da lì dove andremo a finire”. Però è chiaro che questo argomento rispecchia tendenzialmente la realtà. La stessa legge ammette l’estensione analogica delle norme, per cui è frequente che a situazioni simili (sotto certi aspetti) vengano estese previsioni nate per altre situazioni, ed ogni ampliamento finisce per estendere l’area del “simile”, anche perché nel mondo reale è difficile dire cosa sia “simile” e cosa no. La tutela della famiglia di fatto avviene per analogia rispetto a quella basata sul matrimonio, anche se ci sono notevoli differenze (ad es., nella prima non c’è il matrimonio). Una volta tutelata la famiglia di fatto ci si può allargare a quella in cui i coniugi non hanno lo stesso sesso, per via delle numerose somiglianze (che vengono arbitrariamente considerate più rilevanti delle differenze, pur presenti). Quindi la previsione pensata per la famiglia fondata sul matrimonio si estende pian piano a cose che somigliano sempre meno al modello iniziale, e non è affatto escluso che possa estendersi ancora, perché il “modello” diventa sempre più generico (da “famiglia naturale consacrata” a “famiglia naturale” a “famiglia”). Naturalmente non è detto che questa estensione sia negativa, né che debba continuare per forza, ma è molto probabile: è nella natura delle cose. Ritenere che il “dove andremo a finire” sia un errore logico è cosa da sofisti: non è un argomento strettamente logico, ma è comunque un modello piuttosto attendibile della nostra società.

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Tuttavia, quante volte abbiamo sentite accusare di ingenuità, illogicità o complottismo le persone che temono questa “deriva analogica”? Il timore, naturalissimo, cozza evidentemente con un pensiero dominante, o che pretende di diventare tale, e che non esita ad abusare delle tecniche del discorso razionale e scientifico per screditare i suoi avversari e farli apparire dei sempliciotti o dei cretini. Si intuisce però che sotto l’apparente razionalità ci sono delle scelte ideologiche, che non avendo molto altro su cui appoggiarsi devono camuffarsi dall’unica cosa in cui la massa ancora crede, che è la scienza. O meglio, quella versione un po’ ipocrita della “scienza” di cui parlavamo qualche giorno fa.

Un’obiezione possibile è che questo, a sua volta, è un discorso complottista. Perché il “potere” avrebbe interesse ad alimentare un complottismo che potrebbe persino rovesciarlo? Come si nota, siamo di nuovo al rasoio: non bisogna cercare spiegazioni più complicate del necessario, basta supporre che la gente sia stupida e ignorante. Il che è certamente vero, DIO SA QUANTO E’ VERO. Però c’è un però, ed è che né il potere, né i complottisti possono davvero sapere dove li porterà il loro agire. Al momento è facile e utile diffondere l’idea che la maggior parte della popolazione sia composta da mentecatti e che i pochi ragionevoli debbano decidere per tutti. Che cosa potrà accadere a lungo termine la vera scienza non lo sa, e a maggior ragione non lo sa quella finta.

Nel frattempo ricordiamo quello che Elia Spallanzani ai suoi studenti: “non sarà la verità a farvi liberi, ma la libertà a farvi veri”.

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Too many secrets

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Teologi & Taumaturghi

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Da qualche anno si leggono titoli di giornale del tipo “L’Italia che odia la scienza“. In genere si riferiscono a polemiche sull’uso dei fondi pubblici per la ricerca, o a indagini penali che riguardano scienziati e tecnici, o alle proteste contro industrie farmaceutiche, oppure al rifiuto di terapie mediche. Di solito si giunge alla conclusione che il popolo è privo di cultura scientifica e che bisognerebbe investire di più nel settore.

A nostro avviso le cose non stanno esattamente così. Ci sembra che gli italiani non odino affatto la scienza, anzi la idolatrano, e l’idolatria è anche una forma dell’incomprensione. Il nostro popolo, che non è mai stato religioso ma superstizioso, ripete con la scienza ciò che ha fatto con la fede. Non gli interessano le speculazioni dei teologi ma i prodigi dei taumaturghi e le grazie dei santi. Cento anni fa pregava le statue perchè facessero piovere o guarissero le malattie, e adesso prega i tecnici per le stesse ragioni: benessere e salute. Però quando non pioveva abbastanza il popolo tirava giù le statue dei santi e ci sputava sopra.

Questa è certo mancanza di cultura, ma la colpa non è solo del popolo. I teologi, per quanto persi nei loro giochi sublimi, avevano capito da tempo che per sopravvivere gli servivano i taumaturghi. Per poter chiedere denaro al popolo avevano bisogno di magie e prodigi, molto più facili da comprendere del mistero della transustanziazione. Allo stesso modo, gli scienziati hanno capito che per avere fondi gli servono i tecnici entusiasti. Di qualunque ricerca si parli, ci si affanna subito ad aggiungere che avrà presto ricadute pratiche, economiche, perché è l’unica cosa che interessa alla maggior parte delle persone*. Il clero scientifico, per mantenersi, ha bisogno di promettere il (o almeno di tollerare la promessa del) miracolo istantaneo.

Chiaramente se poi il miracolo non si verifica l’esaltazione popolare si converte in rabbia, e a quel punto i teologi si lamentano ipocritamente che il popolo non ha vera fede. Secondo i teologi il popolo dovrebbe pagare felicemente le decime per finanziare la ricerca di dio. Ricadute pratiche ce ne potrebbero essere, probabilmente ce ne saranno, ma lo scopo non è quello, l’importante è la fede, la ricerca stessa.

Per i teologi il popolo è palesemente incapace di comprendere e di valutare i loro sforzi: non ha diritto di decidere se mantenerli o no perchè è troppo ignorante e preda degli istinti. La democrazia, in campo teologico, è una palese assurdità. Per il suo stesso bene il popolo deve finanziare i chierici e fidarsi della loro parola. In realtà nessuno può mettere bocca nella loro ricerca, tantomeno politici e magistrati. La loro sfera, che è quella della verità, è assolutamente separata e autonoma.

In pratica gli scienziati vendono spesso la scienza per miracolo, e quando le cose vanno male protestano che il popolo crede ancora nei miracoli.

A tutto questo discorso si può rispondere che però i miracoli non esistono e dio nemmeno, mentre la tecnologia risolve effettivamente molti problemi e la scienza forse perviene alla verità. E che se la gente scambia la tecnica per magia e la scienza per fede è un errore suo. Sì, è così, ma è un errore incoraggiato, stimolato e rafforzato da chi per indagare la natura, o semplicemente per vivere, ha bisogno di soldi, e quindi di visibilità, di pubblicità, di aspettative e di speranze pratiche.

Quindi è vero che manca una cultura scientifica, ma ne manca pure una umanistica. Perché se gli scienziati conoscessero meglio la storia e la società saprebbero che la chiesa non incoraggia più di tanto la fede nei prodigi: per paura che, ove manchino, la vergogna dai santi di gesso ricada su Dio.

* Incidentalmente, non si può negare che la ricerca italiana abbia grosse ricadute, tipo l’ultima su Marte.

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La musica delle sfere

Il padre e il fratello di Galileo erano noti musicisti e forse dobbiamo alcune fondamentali scoperte proprio a questa familiarità dello scienziato con la musica. Spallanzani, che insegnava fisica, cercava di rendere la lezione più interessante con dei racconti pittoreschi, come quello che ricopiamo:

“Galileo andò dal Granduca di Toscana per chiedergli se poteva fare un esperimento: voleva buttare due pietre dalla torre degli asinelli per vedere quale cadeva prima, e perchè; un problema che assillava da sempre i filosofi. Maestà?
Il granduca si riscosse e disse: “Sì ma se poi si fa male qualcuno mi volete mandare in galera, a me?”
Allora Galileo in cuor suo pensò: effettivamente, è un’idea del cazzo. Salire sulla torre con due pietre… veramente, come mi è venuto in testa?
Senza salutare se ne andò e inventò il piano inclinato, che era una tavola di legno rialzata, più come una grondaia, che dentro può scivolarci una boccia. Prima ci mise dentro la chiave del laboratorio, ma non scendeva bene, e così si rassegnò.
Ad aspettare il giorno dopo, per andare a ordinare due bocce: una di ferro e una di marmo, di identiche dimensioni. Poi aspettò i mesi, successero altre cose, e poi furono pronte le bocce. Col che lui le soppesò a lungo.

Nel frattempo il Granduca governava e alle volte, la sera, raccontava il fatto di Galileo, la sua domanda. Voleva buttare una vacca dalla torre di Pisa per vedere che rumore faceva! La storia gli usciva ogni volta più bella.

Ma Galielo nel suo studio aveva un pendolo. Gli dava un colpo e quello oscillando oscillando colpiva una campanella, tin, tin, tin. Un tìn ogni quanto di tempo, per un po’ di tempo. Quanto tempo? Come saperlo! Ma uno ogni tot, e quindi…
Poteva sapere quante campanellate ci metteva la boccia a percorrere il piano inclinato, ma non bastava. Evidentemente le bocce, a differenza dei pianeti, non gioivano del moto uniforme e perfetto. Figlie della materia, cadevano sempre più svelte, attirate verso il nucleo dall’amore universale.
Le bocce, fatte di ferro e di pietra, venivano infatti dal cuore del pianeta; del grande animale terrestre; ne erano state strappate e adesso anelavano a ricongiungersi con le loro simili, al centro. Così opera la legge per cui il simile attrae il simile, che vi si precipita.
Galileo lo sapeva. Anche lui era un uomo e come le pietre correva all’altra porzione, alla metà del tetramorfo. Quello che, dice Platone, in origine era l’uomo: a quattro zampe e due teste, di maschio e di femmina insieme. Separati, al fine, per troppa scostumatezza, troppo potere, finché piacque a Zeus farne due tronchi e, dimidiandoli, insegnargli l’umiltà, che cos’è. Amen.
Ma allora i pianeti, i pianeti… perchè loro no, perchè loro dovrebbero marciare uniformi, come dice Aristotile? Sono come gli spiriti, che come gli umani, che come le pietre corrono… oh no, no, che miscuglio, che contraddizione… e allora, allora…
Ma la risposta pronta c’era: i pianeti muovonsi eguali perchè… dall’uomo differiscono in purezza… e ciò che nell’uomo è fregola bestiale, che lo affonda…  e ciò che nella più vile pietra è corsa annichilente… al contrario nel pianeta si raffina, ed è amor che dura sempre, costante, dolce.
Galileo sapeva tutto, ma…

Nei giorni che vennero Galileo lasciava le bocce nel canalone del piano inclinato e le sentiva scendere con lieto rumore di pioggia. Poi, più per sfizio che per altro, appese sul canale uno due tre campanelli, che quando la boccia scendeva gli titillava il batocchio. Sicché la boccia cadendo faceva tìn tìn, come il pendolo, come il cuore degli automi. E Galileo giocando coi campanelli si avvide che mettendoli tutti alla stessa distanza, a un metro l’uno dall’altro, la palla scendendo faceva un tin tin sempre più svelto. Quindi accelerava! Ma come misurarlo?
Allora prese il pendolo, gli diede un colpo, poi lasciò la boccia e sentì due serie di tìn: il tin tin regolare del pendolo, e quello affrettato della boccia, ogni serie di tin col suo ritmo, le sue armoniche… e come il bifolco che accorda la chitarra per farsi strada tra le cosce di una serva, così Galielo accordò il piano sul pendolo, finché le armoniche si sovrapposero e gli intervalli furono uguali. Di tempo! Perchè nello spazio, era un’altra questione.
Adesso i campanelli stavano uno a un metro, il secondo a due e mezzo, il terzo a quattro e mezzo, e così via. Più ci si allontanava dalla fonte, dalla bocca del canale, più la palla accelerava! E ad ogni intervallo la sua fregola cresceva di un quanto misurabile, sempre lo stesso.

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perspicua illustrazione marginale dell’autore

Galielo uscì dal laboratorio intronato di campanelli, andò in una bettola, giocò a dadi e bestemmiò. Poi mangiò, dormi, poi si sgravò del superfluo. Poi parlò in pubblico, scribacchiò una novella. Passarono i mesi, il piano inclinato pigliava polvere nello stanzone, ma la legge ormai era scoperta: un corpo libero di cadere accelera uniformemente, irresistibilmente, fino all’inconcepibile schianto.  Nessun amore, nessun dio sulla terra. Le cose cadono sempre più in fretta, pensa Galileo, e forse io e tutto il pianeta volvente e il sole e le stelle invulnerabili giriamo e cadiamo sempre più svelti in folle spirale verso che cosa.

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Le api d’oro

Grande commozione per l’eroico sacrifico della sonda Rosetta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri fieri e volenterosi satelliti che nel corso degli anni hanno dato la loro vita per migliorare la nostra. Ricordiamo innanzitutto Kocmoc-2251, maschio satellite per telecomunicazioni del peso di una tonnellata, partito nel giugno 1993 dal glorioso cosmodromo di Plesetsk.

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Installatosi nell’orbita bassa, Kocmoc (cosmos) 2251 ha portato avanti il suo umile ma necessario compito sfidando diciotto volte al giorno la pericolosa anomalia meridionale delle fasce di Van Allen, che attraversava continuando sprezzantemente a trasmettere nonostante la sua scarsa schermatura. E così andarono avanti le cose per un bel po’ di tempo, gira e rigira.

A un tratto però, verso l’agosto del 1995, il satellite smise di trasmettere. A terra lo diedero per perso, forse vittima di qualche microcollisione o delle sullodate fasce, che con le loro particelle cariche avevano cortocircuitato il virile ma primitivo Kocmoc. Nel 1995 i russi avevano ben poco da ridere: la guerra cecena entrava nel vivo e tutto il mondo biasimava l’ex impero, soldi non ce n’erano e in fondo di Kocmoc non importava a nessuno: nuovi e più sofisticati satelliti stavano già ingolfando l’orbita bassa: in definitiva, il nostro 2251 fu abbandonato al suo destino.

Ma due anni dopo riprese a trasmettere: inspiegabilmente, a sprazzi, Kocmoc sparava nello spazio quelle che all’inizio sembravano canzoni rivoluzionarie. E poi, visto che nessuno gli badava, così come aveva ricominciato smise di nuovo: tornò un oggetto nero e muto, colmo di elettronica rancura.

Siamo giunti così al 1997, quando dal Kazakistan e precisamente dal glorioso cosmodromo di Baikonur parte Iridium33, vezzoso satellite americano per telecomunicazioni, del peso di 550 chili, in tutto simile ad un’ape d’oro e un tantino effeminato. Meno intrepido di Kocmoc , Iridium si limita al suo squallido compito di servo del capitalismo ma fa il grave errore di irridere (come dice il suo nome) il povero Kocmoc , che solo e abbandonato gli passa trecento chilometri sopra una volta ogni settecento orbite.

iridium_satellite

Il vecchio Kocmoc, solo ormai da anni e abbandonato, nella sua miseria forse guardava con paterna simpatia ai più giovani Iridium e nulla esclude che in quell’isolamento avesse sviluppato anche una certa passione amorosa per le sfolgoranti api d’oro: immaginate quindi cosa deve aver provato a sentirsi sfottere e chiamare “antenna rotta”: dapprima ferito, come mozzicato da un aspide, pensò forse di mettere fine alla sua ormai inutile esistenza, ma poi ricordò gli insegnamenti dell’accademia e allora il suo odio per i fottuti Mericani, che era composto da una buona parte di amore, divampò nuovamente.

Non si è mai capito come abbia fatto, ma Kocmoc abbassò da solo la sua orbita e gira e rigira, gira e rigira, dopo dodici anni di cauto avvicinamento, nel febbraio del 2009, proprio in corrispondenza della Siberia, il magnifico russo portò la giusta retribuzione sul femminiello Iridium, inculandolo da dietro all’entusiasmante velocità di VENTISETTEMILA CHILOMETRI ALL’ORA mentre cantava un inno bolscevico.

E per la prima volta nella storia un satellite russo disintegrò un satellite americano (perendo purtroppo nell’eroico gesto), e per l’ultima volta la stella rossa del comunismo rifulse gettando nel terrore i plutocrati e i loro pallidi scherani.

Quindi noi diciamo onore al compagno Kocmoc 2251 e Russia-Merica 1 a 0.

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