Una buona e una cattiva notizia

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Indagando sulla lista cinese abbiamo trovato un articolo di asphalto in cui si illustra il molto lodevole metodo per generare 10 milioni di trame partendo da 37 situazioni base. L’opera risale al 1919 e si direbbe che questo sia il suo maggior pregio. Altra notizia correlata è che lo stesso asphalto, vecchio covo di troll e logorroici, pare stia per chiudere sconfitto dal buonismo dei social network. Alla prudente saggezza del lettore stabilire quale sia la buona e quale la cattiva nuova.

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Il mistero della lista cinese

Altra nota del nostro su Borges. Inizialmente era destinato a un volumetto commemorativo in onore dell’argentino, ma a quanto pare il pezzo non riscosse l’apprezzamento della zia di Spallanzani, quella stessa che non capiva l’enigma di Crocevia e che Spallanzani considerava un affidabilissimo modello del lettore comune. Benchè contenga alcune gravi inesattezze, lo ripubblichiamo esattamente com’è. Abbiamo solo dovuto censurare degli apprezzamenti su Foucault, che potrebbero esporci a denunzia.

“Il mistero della lista cinese.

                                Nel parlare di Borges, molti ne 
                                scimmiottano lo stile: segno evidente 
                                che questo esiste e si impone
.
                                         Bustos Domecq

Ne L’idioma analitico di John Wilkins[1], sul quale mi sono già soffermato anche troppo, Borges scrive:

“Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che si intitola Emporio Celeste di Conoscimenti Benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in a) appartenenti all’imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi in questa classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, l) eccetera, m) che hanno rotto il vaso, n) che da lontano sembrano mosche”.

Non è da escludere che Borges si basasse su un passo di Kierkegaard, da Repetition: “A wit has said that one might divide mankind into officers, serving-maids and chimney sweeps. To my mind this remark is not only witty but profound, and it would require a great speculative talent to devise a better classification. When a classification does not ideally exhaust its object, a haphazard classification is altogether preferable, because it sets imagination in motion”.

Il mio scopo adesso è seguire le tracce della lista cinese (così la chiamerò) nei libri di Borges e poi risalire all’originale.

Il protagonista del racconto Il parlamento[2], Alejandro Ferri, sostiene di aver scritto un breve studio della lingua analitica di John Wilkins, quindi si potrebbe identificare con l’autore. Tuttavia parla senza nessun rispetto del direttore della biblioteca nazionale, che per anni fu lo stesso Borges: quindi l’identificazione è certa. E cos’è il parlamento del mondo? Un gruppo di poche persone convinte di dover rappresentare tutti gli uomini.

“Progettare un’assemblea che rappresentasse tutti gli uomini era come fissare il numero esatto degli archetipi platonici, enigma che ha impegnato per secoli i perplessi pensatori. Suggerì quindi che, senza spingersi oltre, don Alejandro Glencoe rappresentasse non solo i possidenti, ma anche gli uruguaiani, così come i grandi precursori e gli uomini dalla barba rossa e quelli che stanno seduti in poltrona. Nora Erfjord era norvegese. Avrebbe rappresentato le segretarie, le norvegesi o semplicemente tutte le belle donne? Bastava un ingegnere per rappresentare tutti gli ingegneri, compresi quelli della Nuova Zelanda?”

Dopo il richiamo a Wilkins torna il principio beffardo della lista cinese, lo stesso problema. A questo punto non stupisce affatto che tra i vari libri acquistati dal parlamento del mondo ci siano anche “i serici volumi di una certa enciclopedia cinese”. Che forse non è quella “certa enciclopedia cinese” messa a paragone dell’enciclopedia francese in Testi prigionieri: “Meno copiosa di una certa enciclopedia cinese che consta di milleseicentoventotto tomi in ottavo di duecento pagine ciascuno, la nuova Encyclopédie FranÇaise […] non supererà i ventuno volumi”. Borges precisa che “la nuova enciclopedia rifiuta l’ordine (o il disordine) alfabetico, e tenta una classificazione “organica” delle materie”. I curatori ne sottolineano l’originalità ma “dimenticano che questo fu il metodo delle prime enciclopedie, e che la classificazione alfabetica fu, a suo tempo, una novità”. Non è neanche l’enciclopedia perduta di cui parla altrove, scritta per ordine del terzo imperatore della dinastia luminosa e conosciuta come yongle da dian, composta di 22.877 voci e divisa in 11.095 volumi, scritta a mano, completata nel 1408 e copiata per due volte nel 1567, di cui non restano che frammenti. E’ inutile notare che la spaventosa dimensione di queste enciclopedie nulla dice della loro reale grandezza, e che la breve lista cinese di 14 voci è ben più inesauribile.

Ma le apparizioni della lista e dell’idea non finiscono qui, perché Borges ne parla anche nel Gruppista[3], dove si ipotizza la ridevole esistenza di infinite e variabili corporazioni:

“il genere umano, mi spiegò, consta, nonostante le differenze climatiche e politiche, di un’infinità di società segrete, i cui affiliati non si conoscono in quanto cambiano ad ogni istante di status. Alcune durano più di altre; verbi gratia, quella degli individui che ostentano un nome catalano o che comincia con la G. Altre si dissipano presto, verbi gratia quella di tutti coloro che adesso, nel Brasile o in Africa, aspirano l’odore di un gelsomino o esaminano, con maggiore attenzione, un biglietto dell’autobus. Altre ancora permettono la ramificazione in sottospecie che di per sè interessano; verbi gratia, i colpiti da tosse convulsa possono, in questo preciso istante, calzare pantofole o darsi, veloci, alla fuga in bicicletta o trasbordare a Témplery. Un’altra specie è costituita da coloro che rimangono estranei a questi tre tratti tanto umani, tosse asinina compresa”.

E, tornando al linguaggio, non bisogna scordare Funes[4], che ricorda tutto e ogni cosa nei minimi particolari e con l’intensità di un dolore fisico, tanto che, paralizzato dalla caduta che risvegliò la sua mente, pensa un giorno di crearsi un proprio sistema numerale, in cui settemilatredici si dice “Maximo Perez”, e cinquecento si dice “nove”. Subito Borges richiama Locke, che nel XVII secolo propose e scartò un idioma in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio.

“Funes aveva pensato, una volta, a un idioma di questo genere, ma l’aveva scartato, parendogli troppo generico, troppo ambiguo. Egli ricordava, infatti, non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna della volte che l’aveva percepita o immaginata”.

Dirò ora qualche banalità, di quelle che in ambito accademico sogliono giustificare le pedanti ricognizioni di idee altrui: l’idioma analitico di Wilkins presuppone una catalogazione di tutto l’esistente e la sua riduzione a quaranta categorie, di modo che associando categorie e sottocategorie a lettere si possano comporre parole che sono il loro significato, che sono il preciso sentiero da seguire lungo la mappa delle cose, per trovarle. Ovviamente ogni divisione del mondo è arbitraria, e la lista cinese ne è il fulgido esempio. Ovviamente questo è un difetto dell’essere, della sua inesauribilità. L’opposto di Wilkins è quindi Funes, con la sua lingua fatta solo di nomi propri arbitrari, e per di più riferiti non solo ad ogni cosa, ma anche alla percezione soggettiva di ogni cosa, in ogni istante del tempo.

Dirò infine qualcosa di più interessante ed oracolare: contrariamente alla lingua di Funes, quella di Wilkins può esistere, e anzi di fatto esiste, almeno in parte. Allo stesso modo, a differenza degli archetipi platonici, nel loro ordine divino, la farraginosa lista cinese può esistere ed esiste. Sbaglia Foucault[5] quando, con la triplice arroganza del filosofo, del francese e del f***** attribuisce a Borges l’invenzione della lista, come se fosse un semplice gioco della mente, un paradosso da filosofuccio. La lista esiste, esiste realmente la misteriosa enciclopedia cinese citata da Kuhn e ripresa da Borges, e non è uno scherzo ma un’illuminazione. Ho le prove di quel che dico, ma per adesso darò solo un indizio preso dal manuale di zoologia fantastica[5]:

“Nell’Anthologie raisonnée de la littérature chinoise (1948) di Margouliès, figura questo misterioso e tranquillo apologo, opera di un prosatore del secolo IX:
Universalmente si ammette che l’unicorno è un essere soprannaturale di buon augurio; così dichiarano le Odi, gli Annali, le Biografie degli uomini illustri, e altri testi la cui autorità è indiscutibile. Perfino i bambini e le donnicciole sanno che l’unicorno è presagio favorevole. Ma quest’animale non figura tra gli animali domestici, non sempre è facile incontrarlo, non si presta a essere classificato. Non è come il cavallo o il toro, il lupo o il cervo. Stando così le cose, potremmo trovarci di fronte all’unicorno, e non sapremmo con sicurezza se è lui. Sappiamo che il tale animale con criniera è cavallo e che il tale animale con corna è toro. Non sappiamo com’è l’Unicorno”.

[1] In Altre inquisizioni.

[2] Attualmente nel Libro di sabbia.

[3] In Cronache di Bustos Domecq.

[4] In Finzioni.

[5] Le parole e le cose, introduzione.”

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La scrittura circolare

La Fondazione è così attenta all’attualità che cannata la commemorazione di Pasolini (che il Nostro non apprezzava particolarmente, e di cui perciò non abbiamo molto da dire: se il non aver molto da dire fosse motivo sufficiente, in rete, per non parlare di un argomento), cannata la commemorazione, dicevamo, vogliamo riportare invece l’ennesimo appunto spallanzanesco scritto in memoria di un autore ben più provocante, Borges.

“In Thlon, Uqbar, orbis tertius Borges racconta di aver udito da Bioy Casares la memorabile sentenza degli eresiarchi di Uqbar: “la copula e gli specchi sono abominevoli, poiché moltiplicano il numero degli uomini“.

Verificando nell’Angloamerican Cyclopedia (che esiste davvero), la frase diventava: “per uno di questi gnostici l’universo visibile è illusione, o – più precisamente – sofisma; gli specchi e la paternità sono abominevoli, perché lo moltiplicano e lo divulgano“.

Ne Il tintore mascherato Hakim di Merv, contenuto in Storia universale dell’infamia, c’è un capitoletto intitolato “gli specchi abominevoli”. Qui si riassume la dottrina del profeta velato del Khorasan: “la terra che abitiamo è un errore, un’incompetente parodia. Gli specchi e la paternità sono abominevoli, perché la moltiplicano e confermano“.

Nella cosmogonia di Hakim, che è una mera amplificazione di quella dello gnostico Basilide, l’universo sensibile è l’ultima delle 999 emanazioni delle 9 ombre del dio spettrale: “il signore del cielo che sta in fondo è quello che governa – ombra di ombre di altre ombre – e la sua frazione di divinità tende allo zero“.

Il profeta velato torna nello Zahir (l’Aleph), dove è chiamato Al-moqanna dello Jorasàn. Prevedibilmente, una Difesa dell’ingannevole Basilide contenuta in Discussione ripete: “il signore del cielo finale è quello della Scrittura, e la sua percentuale di divinità tende allo zero“.

E poi vertiginosamente: nella Difesa della cabala, “l’intervento del caso tende allo zero”; nello Zahir si da’ “vedere la tigre” come perifrasi di impazzire; in Tigre blu, il protagonista è perseguitato da monete che non si sommano come si deve; e lo zahir è una moneta; in Thlon, l’esempio delle nove monete per contestare la causalità; ne L’arte narrativa e la magia, la magia come “forma estrema della causalità”; ivi la citazione di Chesterton: “as all stars shrivel in the single sun / the words are many, but The Word is one“, che risuona in quella di Plotino: “il sole è tutte le stelle, / e ogni stella è tutte le stelle e il sole“.

Borges le cita entrambe ma, sempre più strano, non sembra accorgersi che sono una, e che sono lui.”

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Contro Paul Auster

Ci sarebbe piaciuto apprezzare la Trilogia di New York di Paul Auster, ma così non è stato: forse il problema è che già in partenza speravamo di trovare un nuovo grande racconto, e meglio ancora un nuovo grande autore. C’erano tutte le premesse: La città di vetro, il primo libro della trilogia, comincia infatti con uno scrittore che per uno strano cortocircuito si trova ad indagare sulla torre di babele, sulla caduta, sulla lingua perfetta, insomma sui nostri argomenti prediletti. Fino a pagina 53 abbiamo letto con vero piacere, una cosa ormai rara. A pagina 77 iniziavamo però a dubitare, e poi è stato sempre peggio; l’abbiamo finito comunque, perché troviamo miserabile abbandonare i libri.

[Inciso: bisognerebbe chiedersi “se non ci è piaciuto, perché parlarne?”. Lodare e denigrare sono operazioni emotive, che non hanno nulla a che fare con l’esercizio della lettura: quindi abbiamo deciso che ne parliamo per puro caso, solo perché a pagina 25 abbiamo trovato questa frase:

Vedo la speranza dappertutto, anche nel buio,
e forse alla mia morte diventerò Dio

Anche Elia Spallanzani aveva scritto più o meno la stessa cosa, il che significa che o lui e Auster l’hanno letta da qualche parte, o che è una necessità del pensiero. Per quanto ricordiamo, il primo ad averla pensata, e nella forma più bella, fu un imperatore romano: con infinita esaltazione, con tristezza, disse sotto il coltello: povero me, credo che sto per diventare un Dio. Fine inciso]

Il protagonista de la città di vetro si chiama Quinn, fa lo scrittore di gialli e usa lo pseudonimo di William Wilson, che è il nome di un personaggio di Poe.
Quinn però richiama alla mente Quain, lo scrittore fittizio dell’esame dell’opera di herbert quain, di Borges. Nelle prime righe di questo racconto si critica l’accostamento tra Quain e Agatha Christie, cui dobbiamo le dimenticabili storie di Harley Quin, l’investigatore fantasma, e probabilmente il nome stesso di Quain.
Il primo libro attribuito al falso Quain si intitola The God of the Labirinth e ne L’anno della morte di Ricardo Reis di Saramago, il protagonista (eteronimo di Pessoa) ruba sul piroscafo che lo conduce a Lisbona proprio The god of the labyrinth: ora, in portoghese Quain suona come la parola “chi”, per cui l’autore diventa “Herbert chi?” ed il romanzo, un giallo combinatorio, che più volte Reis tenterà di leggere fino in fondo senza mai riuscirci, è in realtà anch’esso fittizio. Quindi il doppiamente finto Reis sta leggendo un libro ancora più finto*. Dal canto suo, il Quinn di Auster non si perita di spacciarsi per Paul Auster, investigatore privato, e poi lo incontra pure e scopre che in realtà fa lo scrittore e si dedica a un saggio sul Don Chisciotte, dove sostiene che l’autore fittizio dell’opera, il moro Cide Hamete Ben-Engeli, è in realtà lo stesso Chisciotte, che ha scritto in arabo la sua storia perchè Cervantes la traducesse.

Uno spappolamento. E non c’è fine, non c’è fine, perché il Quinn di Auster prima di svanire scrive le sue impressioni in un taccuino rosso e il protagonista de La stanza chiusa, l’ultimo pezzo della trilogia, riceve dall’asserragliato Fanshawe un taccuino rosso, che è il libro definitivo, e lo strappa; ma questo personaggio confessa di essere anche l’autore della trilogia e il nome fittizio di Fanshawe è Henry Dark, che è anche il nome del personaggio fittizio inserito da Peter Stillman ne “Il Giardino e la Torre“, nella Città di vetro. Stillman vuol dire “ancora uomo” e Fanshawe è un personaggio di Hawthorne e i personaggi di Fantasmi, il secondo libro della trilogia, parlano di Wakefield, che è un racconto di Hawthorne che è affine a Bartleby, di Melville, che è affine al silenzio…

Attraverso tutti questi nomi, il libro di Auster non si limita ad illustrare il caos ma lo produce… ed è stupido, inesorabilmente stupido e brutto, disperante…

[Inciso: “soprattutto lo attanagliava il problema del Male”. Hawthorne, come Melville, come Dick, come il magnifico Russo, come Borges, come Gadda: per tutti loro era essenziale il problema del male: la giustificazione. La teodicea.
Perchè dio tenta gli uomini con l’albero del bene e del male? perchè distrugge la torre di Babele? Per oscura malizia: e se ci fece deboli, fu per poterci vessare… ma di tutti solo Borges risolve efficacemente il problema, con una citazione. Ciò dipende dal fatto che era morto**: la sua superiorità dipende… fine dell’inciso]

Diversamente dai maestri, per Auster il male non è un problema, ma una circostanza. I suoi personaggi hanno tempo anche per andare al bagno o al cinema, anche per scopare. Questa è forse la cosa che più ci ha offeso della trilogia, in particolare dell’ultimo libro, il più lungo, e il peggiore: l’introduzione del sesso nella storia. Sono solo poche pagine ma stridono terribilmente.

Con questi romanzi si distrugge il racconto. Auster non è certo il primo a farlo, di sicuro non è il migliore, eppure è letto! ammirato. E’ oggetto di tesi di laurea, di interpretazioni diligenti quanto vane. E’ un civile e rassegnato… leggibile araldo dello sconforto***… perchè se non esiste il racconto, il male non ha più giustifica.
Auster però non deve vincere: il lirismo deve vincere.

                           il Santo, sia benedetto il Suo Nome, tesse disgrazie 
                           perchè agli uomini non manchi di che cantare.

Note

* e non è neanche finita, perché

1) l’ultima opera del Quain borgesiano è una raccolta di otto scritti, e guardacaso il giardino dei sentieri che si biforcano, prima di trasformarsi in finzioni, conteva appunto otto scritti, quindi Quain è Borges.

2) Ma Quain è anche Queen, Ellery, come nota quest’altro individuo. Dal punto 1) deduciamo che Saramago, quando nell’intervista dice “Tra le opere che Borges ha scritto, e quelle che ha attribuito a Herbert Quain, non c’è invece nessun tipo di dialogo”, dice una cazzata. Dal 2), che all’acribia e all’onanismo non c’è limite.

** contrariamente a quanto si dice in giro, Borges non morì nel 1986 in un albergo di Zurigo, ma al principio del 1939, nel sud: come racconta lui stesso ne Il Sud sotto lo pseudonimo di Juan Dahlmann. E racconta appunto che, avido di esaminare una copia delle mille e una notte, salì di fretta le scale e qualcosa lo colpì alla fronte: la ferita si infettò e da quel momento tutte le cose furono atroci: “in quei giorni Dahlmann scrupolosamente si odiò”. Sfuggito miracolosamente alla morte, durante il viaggio verso la casa avita si lasciò trascinare in una rissa assurda, in cui morì per semplice puntiglio. Il che ci sembra sublime.

*** il poco di Auster che abbiamo letto in inglese suona decisamente meglio. Non si tratta però di una colpa del traduttore: semplicemente, in inglese abbiamo riconosciuto più in fretta le citazioni perché le conoscevamo già in quella lingua.

**** Lo scrittore postmoderno non deve mai dimenticare queste parole di Spallanzani: “il romanzo automatico che stava ‘scrivendo’ era lungo oltre dieci milioni di parole, e ambiva ad ascriversi al novero di quelle gigantesche opere paradossali che torreggiano sulle vie maestre della storia della letteratura terrorizzando l’incauto viandante”.

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Elia Spallanzani contro la giustizia

Rovistando accaniti tra le scartoffie del Nostro abbiamo trovato un frammento che come al solito non si capisce se sia il diario di un fatto realmente accadutogli o un abbozzo di racconto. Lo riportiamo com’è, salvo per qualche correzione di evidenti errori materiali.

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Carabinieri di XXX
                                                 Egr. sig. Elia Spallanzani,
la Signoria Vostra è convocata urgentemente a riferire presso questa tenenza per motivi di giustizia.
                                                firma illeggibile

Non una data, nessun riferimento. Il giorno successivo andò dai carabinieri a chiedere ragione: gli fu risposto che nessuno ne sapeva niente ma che dallo scarabocchio in calce al bigliettino si poteva arguire che l’estensore era il maresciallo Scognamiglio.
Seguirono scale e androni, nonché varia inchiesta sul milite; il quale però alla fine negò recisamente di sapere nulla del viglietto cilestrino, di Elia Spallanzani e di tutta la sporca faccenda. Opinò tuttavia che il grafismo sottoscrittorio stesse in verità per “Pagliarulo” o forse “Lamparulo”, e che presso la tenenza vi erano appunto militi così nomati. Li si cercò, li si rinvenne al bar di fronte. Entrambi paracaddero dai nuvoli e spergiurarono che no, che mai in vita loro avevano vergati biglietti di convocazione così sbarazzini. In coro aggiunsero che forse il maresciallo Lampascione ne poteva sapere qualcosa, perché era diplomato.

E.S. non aveva permessi per malattia o motivi di giustizia, non poteva prolungare la visita, che gli aveva già tolto mezza giornata, e così propose di vergare isso fatto un biglietto di risposta, per il caso che qualcuno scoprisse cosa volevano da lui. E scrisse:

XXX, allì 5 febbraio 1986
Il sottoscritto, evocato “ad audiendum verbum” presso questa tenenza da un tale Scognamiglio, o Lampascione, o Lamparulo, o Zamparulo che si voglia, vi ha trascorso la mattinata senza che gli si desse udienza. Pertanto, pur restando a disposizione “domi”, declina ogni responsabilità per il pregiudizio ai motivi di giustizia.
                                                firma illeggibile 

* * *

Il biglietto fu ritrovato sei mesi dopo dal tenente Zampaglione, che aprì un’inchiesta: come risultato tutti i pregiudicati del circondario furono convocati “ad audiendum verbum” (il tenente aveva apprezzato l’espressione e l’aveva fatta sua) per scoprire chi fosse e cosa avesse da dire l’estensore del misterioso biglietto, e soprattutto quali fossero i pericoli per i motivi di giustizia che il tale paventava.
Il sottobosco malavitoso, notoriamente incline al panico e alla delazione, fornì una lunga serie di nominativi improbabili, e il giro di biglietti di convocazione si estese di conseguenza. Nell’orgasmo giustizialista il biglietto originario però andò smarrito, come era andata smarrita ormai da tempo la primitiva convocazione del tale Lamparone o Guagliarulo o Scognamiglio che fosse, per cui nel gennaio 1987, preda di orribili dubbi, il tenente Zampaglione ricordò la parola “domi” e prima convocò tutti i sig.ri Domi della regione e poi, dopo un consulto con suo nipote, tutti i diplomati del liceo classico cittadino. Il 5 febbraio 1987 il sig. E.S. e un altro centinaio di persone ricevettero dunque il seguente biglietto:

Carabinieri di XXX
                                                 Egr. signore
la Signoria Vostra è convocata urgentemente ad audiendum verbum presso questa tenenza per motivi (segreti) di giustizia.
                                                firma illeggibile

Al quale E.S. rispose a stretto giro:

XXX, allì 5 febbraio 1987,
Egregi signori, a parte il fatto che sono “dottore” e non signore, ci tengo a precisare che non verrò a riferire nulla finché non vi deciderete a dirmi cosa volete. “Salvis iuribus”.
                                                firma illeggibile

* * *

Il giorno successivo il giornale titolava:

MISTERIOSO ERUDITO SFIDA LA GIUSTIZIA
Si intensificano gli sforzi della locale tenenza per individuare
l’anonimo estensore degli allarmanti biglietti che 
ingolfano ormai l’ufficio postale di XXX. Il professor Lamparone,
assistente di sociologia all’università parificata del Molise,
ipotizza che sotto lo stile classicheggiante si nascondano
dei messaggi in codice.

L’ipotesi, per quanto peregrina, e anzi proprio perché peregrina, sembrò subito rilevantissima. Tutti i lettori del quotidiano si toccarono il naso, a sinistra, coll’indice, nel tipico gesto italiano di chi ha capito qualcosa che sfugge alla massa. E tutti, vedendo che tutti si toccavano il naso, a sinistra, con l’indice, temettero che ci fosse ben altro da capire. Il tenente Zampaglione, dal canto suo, leggendo l’articolo che lui stesso aveva sollecitato si convinse definitivamente di aver messo il dito nella piaga, e convocò “ad audiendum verbum” il professor Lamparone, il cui cognome peraltro gli ricordava qualcosa. Il dialogo tra i due fu molto teso: in fondo Lamparone era dottore, aveva fatto il magistrale ed aveva anche la facies del mitomane, oltre che un irritante codino: poteva ben essere Lui.

Dopo due ore di interrogatorio il professore infatti crollò è confessò di aver comprato la sua tesi di laura, ma negò assolutamente di avere qualcosa a che fare coi biglietti ed i messaggi segreti, tanto più che lui il latino neanche lo sapeva, e per dimostrarlo declinò rosa rosae tutto sbagliato. Sennonché, e questo va detto ad onore del tenente, dimostrare di ignorare il latino è molto più facile che dimostrare di saperlo, chiunque ci riuscirebbe, per cui la prova non fu ritenuta decisiva e il professore venne trattenuto. E se la sarebbe vista brutta se non fosse arrivato un altro biglietto di E.S., che diceva così:

XXX, allì 25 febbraio 1987
egregi signori, vedo che ancora non avete risolto il busillis e, certo per puerile vendetta, mi avete anche multato la seicento. Sappiate però che non cederò alle vostre intimidazioni e tacerò “perinde ac cadaver”, finché non mi avrete detto cosa volete. 
                                                firma illeggibile

“L’affare ingrossa!”, si disse allora il professore molisano temporaneamente ristretto in vinculis, che pur non sapendo il latino aveva riconosciuto il motto dei gesuiti e da quello il legame con Maria Maddalena, il deboscio giovanile, la rivelazione di Lourdes e tutto il bric-a-brac socio-occultistico sul quale si basava la sua tesi, intitolata “Della citazione estesa: da Umberto Eco ai plagiari cinesi e viceversa”. E tutto questo quando all’improvviso…”

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95 08 10 00

Elia Spallanzani era un grande lettore di elenchi, orari ferroviari, bugiardini, tabelle tecniche. Convinto che la bellezza è fin troppo comune e che la letteratura, come il funesto demiurgo, si annida dappertutto, compilava a sua volta elenchi e non testi, che restando clamorosamente incacati sono sopravvissuti alla volgarità del secolo. Ne recuperiamo uno:

“Nel tariffario doganale questo è il codice riservato ai circhi ambulanti e ai caravanserragli. Mi chiedo come si faccia, nella pratica, ad importare un circo ambulante; se ne è mai stato importato uno; se possa ancora parlarsi di caravanserragli o se siano invece estinti come i dodo. Noto pure la sagacia con cui il legislatore ha esplicitamente escluso i pavesi e i gonfaloni dalla categoria dei giocattoli, attrezzi per lo sport e loro affini*.
Il tariffario è un volume sollazzevole: in esso le bambole sono giocattoli, ma non lo sono gli occhi di vetro per bambole, come non lo sono le biciclette per ragazzi, mentre su quelle per ragazze resta il dubbio.
Come tutti i sistemi stratificatisi nel tempo, il tariffario è profondo e incorreggibile: nell’animo nobile indurrà il timore e solo in seguito lo sghignazzo.

Ps. se al posto di 9508100 metti le lettere corrispondenti viene fuori iéha.

* per tacere delle vele per carri a vela. Le esclusioni del tariffario, lette a contrario, gettano luce sulla vita concreta di un tempo. E infatti se i carri a vela vengono esclusi dai giocattoli vorrà dire che qualcuno ha cercato di spacciarli per tali. E magari insisteva! e argomentava capzioso, che un carro a vela è appunto un balocco! e chissà quanto era grande… perché, a dire il vero, se fosse stato di un quaranta centimetri gli avrei dato anche ragione. E ci sarà stata anche una quistione tra coloro, con ricorsi e controricorsi incrociati, bolli e spreco di eloquenza… sulla natura essenziale del carro a vela… perché il legislatore non è mica coglione! Se scrive una cosa ci sarà il suo motivo! Bisognava chiarire questo punto e non arrivandoci la ragione, che è impotente di fronte al carro a vela quanto di fronte all’incarnazione, allora soccorre la volontà… la volontà unica e de-fi-ni-ti-va, la volontà con la vi maiuscola! Che radia il carro a vela da giuochi o lo pone… mio Dio… chissà dove… può darsi che non stia da nessuna parte, che non rientri in alcuna categoria… e che venga menzionato nel libro della creazione solo per essere escluso… come se iddio, nella sua imperscrutabile e sozza volontà, avesse scritto nelle tabule azzurre che il coniglio non è mammifero, non è animale, e non è giocattolo né diavolo né caccola né idea, che non è tutto il resto che è, e basta! Del tutto dissimile, in nulla simile a tutto ciò che è… come appunto…”

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Ripetizioni

La Fondazione si era ripromessa di non parlare più di puzzle pubblicitari visto che ormai sono francamente obs, però non avendo di meglio da fare tradiamo l’impegno. Da circa una settimana è venuta fuori la storia di 11bx1371, un video che mostra un buffo medico della peste che fa strani gesti mentre alle sue spalle appaiono e scompaiono simboli. La gente si è messa a decrittarli e sono venute fuori profezie apocalittiche, immagini di morte (ma vengono da film) e vaghe minacce al presidente americano. Pare che l’origine sia polacca, il che spiegherebbe anche l’uso di un mezzo così antiquato. Giusto per dire, nove anni fa degli italiani cercarono di promuovere il loro disco spedendo dei frammenti di immagini che avrebbero dovuto creare curiosità. Icap è di 10 anni fa, l’accademia dei sogni di Gibson di 12, e l’enigma dei Pink Floyd del 1994.

C’è da dire che l’interesse “spontaneo” per il video sembra piuttosto limitato. Sia su reddit che su twitter la quantità di persone che ne parlano è ridotta, ma la notizia si diffonde ugualmente e gli articoli dei blog ne parlano come di un fenomeno che “impazza” sui social network. Questo (poca gente che ne parla, molta che dice che se ne parla) è un elemento costante di simili puzzle, anche quando non sembrano pubblicità (vedi ad es. Cicada o RC/TH o Toynbee). Naturalmente è difficile che ci siano molti indagatori, come è difficile che l’enigma sia genuino quando spunta gente che fornisce indicazioni criptiche sull’esistenza di altri indizi. Anche se non si può escludere che questi “indizi” vengano da persone che non hanno nulla a che fare col video originale e stanno solo cercando di inserirsi nel gioco.

Alla fin fine se c’è qualcosa di interessante non è il video in sè, né il presunto mistero che contiene, ma il modo in cui la notizia si diffonde. A differenza della bufala, che deve apparire credibile e soddisfare qualche bisogno emotivo del lettore comune, il puzzle deve apparire esoterico e raggiunge la fama quando il lettore comune si identifica con l’indagatore/decrittatore (hint: quindi il modo migliore di far girare la storia è far accadere qualcosa di spiacevole o di piacevole all’indagatore).

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Amleto il proletario cognitivo

proletario cognitivo / vai a far l’aperitivo
per te i figli son svantaggi /
preferisci / animali e tatuaggi

e promuovi la cultura / poi difendi la natura
invece / ti ci vorrebbe una guerra /
per ereditare la terra

W. Shakespeare, sonetto CLV

Ci viene in mente che Amleto è il primo personaggio di una tragedia a noi nota che è andato all’università. A Wittenberg, per la precisione (quindi era anche un fuorisede), dove Lutero aveva affisso le sue tesi. Lì, a quanto sembra di capire, ha conosciuto Orazio, Rosencrantz e Guildenstern, cioè un buon terzo dei personaggi della tragedia. Reduce dall’università tedesca (maestra di occulti giochi della mente, dice Manganelli) Amleto non trova lavoro ma anzi si scopre orbato del padre e del regno.

Mentre Orazio e gli altri due compagni sono già effettivamente dei nobili impoveriti, costretti a guadagnarsi la vita facendo da segretari o da spie, e quindi dei veri e propri proletari cognitivi ante litteram, Amleto è figlio di re e perciò destinato alla grandezza. Proprio perché è più lontano dal modello, finisce per somigliare moltissimo all’immagine che l’odierno prolecogn ha di sé stesso, e cioè di qualcuno destinato per nascita e qualità alla ricchezza e al potere ma di tutto defraudato da un vecchio.

Nel caso particolare il vecchio è lo zio di Amleto, che è definito l’opposto del padre. Viene però da pensare che se il vecchio Amleto fosse rimasto in vita suo figlio avrebbe dovuto restare con la voglia del regno ancora per parecchi anni. Lo zio, a ben pensarci, è un comodo sostituto psicologico del padre perché gli somiglia, fino al punto da prendere il suo posto nel letto di Getrude, e quindi può essere odiato proprio come un padre che non si rassegna a morire, però apertamente.

La reazione di Amleto di fronte al sopruso è proverbialmente incerta. Lo studio lo ha reso scettico, non crede al fantasma ma neppure all’annullamento: la ragione lo fa vile e, cosa peggiore, lui lo sa. Magari intuisce pure che il suo amore per il padre non era poi tanto assoluto. Ma Amleto aveva scelta? Poteva evitare l’università e mettersi a lavorare? Di fatto no. Non c’è nessun lavoro alla sua portata se non quello di re, e il posto è occupato. L’omicidio del padre o del fratello era un’onorata tradizione, un metodo teoricamente deplorato ma in sostanza tollerato per velocizzare il passaggio di potere, iniettare sangue fresco nella struttura e dunque lo zio non fa altro che seguire la tradizione mentre Amleto non ci riesce: la verità è che lui non va all’università per studiare ma PER SFUGGIRE ALLA TENTAZIONE DI UCCIDERE SUO PADRE.

Anche in questo il personaggio è moderno al punto da consentire la formulazione di una legge storica: ciò che accade alla nobiltà si riproduce, a distanza di secoli, nella borghesia, e a distanza di altri secoli nel proletariato. Lo stesso modello di spoliazione e di odio deviato si perpetua e invade tutti i livelli sociali, man mano che questi si affrancano dalle necessità elementari. Solo i primitivi sono liberi di amare il padre, perché morirà presto.

L’umorismo di Amleto, i suoi giochi di parole, la sua ostentazione di idiosincrasie, sono tutti elementi che ricordano il comportamento del proletario cognitivo medio, che passa la giornata a sparlare su internet di chi invidia e detesta. In particolare l’ironia di Amleto spesso non ha un fine conoscitivo, come l’ironia socratica, ma è distruttiva e rinunciataria, cioè è solo un modo educato di perdere e finisce per consolidare il potere invece di minarlo.

E’ vero che alla fine Amleto reagisce, ma il primo che ammazza è uno che non c’entra niente, e manco a dirlo è un altro padre: uno buffo, chiacchierone e fatuo ma tutto sommato innocuo. Amleto si scrolla di dosso la colpa dicendo che se l’è cercata immischiandosi negli affari dei maggiori, e questa sua mancanza di compassione per i vecchi e gli inermi verrebbe oggi definita sindrome narcisistica. In seguito fa ammazzare i suoi compagni di studi da poco convertiti in spie. Allo stesso modo, il proletario cognitivo una volta uscito dal nido familiare sente come suoi nemici innanzitutto i suoi simili, ed ha anche perfettamente ragione. Gli manca quasi del tutto un istinto di classe, proprio perché si immagina come un nobile e quindi non ha ritegno a tradire e sacrificare quelli come lui.

Anche nei rapporti con le donne, si potrebbe dire che Amleto alla famiglia preferisce animali e tatuaggi: critica la lascivia della madre ma intrattiene rapporti poco verecondi con Ofelia e non ha nessuna intenzione di convolare. Probabilmente l’idea di avere dei figli gli fa segretamente orrore, perché immagina che sarebbero come lui. Nei dialoghi con la ragazza sembra sottintendere che se l’abbandona è per il suo bene, una litania che le moderne Ofelie, quelle nella terra di nessuno tra teen e milf, conoscono alla perfezione.

Amleto ama il teatro e piange la morte di un buffone, in uno dei pochi momenti di reale commozione della storia. E’ chiaro che rimpiange l’infanzia e sarebbe un ottimo buffone a sua volta, avendo tanto sofferto. D’altronde Amleto è anche un critico e azzarda giudizi sulla materia e sul linguaggio dei drammi, e se potesse gli metterebbe anche due o tre stelline. In queste valutazioni mostra una sicurezza assoluta, in netto contrasto col suo carattere abituale e in perfetta consonanza con i critici da facebook.

Infine, Amleto ammira e invidia la brutalità e la violenza di Fortebraccio, pur sapendo di non poterle riprodurre, e muore scontrandosi con un altro suo simile. Laerte, infatti, ha perso il padre ma ne ha trovato subito un altro nel re, che lo convince a uccidere Amleto spacciandolo per un atto di giustizia. I due giovani, che nell’insensata scena finale, in uno scambio da beccai, si ammazzano l’un l’altro quasi per errore, ricordano ancora una volta il destino dei contemporanei: che cerchino di combattere il padre con un’ironia da cimitero, o che si mettano al suo servizio per qualche finto ideale, la loro sorte appare segnata ugualmente.

P.S. vedi anche
la seconda come farsa
un altro adombramento di Amleto

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E’ inutile parlare del problema quando il problema è la soluzione

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Continuava ad essere il drago

Saranno passati quasi 25 anni da “In principio era il drago” e adesso l’autore Luca Giuliano sta aggiornando le schede dei gdr. Il nostro passato di giocatori conferisce a queste piccole note una nostalgia che non é comunicabile.

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Da quanto dura questa cantilena?

Ne “L’uomo dei lupi” Freud descrive il caso di un giovane vittima di varie turbe, che vengono fatte risalire a un’esperienza vissuta quando aveva un anno e mezzo. Da adulto, il paziente ricorda che tra i 4 e i 5 anni ebbe un incubo angoscioso: la finestra della sua stanza si apriva e lui vedeva sei o sette lupi su un albero, che lo fissavano: erano bianchi e avevano grosse code da volpi e non facevano nulla se non fissarlo, il che gli provocava un indicibile terrore. Dopo molto ravanare, Freud conclude che questo sogno richiamava un’esperienza di tre anni prima, quando il bimbo si sarebbe svegliato nella culla e avrebbe visto i genitori accoppiarsi more ferarum, ossia per più pulito dire da dietro*.

Essendo una persona intelligente, per quanto fondamentalmente malvagia, Freud prevede le obiezioni alla sua teoria. Scrive infatti:

“Ho già rilevato che certamente sarebbe apparso inverosimile, primo, che un bambino della tenera età di un anno e mezzo fosse in grado di percepire validamente un’azione talmente complessa (aka il coito genitoriale), mantenendo inalterato il ricordo nell’inconscio;  secondo, che fosse possibile per lui, rivivendo quelle impressioni all’età di quattro anni e mezzo, comprenderne il significato; terzo, che potesse esistere un processo psichico atto a riportare alla coscienza, in modo coerente e convincente, i particolari di una scena percepita e compresa in simili circostanze”.

E il buon dottore ha ragione: non solo è inverosimile, ma è letteralmente grottesco. Tuttavia l’obiezione che più lo attira è la seguente: coloro che sottovalutano le impressioni della prima infanzia sostengono che i nevrotici attribuiscono tanta importanza ai ricordi infantili perché hanno la tendenza regressiva a fuggire il presente rifugiandosi in ricordi e simboli tratti da un passato remoto. In altre parole, secondo i critici l’uomo dei lupi non avrebbe visto un bel nulla, o comunque non avrebbe certo visto e ricordato quel che dice Freud: il suo sogno (il fatto stesso di aver sognato) non sarebbe un’esperienza reale ma a sua volta un prodotto dell’immaginazione, che ha origine nella vita adulta e serve a dare una sorta di rappresentazione simbolica di desideri e interessi reali e attuali. Sarebbe quindi non un sogno, ma il sogno di un sogno.

questa è un’immagine messa così, a capocchia, tanto per spezzare

Si vede subito che l’obiezione presenta un punto debole, e Freud lo sfrutta: argomenta infatti che, pur volendo aderire a questa tesi, dal punto di vista pratico l’analisi non cambia affatto. Se il nevrotico ha davvero la tendenza ad allontanarsi dal mondo per fissare la sua attenzione su questi sostituti regressivi, allora all’analista non resterà altro che seguire comunque le tracce di queste sue fantasie: insomma, anche in questo caso l’analisi andrebbe condotta come se si credesse davvero che quelle esperienze erano reali**. Solo alla fine del percorso si potrà spiegare al paziente che i suoi sono falsi ricordi.

Dopo questa parentesi Freud torna a sostenere che le esperienze infantili sono comunque un fatto reale, anche se spesso non vengono realmente “ricordate”, bensì faticosamente ricostruite dall’analista sulla base dei vaghi cenni forniti dal paziente. Non solo: il dottore rivendica di averla sempre pensata così, tanto che ne “L’interpretazione dei sogni” affermava “[…] le prime esperienze della fanciullezza non potevano essere più ottenute, ed erano sostituite, nell’analisi, da “traslazioni” e da sogni”. In effetti, “sognare è un modo differente di ricordare“, e il fatto di sognare più volte la stessa cosa “induce a poco a poco il paziente nel profondo convincimento che le scene primarie erano reali, convincimento che non è, sotto nessun profilo, inferiore a quello fondato sul ricordo”.

Ora, tutto questo è molto ragionevole e può essere anche vero: sull’indistinguibilità di sogno, ricordo e realtà si basano molti racconti. Resta però una differenza, e cioè che la diffusione e volgarizzazione delle idee di Freud sembra basata nettamente sulla realtà di quelle esperienze infantili, tanto che ne ricava anche una pedagogia. Migliaia di persone hanno pensato, detto e fatto in modo che l’educazione dei bambini si svolgesse in un certo modo perché convinte che secondo Freud certi fatti (reali) avevano un’influenza drammatica sullo sviluppo della psiche. E quindi non si contano quelli che hanno spiegato a bambini di quattro anni cosa sono il pisellino e la farfallina, e a cosa servono, per timore che il bambino crescesse represso o scostumato: e, diversamente da Freud, costoro non hanno mai preso in considerazione l’ipotesi che i ricordi infantili fossero sogni, basati magari su elementi del tutto diversi da vere esperienze sessuali.

questa è una frase scritta più in grande, in corsivo e centrata, come si usa ormai sempre più spesso negli articoli lunghi, anche nei siti da quattro soldi, giusto per svegliare il lettore.

Il sogno di un sogno, complice la superficialità, si è fatto disciplina educativa, generando eventi reali, anche se non meno nebulosi e grotteschi. Eventi che a loro volta hanno generato altri sogni, e sogni di sogni, il che potrebbe in parte spiegare come mai il nostro mondo, basato su una pedagogia progressista e liberale, sembra affondare ogni giorno di più nel suo sterco. Perciò è bene ricordare ogni tanto anche un’altra storia di lupi, The Company of Wolves, che pure la prende dal lato psicologico e sognante ma resta estremamente dubbioso e finisce così:

Da quanto dura questa cantilena?
Freud assume le più strane forme,
con l’ambigua parola che ti inganna:
mai lui rivelerà i suoi intenti.
Più dolce la sua lingua, più aguzzi i denti.

* Se in tedesco esistesse una parola equivalente alla “pecorina” italiana, Freud avrebbe potuto trarre ulteriori argomenti dalla coppia “pecora-lupo”.

** Questo ci fa venire in mente tutti i coraggiosi avversari della medicina omeopatica. Costoro sostengono che l’omeopatia non ha effetti diversi dal placebo e quindi è criminale spacciarla per medicina e farla pagare come tale. Il discorso sarà anche giusto, ma è di una stupidità inaudita perché se il farmaco omeopatico venisse venduto come placebo non farebbe più nemmeno l’effetto del placebo, visto che si sa che è un placebo. Perché abbia un qualunque effetto (che è meglio di niente) bisogna quindi comportarsi come se fosse davvero una medicina.

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Così, di nuovo a gratis

La Fondazione disprezza profondamente Freud. E’ un sentimento istintivo e inspiegabile, che potrebbe persino nascondere dell’antisemitismo*. Tuttavia ricordiamo sempre la frase dell’illustre scienziato, quella in cui sostiene che i miti del fuoco sono legati all’istinto umano di pisciarci sopra, quasi fosse una gara a chi l’ha più lungo**. E ricordiamo anche il caso del piccolo Hans, che stiamo rileggendo.

Il piccolo Hans è figlio di due tra “i miei più fedeli seguaci”, scrive l’illustre, e non sembra accorgersi che già questo potrebbe spiegare alcune delle singolari mosse del bambino. A 3 anni Hans mostra grande interesse per il pipino, bacia maschi e femmine, si tocca e fa altre cose che tutto sommato fanno tutti i bambini. A un certo punto però gli viene paura dei cavalli, è convinto che potrebbero morderlo. Sulla base dei dati raccolti, Freud ipotizza che il bambino sia rimasto impressionato dalla grandezza della minchia dei cavalli***, che attribuisca un simile attrezzo anche alla madre e che in qualche modo la madre e il cavallo si siano uniti nella sua mente, quindi consiglia al padre di Hans di parlargli con una certa chiarezza.

Riportiamo il dialogo tra i due, annotato dal padre:

Hans: […] “A Grumden c’è un cavallo bianco che morde. Se gli dai il dito te lo morde”. (Rimasi colpito dal fatto che diceva “dito” e non “mano”).
Poi Hans mi raccontò che il padre di Lizzi aveva detto: “Non mettere il dito sul cavallo bianco, se no ti morde”.
A questo punto gli dissi: “Vedi, mi colpisce il fatto che tu non vuoi intendere che non si deve toccare un cavallo, ma che non bisogna toccarsi il pipino”.
Hans: “Ma un pipino non morde”.
Io: “E invece forse sì”.
[…] Il 2 marzo dette di nuovo segno di essere spaventato. Io allora gli dissi “Lo sai, la tua sciocchezza (così chiamo la sua fobia) migliorerà se andrai più spesso a passeggio”.
Hans: “Oh no. Va tanto male perchè mi tocco ancora il pipino tutte le sere”.

Ora, considerando che all’epoca il bambino aveva quattro anni, e che i cavalli di fatto possono anche mordere, viene subito da pensare che il padre fedele seguace di Freud sia stato la causa principale dei suoi problemi psicologici (che si risolsero positivamente: almeno nella cornice del “caso”: se poi, accompagnato dallo sguardo del luminare e del padre Hans sia diventato da adulto un mentecatto completo, questo non possiamo saperlo).

* E’ bene ricordare che per Freud l’origine inconscia dell’antisemitismo sarebbe il complesso di castrazione, perchè i bambini sentono dire che agli ebrei viene tagliato un pezzo del pene e questo li autorizza a disprezzarli. Il fatto che ciò non accada per gli altri popoli che praticano la circoncisione, tipo gli arabi, non sembra turbarlo.

** “Si direbbe che il maschio primitivo fosse abituato, quando incontrava il fuoco, a soddisfare su di esso un desiderio infantile spegnendolo con il suo zampillo d’orina. Sull’originaria interpretazione fallica delle fiamme che guizzano e si levano in alto, stando alle leggende che possediamo, non ci può essere dubbio alcuno. L’atto di spegnere il fuoco mingendo fu dunque una specie di atto sessuale con un uomo, un dilettarsi della potenza virile in competizione omosessuale”. Certo. Così ragionando, l’uomo primitivo avrebbe dovuto pisciare su tutto ciò che gli ricordava un fallo, quindi anche sulle banane e sulle canne e praticamente su qualsiasi cosa, visto che a certe menti tutto può ricordare un fallo: il che poteva diventare molto pericoloso nel caso dei serpenti.

*** Del resto, “L’importanza che gli animali hanno nei miti e nelle favole dipende in buona parte dalla facilità con cui offrono alla vista del bambino curioso i loro genitali e le loro funzioni sessuali”. Come negarlo.

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Politica ludica

Roberto Cotti dei cinque stelle ha pronunciato in Senato un discorso le cui parole cominciano tutte con la “c“. E’ un classico tautogramma, come se ne scrivono da secoli, e come tutti i giochi para enigmistici oltre all’abilità mostra anche una certa rassegnazione.

Un altro Roberto, Calderoli, è ormai noto per il suo generatore automatico di emendamenti, che ricorda le poesie combinatorie di Queneau, le preghiere automatiche di Spallanzani e i testi creati da Polygen. Il gioco di Calderoli però è molto più italiano del mite tautogramma, trattandosi di un abuso delle regole compiuto senza violarne la lettera.

Il vero bello della mossa di Calderoli è che statisticamente tra i suoi 82 milioni di emendamenti generati casualmente ce ne saranno sicuramente molti che migliorerebbero davvero la legge, e invece verranno rigettati in blocco per un volgare pregiudizio antistocastico!

Invece se ci fosse un modo di misurare la “fitness” di ogni norma si potrebbe cercare la legislazione perfetta utilizzando gli emendamenti genetici, cioè una versione politica degli algoritmi genetici.  Questi ultimi non sono altro che delle serie di istruzioni che vengono fatte mutare casualmente all’interno di un computer. Ogni algoritmo generato viene poi applicato al problema, e si misura la sua efficacia. Gli algoritmi che ottengono i risultati migliori vengono fatti “accoppiare” e trasmettono parte del loro codice (letteralmente) agli algoritmi figli, sul presupposto che se ha funzionato per gli esseri viventi funzionerà anche per le macchine logiche.

Il problema da risolvere, quindi, agisce un po’ come l’ambiente che seleziona le forme viventi più efficienti, e l’intera società umana può essere considerata l’ambiente in cui vivono le strutture normative (in cui, a loro volta, vivono gli individui considerati astrattamente (p.s. in realtà il discorso sarebbe più complesso e spesso non è facile distinguere l’animale dall’ambiente)).

Uno dei problemi degli algoritmi genetici (e quindi anche degli emendamenti casuali) è che non è possibile sapere in anticipo se si troverà effettivamente la soluzione migliore, e soprattutto non si sa quanto tempo potrebbe volerci. Il sistema potrebbe evolvere per miliardi di miliardi di cicli di macchina senza giungere a un risultato, oppure bloccarsi in un culo di sacco genetico o in un “ottimo locale”, cioè in una condizione apparentemente efficiente ma di fatto sub-ottimale (per fare un esempio, si considerino tutti gli animali perfettamente adattati a un certo ambiente che spariscono a causa di un mutamento anche piccolo delle condizioni: l’eccesso di specializzazione non favorisce sempre la sopravvivenza).

Naturalmente questo metodo per ora resta un sogno: la complessità del mondo e le ambiguità del linguaggio normativo, la difficoltà di rilevare anche solo gli effetti innumerevoli di ogni piccolo cambiamento, per tacere della spaventosa difficoltà di immaginare e modellare le possibili interpretazioni delle norme da parte della giurisprudenza, rendono impossibile creare un modello efficiente della realtà che non sia la realtà stessa. Nulla vieta però che in un futuro prossimo l’incremento esponenziale della capacità di calcolo, la rilevazione puntuale di ogni minimo comportamento attraverso facebook e la nascita di sistemi esperti di nuova generazione possano effettivamente creare un modello della nostra repubblica in cui far evolvere gli emendamenti di Calderoli. E a dispetto di tutti quelli che lo ritengono da sempre un balengo, il pacioso esponente della Lega potrebbe diventare il padre di una nuova forma di società umana.

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Compagni che sbagliano

Negli anni ’70 qualche esponente della sinistra chiamava così i terroristi. Ma che sbagliano a uccidere o sbagliano chi uccidere? Se lo sono chiesti parecchi. Anche di recente si è parlato molto della funzione degli atti di distruzione dei beni artistici, ma il problema del bersaglio ideale dell’atto terroristico non è nuovo, e a riprova copiamo un brano per certi versi profetico e non vi diciamo l’autore. Provate a indovinarlo senza usare google.

“Gli atti terroristici devono essere sufficientemente impressionanti, efficaci, anche se non particolarmente sanguinari. Potrebbero essere diretti contro degli edifici, ad esempio. Qual è il feticcio del momento che tutta la borghesia riconosce come tale? Non è né il potere né la religione. Il feticcio sacrosanto della nostra epoca è la scienza. Non fa parte di quelle istituzioni che devono essere spazzate via prima dell’avvento del proletariato? Un attentato contro un presidente è abbastanza sensazionale, ma non più come una volta. E’ quasi convenzionale, specialmente da quando sono stati assassinati così tanti presidenti. Nel caso di un attacco contro una chiesa, invece, non mancherebbero gli idioti capaci di considerarlo una manifestazione religiosa. Un omicidio in un ristorante avrebbe lo stesso inconveniente di far pensare che si tratti di una passione non politica: l’esasperazione di un uomo affamato, un atto di violenza sociale. Tutto questo è scontato e i giornali hanno frasi di circostanza già pronte per spiegare simili manifestazioni.

Del resto, la sensibilità della classe che si vuole attaccare è presto addormentata. A loro la proprietà sembra una cosa indistruttibile. Non si può contare a lungo sulle loro emozioni, sia di pietà che di paura. Perché un attentato con le bombe oggi possa avere un qualche effetto sull’opinione pubblica deve andare oltre i propositi di vendetta e di terrorismo. Deve essere puramente distruttivo. Voi anarchici dovreste far capire chiaramente che siete determinati a liquidare l’intera creazione sociale. Ma come far entrare questa idea spaventosamente assurda nelle teste dei borghesi in modo che non ci sia possibilità di errore?

Dirigendo i vostri colpi su qualcosa al di fuori delle comuni passioni dell’umanità, questa è la risposta. Naturalmente, c’è l’arte. Una bomba in un museo farebbe un certo scalpore. Ma non sarebbe abbastanza forte. L’arte non è mai stata il feticcio dei borghesi. Ci sarebbe qualche schiamazzo, ma da parte di gente che non conta. Però c’è il sapere, la scienza. Qualsiasi imbecille che abbia un reddito crede nella scienza. Non sa perché, ma crede comunque che sia importante. E’ il feticcio sacrosanto. Non ce n’è uno fra quei maledetti professori che non sia radicale nel cuore. Fategli sapere che anche il loro padreterno se ne deve andare, per far posto al futuro del proletariato.

Per qualche ragione misteriosa i borghesi credono che la scienza sia all’origine della loro prosperità materiale. Lo credono sul serio. E la ferocia assurda di una dimostrazione come questa li scuoterà più profondamente che il radere al suolo un’intera strada piena dei loro simili. Perché in quest’ultimo caso possono sempre dire che è semplice odio di classe. Ma cosa si può dire di fronte a un atto distruttivo incomprensibile, addirittura folle? Solo la follia è veramente terrificante, perché non la si può placare. E poi io sono un uomo civile, non la spingerei mai a organizzare un semplice macello. L’assassinio poi è sempre con noi, è quasi un istituzione… no, la dimostrazione dev’essere contro il sapere, contro la scienza.

Ma non tutte le scienze vanno bene. Sarebbe davvero dirompente se si potesse gettare una bomba nella matematica pura! Però questo è impossibile. Serve qualcos’altro, qualcosa di cui tutto il mondo civilizzato abbia sentito parlare. Che ne dice di […]”

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Arie di famiglia

Leftwing pubblica un articolo di RAV che è diciamo zio o cugino (l’articolo, no Rav) del regno contraffatto, sempre dello stesso autore, compreso nel fastoso volume in onore del Nostro. Si parla di atti linguistici e di censura e di altre cose che potrebbero sembrare moderne ed attuali ma invece fortunatamente non lo sono.

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