tEh phEz, una parte in mezzo

Molti lettori (uno) insistono perché continuiamo la pubblicazione del taccuino fezzesco. A parte le considerazioni di audience, il problema è che dopo l’arrivo alla stazione di Roma c’è una mappata di fogli sciolti che non sappiamo bene come collocare… ma forse stiamo facendo ancora più confusione. Riassumiamo brevemente i fatti: offertosi volontario per rappresentare la Fondazione alla Phiera del Phez, l’agente “D” viaggia entusiasta verso Marrakech e arrivato a Roma fornisce già prove della sua arguzia.

A questo punto il diario dovrebbe descrivere il viaggio in aereo, e invece c’è la mappata. Che pure parla di un viaggio in Africa, ma non sembra del tutto congruente con quello che c’era prima. Inoltre anche lo stile è diverso, benché la grafia sia sicuramente di “D” (o almeno così dicono i periti). E’ vero che “D” scrive sempre in modo confusionario, ma questo pezzo è più coerente nel suo disordine e quindi dobbiamo pensare che sia una cosa voluta, una sorta di caricatura. Questo ci fa pensare che non sia una parte del diario, ma un racconto che il grafomane “D” stava scrivendo parallelamente al suo vero viaggio in Africa, e che per innato amore del caos ha deciso di intercalare al vero diario. Oppure la spiegazione potrebbe essere un’altra e molto più sinistra.

Ci rendiamo conto che tutto ciò può apparire insensato, e peggio ancora privo di qualsiasi interesse. Tuttavia, per non contrariare il nostro assiduo lettore riportiamo lo stesso il racconto nel racconto.

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Sulla logica fantastica

Volevamo commentare questo libretto di C. L. Dodgson ma poi abbiamo concluso che siccome è molto breve e liberamente scaricabile il passante farà prima e meglio a leggerlo per intero che a passare attraverso le nostre considerazioni.

Ci limitiamo quindi a notare che:

  • questi polisillogismi somigliano molto a un giallo ideale, dove ogni premessa può essere considerata un indizio che insieme agli altri conduce per gradi all’inevitabile scoperta del colpevole.
  • alcuni esempi sembrano contenere più informazioni di quelle strettamente necessarie a giungere alla conclusione. Ad es., l’ultimo dice:
  1. Gli unici animali di questa casa sono gatti.
  2. Ogni animale che ami guardare la luna è adatto ad essere un animale domestico;
  3. Quando detesto un animale, lo evito.
  4. Nessun animale che non si aggiri furtivamente nella notte è carnivoro.
  5. Non c’è gatto che non uccida i topi.
  6. Nessun animale si affeziona a me, fatta eccezione per quelli che sono in casa.
  7. I canguri non sono adatti ad essere animali domestici.
  8. Solo i carnivori uccidono i topi.
  9. Detesto gli animali che non si affezionano a me.
  10. Gli animali che si aggirano furtivamente nella notte amano sempre guardare la luna.

Da queste premesse si deduce che evito sempre i canguri (lasciamo la soluzione in bianco per chi volesse provare).

Costui potrà anche notare che la conclusione sembra discendere già solo dalla combinazione di 1, 3, 6, 7 e 9. Le premesse 2, 4, 5, 8 e 10 sono solo il presupposto della 1 (i gatti uccidono topi quindi sono carnivori quindi si aggirano nella notte quindi amano guardare la luna quindi sono adatti ad essere domestici). La 1 però è data, quindi perché cercarne i presupposti?

Inoltre nella traduzione non è chiaro se la n. 6 si deve intendere come “fatta eccezione per quelli che sono in qualsiasi casa”, o come “quelli che sono in questa casa”. Il testo originale (n. 60) dice proprio “in this house”, quindi la traduzione italiana è imprecisa. La piccola soddisfazione di aver trovato questo errore non chiarisce però il nostro dubbio.

P.S.

Seguendo i consigli di Carrol su come leggere l’opuscolo abbiamo capito il nostro errore. Lo sviluppo è questo:

8+5 = a) solo i gatti sono carnivori;

a+4 = b) solo i gatti si aggirano furtivi nella notte;

b+10 = c) i gatti amano sempre guardare la luna;

c+2 = d) ogni gatto è addomesticabile;

d+1 = e) in questa casa gli unici animali sono quelli addomesticabili;

e + 6 = f) gli unici animali che si affezionano a me sono addomesticabili (questo è il punto che ci sfuggiva: noi pensavamo che bastasse concludere “gli unici animali che mi si affezionano sono gatti”, senza dover precisare che sono addomesticabili, ma questo non avrebbe permesso di escludere i canguri, perché non c’è scritto da nessuna parte che i canguri non sono gatti, mentre c’è scritto che non sono addomesticabili);

f + 7 = g) i canguri non si affezionano a me;

g + 9 + 3 = h) evito sempre i canguri.

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Nel prolifico non essere

Visto il fragoroso e crescente insuccesso del Memoriale del Phez, interrompiamo momentaneamente la noiosa decifrazione per pubblicare un frammento Spallanzanesco. Si tratta, a quanto pare, di una sorta di dialogo immaginario tra l’Elia e sir Bertrand Russel intorno al vecchio paradosso degli insiemi e al cuore del linguaggio.

<<Elia: Supponiamo di fare una lista di tutte le cose che sappiamo (es. quanti satelliti ha Giove, quando è stata scoperta l’America) e una lista delle cose che non sappiamo (dov’è finito il Graal, qual è la strada di un uomo nella donna etc). Chiamiamole Lista S e Lista N.  E’ ovvio che se un elemento sta nella lista S non può stare nella N e viceversa. Ma la lista delle cose che non sappiamo, in che lista sta?

Sir Bertrand Russel: Quale tedioso esercizio.

Elia: Attenzione! In effetti noi la lista delle cose che non sappiamo la “sappiamo”, anche se può apparire infinitamente lunga. Per altro, se la mettessimo nella “lista delle cose che non sappiamo”, come potremmo fare la “lista delle cose che non sappiamo”, visto che non la sappiamo?

Bertrand: Il suo commento è dettato da ineducata empiria.

Elia: Sarà, però così ricadiamo nel paradosso: perché la lista delle cose che sappiamo, che non dovrebbe contenere neppure un elemento che non sappiamo, finirebbe invece per contenere anche tutta la lista delle cose che non sappiamo. No?

Bertry: Se lei si decidesse a leggere i miei Principia invece di fare logica d’accatto…

Elia: Aspetti, sir. Forse è più facile capire con la lista delle cose che ho e che non ho. Tra le prime, una certa tendenza alla grafomania, tra le seconde, una certa femmina. La lista delle cose che non ho, io ce l’ho. Ho la lista ma non le cose che contiene, perché la lista è solo il nome di certe cose in base a una loro caratteristica comune. Tutti i nomi sono solo liste e possono contenere infiniti elementi, uno solo, o anche nessuno.

Bertry: Non voglio nemmeno perdere tempo a farle notare che lei con “nome” intende in effetti “classe”.

Elia: Va bene va bene però un momento: la lista delle cose che ho non è un puro nome, è anche una cosa tangibile, che potrei anche perdere, come perdo le altre cose, e quindi finirebbe nella lista delle cose che non ho. Allora potrei farne un’altra, che sarebbe indistinguibile dalla prima e quindi a tutti gli effetti sarebbe la prima. Così la lista delle cose che ho sarebbe nella lista delle cose che ho e anche in quella delle cose che non ho, o non avevo, o non avrò mai.

Sir: Ma questo è ovvio…

Elia: Forse però no, caro Bertrand. Il problema che pongo è un po’ diverso da quello delle liste che comprendono sé stesse. Nel nostro caso c’è una lista S che contiene una lista N che contiene elementi che non hanno nulla di S. Cercherò di fare un altro esempio, fin troppo semplice…

Il Sir:  Purtroppo questo autobus non si decide ad arrivare

Elia: …l’insieme dei Nobili Decaduti contiene l’insieme dei Marchesi Decaduti, che contiene il sotto insieme (già di per sé piuttosto vasto) dei Marchesi Decaduti Che Stanno Per Sposare Servette.  Orbene, è chiaro che ogni elemento del sottoinsieme, oltre a essere promesso sposo, è anche marchese decaduto, ed è anche nobile decaduto: gli elementi del sotto insieme hanno una caratteristica in comune con quelli dell’insieme, e così via.

Il Sir: Yawn… mi complimento per la sua laboriosa ovvietà.

Elia: Grazie. Però, tornando a quel che dicevo prima, c’è una grossa differenza, perché nel caso della “lista delle cose che sappiamo” (che comprende la “lista delle cose che non sappiamo”), pare che gli elementi compresi nella seconda lista (le cose che non sappiamo) non abbiano alcun elemento in comune con il superinsieme delle cose che sappiamo, pur essendovi contenute.

Bertry: Guardi non la seguo però se vuole seguiti, seguiti pure…

Elia: Però, a ben pensarci, questa è solo un’illusione. E non per via della storia del divieto per gli insiemi di contenere sé stessi, visto che ciò non avviene, bensì per una ragione molto più semplice, talmente semplice che non si vede subito:  le cose che non sappiamo, sappiamo di non saperle. Dunque qualcosa la sappiamo, di queste cose che non sappiamo, e perciò è corretto che stiano nella [lista delle cose che sappiamo [[lista delle cose che non sappiamo]].

Bertry: Temo che il suo discorso resterà impenetrabile finché non inventerà anche dei segni tipografici fonetici.

Elia (sempre più introverso): In effetti, la lista delle cose che letteralmente non sappiamo dovrebbe essere vuota, perché non le sappiamo, e non sappiamo nemmeno che non le sappiamo. E’ singolare però che noi siamo in grado di pensare ad una lista (vuota) delle cose che assolutamente non sappiamo, mentre non siamo assolutamente in grado di immaginare alcun elemento di questa lista. Se lo immaginassimo, infatti, due sarebbero i casi: 1, lo sappiamo, e non va nella lista; 2, non lo sappiamo, ma sappiamo che c’è, quindi non va nella lista. Tautologicamente, si potrebbe dire che non possiamo pensare ciò che non possiamo pensare, ma possiamo pensare a qualcosa che contiene ciò che non possiamo pensare. E questo possiamo tramite il linguaggio.

Bertrand: C’era un mio allievo austriaco che diceva di qualcosa di simile. O meglio, l’avrebbe detto se io fossi rimasto scioccamente ad ascoltarlo.

Elia: Sa, ho come la sensazione che sia sempre la stessa persona a parlare .

Bertrand Russel: Ahahahahahaah ragazzi sta capendo…

Elia: No ma seriamente, in queste sciocchezze è contenuto qualcosa, anche se qualcosa di sbagliato. Come avrebbe potuto la mente percepire la possibilità di alludere all’innominabile, non come ente ma come categoria, senza il linguaggio?  Il negro primitivo che si aggirava per la foreste del Sahara poteva indicare le erbe, gli animali, i poponi, ma non poteva indicare quello che non c’era. QUEL NEGRO FELICE NON CONOSCEVA CHE L’ESSERE.

Il Sir: Forse ignorava addirittura il concetto di negazione.

L’Elia: Ma certo! Non era in grado di pensare, e tantomeno di dire, “oggi non piove”. Come avrebbe indicato la “non pioggia”?  Gli serviva una parola (pioggia) e un privativo (a-pioggia).  Ma come ha fatto ad arrivarci? La parola, e va bene, la prendeva dall’essere, ma la negazione?

Il Sir e i passanti: Come ha imparato, dove ha “visto” il non?

Elia: Il suo cervello rudimentale deve essersi esercitato coi disegni: un bue, la cancellazione di un bue, cioè il non bue. Solo vedendo quel segno (scritto!) ha potuto conoscere la categoria della negazione (ma non ovviamente i suoi membri, che non esistono: egli però deve avere riflettuto che era curiosissimo poter nominare il non essere e non il non essente).

Bertrand: Ma allora questo è solo un circolo vizioso, perché il pensiero superiore non può nascere senza la scrittura e la scrittura non può nascere senza il pensiero superiore.

Elia (ormai irrefrenabile): Noi (voi) salviamo e veneriamo incisioni di animali, disegnini di cervi e mani rosse sulle pareti dei monoliti, ma la rappresentazione di ciò che si vede è una forma elementare di ragionamento, persino alcune scimmie ne sono capaci: disegnano facce, tavoli, ciò che vedono, come macchie. Ma quale scimmia è in grado di cancellare il disegno e pensare “la negazione di un viso”?

Bertry: Comunque trovo che la forma del dialoghetto sia il più volgare artificio divulgativo.

Elia (in crescendo): Ma taci! Le opere d’arte fondamentali sono sempre nascoste. E’ una legge della vita che il volgo possa accedere solo alle forme inferiori del pensiero. Il vero capolavoro dell’arte neolitica è una pietra raschiata, forse risciacquata per anni fino a tornare liscia. Un oggetto che al volgo appare semplicemente una pietra come le altre, abbandonata al bordo della strada. E invece è il primo disegno del “non”, il primo sguardo sull’altra metà dell’universo!

Bertry: Puah!>>

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Alla Phiera del Phez, 4a parte

Abbiamo lasciato il nostro uomo su un treno circondato da individui loquaci e nocivi.  Se continua di questo passo non arriverà mai a Phez! Pur dissociandoci dalle opinioni espresse, siamo costretti a proseguire la copiatura.

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Orrore sull’Eurostar (teH Phez, 3a parte)

Decifriamo con crescente sgomento le zampe di gallina del nostro inviato. Anche se farciti dalle sue menzogne spudorate, i fatti sono sostanzialmente veri e non possono lasciare indifferenti.

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Il Uaiaggio del Phez, parte seconda (ancora un’introduzione)

“Il viaggio: non c’è mito più nocivo, né retorica più volgare”.

Così c’è scritto sulla prima pagina del taccuino rosso appartenuto al nostro fedele inviato in Marocco. Ci è pervenuto in modo singolare ed è irto di difficoltà interpretative. Il signor “D” scrive tutto di fila, senza maiuscole e con pochi segni di interpunzione, tra disegnini, scarabocchi e macchie meno identificabili, in uno stile anni ’80 che non ci può essere addebitato. Siamo quindi costretti ad intervenire leggermente sul testo. Il che, conoscendo “D”, doveva essere uno dei suoi scopi.

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In viaggio verso Fez, prima parte

Come sapete, il nove maggio 2016 si è tenuto l’annuale raduno mondiale dei portatori di Fez. Contrariamente a quel che si potrebbe pensare l’iniziativa non è nata nei sonnacchiosi paesi simbolo del copricapo troncoconico, ma nella più pragmatica America. Il raduno è anche una fiera e si tiene ogni anno in un paese diverso, in base alla complessa mappa socio-economica del Fez. Quello di quest’anno è stato particolarmente importante perché finalmente il Marocco ha deciso di riaprire le porte al suo figlio più illustre, ospitando la manifestazione nella celebre medina di Marrakesh.

fezorama

Il Fez-O-Rama di Sofia, 2015.

A questo punto forse vi state chiedendo cosa c’entriamo noi con tutto ciò. In effetti ignoravamo completamente la faccenda finché ai primi di gennaio abbiamo ricevuto una strana mail. Un sedicente dott. Arnel Begator, newyorchese di origini albanesi, ci informava che come estimatori del Fez eravamo invitati all’evento. Il dott. Begator, che è il tipo col baffetto, preferiva usare la parola “Phez”, considerandola più moderna e sbarazzina, e all’inizio abbiamo pensato che la mail fosse qualche tipo di phishing o la pubblicità virale di un fumetto.

phez comic

“Phez, a mushroom person searching for purpose and knowledge”

Non avendo molto di meglio da fare abbiamo risposto scherzosamente a Begator parlando di funghi che fanno ridere e ne è nata una corrispondenza fitta di equivoci, che al momento non possiamo pubblicare per espresso divieto degli inquirenti. Dopo diversi giorni abbiamo capito che il dottore aveva scambiato l’acronimo della Fondazione Elia Spallanzani (FES) per un omaggio alla città Marocchina, e inoltre aveva visto alcune foto del Nostro che lo ritraevano con l’eroico copricapo. Come molte americani, il pur istruito dott. Begator non sembrava molto aggiornato sulla storia del nostro paese e inclinava a credere che qui il phez fosse ancora l’ultima moda. Da ciò la sua ricerca di validi partner culturali e commerciali in Italia: e chi meglio di noi?

La storia, col senno di poi, puzzava sin dall’inizio. Però le foto indicate da Begator sembravano vere, e alcune persone della famiglia Spallanzani (le figlie di zia Luisella) hanno riconosciuto chiaramente il Nostro. L’unica spiegazione possibile è che le avesse con sé mentre combatteva in Grecia, durante la seconda mondiale, e che siano andate perdute, per poi ricomparire in rete.

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Spallanzani nella neonata opera Balilla, 1928 circa. Il Nostro è il secondo da sinistra, ben riconoscibile dalla fierezza.

Ad ogni modo, Begator ci raccontava altre cose meravigliose e a stento credibili. A suo dire il phez racchiudeva molte virtù e il mondo se ne stava accorgendo. Non solo se ne vendevano a pacchi, ma venivano anche create pagine con umorosi giuochi di parole basati sul fes ed uscivano videogiochi fez-inside. Alcuni dei sostenitori più accaniti stavano creando addirittura un intero social network dedicato, cui si poteva accedere solo indossando il rosso o nero copricapo. All’inizio cercammo di fargli capire che probabilmente erano burle, ma la cocciutaggine dell’albanese, unita al temperamento visionario americano, dava alle sue parole una forza che andava oltre le ossute evidenze. Perché meravigliarsi allora se ci siamo lasciati convincere a concedergli il diritto di aprire una succursale della Fondazione a Fez? “The Fes in Fez”, propose prevedibilmente il dottore, e noi sventurati assentimmo.

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Mockup per il nuovo social network.

Non potevamo prevedere quel che sarebbe successo, però qualche dubbio l’avevamo, e quando il dottore cominciò ad insistere perché un alto papavero della Fondazione si recasse in visita ufficiale il 9 maggio decidemmo che era troppo rischioso. La rete è piena di sedicenti dottori che accileccano gli stolti con l’oro dell’Africa e la storia del phez poteva essere solo una scusa per rapire ingenui occidentali, o peggio. D’altro canto però ormai ci eravamo compromessi, e poi eravamo curiosi: decidemmo quindi di inviare un uomo di massima fiducia.

La scelta è caduta su “D”, nostro antico sostenitore ma uomo difficile e non a tutti gradito. Legato dai terribili giuramenti dell’iniziazione spallanzanesca, “D” non ha potuto dire di no, anche se ha detto molte parole, quasi tutte irripetibili. Oggi, dopo quello che è successo, sappiamo che la nostra scelta è stata saggia, e affronteremo il processo con serenità.

Ciò che state per leggere non è per tutti, vi avvertiamo. E’ il taccuino di viaggio di “D”, che partì alla ricerca di scopo e conoscenza e forse ne trovò fin troppa. Che qualunque cosa lo ricopre gli sia lieve.

(Fine prima parte)

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Perdendo colpi

Ritorniamo dopo poche ore sul fatterello della frase erroneamente attribuita a Pasolini. Mwahaha, che ci aveva segnalato il fatto, ci scrive per redarguirci:

“Ma allora non avete capito niente. Il punto che vi sfugge ancora è che chi ha scritto l’articolo nel 2015 è lo stesso che scrisse questo nel 2014: https://robertocotroneo.me/2014/06/06/pasolini/ .”

Quindi, ricapitolando, se abbiamo ben capito nel giugno 2014 Cotroneo scrive un articolo in cui divide gli utenti della rete in pascoliani e pasoliniani. Il pasoliniano, secondo Cotroneo, <<sa anche quando non sa, accusa anche quando non ha le prove, vede anche se c’è buio pesto. Il pasoliniano sui social, twitta, posta, commenta e blogga anche sapendo di sbagliare. Il pasoliniano non dà valore all’errore se l’errore può portare sollievo, verità, e indignazione>>. Inoltre <<non è detto che il pasoliniano abbia letto tutto Pasolini>>, e al suo manicheismo culturale dobbiamo rassegnarci.

Nemmeno a farlo apposta, in un articolo dell’ottobre 2015 Cotroneo scambia il post di una ragazza, che contiene una breve ed evidente citazione di Pasolini, per un  testo di Pasolini, benché l’autrice avesse già scritto mesi prima che non era così. Il tutto con bella e generosa  indifferenza per l’errore, nel puro spirito pasoliniano così simpaticamente criticato dallo stesso Cotroneo.

C’è però una rettifica, e dice Mwahaha:

“la rettifica uscita chissà dove (un blog? carta da culo?) senza scuorno in faccia, riportata sotto, non ha cmq. impedito che lo pseudoepigrafo entrasse nel canone (ci sono anche pubblicazioni che fanno esplicito riferimento al “sacro poco” come marchio del poeta).

<<Rettifica (10/11/2015)

Poco tempo fa ho trovato sul web una citazione che credevo fosse di Pasolini . E che con il pensiero di Pasolini era assolutamente compatibile. L’ho riportata senza rendermi conto che solo l’ultima parte era del poeta friulano mentre la prima parte era di un’altra autrice che si chiama Rosaria Gasparro. L’equivoco è dato dall’uso complicato delle virgolette che può indurre in errore. Mi scuso con l’autrice, e al tempo stesso le faccio i miei complimenti per la bella frase, talmente bella che mi ha indotto in errore.

Roberto Cotroneo>>

[sottolineato mio]”

Bisogna concordare con Mwahaha che la rettifica è un mezzo capolavoro e che sarebbe difficile trovare un altro brano che dica altrettanto dell’autore, e con altrettanta chiarezza. Tra l’altro si vede bene che ha fatto tesoro della lezione pasoliniana sul saper perdere. Ma la cosa più buffa è che apparentemente la “rettifica” non si trova da nessuna parte, se non in una versione cachata di un blog che non c’entra nulla. Un rettifica invisibile, quindi, che poi è il miglior tipo.

Infine, Mwahaha contesta anche la nostra ipotesi sull’indizio che gli ha fatto notare la stranezza della presunta frase di Pasolini.

“PS: curiosamente è proprio il contenuto ad avermi fatto insospettire; il testo in sé non ha nulla di pasoliniano a parte una certa teatralità, amplificata da un ritmo tipico della bislacca cifra di un Saviano che in questi tempi grami, per proprietà commutativa eteroindotta, vien sovrapposta al fosco poeta di Casarsa.”

E anche su questo dobbiamo in buona parte concordare, sperando che l’uso complicato delle virgolette non tragga in inganno anche i nostri lettori.

P.S.: questo post, scritto nel cuore della notte, è stato poi modificato perché ci siamo accorti che non avevamo capito bene nemmeno la seconda volta. La rapidità cotro-pasolinesca e diremmo garibaldina nel giungere a conclusioni errate sembra quindi contagiosa e ci ha tratto in errore.

P.P.S.: qualche giorno fa Cotroneo spiegava al mondo perchè bisogna rileggere Pasolini.

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Un modo più educato di perdere

Così il Nostro definitiva l’ironia. Meditando sull’apoftegma abbiamo fatto un giro sulla rete in cerca di altre perdenze e ne abbiamo trovata una di Pasolini, così ipocrita da ricevere la dovuta attenzione. L’abbiamo segnalata a un amico della prima ora, l’ottimo Mwahaha, con dei commenti che preferiamo non riportare, però lui da filologo quale è ha subito notato qualche stranezza.

Forse a insospettirlo è stato quel “gestire”, sgradevole vezzo tipico del nuovo millennio, oppure è stato qualcos’altro: fatto sta che Mwahaha si è messo a cercare, ha trovato molte citazioni del pezzo, anche sui giornali, e infine è risalito alla fonte, che non è Pasolini. Già un anno prima la vera autrice faceva notare che il venerato PPP scrisse solo le ultime tre righe, appositamente messe tra virgolette, mentre il resto l’ha premesso lei.

Senza incominciare discorsi sull’analfabetismo funzionale, constatiamo che il fenomeno è comune. Nel corso dei secoli, anche grazie all’ignoranza dei segni tipografici, le sparate dei noti tendono ad accrescersi come stalattiti: commenti, chiose, note, tutto viene risucchiato dalla massa del citato, sorta di buco nero letterario, e a volte non solo letterario.

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Il gene del fusillo

Questa è una considerazione pedante.

Non sappiamo quando nasce storicamente il fusillo, né come. Applicando uno schema noto, che è una delle più grandi soddisfazioni, possiamo immaginare che i primi fusilli siano stati estrusi per caso. Almeno all’inizio devono aver subito molte mutazioni locali, dovute a errori di trasmissione o di realizzazione, oppure alle condizioni dei materiali e allo scarso sviluppo delle tecniche di estrusione. La selezione finì per condurre a una certa stabilità: tutta una serie di specifici fusilli regionali, altamente stimati dalle popolazioni. Con il ridursi delle barriere commerciali le specie di fusilli vennero però in competizione tra loro e molte regredirono, riducendosi a specialità della nonna, mentre il fusillo più performante si diffuse in buona parte del mondo conosciuto.

La possibilità tecnica di riprodurre quasi perfettamente il fusillo e di munirlo sempre delle stesse caratteristiche di elasticità, rugosità e fussilevolezza, la produzione industriale insomma, portò a un’epoca d’oro del fusillo dominante, che per una cinquantina d’anni restò quasi immutato. Ma in seguito si avvertì la necessità di risvegliare l’attenzione dei consumatori, ormai quasi addormentati, con nuove varianti del fusillo campione. Un po’ più lungo, un po’ più corto, un po’ più inclinato. Queste varianti non erano più casuali, nemmeno in minima parte, e si può dire che i nuovi fusilli non erano sostanzialmente diversi da organismi geneticamente modificati. Eppure la popolazione non ne provava l’orrore che di solito trae dallo scherzare con la natura.

Le stesse persone che temevano la soia transgenica andavano matte per fusilli chiaramente malformi, creati in laboratori da esperti di marketing. Il fatto che le nuove specie di fusilli nascessero e morissero con una velocità allarmante, giustificata solo dalla necessità di proporre nuovi modelli per solleticare i sensi stanchi degli utenti, non sembrava colpire nessuno. L’abbondanza delirante dei modelli di fusilli appariva una ricchezza, e veniva contrabbandata come tale anche dai vegani più incalliti.

Solo i più consapevoli cercavano di giustificare la loro innaturale passione per nuove forme di fusillo con la scusa che queste, in fondo, non potevano riprodursi e alterare l’ecosistema come dei piselli ogm. Ma il loro modo di pensare (di questi mezzi consapevoli, non dei fusilli) era già stato alterato abbastanza: insieme al fusillo, tutte le forme del loro pensiero ormai mutavano senza una reale giustificazione: era il cambiamento per il cambiamento, il cambiamento come surrogato della libertà: della gioia, persino.

P.S. Un’altra constatazione banale è che l’attuale insensata varietà di forme è conseguenza della capacità di riproduzione perfetta. Se il fusillo può essere sempre identico, viene meno la mutazione casuale e quindi bisogna inserirne una artificiale. Il consumismo perciò deriva dalla riproduzione perfetta, con la differenza del fattore noia. Gli squali sono rimasti pressoché immutati per milioni di anni perché la loro forma era già adeguata e non c’era nessuno che potesse stufarsi di vederli sempre uguali.

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La lezione controproducente

Nel 2003 sono accaduti due fatti importanti: 1 è nato il sito della Fondazione e 2 Avril Lavigne è morta. Come spesso accade nel mondo religioso (quello dello spettacolo ne è sottoinsieme) la morte è stata nascosta ed April rimpiazzata da un doppione. Nel 2013 però qualcuno se n’è accorto, la notizia della morte si è diffusa e ora si sta diffondendo la smentita. La notizia falsa, come abbiamo già banalmente notato altrove, è una delle più convenienti sotto il profilo economico, perché contiene il seme di una nuova notizia. Anche in questo caso il creatore della notizia sostiene sostiene di averlo fatto per dare al popolo una lezione di scetticismo. Allo stesso modo, un terrorista potrebbe dire che diffonde virus per incentivare la produzione di anticorpi.

Sta di fatto però che questi anticorpi non vengono prodotti, perché la notizia falsa si propaga sempre molto di più della smentita, e più in fretta. Evidentemente soddisfa qualche necessità psicologica, che spesso è il puro desiderio più o meno inconscio dell’esistenza di un complotto. Sin dai diavoletti filosofici, che creano la realtà apparente per semplice malizia, scetticismo e complottismo sembrano padre e figlio. E infatti nulla ci vieta di pensare che la diffusione della falsa notizia della morte di Avril sia a sua volta una menzogna, inventata solo per dimostrare una volta di più quanto è facile ingannare la rete. In fondo, come disse il nostro, perché sforzarsi di diventare davvero un impostore quando si può semplicemente spacciarsi per un impostore?

Tutta questa presunta demistificazione somiglia all’agente provocatore, che è uno degli strumenti classici della tirannia, non della libertà.

P.S. Incidentalmente, il fatto che la Avril Lavigne del 2013 sia del tutto diversa da quella del 2003 è vero. A parte la chirurgia del naso, in quei dieci anni tutte le cellule del suo corpo sono cambiate. La continuità del suo essere è un semplice pregiudizio e potrebbero esistere società in cui, ad esempio, ogni anno l’individuo si considera una persona diversa, e magari cambia anche nome.

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La città sottomarina

Su una bancarella abbiamo trovato questo libro di Renzo Chiosso (in basso a destra potete vedere Giupeppe, il coniglio familiare della Fondazione):

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Pubblicato nel 1944, è una seconda edizione e l’abbiamo pagata un prezzo francamente irragionevole, ingannati dalle poche notizie che avevamo sull’autore.

Chiosso è noto (relativamente) per aver scritto alcuni apocrifi Salgariani, talvolta partendo da testi incompiuti. Inoltre viene inserito nella lista dei “precursori” italiani della fantascienza. Questo libro però di fantascientifico ha ben poco, anzi si direbbe scritto una cinquantina di anni prima. Siccome la trama è banalissima, la sintetizziamo senza troppi timori di spoilerare:

Un marinaio viene a sapere da certi indigeni che su un’isoletta nei paraggi ci sono le sirene. La nave su cui viaggia viene travolta da una tempesta ma improvvisamente una forza misteriosa la attira in un porto sicuro. Appaiono inoltre dei misteriosi individui a bordo di un panfilo, che danno scorte alla ciurma e poi le lasciano la loro nave per raggiungere un luogo abitato. Questo luogo, incidentalmente, è quello nei cui pressi si dice ci siano le sirene. I marinai le vedono, raggiungono il loro atollo e scoprono che c’è un passaggio sottomarino che conduce a una città illuminata di rosso, piena di ricchezze. Si scopre che qui vivono i discendenti di alcune persone scampate al terrore rivoluzionario. Non solo hanno trovato oro e preziosi ma hanno anche scoperto una vernice che brilla grazie all’elettricità, una sorta di televisione, i sottomarini e altre cosette. Ovviamente sono loro che hanno salvato i marinai e le sirene sono semplicemente delle giovani di questa razza bionda e bianca, che ogni tanto escono a prendere il sole in un costume iridescente. Gli abitanti sono lieti della visita perché con i marinai c’è un prete e loro erano ansiosi di avere qualcuno che dicesse la messa.

La presenza del prete nel racconto giustifica l’approvazione ecclesiastica sulla prima pagina. Certo sarebbe stato difficile desiderare un racconto più ortodosso e rispettoso della religione, addirittura critico verso gli orrori della rivoluzione, da sempre invisa ai preti. Per il resto, si può dire che nel 1940 tutte le eccezionali scoperte dei sirenidi erano già state realizzate, compresi i sottomarini e la televisione (che non viene chiamata così, benché la parola esistesse già). Viene quasi da pensare che il libro sia stato scritto una ventina di anni prima e tenuto (giustamente) in un cassetto. Certo è un libro per ragazzi, programmaticamente puerile, però (tanto per dire) all’inizio degli anni ’40 Asimov aveva già formulato le tre leggi della robotica e cominciava la cosiddetta epoca d’oro della fantascienza, mentre in Italia veniva pubblicato questo libretto, che sembra un’imitazione di Giulio Verne. Questo ritardo di una cinquantina d’anni rende ancora più singolare la figura del Nostro, che è, a paragone, di una modernità persino sospetta.

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Senza nessuna vera ragione

I nostri archivisti hanno trovato un nuovo e rilevante frammento spallanzanesco, che non possiamo tacere:

<<Riordinando trovo un foglio invecchiato. Sopra c’è scritta una lunga frase sentenziosa e in fondo, più grande,

“tutte le cose servono il
[…]”.

La parte bianca indica una striscia di scolorina.
Questa grafia è sicuramente la mia, ma che cosa avevo scritto di così strano da scolorirlo? Di norma cancello (cancellavo: sono anni che non scrivo a penna, questa roba è vecchia) o butto. Perché conservare e coprire?
Evidentemente volevo lasciarmi un segno. Com’è strana questa striscia: appena in rilievo, sarebbe invisibile se la carta non si fosse scurita per il tempo. Devo sapere che cosa ho scritto! Allora prendo un taglierino, gratto come se fosse intonaco e, meraviglie della scolorina, la pasta bianca si scalfisce, s’arriccia e cede rivelando una striscia di carta bianca, pulita. Tanto è chiara che spicca.
Continuo a grattare, gratto il foglio ma è solo carta, sotto non c’è niente, nessuna scrittura.
Anni fa, scientemente e con fermezza, ho steso una striscia di scolorina su niente.
Una riga vuota mascherata da riga cancellata. Significava niente, o solo vuoto, e poi è diventata mistero, curiosità, speranza.>>

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Parentesi di attualità: il valore del nulla

La faccenda del ministro Guidi e del suo compagno ricorda un po’ quella di Guglielmo Manna, marito del giudice Scognamiglio, e del presidente della regione Campania. A parte il fatto che in entrambi i casi ci sono donne con un potere e uomini a loro vicini che sembrano prosperare di riflesso, e non il contrario, si ha la forte impressione che anche stavolta non ci sia stata la vendita sottobanco di favori, ma una sorta di banfata o millantato credito. Cioè, sia l’assoluzione di De Luca che la modifica legislativa appaiono cose scontate, che sarebbero accadute lo stesso, anche senza nessun particolare interessamento, e tuttavia delle persone vicine al potere sembrano farsi belle di un favore che non c’è. Questo rientra, in generale, nello schema degli affari italiani per cui una cosa normale o dovuta viene presentata (o interpretata) come un favore.

La fonte di questo fenomeno, però, si direbbe ambientale, nel senso che la stessa popolazione non crede più da tempo al normale svolgimento degli affari pubblici. In virtù della sua proverbiale furbizia, e dell’adagio per cui il ladro si sente sempre derubato, il popolo suppone sempre che dietro ogni evento ci sia per forza qualche scambio illecito, e così facendo in realtà facilita la vendita del nulla.

Si potrebbe anche parlare di faccendieri immaginari o di sciamanesimo politico: un uomo si veste di piume e giura che ballando otterrà la pioggia, grazie al suo particolare rapporto con la grande madre: e siccome a furia di ballare prima o poi piove davvero, né il popolo riesce a pensare che possa piovere spontaneamente, lo sciamano prospera e le sue piume si allungano, si impreziosiscono, si aprono in una vasta coda di pavone infinitamente futile e occhiuta, come la gente che ricopre.

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Tre versioni di Lazzaro

abbosdo

Per ovvi motivi ripeschiamo l’ennesimo frammento spallanzanesco su un tema di non secondaria importanza.

<< Mandarono a chiamare Giesùcristo perchè Lazzaro era salito su un cornicione e voleva buttarsi di sotto. Diceva che non ce la faceva più a vivere e non avrebbe cambiato la sua decisione. Allora Gristo gli arrivò alle spalle all’improvviso e disse: “amico mio, se ti butti da qua sopra nemmeno io potrò fare più niente”.
Lazzaro sbandò, il vento gonfiava le sue bende e lo faceva somigliare a un goffo cormorano. Girando sui talloni sgranò gli occhi e disse: “ma che dici maledetto? tu sei il signore dell’universo, puoi fare quello che ti pare!”
“In teoria”, concesse Gristo.
Cinquanta metri più in basso la gente li guardava senza sentire niente, le sorelle di Lazzaro pregavano e qualcuno nel dubbio andò a chiamare un centurione.
In alto Lazzaro fece un breve scarto, oscillò paurosamente all’indietro e poi lo si sentì gridare: “stai lontano! puoi farlo eccome, rigenerare la mia carne dalle ceneri, il corpo glorioso… puoi persino far tornare indietro il tempo! non era questo che hai promesso?”
“Si ma vedi”, disse Giesucristo mettendo un piede sopra al parapetto, “se tu togli la vita”, e salì sul parapetto finendo pancia a pancia col suo discepolo: “se tu rinunci a questa vita”, continuò, “io non posso certo costringerti”. Poi lo spinse giù.

Schiantato sull’asfalto il cadavere di Lazzaro non sembrava neanche più una cosa umana. Le articolazioni si erano rotte e sporgevano dal corpo buttate a caso, il cranio si era spaccato longitudinalmente. Disse Giesucristo, che era lì: “amico mio, sei un idiota. Adesso alzati e cammina”.

Come un ragno, come un incredibile insetto, quello che era stato Lazzaro si sollevò dal suo sangue e dalla faccia spaccata uscirono queste parole: “ma che diavolo ti è venuto in mente”. Al che rispose Gristo: “è stato un incidente, al massimo potranno chiamarlo un crimine, però almeno la tua anima è salva”. Poi pensò d’ora in poi la bestemmia contro lo spirito non sarà mai più perdonata, ma adesso io prendo su di me anche il tuo peccato e lo porto nel deserto, dove bruceremo. Poi se ne andarono insieme e alcuni scambiavano Lazzaro per il suo cane. Il suo di Gristo, voglio dire.

II

Quando Lazzaro morì mandarono a chiamare l’ispettore Giesucristo perchè facesse luce sull’omicidio e la prima cosa che lui fece fu andare a trovare Hannibal Lecter.
Chiuso nella sua cella Hannibal stava in piedi come il pupazzo dello sposo sulla torta. Gli disse “Ciuao Giesucristo, scommetto che di solito usi l’eir diu tomp, ma non oggi”, e detto questo sembrò venirsene nelle mutande dalla contentezza.
Disse Giesucristo: “aiutami a risolvere questo mistero e ti farò avere una vista, casomai anche un balcone, se i vicini non ci denunciano”.
Disse Hannibal “allora è tutto un altro paio di maniche! a proposito, secondo te “paio di maniche” è maschile o femminile? perchè se è femminile ci voleva l’apostrofo”, e detto questo prolungò il suono della “effe” ricavandone un verso agghiacciante.
Disse Giesucristo: “Hannibal, passi per esperto del cuore umano perchè dicono che l’hai assaggiato, aiutami a decifrare la morte di Lazzaro e in cambio ti perdonerò molti peccati, ma non l’uso della brillantina”.
Il feroce cannibale si richiuse in se stesso, come ascoltando il ticchettio della follia universale. Alla fine disse: “Ieri ho letto il giornale, diceva che una chiesa è crollata in testa alle beghine. Adesso capisci chi è il grande assassino?”
E Giesucristo: “l’appaltatore?”
No.
“I tecnici del comune?”
No.
“L’ispettorato del lavoro? Insomma chi cazzo è?”
Dio.
“Ahahaahhaah!”, rise  IFFIGNORE, “e per queste scemenze ti hanno dato l’oscar? non sai che Dio non crea il male?”
E cosa fa? uccide la gente.
“No Hannibal, lui desidera. Leggi Marco Aurelio. La prima cosa che fa è desiderare”.

III

“Le tue ferite risaneranno”, disse Giesucristo, “e presto l’acqua sarà gelosa di te”.

Dietro il pietrone della sepoltura Lazzaro rispose: “potresti anche spostarlo questo masso, visto che la fede smuove le montagne e mi hai resuscitato da tre giorni”.
Al che rispose Giesucristo “e non pensi allo scandalo? o credi che la resurrezione cancelli la morte nella mente degli uomini? che direbbe la gente a vederti camminare di nuovo sotto il sole? che la legge di natura è sovvertita, quella legge che io sono”.
“Allora lasciami dormire, maledetto idiota!” gridò Lazzaro dal suo sepolcro. Erano tre giorni che grattava la pietra con le unghie.
Disse Gristo: “nòne, te ne andresti in giro nelle tue bende a ridere e cantare, mangiare, amoreggiare, sudare, defecare… e che direbbe allora la gente? ecco, è risorto ed è proprio uguale a prima! un piccolo uomo, un misero peccatore! allora che ne sarebbe della resurrezione, dell’inconcepibile resurrezione? la gente direbbe “l’universo si è piegato alla Sua volontà, la legge della morte è spezzata, e tutto quello che sa farsene questo pidocchio è vivere di nuovo come un uomo! allora niente ha più alcun senso!”.

“Tu sei pazzo”, disse Lazzaro, e capì che era vero. Sprofondò nell’orrore.
“Tu sei la cosa peggiore che esiste al mondo e ora io ci credo, questo prova che le scritture
non mentivano, davvero tu sei Dio e la tua volontà è del tutto intesa al male”.

Giesucristo alzò le spalle. “Non esagerare Lazzy, è andata così. Nemmeno io posso far sì che ciò che è stato non sia: ormai su di te la morte non ha più dominio e tu resterai qui a testimoniare oscuramente la lieta novella, la vittoria sulla morte e la resurrezione. La gente pagherà per venirti a sentire e se griderai verrà da più lontano ancora, quindi grida pure se vuoi”, e se ne andò. Giesucristo dico.

Allora Lazzaro rimase completamente solo, che poi è il vero significato della parola “immortale”, e al buio che puzzava della sua stessa carne disse: “aprite, vi prego! a colui che smuoverà questa pietra io donerò la mia vita”, ma non venne nessuno.

Passarono altri mille anni e Lazzaro gridava notte e giorno aprite, aprite, vi scongiuro, sto impazzendo! a colui che aprirà questa bottiglia io esaudirò tre desideri! Ma non venne nessuno.

Nel terzo millennio della sua prigionia non disse più nulla, ma chino sulle ginocchia si mordeva a sangue le mani e pensava: a colui che aprirà questa porta, uomo o dio, guai a lui.>>

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