Too many secrets

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Teologi & Taumaturghi

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Da qualche anno si leggono titoli di giornale del tipo “L’Italia che odia la scienza“. In genere si riferiscono a polemiche sull’uso dei fondi pubblici per la ricerca, o a indagini penali che riguardano scienziati e tecnici, o alle proteste contro industrie farmaceutiche, oppure al rifiuto di terapie mediche. Di solito si giunge alla conclusione che il popolo è privo di cultura scientifica e che bisognerebbe investire di più nel settore.

A nostro avviso le cose non stanno esattamente così. Ci sembra che gli italiani non odino affatto la scienza, anzi la idolatrano, e l’idolatria è anche una forma dell’incomprensione. Il nostro popolo, che non è mai stato religioso ma superstizioso, ripete con la scienza ciò che ha fatto con la fede. Non gli interessano le speculazioni dei teologi ma i prodigi dei taumaturghi e le grazie dei santi. Cento anni fa pregava le statue perchè facessero piovere o guarissero le malattie, e adesso prega i tecnici per le stesse ragioni: benessere e salute. Però quando non pioveva abbastanza il popolo tirava giù le statue dei santi e ci sputava sopra.

Questa è certo mancanza di cultura, ma la colpa non è solo del popolo. I teologi, per quanto persi nei loro giochi sublimi, avevano capito da tempo che per sopravvivere gli servivano i taumaturghi. Per poter chiedere denaro al popolo avevano bisogno di magie e prodigi, molto più facili da comprendere del mistero della transustanziazione. Allo stesso modo, gli scienziati hanno capito che per avere fondi gli servono i tecnici entusiasti. Di qualunque ricerca si parli, ci si affanna subito ad aggiungere che avrà presto ricadute pratiche, economiche, perché è l’unica cosa che interessa alla maggior parte delle persone*. Il clero scientifico, per mantenersi, ha bisogno di promettere il (o almeno di tollerare la promessa del) miracolo istantaneo.

Chiaramente se poi il miracolo non si verifica l’esaltazione popolare si converte in rabbia, e a quel punto i teologi si lamentano ipocritamente che il popolo non ha vera fede. Secondo i teologi il popolo dovrebbe pagare felicemente le decime per finanziare la ricerca di dio. Ricadute pratiche ce ne potrebbero essere, probabilmente ce ne saranno, ma lo scopo non è quello, l’importante è la fede, la ricerca stessa.

Per i teologi il popolo è palesemente incapace di comprendere e di valutare i loro sforzi: non ha diritto di decidere se mantenerli o no perchè è troppo ignorante e preda degli istinti. La democrazia, in campo teologico, è una palese assurdità. Per il suo stesso bene il popolo deve finanziare i chierici e fidarsi della loro parola. In realtà nessuno può mettere bocca nella loro ricerca, tantomeno politici e magistrati. La loro sfera, che è quella della verità, è assolutamente separata e autonoma.

In pratica gli scienziati vendono spesso la scienza per miracolo, e quando le cose vanno male protestano che il popolo crede ancora nei miracoli.

A tutto questo discorso si può rispondere che però i miracoli non esistono e dio nemmeno, mentre la tecnologia risolve effettivamente molti problemi e la scienza forse perviene alla verità. E che se la gente scambia la tecnica per magia e la scienza per fede è un errore suo. Sì, è così, ma è un errore incoraggiato, stimolato e rafforzato da chi per indagare la natura, o semplicemente per vivere, ha bisogno di soldi, e quindi di visibilità, di pubblicità, di aspettative e di speranze pratiche.

Quindi è vero che manca una cultura scientifica, ma ne manca pure una umanistica. Perché se gli scienziati conoscessero meglio la storia e la società saprebbero che la chiesa non incoraggia più di tanto la fede nei prodigi: per paura che, ove manchino, la vergogna dai santi di gesso ricada su Dio.

* Incidentalmente, non si può negare che la ricerca italiana abbia grosse ricadute, tipo l’ultima su Marte.

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La musica delle sfere

Il padre e il fratello di Galileo erano noti musicisti e forse dobbiamo alcune fondamentali scoperte proprio a questa familiarità dello scienziato con la musica. Spallanzani, che insegnava fisica, cercava di rendere la lezione più interessante con dei racconti pittoreschi, come quello che ricopiamo:

“Galileo andò dal Granduca di Toscana per chiedergli se poteva fare un esperimento: voleva buttare due pietre dalla torre degli asinelli per vedere quale cadeva prima, e perchè; un problema che assillava da sempre i filosofi. Maestà?
Il granduca si riscosse e disse: “Sì ma se poi si fa male qualcuno mi volete mandare in galera, a me?”
Allora Galileo in cuor suo pensò: effettivamente, è un’idea del cazzo. Salire sulla torre con due pietre… veramente, come mi è venuto in testa?
Senza salutare se ne andò e inventò il piano inclinato, che era una tavola di legno rialzata, più come una grondaia, che dentro può scivolarci una boccia. Prima ci mise dentro la chiave del laboratorio, ma non scendeva bene, e così si rassegnò.
Ad aspettare il giorno dopo, per andare a ordinare due bocce: una di ferro e una di marmo, di identiche dimensioni. Poi aspettò i mesi, successero altre cose, e poi furono pronte le bocce. Col che lui le soppesò a lungo.

Nel frattempo il Granduca governava e alle volte, la sera, raccontava il fatto di Galileo, la sua domanda. Voleva buttare una vacca dalla torre di Pisa per vedere che rumore faceva! La storia gli usciva ogni volta più bella.

Ma Galielo nel suo studio aveva un pendolo. Gli dava un colpo e quello oscillando oscillando colpiva una campanella, tin, tin, tin. Un tìn ogni quanto di tempo, per un po’ di tempo. Quanto tempo? Come saperlo! Ma uno ogni tot, e quindi…
Poteva sapere quante campanellate ci metteva la boccia a percorrere il piano inclinato, ma non bastava. Evidentemente le bocce, a differenza dei pianeti, non gioivano del moto uniforme e perfetto. Figlie della materia, cadevano sempre più svelte, attirate verso il nucleo dall’amore universale.
Le bocce, fatte di ferro e di pietra, venivano infatti dal cuore del pianeta; del grande animale terrestre; ne erano state strappate e adesso anelavano a ricongiungersi con le loro simili, al centro. Così opera la legge per cui il simile attrae il simile, che vi si precipita.
Galileo lo sapeva. Anche lui era un uomo e come le pietre correva all’altra porzione, alla metà del tetramorfo. Quello che, dice Platone, in origine era l’uomo: a quattro zampe e due teste, di maschio e di femmina insieme. Separati, al fine, per troppa scostumatezza, troppo potere, finché piacque a Zeus farne due tronchi e, dimidiandoli, insegnargli l’umiltà, che cos’è. Amen.
Ma allora i pianeti, i pianeti… perchè loro no, perchè loro dovrebbero marciare uniformi, come dice Aristotile? Sono come gli spiriti, che come gli umani, che come le pietre corrono… oh no, no, che miscuglio, che contraddizione… e allora, allora…
Ma la risposta pronta c’era: i pianeti muovonsi eguali perchè… dall’uomo differiscono in purezza… e ciò che nell’uomo è fregola bestiale, che lo affonda…  e ciò che nella più vile pietra è corsa annichilente… al contrario nel pianeta si raffina, ed è amor che dura sempre, costante, dolce.
Galileo sapeva tutto, ma…

Nei giorni che vennero Galileo lasciava le bocce nel canalone del piano inclinato e le sentiva scendere con lieto rumore di pioggia. Poi, più per sfizio che per altro, appese sul canale uno due tre campanelli, che quando la boccia scendeva gli titillava il batocchio. Sicché la boccia cadendo faceva tìn tìn, come il pendolo, come il cuore degli automi. E Galileo giocando coi campanelli si avvide che mettendoli tutti alla stessa distanza, a un metro l’uno dall’altro, la palla scendendo faceva un tin tin sempre più svelto. Quindi accelerava! Ma come misurarlo?
Allora prese il pendolo, gli diede un colpo, poi lasciò la boccia e sentì due serie di tìn: il tin tin regolare del pendolo, e quello affrettato della boccia, ogni serie di tin col suo ritmo, le sue armoniche… e come il bifolco che accorda la chitarra per farsi strada tra le cosce di una serva, così Galielo accordò il piano sul pendolo, finché le armoniche si sovrapposero e gli intervalli furono uguali. Di tempo! Perchè nello spazio, era un’altra questione.
Adesso i campanelli stavano uno a un metro, il secondo a due e mezzo, il terzo a quattro e mezzo, e così via. Più ci si allontanava dalla fonte, dalla bocca del canale, più la palla accelerava! E ad ogni intervallo la sua fregola cresceva di un quanto misurabile, sempre lo stesso.

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perspicua illustrazione marginale dell’autore

Galielo uscì dal laboratorio intronato di campanelli, andò in una bettola, giocò a dadi e bestemmiò. Poi mangiò, dormi, poi si sgravò del superfluo. Poi parlò in pubblico, scribacchiò una novella. Passarono i mesi, il piano inclinato pigliava polvere nello stanzone, ma la legge ormai era scoperta: un corpo libero di cadere accelera uniformemente, irresistibilmente, fino all’inconcepibile schianto.  Nessun amore, nessun dio sulla terra. Le cose cadono sempre più in fretta, pensa Galileo, e forse io e tutto il pianeta volvente e il sole e le stelle invulnerabili giriamo e cadiamo sempre più svelti in folle spirale verso che cosa.

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Le api d’oro

Grande commozione per l’eroico sacrifico della sonda Rosetta, ma non dobbiamo dimenticare gli altri fieri e volenterosi satelliti che nel corso degli anni hanno dato la loro vita per migliorare la nostra. Ricordiamo innanzitutto Kocmoc-2251, maschio satellite per telecomunicazioni del peso di una tonnellata, partito nel giugno 1993 dal glorioso cosmodromo di Plesetsk.

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Installatosi nell’orbita bassa, Kocmoc (cosmos) 2251 ha portato avanti il suo umile ma necessario compito sfidando diciotto volte al giorno la pericolosa anomalia meridionale delle fasce di Van Allen, che attraversava continuando sprezzantemente a trasmettere nonostante la sua scarsa schermatura. E così andarono avanti le cose per un bel po’ di tempo, gira e rigira.

A un tratto però, verso l’agosto del 1995, il satellite smise di trasmettere. A terra lo diedero per perso, forse vittima di qualche microcollisione o delle sullodate fasce, che con le loro particelle cariche avevano cortocircuitato il virile ma primitivo Kocmoc. Nel 1995 i russi avevano ben poco da ridere: la guerra cecena entrava nel vivo e tutto il mondo biasimava l’ex impero, soldi non ce n’erano e in fondo di Kocmoc non importava a nessuno: nuovi e più sofisticati satelliti stavano già ingolfando l’orbita bassa: in definitiva, il nostro 2251 fu abbandonato al suo destino.

Ma due anni dopo riprese a trasmettere: inspiegabilmente, a sprazzi, Kocmoc sparava nello spazio quelle che all’inizio sembravano canzoni rivoluzionarie. E poi, visto che nessuno gli badava, così come aveva ricominciato smise di nuovo: tornò un oggetto nero e muto, colmo di elettronica rancura.

Siamo giunti così al 1997, quando dal Kazakistan e precisamente dal glorioso cosmodromo di Baikonur parte Iridium33, vezzoso satellite americano per telecomunicazioni, del peso di 550 chili, in tutto simile ad un’ape d’oro e un tantino effeminato. Meno intrepido di Kocmoc , Iridium si limita al suo squallido compito di servo del capitalismo ma fa il grave errore di irridere (come dice il suo nome) il povero Kocmoc , che solo e abbandonato gli passa trecento chilometri sopra una volta ogni settecento orbite.

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Il vecchio Kocmoc, solo ormai da anni e abbandonato, nella sua miseria forse guardava con paterna simpatia ai più giovani Iridium e nulla esclude che in quell’isolamento avesse sviluppato anche una certa passione amorosa per le sfolgoranti api d’oro: immaginate quindi cosa deve aver provato a sentirsi sfottere e chiamare “antenna rotta”: dapprima ferito, come mozzicato da un aspide, pensò forse di mettere fine alla sua ormai inutile esistenza, ma poi ricordò gli insegnamenti dell’accademia e allora il suo odio per i fottuti Mericani, che era composto da una buona parte di amore, divampò nuovamente.

Non si è mai capito come abbia fatto, ma Kocmoc abbassò da solo la sua orbita e gira e rigira, gira e rigira, dopo dodici anni di cauto avvicinamento, nel febbraio del 2009, proprio in corrispondenza della Siberia, il magnifico russo portò la giusta retribuzione sul femminiello Iridium, inculandolo da dietro all’entusiasmante velocità di VENTISETTEMILA CHILOMETRI ALL’ORA mentre cantava un inno bolscevico.

E per la prima volta nella storia un satellite russo disintegrò un satellite americano (perendo purtroppo nell’eroico gesto), e per l’ultima volta la stella rossa del comunismo rifulse gettando nel terrore i plutocrati e i loro pallidi scherani.

Quindi noi diciamo onore al compagno Kocmoc 2251 e Russia-Merica 1 a 0.

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Sulla manticora e la carne degli uomini

Se cercate su google “manticora” e “gelada” troverete diversi siti in cui si ipotizza che l’immagine del mostro venga dalla deformazione di quella di certi babbuini.

Ad es. da Supereva : “Vi sono però dei babbuini chiamati “gelada” che vivono in Etiopia, in terreni aridi e rocciosi. Hanno la voce a trombetta, il pelo fulvo, la coda spessa terminante con un ciuffone e camminano a quattro zampe. Non sono carnivori ma hanno denti enormi e quando si arrabbiano scoprono le gengive rosse. Il fatto che un animale etiope sia finito nelle cronache persiane del V secolo AC può essere spiegato perché all’epoca i gelada vivevano in quasi tutta l’africa del nord. Egizi e numidi solevano tenerne alcune al guinzaglio, e all’epoca l’Egitto era una colonia persiana.

Poi dal 5clone: “Inoltre la manticora è anche associata ai gelada, babbuini che vivono in Etiopia, in terreni aridi e rocciosi. Hanno la voce a trombetta, il pelo fulvo, la coda spessa terminante con un ciuffone e camminano a quattro zampe. Non sono carnivori ma hanno denti enormi e quando si arrabbiano scoprono le gengive rosse.”

E da misteri.esoteria: “In Etiopia vivono dei babbuini chiamati gelada che hanno il pelo fulvo, la coda che termina con un aggroviglio di peli e camminano a quattro zampe, questi non sono carnivori, ma hanno dei denti enormi e gengive rosse.”

E nel forum l’antrodelleanime: “In Etiopia vivono dei babbuini chiamati gelada che hanno il pelo fulvo, la coda che termina con un aggroviglio di peli e camminano a quattro zampe, questi non sono carnivori, ma hanno dei denti enormi e gengive rosse. Come sia finita questa creatura nelle cronache persiane del V secolo AC può essere spiegato in un solo modo: poiché all’epoca, i gelada vivevano in tutta l’africa del nord.”

Persino in un articolo più serio, da bibliomanie: “Nel tempo, gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi di identificazione per la manticora: […]. Altri, basandosi invece sull’allusione pliniana all’Etiopia (confinante con l’Egitto, all’epoca possedimento persiano), hanno preferito il gelada, un babbuino del nord Africa, amante delle zone aride e rocciose, dotato di voce chioccia e stridula, con il pelo fulvo e l’andatura quadrupede e munito di una coda terminante con un vistoso ciuffo. I gelada non sono ovviamente antropofagi (né carnivori), ma se vengono infastiditi, mostrano una formidabile dentatura.”

Eccetera eccetera.

E’ evidente che tutti questi brani sono molto simili e pur senza mai menzionarla vengono da un’unica fonte, e lo sappiamo per certo per il semplice motivo che quella fonte siamo noi. In rete infatti si trova il testo che scrivemmo all’epoca e che fu anche inserito su wikipedia nel 2004 e prontamente cancellato dai soliti mediocri dell’enciclopedia quasi libera.

Nel giro di 12 anni l’ipotesi si è diffusa nonostante la censura wikipedesca ma è stata attribuita a una generica terza persona o a fantomatici “studiosi”. La cosa più buffa è che quel testo era a sua volta una rimasticatura di una lezione che l’Elia tenne nel 1982, in cui si aggiungeva una considerazione interessante:

“Sull’origine della sfinge, leggo che Ambroise Paré, nel riprendere quanto annotato da Andrè Thevet nella sua Cosmografia, faceva un po’ quel che ho fatto io con la manticora: si chiede cioè se il modello originale non fosse una scimmia.
Thevet riferisce infatti che trovandosi presso il mar Rosso, più volte gli era capitato di vedere arrivare certi indiani che portavano con loro una creatura mostruosa e singolarissima. Si trattava di un animale simile a una tigre, ma senza coda, con il viso dalle caratteristiche umane ma con il naso camuso; gli arti anteriori assomigliavano a quelli di un uomo, mentre i posteriori avevano le sembianze di zampe di tigre; il corpo era ricoperto di una fine peluria, che si accentuava nei capelli, neri ed increspati. Gli indiani chiamavano questa strana creatura “thanacth” e la cacciavano nelle loro terre a colpi di freccia, per poi gustarne la carne prelibata.
Il Paré si chiedeva se non fosse proprio questa bestia, che forse gli Indiani importarono dalla Siria, alla base della rappresentazione della sfinge.

Ma la cosa più bella per me non è tanto la possibile conferma di una derivazione di questi mostri dalle scimmie, bensì proprio la scoperta di Thevet, grande viaggiatore e cosmografo reale! Bugiardone, arruffone e sfortunato, pure. Sentite: messo in convento a dieci anni, invece di studiare divorava libri di viaggi e d’avventure. Al seguito di un cardinale girò il medioriente e pubblicò una cosmografia del levante, che poi si scoprirà essere opera di un suo scriba, col quale polemizzerà e perderà anche un processo. L’ingiusta fama gli procurò un viaggio in Sudamerica: ci rimase dieci settimane appena e nondimeno scrisse Stranezze della Francia antartica altrimenti chiamata America, che deve essere un delizioso miscuglio di fole. Scoprì per primo il tabacco, lo potrò a casa e lo coltivò, ma lo descrisse solo nel 1575, quando ormai la gloria era già tutta di tale Jean Nicot (da cui nicotina). Diventa poi cosmografo del re e fece stampare, appunto, una Cosmografia Universale, ma litigò di nuovo con un collaboratore. Costui passò al nemico e tradusse in francese la Cosmographie di Sébastian Münster, che uscì tre anni prima di quella di Thevet e gli tolse quasi tutto il pubblico. Sull’onda della traduzione in francese delle Vite di uomini illustri di Plutarco, Thevet rilanciò e ne pubblica una sua, libro mostruoso e di singolare acredine contro i suoi nemici, dove sono elencati con perfetto disordine oltre 200 personaggi illustri presi un po’ a casaccio da ogni luogo ed epoca. Completava il tutto un indice per nome, che rendeva impossibile la consultazione sistematica. Invecchiando continuò a farneticare e si convinse di essere stato in America non una ma due volte (Storia dei due viaggi, postumo). Cosa non darei per una vita così!”.

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Contrarisum 2

Anche su facebook si possono trovare cose interessanti. Il socio Bellassai ci segnala una rara sindrome chiamata come le erbe della Ricola, Witzelsucht, ossia “dipendenza dallo scherzo”, che sembra derivare da una lesione del lobo frontale destro del cervello. Le vittime della malattia producono continuamente motti di spirito e ne traggono un intenso divertimento. Le loro battute però non fanno ridere nessuno e potrebbero classificarsi più come semplici bisticci o freddure (ad es., “Q: What did the proctologist say to his therapist? A: All day long I am dealing with assholes”).

Il fatto curioso è che gli afflitti non riescono più a comprendere forme di umorismo complesse. Sembra che il danno cerebrale diminuisca la capacità di risolvere problemi, il che confermerebbe che un motto di spirito è simile a un codice o a un gioco enigmistico. C’è da dire però che questi drogati della battuta appaiono inoffensivi, tranne per i loro cari, e si divertono con poco. Inoltre nella forma benigna offrono materiale per la pagina delle “risate a denti stretti”. Non si può nemmeno escludere che il loro deficit fosse un tempo la modalità normale di funzionamento cerebrale e che lo humor costituisca invece una degenerazione recente o un errore evolutivo.

Prendiamo ad esempio una delle tante varianti della storiella dei tre desideri. Tre naufraghi trovano la lampada di Aladino: il genio esaudirà un desiderio a ciascuno. Il primo desidera di tornare a casa, il secondo pure, il terzo dice: “ora mi sento solo, vorrei che i miei due compagni fossero di nuovo qui”.

Il soggetto con una lesione al lobo non capisce la battuta, ma il vero problema è perché noi la capiamo, cosa capiamo, e perché ci fa sorridere. Prima di rispondere vediamo un altro spunto preso da internet.

Roberto Di Palma cita un articolo di Zizek, che a sua volta cita Dupuy. Quest’ultimo dice, in sintesi, che gli uomini non tollerano l’idea di essere inferiori ad altri per motivi oggettivi. Perciò ricorrono ad alcuni meccanismi che servono a rendere non umiliante il rapporto di superiorità: la gerarchia (un ordine imposto dall’esterno che mi consente di percepire la mia condizione sociale inferiore come indipendente dal mio valore personale); la demistificazione (il procedimento ideologico che dimostra come la società non sia una meritocrazia ma il prodotto di oggettive lotte sociali, consentendomi così di evitare la dolorosa conclusione che la superiorità di qualcuno sia il risultato del suo merito e dei suoi risultati); la contingenza (un meccanismo simile, che ci consente di capire come la nostra posizione nella scala sociale dipenda da una lotteria naturale e sociale: i fortunati sono quelli nati con i geni giusti in famiglie ricche); e la complessità (forze incontrollabili hanno conseguenze imprevedibili: per esempio, la mano invisibile del mercato può portare al mio fallimento e al successo del mio vicino, anche se io lavoro molto di più e sono molto più intelligente).

gigek

una diapositiva dell’ilare sjigek

Questi meccanismi, si nota, in realtà non contestano o minacciano la gerarchia, ma anzi la rendono accettabile, perché “a scatenare l’invidia è l’idea che l’altro meriti la sua fortuna e non l’idea opposta, l’unica che può essere espressa apertamente”.

Da questa premessa Dupuy giunge alla conclusione che sia profondamente sbagliato credere che una società ragionevolmente giusta, e che si percepisce come giusta, possa essere priva di rancore: al contrario, è proprio in società di questo tipo che chi occupa posizioni inferiori darà sfogo al suo orgoglio ferito con violente esplosioni di risentimento.

Detto questo, e come è stato già notato, ai 4 meccanismi difensivi si può aggiungere l’ironia, considerandola o come una delle modalità con cui si esprime la demistificazione oppure, al contrario, considerando la demistificazione uno dei risultati dell’ironia. L’ironia permette di sentirsi superiore al bersaglio, scaricando l’aggressività senza arrivare al conflitto vero e proprio. In questo modo, inoltre, le persone possono illudersi stare facendo qualcosa contro un sistema che disapprovano. Il sistema però resta pressoché invariato e quando capisce che non ha molto da temere, perché la gente è appunto paga di ironizzare, può persino mettersi a usare lo stesso metodo.

Meglio ancora, i meccanismi individuati da Dupuy possono essere ordinati storicamente: nel ‘700 l’ordine esterno, la gerarchia divina o “naturale” che si voglia, viene demistificata anche attraverso l’ironia ed emerge l’aspetto della contingenza. Nel giro di  un paio di secoli diventa predominante l’aspetto della casualità (lotteria genetica, scontro tra le classi), su cui viene costruita una nuova gerarchia, un ordine apparentemente “naturale” (evoluzione, mano invisibile etc). Quest’ordine viene ulteriormente demistificato e appare la complessità (fine dell’illusione nel socialismo scientifico, fine dell’illusione che il mercato possa autoregolarsi, caos sottostante).

Siamo ormai vicini. La reazione alla complessità è di nuovo una forma di demistificazione, ma siccome sotto la complessità non c’è nulla (o c’è tutto), stavolta l’arma viene rivolta contro se stessa: si demistifica la stessa demistificazione! Che da strumento di conoscenza viene degradata a strumento di consolazione: é il regno dell’ironia come attività di sostituzione, in cui viviamo ancora.

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la comicissima consolazione

Tra l’altro, l’osservazione non è poi nuova. Scriveva notoriamente Platone: “Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice. Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.”
Marx invece riprendeva l’osservazione per cui le cose si ripetono sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

Notare l’inversione temporale, segno di tempi cambiati. Quanto più spazio si concede al sarcasmo, tanto più si allontana la necessità della violenza, e il sarcasmo sempre ripetuto diventa a sua volta oggetto di sarcasmo. Ne deriva che una democrazia degenerata ha tutto l’interesse ad ampliare il dominio della satira, che diventa un succedaneo della violenza e finisce per accartocciarsi su se stessa lasciando il sistema immutato. Quindi bisogna correggere Platone: una democrazia, per abuso di se stessa, può fermarsi prima del sangue e restare nel ridicolo per molto, moltissimo tempo.

E quindi torniamo ai malati di wizzelsucchio: loro questo ridicolo non lo colgono, non li fa ridere. Si beano solo del gioco di parole, come se provassero piacere a trovare una falla nel sistema linguistico. Probabilmente odiano lo stesso linguaggio, che è fatto notoriamente per mentire, e il loro odio si esprime in questa risata demenziale, ininterrotta, spaventosa. Eppure forse fanno bene: se l’ironia non li consola, vuol dire che il loro istinto di lotta ha ancora qualche possibilità di cambiare le cose, invece di perdere elegantemente. Può darsi che l’unica speranza di una vera rivoluzione sia rimessa nelle mani di questi malati, che non riescono a vedere il lato comico dell’inferno.

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Come fatto apposta

Per un caso curioso, ogni volta che ci viene voglia di lasciar perdere il blog viene fuori qualche piccola stranezza che ci fa cambiare idea. Giravamo mestamente per la rete quando ci siamo imbattuti in una tesi di dottorato sull’algebra omologica (argomento che ignoriamo onninamente) che menziona il Nostro. Riportiamo uno stralcio:

“Ciò che stai per leggere è il prodotto di un lavoro di indagine
che esula enormemente dalla matematica; parlare di algebra omologica,
di teoria delle categorie, di geometria, topologia o fondamenti
è funzionale a uno scopo diverso dalla “semplice” matematica.
Come conseguenza, questo lavoro contiene diverse cose in
aggiunta ad essa: la mia visione della materia, che ho raffinato (o
peggiorato, o irrigidito) negli anni; dosi molto elevate di un discutibile,
troppo personale senso estetico; un ancor più discutibile
gusto per il citazionismo e diverse idee che, cresciute in libertà
nell’arco di anni, non sono state smussate, semmai affilate, proprio
perché intoccate.”

In cima, una permutazione della quieta sentenza dell’Elia:

“Le anime, al contrario delle lame, si affilano evitando ogni contatto.”

Spallanzani, che in vita ha sempre avuto l’onore di essere ignorato sia dal popolo che dall’accademia, sarebbe rimasto completamente sorpreso: poi avrebbe pensato che quell’introduzione poteva averla scritta lui, a dispetto dell’evidenza, e infine si sarebbe messo a cercare nelle formule e nei diagrammi di questa tesi un punto di contatto tra la teoria delle categorie e quell’appuntamento mancato per via del destino, o cose del genere. Con una certa puerile baldanza, e non senza compassione, cercare il punto in cui logica infernale e principesco arbitrio si scambiano i ruoli. Il che proveremo a fare anche noi.

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Contrarisum

Nel “motto di spirito” (1905) Freud sostiene che un certo tipo di umorismo somiglia al sogno e che il motto nasconde sotto una forma accettabile un contenuto aggressivo o (manco a dirlo) una pulsione sessuale. Il motto sarebbe una sorta di codice e se gli ascoltatori ridono è perchè colgono il senso nascosto e si liberano di una pulsione che vorrebbero esprimere ma non possono. In effetti, sin da Socrate l’ironia è considerata un modo di “parlare dissimulando”, ma mentre per lui l’ironia mirava alla conoscenza della realtà, per Freud serve a soddisfare l’inconscio. Una funzione francamente miserabile, come quasi tutto il discorso di Freud. A parte il nostro giudizio poco benevolo, sta di fatto che la sua concezione non è universale bensì condizionata da una società che praticava ampiamente la censura (in effetti tutta la struttura mentale descritta da Freud non è altro che la società del suo tempo). Col ridursi dei vincoli espressivi, paradossalmente risulta meno utile (e più difficile) parlare dissimulando: da cui una serie di battute in cui il contenuto aggressivo o sessuale è tutt’altro che nascosto. Se Freud avesse ragione, una società molto libera non avrebbe bisogno di fare battute: e invece continua a farle, solo che diventano meno sottili e somigliano sempre di più a pure affermazioni di odio o di desiderio. Il loro effetto perciò si inverte: invece di fornire un piacevole nascondiglio alle pulsioni, mostrano chiaramente all’ascoltatore quanto è atroce ciò che sente. Questo è il motivo per cui le “battute” di CH non fanno ridere, quindi si può rovesciare la tesi di Freud e sostenere che l’umorismo non nasce dalla liberazione di una pulsione nascosta, ma proprio dalla sua copertura. L’uomo, che in fondo non ignora affatto il suo nucleo malefico ed egoista, ride quando trova il modo di coprirlo ingegnosamente, mentre quando lo vede espresso chiaramente si infuria e si vergogna. Questo “antiumorismo”, che è solo una delle tante benefiche conseguenze del progresso, potrà essere debellato solo con una politica rigidamente conservatrice e il ritorno alle dolci inibizioni di un tempo. Del resto, è noto che i grandi umoristi sono dei moralisti.

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Il problema Euridice

E’ sorprendente la quantità di scrittori che si sono tolti la vita in albergo. Una volta avevamo compilato una lista con la data, il luogo e il metodo. Wikipedia, nella sua inguaribile mediocrità, ci cancellò la pagina degli scrittori suicidi perchè diceva che era una categoria sciocca e inutile, e poco tempo dopo ricreò la categoria, rendendola però molto meno utile della nostra. Comunque abbiamo perso la lista e ora ci tornano in mente solo Esenin (1925), che si impiccò in albergo a trent’anni; Frederick Van Rensselaer Dey (1922), che si sparò; Ernst Weiss (1940), che aveva curato Hitler, e un altro Ernst, Toller (1939); poi Mário de Sá-Carneiro (1916, a 25 anni), che con Pessoa aveva fondato il gruppo Orfeo, e parlando di Orfeo, Cesare Pavese (1950), che si uccise il 27 agosto coi sonniferi. Notoriamente aveva sul tavolino i Dialoghi con Leucò. Ed è proprio in omaggio a quel libro così diverso da suoi che Elia Spallanzani scrisse “Tre versioni di Euridice”, perché lui di ogni cosa aveva almeno tre versioni, e nonostante sia una delle sue cose meno interessanti e spallanzanesche la ripubblichiamo lo stesso:

“Tre versioni di Euridice

(nda: rileggendo trovo accenti patetici, mero terrorismo, ma il tempo fa le cose piatte e prima che la nostalgia ti spinga a mantenere per cimelio, prova ad aggiustare).

le tele che hai tessuto nella notte
il giorno le ha disfatte
c.p.

Orfeo scriveva noticine per un supplemento domenicale, Euridice invece coltivava i bulbi. Quando tra loro tutto finì, lei andò a starsene in un posto affollato e buio. Per ritrovarla Orfeo affrontò molte peripezie noiose a descriversi, quindi udì dalle sue labbra il curioso patto: “per le potenze infernali, io verrò con te solo se giurerai di non amarmi più.”
Orfeo giurò, senza poterle dire la ragione. Nei mesi a venire quel che sentiva lo uccise e i resti li seppellì nelle sue note: l’editore già si lamentava per la vaghezza di certi rimandi e tutto, tutto era una trappola…

no, non va bene.

Invece Orfeo le rispose: è un patto crudele, ed aggiunse molte altre e patetiche parole: non era meglio crepare tra le zanne del cane tricipite?  meglio il sangue nero di Acheronte fin giù nella strozza, che fare del mio cuore il mio nemico… queste ed altrettali. Al che Euridice disse soltanto: “fai tutto tu”, e riprese ad arredare la plutonica dimora…

questa è ancora peggio. No.

Disse Orfeo:  un patto stupido. Io ho tessuto di te le notti! Merito un’ultima occasione. Al che Euridice: così mi hai perso, già allora, e non da ieri. Da quando hai scelto di ascoltare solo la tua voce. Mi hai fatto più grande della vita, schiacciante, fuori di misura; ed è questo che vedo in te quando  mi guardi: nei tuoi occhi, una dea… quindi “per le potenze di cui sopra, io verrò con te se saprai condurmi fuori senza mai voltarti”. Orfeo accettò, ma poi fallì. Voleva tanto la sua musa…

Cazzo! IO VOGLIO che finisca bene! Anche se è brutto. Orfeo devo riuscire.

Il tunnel finisce, si vede già il primo verde, è fatta! Ce l’hai fatta, chiacchierone… dalla morte, il cui vero nome è separazione, alla grande luce del mattino. Che scioglie anche i tuoi canti e la bellezza ultraterrena… puoi voltarti adesso. Ma Orfeo sente le viscere contrarsi e dice: adesso, Euridice, cosa vedrei sotto il sole ragionevole? Io penso…

“tu sei pazzo”

…che amo questa trappola e vorrei che non finisse.

“no!”

perciò giunto alla soglia Orfeo si volta, torna indietro, e stretto tra poco e nulla lui sceglie tutto.”

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Il verme dei ghiacci

Come Borges, anche Elia Spallanzani sentì il bisogno di perpetrare un racconto alla Lovecraft. Purtroppo nel suo sublime dilettantismo il nostro non andò oltre l’incipit, che resta comunque memorabile e che vi riproponiamo nel 126simo anniversario della nascita (di Lovecraft, non del nostro).

“Il Verme dei ghiacci

in memoria

Dalla terra di Francesco Giuseppe sono quattrocento miglia fino alla prima catena: le montagne, alte sei chilometri, emergono per metà dall’altopiano di ghiaccio. Quando la temperatura scende a meno sessanta vedi sbucare qualche verme dei ghiacci. Il verme dei ghiacci è lungo quattro metri, largo quanto un braccio, colore del metallo brunito; non ha occhi, a che gli servirebbero, e la sua bocca ricorda una grattugia rivolta all’esterno. Poiché sulla superficie non vi è nulla che gli aggradi, emerge solo per errore: come le balene che si arenano; per un difetto del suo sonar o di altro strumento inconcepibile che gli permette le sicure traversate dei ghiacciai. Dietro di sé lascia cunicoli così numerosi che se la neve non fosse pressata, schiacciata dai millenni fino alla consistenza del quarzo, se così non fosse… crollerebbe in lastroni di chilometri, a seppellire le poche vite che si avventurano quassù.

Ma dietro i picchi della prima catena c’è un altro altopiano, questo a quota quindicimila piedi, e nel suo cuore c’è un’altra catena, le cui vette superano abbondantemente i nuvoli: trentacinquemila piedi, meno ottanta di temperatura, l’aria così rarefatta che nessuna creatura vi sopravvive: tranne il verme dei ghiacci. Quelli della seconda catena sono lunghi fino a dieci metri, larghi quanto una bombola del gas: di colore più chiaro, vicino all’argento, e per bocca nient’altro che un foro: i denti sono all’interno, lungo tutto il tubo digerente. Invece di strisciare questo verme si avvolge su sé stesso come le macchine tritaroccia del canale sotto la manica: dubito che abbia una mente: dubito addirittura che sia un animale.

Oltrepassata la seconda catena, appare un altro altopiano: immerso in una luce invariabile, è alto trentamila piedi; battuto da venti a trecentocinquanta chilometri all’ora, piatto come la volta di un cranio: al suo centro, finalmente, si innalza la terza catena, al cui confronto le altre due sembrano formicai. Cinquantamila piedi d’altezza, temperatura meno novanta, i bordi affilati come lame dalle correnti a getto, è in tutto simile a un pettine di ghiaccio: regolare, ultraterrena visione colorata d’azzurro: e nel suo ventre ricamano i vermi dei ghiacci: mostri larghi quanto betoniere, lunghi cinquanta e più metri, privi di bocca, di occhi, di pensiero, si torcono senza tregua allo scendere della notte.

Ma dietro queste montagne c’è un altro altopiano: al suo centro, un’altra catena, che lambisce la ionosfera: sulla sua cima, ridotti dalla lontananza, migliaia di fili trasparenti, tesi verso le stelle, anelanti.”

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Sospettare, sospettare sempre

Parlando di roba da mangiare, che poi è un argomento che non stanca, pubblichiamo parte di una delle ultime lettere di Spallanzani alla nipote Letizia.

“Cara Letizia, l’altra notte mi sono svegliato verso le quattro in preda all’inquietudine, mi sembrava di ricordare di aver fatto un sogno sgradevole che aveva a che fare con le etichette, ma i dettagli mi sfuggivano. Tanto per fare qualcosa mi sono alzato e sono andato in cucina, dove un gesto dopo l’altro ho finito per mettermi a mangiare dei biscotti del Mulino Bianco. Ti ricordi la pubblicità del piccolo mugnaio? Io per me l’ho sempre trovata frustrante. Comunque si trattava dei galletti, quelli quadrati, e mentre ne immergevo uno nel latte ho pensato alla frase “inzuppare il biscotto” e mi sono messo a ridere da solo, a lungo, sgangheratamente. C’era qualcosa di orrendo in quella risata da mentecatto e allora sempre per fare qualcosa mi sono messo a leggere l’etichetta dei biscotti, come faccio sempre.

A parte i dati nutrizionali, che tengo in gran conto, amo la lista degli ingredienti e mi sembra che leggendola il sapore dei biscotti migliori. Infatti mi sono sembrati subito più zuccherosi, direi addirittura più cristallini e sgranocchievoli, quando però mi è venuto un dubbio:  “ma questa etichetta, insomma, è sempre stata così?”. Sono già tanti anni che vendono i galletti, ci sarà pur stato qualche cambiamento nella ricetta o negli ingredienti, ma io come faccio a saperlo cara Letizia? Non posso mica fare il confronto con l’etichetta di un anno fa, o di cinque, e chi è che si conserverebbe l’etichetta dei biscotti per vedere se varia la composizione? Allora mi sono detto che avrei chiesto al negozio, ma poi mi è venuto in mente che un’informazione del genere non la sapranno, perché non importa a nessuno, o meglio importa eccome ma a gente che non ne discute in pubblico, et pour cause.

Ma il fatto che la composizione delle merci varia di nascosto mentre l’aspetto resta uguale, questa idea dico, un’idea molto semplice e banale, si è impadronita di me disordinatamente, si è estesa a tutti i settori dell’esistenza e in breve ha intossicato la mia visione della realtà: e per più preciso dire ha riattivato un pensiero che esisteva già latente, che forse è sempre esistito.  […]”

 

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Maschere oltre le persone

Ci è capitata sott’occhio una rivista destinata agli addetti della GDO, la grande distribuzione organizzata. L’ultima pagina è completamente occupata dalla pubblicità della Conad, che però qui assume la forma del proclama. Non ci sono immagini, salvo il logo, e dopo l’enorme slogan “persone oltre le cose” ci sono 2 colonne di testo. Si comincia spiegando che i prodotti in fondo sono tutti molto simili e che la differenza quindi la fanno le persone.

“E persona significa maschera, come ci ha insegnato il teatro antico; maschera, però, non indica il nascondersi ma, al contrario, il mostrarsi interpretando un ruolo”.

E vabbè. Ma non è finita, perché:

“Parola comune e preziosa allo stesso tempo, persona significa anche umanità che ha coscienza di sé”.

Questa seconda precisazione è già più impegnativa. A bene vedere si tratta di due significati molto diversi, forse anche in contraddizione tra loro, che però vengono uniti con scioltezza. Si comincia a capire che il pezzo è stato scritto da qualcuno che ha un’idea, o forse sarebbe meglio dire una visione, che vuole vendere.

“Scavando dunque all’interno di un termine ricco come un frutto generoso e raro, il socio-imprenditore ritrova per intero la propria essenza che unisce la persona al professionista, la coscienza alla missione verso gli altri”.

Quest’altro passaggio contiene delle difficoltà. Se la persona è coscienza e teatro, pare di capire che allora la “missione verso gli altri” sarà il teatro. Questo è importante e ci torneremo. Nel frattempo bisogna anche dire che “missione” è uno dei termini più abusati nella pubblicità destinata agli addetti ai lavori. Viene dal lessico anglosassone, il lavoro come “chiamata”, “missione” eccetera eccetera, residuo verbale dell’interpretazione di Weber. Nel nostro linguaggio era quasi assente e forse la cosa che le si avvicina di più era “ufficio“, che stava a metà tra burocrazia e liturgia. Comunque è notevole il fatto che il socio-imprenditore possa ritrovare la sua essenza, che è altro termine al confine tra scolastica e newage.

A questo punto c’è un’altra affermazione impegnativa:

“La contrapposizione classica e sterile tra chi vende e chi compra è superata: in Conad, chi vende e chi compra sono due persone che camminano serenamente fianco a fianco e vanno avanti insieme”.

Non è certo la prima volta che le catene di venditori cercano di rappresentare una sostanziale alleanza con i consumatori. Le cooperative hanno ripetuto per anni che “la Coop sei tu”, e in quel caso era parzialmente vero, visto che gli acquirenti sono soci. Con la Conad si va anche oltre, non serve nemmeno essere soci per camminare serenamente a fianco al venditore. E’ già tutto nella natura del sistema.

“Domanda e offerta sono due facce della stessa moneta, una moneta che ha grande valore nel contrastare la crescente erosione del potere d’acquisto”.

Qui l’autore è stato un po’ meno felice. La “moneta” di cui parla dovrebbe essere il fenomeno economico in genere, di cui domanda e offerta sono effettivamente due facce: ma con un eccesso di concentrazione l’intera economia diventa “economia” nel senso limitato di “risparmio” e la metafora appare goffa, se non ingannevole. Il seguito conferma questo scivolare dalla tesi alla pubblicità:

“Quando i clienti di Conad vanno al supermercato per comprare “delle cose”, è proprio dalle persone di Conad che si aspettano di più: un frammento di discorso non convenzionale, un sorriso non di circostanza, una presa di posizione rispetto a come gira il mondo”.

Quindi, a quanto sembra di capire, la persona-maschera dovrebbe apparire spontanea, persino emotivamente coinvolta. Il ruolo da assumere perciò è quello del sincero, che è anche l’inevitabile derivato della contraddizione iniziale. In cosa dovrebbe poi consistere la “presa di posizione rispetto a come gira il mondo”? Nel rifiuto della sterile contrapposizione tra venditore e compratore, immaginiamo, e anche nella difesa del potere di acquisto. Messa così la predica (che ripetiamo è destinata ai venditori, non agli acquirenti) comincia ad assumere l’aspetto inequivocabile della menzogna. E in questo è sincera: il venditore deve prendere coscienza di essere venditore e quindi indossare la maschera del cliente.

L’ultima parte è più tradizionale:

“Oltre la soglia di ogni Conad c’è tutto un mondo da scoprire, dove la qualità e la garanzia dei controlli hanno un nome e un cognome”.

Anche questo, in effetti, è quasi completamente falso, perché i controlli sulle merci non li fanno certo gli addetti alla vendita. Non li fa nemmeno la stessa Conad, tranne forse che sui prodotti a suo marchio, che sono una piccola frazione del totale. Tuttavia è coerente (e non nuovo) metterla su questo piano.

“Chi varca la soglia trova ad attenderlo persone autentiche e disponibili, persone capaci di dare un senso a ciò che si vende e a ciò che non ha prezzo”.

Di nuovo la maschera è quella dell’autenticità, e ci si allontana di nuovo dal classico richiamo ai prezzi bassi. Perché Conad sa bene che i prodotti sono effettivamente tutti simili e che la guerra dei prezzi al ribasso è sempre distruttiva, quindi deve puntare su qualcosa che non sia il prezzo: ma tolto il prezzo e la merce, resta solo chi la vende. Che diventa anche lui merce.

Conad, grazie a una pubblicità televisiva abile e di grande successo basata proprio su questi principi, riesce a vendere le persone che vendono, e trasformandole in merce utilizza gli stessi strumenti che si usano per rendere appetibili i prodotti: il venditore non è quindi solo bello e piacevole, ma anche genuino come un pomodoro, e salutare addirittura. La sua maschera svela davvero la sua essenza, che è quella di merce, e forse lo è sempre stata. Questo processo non è nemmeno nascosto ma viene anzi esibito, lo scopo dichiarato, il metodo insegnato. In sintesi, si tratta di scrivere sulla merce “questa non è una merce”. Non stupisce che funzioni.

P.S. Tutti coloro cui abbiamo fatto questo discorso ci hanno risposto in due soli modi: 1) è cervellotico e insensato; 2) è assolutamente banale. Queste due categorie di consumatori (gli ingenui e i consapevoli, potremmo dire) continuano serenamente ad appassionarsi alla telenovelas del venditore di bell’aspetto e di sua moglie. Si può forse dedurne che la migliore illusione è quella che funziona anche quando scoperta.

P.P.S. Questo post è stato trattato con CIF LUCIDA ANALISI.

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Devilman e la guerra santa

Gli attentati delle ultime settimane ci hanno fatto tornare in mente Devilman. Chi ha la nostra età ricorderà le polemiche sul cartone, che conteneva scene violente (per l’epoca) e una morale discutibile, sebbene non nuova. Gli episodi di Devilman erano tutti sostanzialmente uguali, come  accade per questa forma di intrattenimento: si vedeva qualche scorcio di vita comune, Akira che faceva lo scorbutico o l’innamorato, poi appariva un demone che uccideva della gente in maniera inventiva e sanguinaria e poi appariva Devilman, che uccideva il demone in maniera altrettanto violenta e sanguinaria. Uguale la puntata successiva.

Ogni tanto veniva da chiedersi come mai il demone non attaccasse direttamente Devilman, visto che quello era il suo obiettivo principale, e si soffermasse invece a uccidere gente che non c’entrava niente. Alcuni adulti ci vedevano una forma di indugio pornografico e in realtà avevano ragione. Uno degli scopi del cartone era mostrare la violenza in sé, così attraente e pornografica, e poi comunque bisognava concentrare sul demone l’odio dello spettatore, in modo che la sua punizione risultasse più soddisfacente.

Puntata dopo puntata, i demoni sbucati dal nulla uccidevano decine e centinaia di persone senza avvicinarsi nemmeno di un millimetro ai loro grandi obiettivi, che erano eliminare Devilman e conquistare il mondo. Da un punto di vista economico il loro sforzo era demenziale, perché continuavano a sacrificare a uno a uno i loro soldati senza mai riuscire a sferrare un attacco decisivo. Il terrore causato dai demoni, che mangiavano le persone o le scioglievano nell’acido o le riducevano a brandelli, risultava del tutto annullato nell’episodio successivo: come se nulla fosse accaduto, la gente comune riprendeva le sue attività e Akira ricominciava a fare lo scorbutico e l’amoroso litigarello.

A questo punto è evidente che gli attentati terroristici non sono altro che una riedizione di Devilman, ma con una notevole differenza: mentre ormai l’attentato viene mostrato quasi in diretta, la punizione dei terroristi non viene trasmessa.

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Da centinaia di telecamere e migliaia di telefonini riceviamo le immagini di persone inermi schiacciate sotto le ruote di un camion, saltate in aria o prese a pistolettate, ma non vediamo mai la polizia che crivella di colpi l’attentatore, o il momento del suo suicidio (a meno che questo non coincida con l’azione omicidiaria). Le immagini della punizione, che probabilmente esistono, non sono nella disponibilità dei privati ma delle forze dell’ordine, che per un malinteso senso del pudore (o per timore delle reazioni dei sentimentali e dei nemici cronici della polizia) non le mostrano.

Gli attentatori non riescono a conquistare il mondo e nemmeno a uccidere i difensori dell’occidente e continuano a mandare uno o due demoni alla volta, che uccidono un po’ a casaccio e poi si uccidono o vengono abbattuti (il termine, ormai molto frequente, è indicativo: è un po’ burocratico, si usa per i cani malati e per le mucche. Probabilmente il suo utilizzo ha più motivazioni, anche contraddittorie, ma questo richiederebbe un articolo a parte). Dopo ogni attentato, che in teoria dovrebbe sconvolgere le nostre vite come l’attacco di un demone, la routine riprende quasi uguale a prima, fino al prossimo attentato.

Quasi. Perché la differenza tra il cartone e la realtà è che il primo ha ancora una funzione catartica, carica il nemico di obbrobrio e poi ne mostra in dettaglio la punizione e la morte, mentre lo spettacolo dell’attentato si ferma alla prima parte. E in questo modo non risulta soddisfacente e tranquillizzante come il cartone, il che è una grave pecca nell’organizzazione della società. Lo stato dovrebbe capire che alla gente non basta la notizia rassicurante che il terrorista è stato “neutralizzato”: perché possa sentire davvero sollievo è necessario che lo veda preso e ucciso nella maniera più cruenta possibile. L’immagine della morte non è controbilanciata dalla descrizione della morte: ad immagine deve corrispondere immagine, il cartone deve andare avanti secondo le antiche regole del genere e non può essere censurato (tra l’altro solo in parte) per sciocchi pregiudizi moralistici.

Quindi, se è impossibile evitare la diffusione di scene atroci come l’assassinio di decine di persone inermi, diventa però necessario mostrare anche l’uccisione dei mostri. In caso contrario l’attacco dei demoni rischia di non essere dimenticato fino al prossimo episodio, ma di accumularsi ai precedenti e successivi, generando nello spettatore un desiderio di violenza sempre più forte e forse incontrollabile. Se l’orrore viene scaricato volta per volta, la società (di Devilman e la nostra) può andare avanti tranquillamente, mentre se si accumula prima o poi spingerà la gente alla disperazione o scoppierà con una forza inaspettata. E allora non sarà più sufficiente a saldare il conto mostrare la morte di un terrorista: ci vorrà molto più sangue.

Lo spettacolo del terrorismo, come ogni spettacolo, può non essere dirompente ma anzi precisamente funzionale al mantenimento dello status quo: perché ciò avvenga, però, deve svolgersi secondo le regole dello spettacolo.

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Il molare della fava

Ormai è difficile trovare lettori se non si menzionano pokemon o immigrati, o almeno femminicidi. Essendo impreparati su quest’ultimo argomento, e non volendo diffondere ulteriormente il primo, siamo andati a recuperare un vecchio raccontino buffo del Nostro, scritto probabilmente pochi mesi prima del sua decesso (è noto che l’umorismo è affine alla morte). Parla appunto di immigrazione ma si vede che è stato scritto in tempi più innocenti.

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“Nel 1986 Abù Abib raggiunse fortunosamente le coste italiane e si diede all’accattonaggio. Nel 1993 aveva conquistato un posto di lavavetri al semaforo della stazione, ma nel 1996 la sua fortuna si esaurì e fu fermato dalla polizia a bordo di un motociclo sospetto, per non dire rubato, ridipinto, truccato e incendiato, e poi di nuovo ridipinto. In quella si scoprì che Abù Abib era senza libretto, marmitta, targa, freni ed assicurazione, e che era stato già fermato altre sette volte ed espulso dal patrio suolo: si scoprì inoltre, cosa ti vanno a scoprire, che l’uomo era solito regalare false generalità: e così era stato Abì Abù a Torino, Abel Abà a Fregene, Babù Babèl a Capri, et cætera. Tutta queste persone risultavano comunque espulse da anni.

Tratto a giudizio direttissimo, gli fu assegnato un legale d’ufficio. Quest’uomo annoiato sostenne con ogni verosimiglianza che il motorino circolava sì senza assicurazione, ma di questo non si poteva incolpare Abù, Abì, Abèl, o comunque si chiamasse, in quanto è chiaro che nessuna compagnia avrebbe mai assicurato un motorino rubato. La colpa era quindi del governo.
Quanto alle false generalità, l’avvocato spergiurò che Abì non era bugiardo ma solo ignorante, e che in particolare lo confondevano le vocali, dacché la sua lingua gutturaloide ne faceva a meno.
Gli fecero notare che il suo assistito aveva comunque sul groppone sette decreti di espulsione, ma il legale replicò che si trattava di un caso di forza maggiore. Disse: signori! il mio assistito è zoppo! come volete che raggiunga il confine, uno zoppo?

L’aula come di costume era vuota: c’erano solo il giudice, il pm, due poliziotti in borghese e l’addetta alla registrazione. tutti però guardarono Abù, che zoppicava vistosamente. E veramente era zoppo: zoppo quanto lo può essere un uomo! Da quando una strana malattia gli aveva ristretto la gamba destra, che adesso era due centimetri più corta dell’altra.
Il piemme mugugnò che prove non ce n’erano, che insomma era una farsa, che poteva fingere e rattrappire a bella posta la gamba, che ci volevano dei documenti. Il giudice non convalidò l’arresto ma rinviò l’udienza alla settimana successiva.

Abù uscì dall’aula tutto lieto. Non aveva capito molto dell’intera vicenda e credeva che l’avvocato d’ufficio fosse il console del Marocco: gli si rivolse quindi nel suo dialetto tribale. Ma l’avvocato aveva altro a cui pensare: alla prossima udienza non sarebbe andata così liscia. Restava il problema di dimostrare legalmente che lo zoppo era zoppo.
Per un italiano sarebbe bastato andare da un medico, ma Abù era senza documenti e nullatenente, e non parlava una parola di italiano. Il suo legale capì la gravità della situazione e propose di investirlo con la macchina. Poi l’avrebbe trascinato al pronto soccorso, dove una lastra gliela dovevano fare per forza. Abù non capì e rispose toccandosi il petto e la fronte, gesto che di solito bastava a far contenti gli italiani.
L’avvocato lo accompagnò allora sul posto di lavoro, nella speranza di ricevere in pagamento almeno un diecimilalire o una musicassetta pirata, ma Abù non se ne diede per inteso, scese dalla macchina e salameleccò di nuovo. Il legale stava quindi per mandare ad effetto il suo proposito, ma non ci fu bisogno di arrivare a tanto: appena tornati al semaforo, certi concittadini di Abù lo assalirono senza ragione a pugni e a schiaffi, e l’ambulanza ci volle davvero.

All’ospedale però il medico si rifiutò di attestare che o zoppo zoppicava perché, a suo dire, il paziente non era in grado di spiegare come mai zoppicasse; ed era la sacrosanta verità, in quanto Abù non parlava italiano.
Dio mio, ma zoppica! lo vede chiunque che zoppica! fategli delle lastre, disse l’avvocato. Ma quel giorno l’apparecchio non funzionava, o il personale era in agitazione, o viceversa. Il medico di turno si limitò a scrivere nel referto che il paziente era non normo ambulante per causa idiopatica, id est, ignota.

A stento rattoppato, Abù uscì dall’ospedale rollando e beccheggiando come il migliore dei carretti siciliani e si riavviò lemme lemme al suo semaforo: da anni per lui la vita si riduceva al frastuono dei clacson interrotto da poche ore di oblio: l’idea di finire in galera, espulso o persino cadavere, non gli faceva né caldo né freddo: pensava anche che il palazzo di giustizia fosse la casa del Re d’Italia, che ogni tanto lo mandava a chiamare per sapere se era contento.

L’avvocato in cuor suo schiumava dalla rabbia: non per la sorte di Abù, di cui gli importava meno di niente, ma per il dispetto di non riuscire ad ottenere il documento giustificativo. Decise quindi di andare in fondo alla faccenda e tornò all’originario proposito di inscenare un investimento: in retromarcia, a cinque chilometri all’ora, toccò appena il posteriore di Abì e si diede a urlare come un ossesso “mio dio l’ho ucciso!”. Di nuovo l’ambulanza, di nuovo l’ospedale: qui tutti i medici concordarono che la gamba destra era malconcia: probabilmente il forestiero sarebbe rimasto zoppo a vita: ma non era detta l’ultima parola!

Come? disse l’avvocato paonazzo in volto. Come rimarrà zoppo? lo era già, zoppo! Ma non lo vedete che ha una gamba più corta dell’altra? non l’ho mica azzoppato io!

I medici convennero che per essere una frattura fresca si era rimarginata in fretta, ma per sapere come stavano le cose sarebbero servite delle lastre. Senonché la macchina… e il personale… trascorse così una settimana e giunse di nuovo il giorno dell’udienza: il giudice era stato trasferito, il piemme era andato in pensione, i poliziotti in borghese borgheseggiavano chissà dove sulle orme di fantomatici Abì e Babì, più in generale nessuno si ricordava della vicenda. Fu di nuovo tirata in ballo la storia dell’assicurazione, poi quella delle vocali. Alla fine, giusto per chiarirsi meglio le idee, il giudice rinviò l’udienza alla settimana successiva, fermo restando che la palese zoppìa andava rigorosamente dimostrata.

Da allora nulla è cambiato. Le udienze e i ricoveri si susseguono senza sosta, in un vortice di nuovo e agitato personale. Non c’è mai lo stesso giudice, mai lo stesso medico. Il fascicolo si gonfia di carte reticenti che nessuno legge, la macchina delle radiografie continua a disfunzionare, l’avvocato di Abì gli ha regalato una scarpa col rialzo.”

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teH pHezback

Da cosa nasce l’odio del nostro inviato per il turismo? Nel suo taccuino, buttato come al solito in mezzo a cose che non c’entrano nulla, un breve flashback rivelatore. Dobbiamo supporre che sia stato scritto a Marrakech, quando era già preda dell’allucinazione.

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