Senza fine

Riprendiamo brevemente il post in cui si parlava di tendenza degli uomini a cercare intenzionalità. In un articolo leggiamo:

“È come se fossimo ipersensibili ai segnali di intenzionalità, specialmente a quelli convogliati dal mo­vimento. Ci sono buone ragioni evoluzionistiche per una tale ac­centuata sensibilità: meglio essere cauti che morti. È una buona idea, in generale, interpretare un ramo spezzato come segno del recente passaggio di un nemico o di un predatore, cioè di un agente causale, piuttosto che di un fenomeno fisico naturale, come l’azione del vento.”

Questo sembra ragionevole, e però allo stesso tempo sembra anche un’altra applicazione della tendenza a cercare intenzionalità. Cioè, esiste davvero la prova che attribuire un evento a un soggetto invece che al caso aumenti le possibilità di sopravvivenza? Questo fattore è realmente calcolabile? Non si potrebbe dire con altrettanta ragionevolezza che un eccesso di cautela spesso è letale? Il fatto che gli esseri si siano evoluti in questo modo (se pure fosse vero) dimostrerebbe di per sé che è una buona idea? O è solo un “minimo locale”, cui attribuiamo più meriti del dovuto?

Non sarebbe più semplice e meno impegnativo pensare che la mente cerca ciò che le somiglia, indipendentemente da esiti favorevoli o nefasti? Del resto, gli esseri privi di mente non sembrano mostrare grande cautela: i virus e i batteri mutano furiosamente e hanno un enorme successo, e forse l’hanno proprio perché privi di cervello. Si potrebbe anzi immaginare che la nascita della mente sia una cosa del tutto sconveniente.

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Il gene ignorante

esonoungrillino

 

Da un paio di secoli è opinione comune che il comportamento dei viventi sia quasi sempre egoistico. Anche gli atti che sembrano altruistici sarebbero solo una forma contorta di egoismo, perché l’individuo si sente gratificato, o di scambio complesso. In effetti si distingue tra un altruismo “empatico” e uno basato sulla reciprocità, ma comunque pare che l’uomo sia tendenzialmente egoista per struttura.  La tesi non è poi molto diversa da quella del peccato originale, se non per il fatto che l’egoismo è considerato un fatto neutro o comunque inevitabile, e nel complesso addirittura positivo poiché i comportamenti egoistici, combinandosi, trascinano invisibilmente verso il progresso. Ma, come abbiamo appena detto, vediamo solo quello che già esiste nella mente e dovremmo chiederci cosa intendiamo con egoismo.

Qualche tempo fa i soliti scienziati hanno esaminato le aree cerebrali che si attivano di fronte a comportamenti che producono risultati positivi o negativi. Si è notato che gli uomini tendono a interpretare i comportamenti dannosi come intenzionali e quelli favorevoli come casuali. A quanto pare la reazione di fronte ai primi è più emotiva, meno razionale, e in noi esiste una tendenza innata a cercare un colpevole. Naturalmente perchè sia colpevole deve averlo fatto apposta.

Questo fatto, già noto agli aforisti di tutte le ere, costituisce una delle grandi illusioni umane. Molto probabilmente i guasti di cui ci lamentiamo ogni giorno dipendono più da errori e dal caso che dalla volontà di nuocere o di arricchirsi: più dall’ignoranza che dall’egoismo. Il nostro problema non è tanto che siamo circondati da approfittatori, ladri e assassini, ma da cretini, quando non apparteniamo noi stessi alla vasta e secolare compagnia.

Non è azzardato perciò ritenere che gli uomini tendano a sopravvalutare anche l’egoismo, perché vedono negli altri ciò che conoscono, e quindi in realtà se stessi.

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Di nuovo nella caverna

Viene da chiedersi cosa prova una scienziato quando riesce ad accumulare dati che confermano un’ovvietà. Leggiamo che alla Johns Hopkins si sono presi la briga di mostrare duemila glifi arabi a due gruppi di persone: quelle del primo gruppo conoscevano la lingua mentre quelle del secondo no. Le lettere venivano mostrate due alla volta e si chiedeva all’esaminato di dire se erano lo stesso carattere o no. Poco sorprendentemente, quelli che conoscono l’arabo identificano somiglianze diverse rispetto a quelli che non lo conoscono. Inoltre gli esperti risultano più lenti ed accurati e ottengono risultati migliori quanto più è complesso il segno, mentre per i non esperti è il contrario.

Questo dimostrerebbe che la conoscenza incide sulla percezione. Del resto, la stessa cosa accade per una rete neurale addestrata rispetto a una ancora vergine. Qualche commentatore osserva che Wittgenstein aveva detto più o meno la stessa cosa sessant’anni fa, ma in effetti l’idea è molto più antica, platonica addirittura: più che vedere, noi riconosciamo (l’unica differenza è che per Platone la conoscenza non è sintesi dell’esperienza ma esiste già prima dell’esperienza: il che forse sarà / è stato confermato da altre ricerche sulle strutture fondamentali del cervello, amorevolmente trasmesse attraverso il dna invece che la metempsicosi).

Comunque la formulazione più elegante del principio risale forse al criminologo francese Bertillon, che verso la fine del diciannovesimo secolo realizzò un sistema di riconoscimento biometrico detto “antropometro” e da qualche parte chiosò: “Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente”. La frase, che curiosamente viene spesso attribuita ad Ellery Queen, compare anche all’inizio de “Il delitto della terza luna”, criminale traduzione del titolo “Red Dragon”.

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Nel luogo senza oscurità

Snobbando delitti più eclatanti, buoni per le persone ciarliere e volgari, la Fondazione segue con attenzione il caso di Stefano Binda, accusato di aver ucciso 29 anni fa una sua ex compagna di classe. All’inizio avevamo anche raccolto molti documenti, articoli di giornale, decine e decine di link: avevamo delle teorie e pensavamo quasi di farci un articolo serio o addirittura un racconto, perché questo Binda in qualche modo ci somiglia. In seguito però ha prevalso la stanchezza, più o meno per lo stesso motivo. Ci limiteremo quindi a sintetizzare alcuni fatti.

29 anni fa Lidia Macchi va a trovare un’amica in ospedale e non torna più a casa. Il giorno successivo i suoi amici di Comunione e Liberazione si organizzano in squadre per cercarla, e la mattina dopo ancora la trovano morta in una stradina non lontana dall’ospedale, vicino alla sua panda, coperta da un cartone. La ragazza è stata accoltellata varie volte, soprattutto alla schiena, ma sotto al corpo e anche nella macchina c’è poco sangue, per cui si pensa che sia stata uccisa altrove. Nonostante alcune segnalazioni di presunti maniaci e tossici nel parcheggio dell’ospedale, si indaga soprattutto su persone del suo ambiente e anche su un prete. Scoppia subito una polemica perchè si accusa il PM di aver avuto la mano troppo pensate con alcuni indiziati. In seguito il caso torna sui giornali perchè Tortora propone di ricorrere al test del dna (per la prima volta), ma vuoi perché i metodi sono ancora primitivi, vuoi per la scarsità di materiale da analizzare, il test non produce risultati apprezzabili.

La vicenda dorme per anni. Qualche tempo fa però due ragazze accusano il padre di essere l’assassino, perché le aveva più volte minacciate di fargli fare la fine di Lidia. Anche in questo caso l’indiziato sarà giudicato estraneo ai fatti. Le televisioni però hanno avuto modo di ritornare sul caso e in una trasmissione viene mostrata una lettera, recapitata ai genitori di Lidia a pochi giorni dal delitto, che conteneva una sorta di poesia o preghiera. Una spettatrice riconosce nella lettera la grafia di un suo conoscente, tale Stefano Binda, che conosceva anche Lidia, e ritrova anche delle vecchie cartoline in modo da poter confrontare la scrittura.

La procura a questo punto si convince che l’autore della lettera è l’assassino e perquisisce la casa del Binda. Ci trova, tra l’altro, delle agende con le pagine strappate in corrispondenza della data del delitto. Alcune frasi annotate dal Binda suonano come una sorta di confessione, e inoltre qualcuno ricorda che l’allora diciottenne aveva una macchina bianca, e che il giorno della scomparsa era stata vista una macchina bianca nel parcheggio dell’ospedale.

Inoltre i conoscenti del Binda non confermano il suo alibi (aveva detto di trovarsi in gita con CL), e la procura pensa che uno di loro abbia voluto coprirlo, perché ha cambiato la versione che aveva fornito inizialmente. Per tutte queste ragioni l’uomo viene arrestato, e al momento è ancora dentro.

La procura ha anche deciso di acquisire alcune testimonianze prima del giudizio. La donna che asserisce di aver riconosciuto la grafia del Binda sostiene pure che qualche giorno dopo il delitto si trovava in macchina con lui e che c’era a terra un sacchetto bianco contenente qualcosa di pesante. Il Binda sarebbe sceso dalla macchina col sacchetto in mano e si sarebbe diretto in un giardinetto pubblico, ma al suo ritorno non avrebbe più avuto con sè il sacchetto. Da ciò il sospetto che contenesse l’arma del delitto e che il Binda l’abbia sotterrata nel parco. La procura a questo punto manda a setacciare il parco coi metal detector, dopo 29 anni, e come era prevedibile non viene fuori un coltello, ma sette, che adesso vengono analizzati.

La vicenda, schiacciata da delitti più appetibili, riceve modesta attenzione mediatica. In molti articoli però si lascia intendere che il Binda sarebbe una brutta persona, in quanto non solo laureato in filosofia, ma anche disoccupato e mangiatore di pane a ufo (la pensione della madre), e anche ex tossicomane, se non tossicomane ancora in attività. Il movente ipotizzato dalla procura, inoltre, è abbastanza singolare: il Binda, essendo anche lui una sorta di maniaco religioso, avrebbe ucciso la ragazza dopo averla violentata ritenendola colpevole di aver ceduto alla sua violenza.

Il punto che in particolare ci colpisce è che le accuse sembrano basate essenzialmente su delle parole scritte. Si dà infatti per scontato che l’autore della lettera ai familiari sia anche l’assassino, perché il testo conterrebbe elementi che solo l’assassino poteva conoscere. In verità, chiunque legga la lettera noterà che non contiene particolari elementi di fatto e che sembra più che altro una preghiera: la preghiera di uno che si chiede come può conciliarsi l’esistenza di dio con quella del male. Non c’è, a nostro avviso, nessun dato che era noto solo all’autore e non ad altri, e anche le frasi scritte sul diario del Binda sembrano compatibili con una generica disperazione adolescenziale. Per non parlare della stranezza di un assassino che va a seppellire l’arma in un parco pubblico portandosi dietro un testimone, e che nasconde le sue tracce tenendosi in casa per trent’anni dei diari in cui confessa l’omicidio.

A tutto ciò si aggiunge che non è possibile fare il test del dna al Binda, perchè la procura ha buttato i reperti raccolti 29 anni fa. E non sembra che scavare nel parco pubblico possa davvero fornire qualche certezza. Anche se tra i vari coltelli persi o sepolti nel corso di 29 anni si trovasse la vera arma del delitto, ipotesi già chimerica, resterebbe sempre da dimostrare che ce l’ha messa il Binda e non un altro. Il processo contro quest’uomo sarà perciò totalmente indiziario e richiederà parecchie deduzioni azzardate.

Eppure quest’uomo è già in galera, per esigenze cautelari, e potrebbe restarci a lungo perché non c’è nessuno che lo scagioni, nonostante il nostro processo sia basato sull’idea che è lo stato a dover provare la tua colpevolezza e non tu la tua innocenza. E non si può fare a meno di tremare pensando alla responsabilità di chi dovrà giudicare quest’uomo sulla base di elementi così incerti. Veramente è terribile cadere nelle mani del dio vivente, così simili a lame del sole e a forbici.

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Echi

La morte di Eco sta provocando un sussulto di dignità nazionale: la folla, per lo più ignara del soggetto, avverte confusamente che si tratta dell’ennesima “eccellenza italiana”, come fosse un salume o un caciocavallo, e che perciò bisogna appropriarsene. Qualche raro e malevolo individuo ricorda alcuni passi discutibili del venerabile, che però furono più o meno di tutta la sua generazione, come la famosa lettera contro Calabresi. Altri si lasciano andare a critiche personali, spesso di scarsa signorilità.

Benchè Spallanzani fosse stato in corrispondenza con Eco, la Fondazione non ha mai nascosto il suo fastidio per un certo prezzemolismo del professore, per la sua tendenza al riciclo e per la modesta qualità narrativa dei suoi romanzi successivi a l’Isola del giorno prima. Tuttavia, in questi giorni non è il caso di fare gli schizzinosi e perciò ripubblichiamo una vecchia nota contro Umberto Eco.

Echi

In Dire quasi la stessa cosa, p. 103, Eco propone come esempio di traduzione difficile il catalogo dei pezzenti del Nome della RosaVe lo ricordiamo:

“accapponi, lotori, protomedici, pauperes verecundi, morghigeri, affamiglioli, crociarii, alacerbati, reliquiari, affarinati, falpatori, iucchi, spectini, cochini, appezzenti e attarantati, acconi ed admiracti, mutuatori, attremanti, cagnabaldi, falsibordoni, accadenti, alacrimanti e affarfanti.”

La lista, ricorda Eco, è ripresa da Il libro dei vagabondi, di Piero Camporesi, Einaudi, 1973, che attinge al fino ad allora sconosciuto speculum cerretanorum di Teseo Pini, 1485 circa*. Come esempio di ottima versione Eco cita quella francese, che traduce:

“capons, rifodés, franc-mitous, narquois, archisuppôts, cagous, hubins, sabouleux, farinoises, feutrards, baguenards, trouillefous, piedebous, hapuants, attarantulés, surlacrimes, surands.”

Il professore si chiede anche in quale repertorio locale il traduttore abbia scovato questi termini. Ebbene, la risposta è abbastanza facile. In Notre-Dame de Paris, Hugo scrive:

“Veniva poi il reame d’argot: [. . .], i coutards de boutanche, i coquillarts, gli hubins, i sabouleux, i calots, i franc-mitoux, i polissons, i piètres, i capons, i malingreux, i rifodés, i marcandiers, i narquois, gli orphelins, gli archisuppôts, i cagoux.”

Visto? ci sono quasi tutti. Ma la cosa più bella è che Eco ha scritto l’introduzione a Notre-dame, edizione Repubblica, dove c’è appunto la lista in francese, e tuttavia non sembra essersi accorto che la fonte del suo traduttore francese è (in gran parte) proprio quel libro. Forse l’Umbertone è stato fuorviato dalle vecchie traduzioni, che italianizzavano il testo (es., quella Feltrinelli del 2002 riporta “ruffiti, formigotti, arcischerani etc”).

Non vogliamo dire che Eco non abbia letto il libro che stava introducendo, ma probabilmente è proprio così. Dal canto suo, il traduttore dell’edizione di Repubblica lascia molti termini in lingua originale**, mentre avrebbe potuto copiare la lista di Eco. Bisogna dedurne che, come la maggior parte degli italiani, non aveva mai letto il più noto romanzo dell’Umberto. Tanto vasta e isolata è la letteratura!

* Siccome è in latino, segnaliamo pure Il vagabondo di Rafaele Frianoro, che a quanto pare copiava spudoratamente da Pini.

** E fornisce una legenda:

coutards de boutanche: sedicenti disoccupati.
i coquillarts: falsi pellegrini che portano conchiglie.
gli hubins: si fingevano morsi da cani o da lupi rabbiosi e imploravano guarigioni.
i sabouleux: falsi epilettici che emettevano schiuma dalla bocca grazie a un pezzo di sapone nascosto dietro le labbra.
i calots: fingevano guarigione dalla tigna grazie ai pellegrinaggi.
i franc-mitoux: imitavano lo sfinimento dei malati con un fazzoletto sporco attorno al capo.
i polissons: straccioni, si muovevano a gruppi di quattro con la bottiglia al fianco.
i piètres: camminavano solo con le stampelle.
i capons: tagliaborse o giocatori che frodavano il pubblico attirandolo e fingendo di perdere.
i malingreux: mostravano false piaghe.
i rifodés: proclamavano di essere vittime del fuoco.
i marcandiers: si dicevano mercanti rovinati dalle guerre o da altre sventure.
i narquois: falsi mutilati di guerra.
gli orphelins: bambini mendicanti.
gli archisuppôts: violenta manovalanza al servizio dei masnadieri.
i cagoux: falsi lebbrosi.

 

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Il grande obeso dei numeri e altre stranezze

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Il Prof. Yaroslav Sergeyev è russo ma insegna all’Università della Calabria e da una dozzina d’anni propone un modo (inizialmente definito “rivoluzionario”, ora solo “più semplice”) per trattare l’infinito. La Fondazione ama questi argomenti ma nel suo dilettantismo non è in grado di valutare scientificamente il metodo Yaroslav. Trova però buffo il nuovo nome proposto per il più grande dei numeri, il grossOne, e trova anche curioso che l’accademia si mostri un po’ tiepida verso una scoperta che avrebbe notevoli conseguenze anche pratiche: le pagine e gli articoli dedicati all’argomento sembrano provenire da un numero piuttosto ristretto di persone, e alcuni commentatori non nascondono un certo scetticismo. Solo il tempo ci dirà se il grossOne è un’idea brillante o la rimasticatura di teorie già esistenti, sostenuta da uno dei tanti circoletti. Nel frattempo lo si può sempre usare come epiteto obesicida.

Foibe, Film e Falso: si scopre che un più volte annunciato “colossal sulle foibe” non è mai esistito. L’articolo di wuming è verboso e non privo di acrimonia, nel suo solito stile, ma mostra per l’ennesima volta la scarsa tendenza della stampa a controllare le notizie, e la capacità di amplificazione del falso di piattaforme come wikipedia. Naturalmente wuming si mostra meno solerte nel controllare notizie conformi al suo profilo ideologico e/o provenienti da amici e camerati, ma non si può pretendere la perfezione (p.s. grazie ai progressi dello spirito, con la parola “perfezione” si intende sempre meno: non è lontano il momento in cui significherà solo un po’ di onestà intellettuale).

Pare che un tizio truffasse le turiste approfittando anche di una vaga somiglianza con Richard Gere, amplificata col paint. La notizia appare a sua volta “falsata” a scopo pubblicitario, perché dice che il tizio “si spacciava per Gere” quando invece dalle foto dei documenti alterati sembra che il resto dei dati non fossero quelli di Gere (e del resto che senso avrebbe avuto portare come prova una patente italiana?). Forse il tizio puntava sulla subliminale aura di probità che circonda le persone belle, ma da questo a dire che “si spacciava” ne corre. Incidentalmente, ci torna in mente che anni fa Richard Gere ha interpretato il ruolo di Clifford Irving, l’autore di una famosa biografia fasulla di Howard Hughes, comparso anche in “F for Fake” di Welles.

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Attraverso Gristo

“Quello che scrivo  non ha molto senso. C’è divertimento e religione e orrore psicotico sparpagliati come un mucchio di capelli. E c’è anche una deriva sociale o sociologica… più che verso le scienze esatte, e l’impressione complessiva è infantile ma interessante. Non è una persona raffinata, quella che scrive. Tutto è ugualmente reale, come gioielli da bigiotteria nel vicolo. Una mente fertile e creativa che vede costantemente gli scenari che mutano, il serio che diventa buffo, il  buffo triste, l’orribile esattamente quello: del tutto orribile come se fosse la pietra di paragone di quello che è reale. […] Certamente vedo l’accidentalità del mio lavoro, e vedo anche come questo vasto rimescolamento di possibilità dopo possibilità riesca alla fine, dato il tempo necessario, a giustapporsi e a dischiudere qualcosa di importante automaticamente trascurato in un modo di pensare più ordinato. Patafisica. […]

Perché nulla, assolutamente nulla è escluso (come non degno di essere incluso), offro un carniere ampio ed eterogeneo… da cui tiro fuori porte che funzionano a monete e Dio. E’ un circo del cazzo. Io sono come un corvo dalla vista acuta che adocchia qualsiasi cosa che scintilli, e l’afferra per aggiungerla al mucchio. Chiunque abbia la mia attitudine potrebbe semplicemente imbattersi per puro caso e fortuna – nella sua vera vita, vale a dire la vita della sua mente – nell’autentico Dio camuffato, il Deus Absconditus, provando strane combinazioni di cose e luoghi, come un computer ad alta velocità (sic) che processa ogni cosa; potrebbe anche far colpo su un dio circospetto, potrebbe coglierlo di sorpresa sbucando da qualche parte in modo inaspettato. […]

Il dio pazzo James-James ha cominciato a generare un mondo dopo l’altro, mondi senza relazione fra loro, mondi dentro mondi. Mondi falsi, falsi mondi falsi, astute simulazioni di mondi, opposti speculari di mondi. Come faccio io nei miei racconti e romanzi (per esempio Le tre stimmate e Il gatto). Io sono James-James. Ho creato un mondo fra tanti e ci sono entrato e mi ci sono nascosto. Ma la polizia mi ha trovato – la polizia nonterrestre – e ha tentato di imbrogliarmi con la lettera Xerox. […]

‘Ma stai scrivendo qualcosa di serio?’ Notare la parola. Cazzo. Se non potessero costringerci a scrivere cose serie risolverebbero il problema stabilendo per decreto che quello che stavamo scrivendo era serio. Prendere una forma pop come ‘seria’ è quello che si fa se non c’è modo di liberarsene. […]

Ero stato parzialmente psicotico per anni e nel 3-74 ho avuto il crollo definitivo. A causa di un vero e proprio stress. (La faccenda delle tasse). Come Cordwainer Smith, sono stato catturato dal mio stesso universo fantascientifico. Schizofrenia con colorazioni religiose e paranoidi[…]

e adesso mi sfinisco nel tentare di spiegare il 3-74. Ero avvelenato dal litio. E ho avuto un crollo schizofrenico. La mia mente monitora la mia ‘anamnesi del missile’ come una chiave di una psicosi precedente. Ho bisogno di atmosfere romantiche (avventura) nella mia vita. La voce dell’IA è un tipo speciale di allucinazione, una di soddisfazione dei desideri e dei bisogni, per via della solitudine: inedia emotiva, dolore e maltrattamenti. Non posso proprio sopportare la vita senza quella voce amorevole che mi guida, così regredisco a un livello (atavico, in termini storici) in cui può avere luogo una tale esperienza bicamerale (come in Scrutare). La voce dell’IA è la mia immaginaria compagna di giochi, mia sorella, evoluta dalle mie fantasie infantili di ‘Bill e Nell’. […]

Be’, dannazione… non ho rimpianti. Ha reso una vita sterile e timorosa significativa e sopportabile […]

Ma credo che quando tutto il resto andava a rotoli e le pressioni interne ed esterne mi facevano precipitare nella psicosi, Dio mia abbia preso sotto la sua protezione personale e mi abbia guidato e salvato con il Suo divino amore, misericordia, sapienza, e grazia attraverso Cristo… anche se non, forse, come io illusoriamente immaginavo.”

Questi sono alcuni frammenti dell’Esegesi di Philip Dick, pubblicata parzialmente. Come l’ologramma che nomina di continuo, ogni frammento della mente di Dick sembra contenere l’intero. Il testo caotico, atrocemente ripetitivo e spesso illeggibile, include anche la sua ragionevole confutazione, e la confutazione della confutazione. Non è solo un documento clinico (anche se è per la maggior parte un documenti clinico), ma la testimonianza letteraria di una battaglia contro la follia, non per distruggerla, ma per usarla. Dick non voleva semplicemente essere sano, voleva tenersi la parte folle e metterla al servizio della sua ricerca della realtà, non rifiutando a priori nessuna ipotesi, nemmeno quella di essere pazzo, per vedere, risvegliarsi. E la cosa stupefacente è che per molti versi Dick quella battaglia la vinse. Nei suoi ultimi romanzi (specie Valis), che sono la sintesi della sua sterminata Esegesi, Dick rimane talmente in bilico tra la consapevolezza e la psicosi, il delirio e l’ironia, che non si può fare a meno di amarlo.

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Non la fiamma

Riguardo al suo rapporto con la fama, ebbe a dire il nostro:

“Più o meno una volta l’anno ricevo una lode iperbolica e ampiamente immeritata. Bisogna che la mia vanità sia una macchina di straordinaria efficienza, perché le basta questo carburante minimo ad andare avanti un altro anno. Ma in verità io sono il carburante, la cosa che viene consumata, il tempo speso a scrivere, la lode è solo un catalizzatore, ne bastano poche molecole. Altro fatto notevole è che i miei troppo generosi e direi anche ingenui estimatori sono sempre e solo uno alla volta. Prima ce n’è uno, che poi sparisce, l’anno dopo ne viene un altro, e così via. Come certe quantità immaginarie, non si sommano. E’ quasi come se la stessa forma mentale passasse da un individuo all’altro, tanto che potrebbe essere sempre la stessa persona sotto diverse identità. Anzi, la spiegazione più semplice del fenomeno è proprio questa e se fossi davvero schizofrenico non esiterei a credere che quella persona sono io.”

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Ancora pubblicità enigmatiche

Il 12 gennaio 2016 a Times Square sui maxischermi sono comparse foto del fisico Hawking e tre numeri: 48, 16, 11. Al 99,99% si tratterà della solita pubblicità enigmatica, ma non possiamo escludere alcune ipotesi:

  1. Forse il messaggio prevedeva con soli 27 giorni di ritardo il terremoto di magnitudo  1.9 del 16 dicembre 2015 ore 11:48:31 (UTC) in provincia di Bologna.
  2. E’ possibile che il messaggio alluda all’estrazione del lotto n. 48 del 16-11-2015, in cui curiosamente non è stato estratto il 71, ossia l’omm’emmerda.
  3. Ci sono ottime ragioni per sospettare che la sequenza si riferisca alla Determinazione Dirigenziale n. 48 del 16-11-2015 della Regione Abruzzo, con cui (dopo gran ponzare) si liquidavano alla Vodafone 281,20 euro più Iva.
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Noio volevan savuar

Grazie agli sforzi dell’ottimo prof. Leonetto Vincibile è iniziata l’opera di traduzione in francese del mirabile opuscolo spallanzanesco.

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Vasto Attivo Sistema di Paranoia Vivente

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Questa che vedete è la foto di un complotto.

Nel 2015 la rete si è gonfiata più del solito di notizie false e di indagini sulle modalità della loro formazione, e più in generale di analisi del complottismo dilagante. Molti si sono accaniti a cercare le cause sociali o psicologiche del fenomeno, spesso arrivando a risultati simili a quelli dei primi studiosi del complotto nella società moderna. In questo breve articolo noi parleremo invece delle basi biologiche del complottismo, e per farlo dobbiamo spiegare brevemente cos’è una rete neurale.

Semplificando alla grandona, la rete neurale è un classificatore statistico, che può essere composto da neuroni biologici o artificiali. Di norma è dotato di un meccanismo di apprendimento o più genericamente rafforzamento: man mano che i dati vengono processati, il sistema modifica retroattivamente il peso degli input nel tentativo di ridurre il rumore. Grazie a questo meccanismo la rete si comporta più o meno come una prateria scavata da fiumi, in cui i letti più frequentati tendono ad allargarsi e approfondirsi, attirando altra acqua. I cammini più percorsi si rafforzano e ciò spiega come mai una rete costruita per individuare forme di occhi tenda a “interpretare” sempre più cose come occhi. Le immagini generate dagli algoritmi di google hanno avuto grande fortuna, ma in realtà non sono concettualmente molto diverse da un qualsiasi sistema di riconoscimento dei caratteri, che scambia le macchie del foglio per lettere,  o “cl” per “d” (è come se attorno alle forme si scavasse un alone).

Ogni neurone artificiale è una macchina molto semplice, che superata una certa intensità di segnale in ingresso “scarica”, come un neurone biologico. L’insieme di miliardi di neuroni produce invece risultati terribilmente complicati e in parte imprevedibili. E’ inevitabile constatare che l’umanità connessa, nel suo complesso, tende sempre di più ad assomigliare a una rete neurale, in cui moltissimi individui bombardati da segnali “scaricano” a loro volta non appena raggiunta la soglia. Le soglie vengono continuamente modificate dal comportamento degli altri individui-neuroni, ma emerge chiaramente un processo di rafforzamento. La domanda che ci si potrebbe porre è: “se la rete di google cerca occhi, cosa cerca la rete umana?”. La risposta più semplice è Intenzionalità.

La rete cerca una volontà, un’intelligenza che mira a uno scopo. E’ stata addestrata a cercarla, per riconoscersi e riconoscere, e continua a cercarla, anzi la trova sempre più spesso, perchè il cammino si rafforza in feedback. Di fronte alle infinite immagini del mondo, la rete ritrova sempre gli stessi elementi. Anche variando ed eliminando parti dello sfondo, continuano ad emergere gli stessi pattern, quindi il sistema si convince di due cose: uno, di essere nel giusto; due, che esiste un’intenzionalità perenne, nascosta, attiva, forse maligna, perché resiste a tutti i tentativi di modificarla.

Il vero problema è che la rete in parte ha ragione. Il processo di semplificazione e adattamento è necessario per comprendere, per evitare che il mondo si disintegri in infiniti bit privi di significato. Le macchie somigliano davvero a lettere o a occhi, l’interpretazione non è del tutto sbagliata: quello che manca alla macchina è la comprensione  del contesto. Esiste un livello superiore di analisi, basato su un vocabolario, anzi un’enciclopedia, che permette al singolo di capire che non c’è scritto “i Magi portano cloni” bensì “doni”, o di distinguere un occhio del viso da un occhio stilizzato su una tappezzeria, ma la rete neurale opera a un livello troppo basso per fare questa distinzione. Allo stesso modo, il complottista tende ad eliminare gli elementi dello sfondo e a concentrarsi su delle strutture ricorrenti, più facilmente percepibili, e inoltre si avvicina ad altri complottisti, creando una rete sempre più specializzata nel riconoscere ciò che già pensa.

Questo processo, da sempre presente, è ulteriormente rafforzato dalla crescente rapidità con cui gli stimoli vengono processati dai neuroni-individui e producono scariche di generalizzazioni. In questo modo la mente individuale si riduce a una macchina più semplice, incline alla reazione più che alla riflessione. Le analogie tra i fenomeni si estendono: cancellando le differenze storiche, sociali, economiche, la rete-mente inizia a trovare tutto simile, e ne trae angoscia, spavento.

Le immagini di google, spesso paragonate a sogni di macchine, sembrano invece più degli incubi della comprensione. Il fatto rilevante è che questa generalizzazione è la base anche della conoscenza razionale.  Che cosa distingue il genio che individua strutture nascoste dal complottista folle? In fondo forse è solo che il primo non cerca una volontà.

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Sfacciata autopromozione

La Fondazione rammenta ai pochi ancora ignari che possono non diciamo comprare per sé, ma donare a individui difficili il molto erudito ebook dedicato al nostro, e in caso di avarizia terminale anche recuperarlo gratuitamente, risparmiando così i 99 centesimi da destinare ad altri doni prestigiosi quali uno schiaccianoci fatto con le pietre o un pianoforte a coda cinese. Infine il testo, pure leggermente modificato, si legge direttamente online senza nemmeno la fatica di scaricare, e francamente non sapremmo più cosa aggiungere.

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Lo spettro dei natali potenziali

Spallanzani, pur essendo insegnante, talvolta lavorava. Per cercare di rimediare al crack della Bomarzo e sfuggire alle più severe sanzioni della GdF si era anche messo a scrivere tesi, che raccoglieva a mazzi e poi compilava furiosamente di notte. Fu il 24 dicembre 1978, durante uno di questi tour  de force, che l’annoiatissimo scrittore invece di riepilogare il perché e il percome della scapigliatura milanese si mise a scrivere una sorta di racconto di natale: il nucleo derivava ovviamente da Dickens, perché il protagonista, cioè lo stesso Spallanzani, si trovava ad affrontare gli spettri dei natali che avrebbero potuto essere.

Non è opportuno ricopiare il testo, che è privato e familiare e contiene moltissimi ritratti scherzosi e ingiuriosi di amici e parenti, del tutto incomprensibili per il lettore medio. Riportiamo quindi solo la parte finale, in cui l’autore improvvisamente abbandona il racconto per discutere più in generale della parodia.

<<La finisco qui. Un po’ mi dispiace perché nella mia mente la storia è quasi completa, come intreccio e conclusione morale. I caratteri, sebbene grossolani, hanno un loro minimo sviluppo (lo spettro si disinteressa sempre di più al suo sciocco compito, alla fine la ricerca è condotta dal protagonista)… certo resta inaccessibile a chi non conosce me e l’ambiente, e anzi anche a molti conoscitori, per via della deformazione, o incomprensione, o meglio ancora difetto di tipizzazione

Ormai è raro che io pensi ad una storia completa e non a singole trovate o frasi. Questa volta mi è riuscito perché è la scimmiottatura di un’opera completa e di caratteri esistenti. La parodia mi è familiare, è un esercizio scolastico, già nel senso stretto di una cosa che si fa soprattutto a scuola, in genere alle superiori, e si può dire che molti autori non vanno mai oltre quella soglia, né tecnicamente, né psicologicamente.

Non si può dire esattamente quale sia la sua ragione, perché la parodia non è solo lo sberleffo di ciò che ti impongono di imparare, specie quando include elementi della tua realtà (es. i tuoi compagni di classe al posto dei personaggi – la loro funzione è di abbassare il tono, di economizzare, ma vengono anche in un certo senso risucchiati dai personaggi originali).

Sicuramente la parodia testimonia del carattere universale del testo parodiato, della sua potenza come modello, più che della fantasia del parodista, se pure c’è. Questo è forse il motivo principale per cui ci si stanca presto di parodiare, cioè di riconoscere la superiorità di un altro; anzi, ce ne si disgusta.

Allora si comincia a nascondere la parodia: invece di deformare un testo si inseriscono tante deformazioni di tanti testi, in modo che il processo non sia immediatamente riconoscibile come tale. Quando anche questo gioco viene scoperto, e ciò avviene assai presto, si mettono avanti le mani dell’ironia. Noto che in generale l’autore preferisce apparire un parodista in mala fede che un ingenuo. In seguito, per salvarsi anche dalla mala fede, dirà di aver introdotto dei segnali di ironia (ed è quello che poi si chiama il postmoderno). Proseguendo si potrebbe creare un’intera estetica basata sull’invidia e sulla meschineria.

Oppure la parodia è, come la simulazione di combattimento degli animali, un modo per allenarsi all’età estetica adulta, quindi dovrebbe servire a costruire gli strumenti per poi scrivere davvero qualcosa. Sennonchè, gli animali che simulano il combattimento non danno l’idea di scherzare. Forse se non fossero animali avrebbero letto di questi scontri simulati e comincerebbero a trovarli buffi, e allora ne farebbero la parodia. Insomma, una volta che nasce la parodia, e che tu la conosci, non puoi far altro che fare parodie, e vedere tutto come una parodia, e così restare per sempre a quella fase di sviluppo, come un cane consapevole di giocare a combattere e quindi di fatto impreparato al vero combattimento, che lo spiazzerà sempre.

Da ciò l’essenziale tristezza dei grandi parodisti e la facilità con cui scivolano nel non detto, nel frammento, nel non finito, nel supertesto spappolato (vedi Gadda, Musil). Il gioco che sembrava così promettente, in fondo non porta da nessuna parte e il passo successivo è solo lo smantellamento completo della forma codificata, che poi in definitiva è sempre una parodia (dell’intera struttura e non più solo dei singoli pezzi).

Questi individui, i grandi parodisti, mi sembrano dei maestri per un motivo opposto a quello che viene normalmente indicato, e cioè per la loro romanzosità, che ogni tanto emerge lo stesso dal groviglio, come se fosse una insopprimibile necessità, un naturale istinto del raccontare, così profondamente sepolto sotto pagine e pagine di tentativi di distinguersi dal passato.

Oppure sono io che vivo nel paese dei romanzi, che ci sono nato intellettualmente e ne ho nostalgia. La generazione successiva invertirà il processo, per reazione produrrà romanzi e rimpiangerà il postmoderno. Questa è una profezia molto facile nella forma e non credo che si avvererà. La storia, nella sua elementare asimmetria, potrebbe produrre disegni molto più vari; ma, è inutile dirlo, di scarsa o nulla signorilità.>>

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Buono ultimo

In “Controcorrente” Des Esseintes porta un adolescente povero al bordello: vuole abituarlo precocemente ai vizi in modo che poi, tagliandogli i fondi, per procurarseli diventi un ladro e sperabilmente un assassino. Come in tutte le sue azioni, l’aristocratico decadente non fa altro che ripercorrere vecchie strade: è la stessa tattica del vecchio della montagna, che secondo Marco Polo simulava per i suoi accoliti un paradiso fatto di miele e prostituzione, e poi li mandava a uccidere pieni di speranza e di letizia. I sovrani dell’epoca, pare, pagavano il pizzo al vecchio per distoglierne le attenzioni, e magari la stessa cosa si augura lo stato islamico, ma è l’occidente ad aver creato l’illusione paradisiaca di massa: l’unico problema è che allo stesso tempo ha distrutto l’idea dell’aldilà, quindi i milioni di cacciati dal paradiso dell’adolescenza possono solo sperare nella realizzazione di una cuccagna terrena. Tutto questo, però, accadeva circa cento anno fa, e oggi solo i tecnici credono ancora in un mondo in cui le macchine fanno tutto il lavoro, la vita e la salute sono eterne, le donne si lanciano nel poliamore. Il fatto è che mentre la carne ha esigenze limitate, non avviene così per la mente: il desiderio può crescere tendenzialmente all’infinito, come mostra la pubblicità, e il paradiso non è più il luogo della soddisfazione, chiaramente noiosa, ma del crescente e insoddisfatto desiderio, ossia un classico inferno. Quindi noi siamo allevati nell’illusione di vivere all’inferno, e quando ce ne scacciano a quello vogliamo tornare: col delitto sì ma, per chi si dà al volontariato, persino con il bene. Questa sarebbe stata un’idea veramente controcorrente, un centinaio di anni fa.

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L’immagine è cortesia di ff

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Criptoeconomia

Anche se ormai è irrimediabilmente obs, perché esiste dal 2009, ancora non abbiamo ben capito il funzionamento del bitcoin. Ci sono in giro moltissimi articoli sull’argomento ma ci sembrano quasi sempre troppo tecnici o troppo semplicistici.

Comunque la cosa che ci colpisce è questa: ogni computer sul quale gira il programma per “scavare” i bitcoin mette a disposizione un po’ della sua potenza di calcolo per delle operazioni di decrittazione, il cui scopo è unicamente quello di validare le stesse transazioni effettuate con bitcoin. In effetti tutti usano i loro computer per dire (complessivamente) se determinate transazioni sono valide, cioè uniche, in modo da evitare che lo stesso bitcoin possa essere usato più volte, e in cambio di questa attività di decrittazione ricevono anche in premio dei bitcoin (mentre in futuro, quando i bitcoin saranno esauriti, la validazione richiederà un pagamento).

L’operazione di decrittazione è resa volutamente difficile per evitare che qualcuno possa mentire e dichiarare che una transazione è valida quando invece non lo è, perché quel bitcoin è già stato speso. Falsificare il risultato resta tecnicamente possibile, ma richiederebbe una potenza di calcolo immensa, pari al 51% di quella di tutta la rete (che a quanto pare è già centinaia di volte maggiore della potenza di calcolo di tutti i supercomputer del mondo messi insieme). Pertanto i falsari sono scoraggiati dal costo stesso dell’operazione.

Questo meccanismo rende il sistema difficilmente attaccabile e indipendente dal controllo di un soggetto statale. Non c’è bisogno di un’autorità di controllo perché tutti, volenti o nolenti, controllano, e nessuno (o quasi) è in grado di farlo da solo. Inoltre hanno interesse a controllare perchè al momento questo è l’unico modo di ottenere bitcoin.

Volendo fare un parallelo molto vago, si potrebbe immaginare un sistema di validazione delle affermazioni che pretenda il contraddittorio con milioni di persone: un’attività così stancante che nessuno si metterebbe a discutere solo per poter poi inserire dei dati falsi nel sistema (questo meccanismo immaginario, comunque, sarebbe sempre meglio di wikipedia, che richiede ugualmente uno sforzo notevole senza però produrre risultati affidabili, ed è facile ingannarla o utilizzarla strumentalmente).

Ma la domanda forse più importante è: vale la pena di usare un’immensa potenza di calcolo solo per decrittare dei codici che non hanno niente a che fare con la realtà, e che sono resi appositamente difficili da decodificare? O non è piuttosto un gioco folle? Tutto questo processo quanto costa? Quanta energia elettrica, tecnologia, quante alternative scartate per avere una moneta fuori dal controllo statale?

Non siamo riusciti a trovare una stima del costo di mantenimento della rete bitcoin. Qualcuno potrebbe dire che in realtà è pari a zero, perchè se quei computer non stessero macinando codici non farebbero altro: tutti sappiamo che il 90% della potenza dei nostri computer è praticamente inutilizzata, perchè noi non siamo abbastanza veloci da usarla. Questo però è solo parzialmente vero, visto che per “minare” i bitcoin non vengono usati solo i computer esistenti, ma anche realizzate delle server farm ad hoc, con processori specializzati nella decrittazione. In ogni caso, resta il fatto che la potenza di calcolo inutilizzata si potrebbe adibire a scopi più ragionevoli, come ad esempio per sequenziare dna (per dire) o per prevedere il tempo. E infine c’è il problema dell’energia: alcuni calcolano che ogni transazione con bitcoin consumerebbe tanta elettricità quanta ne consuma un’abitazione americana in un giorno e mezzo, quindi il sistema sarebbe insostenibile.

Da un altro punto di vista, il meccanismo del bitcoin somiglia ad altre attività umane basate sulla libertà e lo spreco: anche il nostro cervello è una macchina sotto utilizzata, che noi preferiamo adibire ad operazioni futili ma capaci di garantirci (o di darci l’illusione di garantirci) una certa autonomia dall’autorità esterna. Anche in questo caso viene da chiedersi: quanto ci costa questa libertà?

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