L’affaire ingrossa

Continuiamo a raccogliere materiale sull’affaire Ventura. La vicenda è già troppo nota. Le conseguenze dell’ingiusta censura del noto intellettuale però adesso rischiano di travolgere l’economia del disagio.

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Zuckerberg crede di avere un asso nella manica. Infatti dichiara: “Abbiamo dovuto bannare il Ventura per i suoi comportamenti non in linea col nostro codice etico. Ma lo sapete che non ha vaccinato la figlia?!”. Pronta la replica del RAV: “Sarebbe ipocrita, tanto è comunque destinata a una vita disagiata”. Che dire… uno a zero per il Ventura!

Ma il team “Ricatti ed Estorsioni” di Facebook sta setacciando il suo profilo alla ricerca di materiale compromettente per distruggere la sua reputazione intellettuale. L’algoritmo deeplirnato ha già scovato un “ma però” scritto alla zia nel 2008 e l’acquisto di un dvd di Alvaro Vitali a capodanno 2010. Prevedibilmente l’interessato dichiara: “non ho niente da nascondere, ero ironico e comunque preferisco serbare un signorile silenzio per mero terrore”.

Nel frattempo i giornali scandalistici si impossessano dell’affaire. Leggiamo:

“Ostracizzato da facebook? E’ una vera BANNEDIZIONE a a a!”.

Come al solito il Ventura spiazza tutti e sprizzando acutezza e ironia confessa a noi di Verissimo che non aspettava altro. “Vi spiego: ero stanco di questa internet fasulla, piena di falsi amici, gente che ti laika quando vai da Floris e poi quando ti volti ironizza sul colore della pochette. Dico la verità, se non mi avessero bloccato mi sarei bloccato da solo a a a! Adesso non vedo l’ora di tornare alle cose concrete, quelle VERAMENTE BELLE, e incidentalmente avrò anche più tempo per il mio nuovo libro! Come diceva Kafka “tutto è bene quel che finisce bene”. Davvero, non vedo l’ora di uscire da questo schermo. E per prima cosa corro a farmi un bel selfie con Adinolfie!”

L’Unità come sempre è sul pezzo e grida a tre colonne:

ESCLUSIVO! Prima foto del Ventura dalla prigionia!

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Lo sguardo non domo, tra le mani stringe Repubblica. Forse che il nostro si appresta a sostituire Oddy Freddy? “Perché no?”, scherza il sequestrato, “e comunque l’occasione di fare un po’ di influenzing era imperdibile”. Ma dai bassifondi della rete giungono strane voci, il solito bene informato avanza sospetti su tutta l’operazione. Quale sarà la verità? Continuate a seguiscerci e a breve lo saprete!

Passiamo ora ai giornali veramente belli. Repubblica non perde l’occasione per regolare un paio di conti interni:

Nel giorno delle consultazioni Scalfari intervista un’altra volta il Papa. “Il governo? Che governo? Ma no, abbiamo parlato soprattutto del Ventura”, scrive il decano dei giornalisti italiani. “Bergoglio dice che non esiste”. Ma Oddy Freddy non ci sta. “Menzogne!”, grida come un ossesso, “Io come il Ventura vittima di un complotto giuda…”, ma viene bannato dalla vita prima di poter completare l’oscena frase.

I fatti incalzano. Nel terzo giorno del sequestro eschatone Zucchienberg chiede un riscatto di duecento milioni di laik, ma il web ha scelto la linea della fermezza: “tenetevelo, ci deprimeva”. Provato ma sereno, il Ventura twitta: “Io come Moro, il mio e-ink ricadrà su di voi”.

Ormai sulla rete “E il Ventura?” è il nuovo “E i marò?”

Stranamente però l’intellighenzia resta muta. Il Fatto rincara la dose:

È scandalo: Erri De Luca non firma il manifesto degli intellettuali per la liberazione del Ventura. “Nella vita ho firmato molti manifesti”, dice il decano dei comparsisti letterari italiani, “a volte pure quelli con su scritto ‘ne danno il triste annunzio’, ma per il Ventura no. Dov’era il Ventura quando io lottavo in Val Di Susa a rischio di carcere duro? Prendeva l’aperitivo sui navigli coi suoi amici hipsti, ecco dov’era! Borghesuccio infranciosato! Questa esperienza gli farà bene”. Parole severe ma giuste, si chiosa negli ambienti cattolici.

Dall’altro lato dell’oceano, Zucchenberg pare molto irritato dall’atteggiamento remissivo del Ventura. “Ma come, non dice una parola?”, l’hanno sentito sbraitare, “Questo è molto sospetto!”. Poi, saturo di malizia, ha ordinato ai suoi scagnozzi di sequestrare al Ventura tutti i paradossi. Mentre lo perquisivano il nostro ha commentato con la solita ironia: “Piove sul bannato!”.

Il sole sorge quindi sul quarto giorno di prigionia e noi dobbiamo difenderci da insidie velenose. Qualcuno travisa i nostri post e ci accusa di non volere bene al Ventura e di speculare sul ban. Oh, la calunnia! Noi, che lo seguiamo dai tempi di spleender! E che già tre anni fa dicevamo queste parole di saggezza.

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La domanda seria però resta: come mai gli intellettuali italiani, sempre pronti ad indignarsi per un nonnulla, tacciono completamente l’affaire Ventura? Proviamo a chiederlo al prof. Toriello.

Toriello: “Posso dire che il Ventura è praticamente una mia scoperta, una mia trovaglia addirittura. Ma, senza offesa, nel mondo della cultura resta comunque un pervenuto, uno che è salito dal basso, e senza nemmeno l’attenuante di origini proletarie”.
Noi: E quindi?
Toriello: “Beh le invidie, le camarille, il fatto che non si sia mai speso, ad esempio, per i bidelli, o le pancine… insomma sono cose che pesano”.
Noi: Ma che cazzo dice?
Toriello: “Paradossi. È anche colpa dei cinquestelle, ovviamente. Come ho scritto nel mio…”
Noi: Professore non ricominci. Piuttosto ci dica la verità, ma quella VERAMENTE VERA.
Toriello: “E va bene. Vedano, il punto è che ogni persona intellettualmente onesta oggi deve chiedersi ‘ma io, voglio più bene al Ventura o a Facebook?’. Tutto il resto consegue necessariamente”.

Liquidatici, il prof. torna ad arringare l’aula magna col suo lucido e spietato discorso antigrillino. Mentre il pubblico applaude l’ennesima arguzia, noi usciamo come possiamo.

Non passa un minuto che arriva un’altra batosta: il Gran Giurì di facebook ha respinto il ricorso de libertate del Ventura. Gli algoritmi non hanno creduto alla sua linea difensiva. Ma diamo la parola al suo avvocato: “È assurdo, il Ventura aveva scritto “torroni”, ne è ghiotto, ci pensa sempre, lo sanno tutti! È stato il correttore ortografico a creare l’ingiuria etnica! Ma come potevamo sperare che la giuria automatica condannasse un suo simile? Però io l’ho ricusata, essì, e la ricuso ancora per antiumanismo! Porterò questo caso fino a…”.

Il fulmineo ban dell’avvocato ci impedisce di gustare il prosieguo.

A questo punto ci arrendiamo. L’ufficio stampa del Ventura, momentaneamente in esilio a Tunisi, ci prega addirittura di sospendere la campagna #freetheVentura perché, testualmente “sebbene in buona fede potrebbe aggravare la posizione del bannatissimo, già accusato di sockpuppettaggio”. Il Ventura, continua la nota, viene regolarmente nutrito ed espleta bene le funzioni corporali; tra poco gli ridaranno anche carta e matita, nonché la cintura. “Inoltre”, dice, “accanirsi per così poco NON FA FINE, anche considerato che ci ascoltano”.

E va bene. Se è così, se lo vuole il Ventura, allora la finiamo. Ma siamo romani prima che spallanzani e quindi mostreremo la nostra solidarietà facendoci bannare anche noi!

AVETE CAPITO, SPORCHI TORRONI ?

P.S. Finalmente una buona notizia, domani il Ventura sarà rilasciato!
I suoi fan disagiati, con le maschere di ordinanza, si stanno già raggruppando davanti al portone della Casa di Sollievo Mentale di Menlo Park, California, per avere il privilegio di offrirgli il primo aperitivo dopo sette giorni a secco.

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Il caso Ventura: rassegna stampa

L’affaire Ventura raggiunge finalmente i quotidiani nazionali. Cominciamo la nostra rassegna dal più influente.

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Il viaggiare abbrutisce

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Migliaia di pagine, wikipedia e persino una pubblicità di auto attribuiscono a Kafka la frase “I sentieri si costruiscono viaggiando”. Così, a orecchio, non ci sembrava per niente verosimile che Kafka avesse scritto una cosa del genere e quindi abbiamo chiesto ai nostri follower di controllare nelle opere complete in digitale, e qualcuno l’ha fatto davvero: Dario Peluso ci ha confermato che la frase non c’è.

Anche la versione tedesca (“Wege entstehen dadurch, dass man sie geht”) viene talvolta attribuita a Kafka, ma aggiungendo che probabilmente si tratta di un comune proverbio. La versione inglese “paths are made by walking” invece viene attribuita a Kafka e qualche volta a Machado. Questa seconda attribuzione sembra già più credibile, visto che è un’ovvietà fintamente profonda. E infatti la frase è più o meno la traduzione di un verso, “Caminante no hay camino, se hace camino al andar”, scritto da Machado nel 1912 e contenuto nella raccolta “Campos de Castilla”, sezione (intitolata non a caso) “Proverbios y cantares”. La radice proverbiale infatti resta evidente.

Ci si potrebbe però chiedere come è possibile che migliaia di persone abbiano ritenuto credibile l’attribuzione a Kafka. O sono prive di orecchio oppure semplicemente non l’hanno mai letto e l’unica cosa che sanno di lui è che considerato un grande scrittore e quindi per definizione autore di frasi memorabili.

E’ poi interessante notare che nei vari passaggi “camminando” è rimasto sempre, mentre in italiano è diventato il più commerciale “viaggiando”. Da noi la banalità spiritualeggiante è diventata un motto buono per la pubblicità.

Infine, la frase viene accostata a una di Giovanni Della Croce, che ha ispirato anche Totò: “Pour aller où tu ne sais pas, tu dois aller par où tu ne sais pas” (o “il faut prendre le chemin que tu ne connais pas”).

Il mistero comunque è risolto e, come diceva Kafka, “tutto è bene quel che finisce bene”.

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Per altre opere/citazioni false o falsamente attribuite, si vedano ad es.: Il finto Pasolini, La Scomparsa dell’anonimo, L’albero di Borges, Alda Merini plagiaria, Perdendo colpi.

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Esca Tony Libero!

“Nel futuro ognuno sarà bannato per quindici minuti”.
Andy Whalarol.

Il riassunto di ore convulse.

Mercoledì 4 aprile* era una bella giornata di sole e qui alla Fondazione regnava il consueto clima di confusione e smarrimento, quando ci arriva questo messaggio:

“cara fondazza, fatemi un esperimento: accedete voi a esgaton? provate, e ditemi poscia. firmato: un amico”

L’ennesimo mentecatto, pensiamo, ma stavolta l’invito pareva abbastanza innocuo quindi verifichiamo: ed effettivamente la pagina https://www.facebook.com/eschatonit risulta inaccessibile. Prosegue il tipo:

“ultimo post: post su israele. mannaggia la *******. adesso pagina palesemente chiusa. è una follia”

Ci allarmiamo, ma il Ventura ci ha abituato ai situazionismi e quindi pubblichiamo su facebook questo faceto messaggio:

Una persona di cui non possiamo fare il nome ma solo il cognome ( ) ci segnala che la pagina del Ventura non è raggiungibile da stamattina. L’informatore (che si dice molto addentro) ipotizza un blocco dagli sgherri di facebook per via di opinioni non entusiastiche sullo stato di Israele. Altra possibilità è che sia una mossa pubblicitaria del diabolico Raffaele. Le due ipotesi a ben vedere non si escludono a vicenda […].

Felici di aver scritto la nostra battuta quotidiana torniamo alle occupazioni solite (confusione, smarrimento), ma dopo un’ora ci arriva un messaggio del Ventura, che conferma i peggiori timori. Quindi scriviamo:

Il Ventura ci comunica che è stato delicatamente bloccato per motivi ancora ignoti ma connessi a questo post:

Israele ha avuto la sfortuna di rinascere come nazione territoriale in un secolo in cui è diventato impossibile fondare una nazione. […]. Nessuna nazione può sopravvivere alla consapevolezza di ciò su cui è fondata, e infatti dovunque si è iniziato a scavare dietro le grandi narrazioni civili (dissotterrando le tragedie degli Apache, dei *******, dei Vandeani, dei Neri e ora persino dei Bianchi…) rischia anche di sfaldarsi il tessuto della legittimità statale. Chi può permettersi di pagare, oggi, un costo così alto? Forse soltanto chi vi è costretto dall’odio e dalle persecuzioni; ma il suo progetto resta disperato. […] Era dunque soltanto una trappola: offrendo agli ebrei in riparazione delle sue colpe quella terra contesa, poi offrendo come modello politico le sue narrazioni nazionaliste già vecchie, trasformate in razzismo di Stato, l’Occidente ha scritto per Israele un ruolo infame in una tragedia senza fine.

L’autore sospetta che il problema non sia tanto Israele quanto la parola (effettivamente esacranda) “******”. Per ora sospendiamo il giudizio e nel frattempo ci prendiamo lo soddisfazione di censurare anche noi parte dell’articolo così, senza motivo.

Come si nota, il tono è ancora faceto. L’articolo non sembra meritare alcuna censura e il Ventura è uomo di grande artifizio: potrebbe ancora trattarsi di una sua trovata di dubbio gusto. Tuttavia cominciamo a riflettere e ci fanno giustamente notare che il Ventura, dicendo “Israele è cattivo perché lo disegnano così”, commette un’indelicatezza ancora più grave della comune offesa, perché sembra lasciar intendere che Israele non sia capace di essere cattivo sua sponte. Il riassunto della faccenda potrebbe essere: dire “il mio capo è uno stronzo” è offensivo, mentre dire “il mio capo si comporta da stronzo ma solo perché la moglie gli dà i tormenti” è assolutamente intollerabile. E a ragione, tra l’altro.

Ma noi imperterriti continuiamo a giuocare e proponiamo di vederci tutti sotto l’ambasciata di Israele per chiedere la liberazione del Ventura e il diritto di sparlare della nazione pur stando dalla sua parte. Nonostante l’assoluta gravità del fatto, il pubblico non sembra prenderla seriamente.

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A questo punto però è chiaro che è successo davvero qualcosa: incomprensioni, scazzi nei commenti, la punizione per aver contribuito al nostro libretto, chissà. Iniziano a circolare le ipotesi più strane:

“ma chi sarà o’ carugnone che ha attirato l’occhio malevolo di Succhienberg sul pur discutibile post del Ventura? Il nostro uomo addentro sussurra nomi insospettabili, accenna a più complesse trame e a vendette trasversali maturate nel dorato ambiente degli influenzer. La storia degli ebrei quindi non c’entrerebbe niente, sarebbe solo un pretesto. Il Ventura, insomma, avrebbe snobbato un aperitivo di troppo, e gliel’hanno fatta pagare. Noi però continuiamo a dubitare di questo tizio e dei suoi atteggiamenti francamente anglosassoni.”

Nel frattempo la nostra gola profonda continua a messaggiarci e assicura che il Ventura resterà bloccato per almeno una settimana, essendo la seconda volta che sbaglia con la bocca. E le conseguenze iniziano a vedersi. Molti hipster cominciano a smaniare per la mancanza di status da condividere acriticamente, mentre gli amici fanno già a gara per rubargli i follower. Noi troviamo SCANDALOSO che nessuno protesti per questa infame mossa di facebook e invitiamo tutti ad esporre il banner

“TONY ESCA LIBERO”

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Foto dell’innocuo intellettuale tra le grinfie di Zucke.

Come al solito nessuno ci caga, e allora decidiamo di ricorrere alle maniere forti:

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Ci viene però un dubbio. E se Eschatone fosse stato abbattuto dal fuoco amico? L’inquietante ipotesi prende piede. La solita persona addentro spiega che alcuni follower, nella loro ignoranza, hanno scambiato il bottone del like con quello del PERMABAN. Purtroppo quando la tua base di fan si allarga fino agli illetterati può succedere questo ed altro.

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Fortunatamente il leone è ferito ma non è morto! Sfidando il bavaglio facebookiano, il Ventura continua a trasmettere urbi et orbi da quel baluardo della libertà di espressione che è twitter! “Orsù”, gridiamo, “tutti a laikare acriticamente questo mezzo libero dalle nefaste influenze di Zuck… ahem… libero, diciamo”.

Nel silenzio assordante della comunità culturale però non mancano voci critiche. Una persona che teme ritorsioni ci scrive privatamente:

“L’incomprensione del popolo non basta rifiutarla, bisogna anche non essersela meritata. Stupidamente censurato per un post innocuo, il Ventura sarà l’ennesimo martire involontario di un’eterodossia che non professa, e non vive”.

Parole ingenerose, di cui questo Diego F. dovrà rispondere.

Ormai però è chiaro che il Ventura è stato proprio bannato e, colmo del ridicolo, per un post che non è assolutamente anti Israele, anzi forse è fin troppo filo israeliano. La sua colpa è di essersi ingraziato e aver poi inevitabilmente offeso un tiranno stupido e feroce: il pubblico. Fatte le debite proporzioni, il fatto ci ricorda quella volta che F&L furono minacciati di licenziamento per aver ironizzato non su Gheddafi, ma sul popolo italiano. Anche se i due, furbescamente, avevano architettato il pezzo in modo che il biasimo si trasmettesse. E non c’è dubbio che queste tecniche le conosca anche il RAV.

Comunque, per chiudere momentaneamente questa storia, se proprio dobbiamo muovere un rimprovero a Raffaele è forse quello (effettivamente imperdonabile) di ingenuità. Infatti c’erano state delle precise avvisaglie.

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* Cinquantesimo anniversario dell’omicidio di Martin Luther King. Solo una coincidenza? C’è chi crede di no.

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Quesiti con la Choosy

Tutti odiano la biondina della settimana enigmistica e adesso c’è una ragione in più per farlo.

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Un duro ed umiliato compito, una fatica anonima

Così Spallanzani definitiva la letteratura, ma non sapeva che c’è di peggio, come ad esempio curare un libro.

Il curatore di un volume collettaneo destinato a sicuro insuccesso è forse la figura più ridicola e patetica dell’intero universo subculturale. Deve scegliere gli autori, spronarli, spesso blandirli o confortarli, talvolta distoglierli da manie suicidarie; deve esaminare i testi, correggerli, discuterne con autori assolutamente refrattari alla rilettura di ciò che hanno scritto, e figuriamoci di quel che ha scritto un altro; se l’opera include traduzioni, deve convincere il traduttore a lavorare gratis e rivedere anche la sua opera, con gli stessi ostacoli e anzi dovendosi continuamente scusare perché rompe le scatole; se l’opera include disegni, deve trovare gli illustratori e convincere anche loro che soldi non ce ne stanno, e gloria nemmeno; non potendosi permettere un impaginatore, deve mettersi a giocare coi programmi, nella sicurezza che gli unici commenti all’opera saranno critiche e sghignazzi per il carattere obsoleto, l’interlinea goffa, i margini proletari; a ogni giro di bozze deve aspettarsi lunghi, tragici silenzi, quando l’unica risposta non sia un “lol” sgorbiato in fretta e furia.

Pronto il volume, deve scrivere il paratesto e ormai è tanto di quel tempo che maneggia il libro da non sapere più assolutamente cosa dire. Deve produrre le copie omaggio, perché di diverse non ce ne saranno, e rintracciare penosamente gli indirizzi fisici dei contributori per spedirgliele: ed è gente fatua, volubile, che cambia dimora come niente fosse, spostandosi anche all’estero pur di sfuggire alle cure del curatore.

Fatto questo, deve promuovere il libro, che ormai gli ripugna quanto e più di uno scritto dal Gramella, che è poi il colmo dell’orrore: l’opera intrapresa per puro entusiasmo ti viene a schifo e nelle buie notti passate a cambiare il verso agli accenti maledici Spallanzani e tutta la sua frotta di squallidi dilettanti, oppure appicchi un fuoco liberatorio all’enorme scartafaccio che ti si è accumulato sulla scrivania coprendo le bollette per le quali ti stanno pignorando la macchina, la lettera di una vecchia zia d’america che ti nominava erede, il tardivo biglietto dolce di un amore ginnasiale, che scoprirai poi sposata a un salumiere, dopo aver inutilmente atteso tuo nuove per quasi 15 minuti.

Ma quel che è fatto è fatto e quindi bando alla tristezza. Del resto pretendere qualcosa sarebbe solo volgare, oltre che inutile. Anche qui torna buona una saggia frase del Nostro:

“La parola sacrificio è diventata sinonimo di sforzo. Per ottenere qualcosa servono sacrifici, dice il popolo, nobilitando la sua sporca tendenza a mangiarsi ogni cosa. Ma il sacrificio, nel senso proprio, si fa senza ricompensa. L’essenza stessa del sacrificio è che non fa guadagnare alcun diritto”.

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Mentire, sempre mentire

(saccenteria level: 8.5)
Ma siamo noi o questa storia dei “profili rubati” di facebook è di una banalità assoluta? A parte che non sono rubati.

Le scelte politiche somigliano a quelle per qualsiasi prodotto: della gente raccoglie dati per prevedere e influenzare queste scelte. Ovvietà. A volte questi dati vengono raccolti in maniera scorretta. Ovvio, ma anche inevitabile e in fondo ininfluente, perché si possono raccogliere anche in maniera corretta.

L’influenza di queste pratiche sul voto reale poi è quantomeno dubbio. Diciamo che gli americani hanno eletto Trump perché ipnotizzati da facebook. Vabbè. E allora noi che scusa abbiamo per giggino? Negli anni ’50 era colpa dei giornali, negli anni ’80 della televisione e ora è colpa di internet. Che la gente voti i buffoni perché li ama, perché le somigliano, non vogliamo proprio accettarlo.

Non solo i giornali si sono lanciati con fin troppo entusiasmo sulla storia dei profili rubati, ma nei loro articoli trovi pubblicizzata la roba che hai guglato due minuti prima.

A sentire loro ormai è allarme sociale: bande di political nerd travestiti da carabinieri bussano alle case di anziani e dopo averli distratti gli rubano il profilo.
Sono già dieci milioni gli anziani vittime di scippo del profilo e si teme che i geni dei bigdata riescano ad estrarne indicazioni preziose tipo “buoni i peperoni ma pesanti” o “era meglio quando c’era LVI”.

È sempre più difficile distinguere il comico dal triste.

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 il Governo Italiano affida a un team di esperti l’incarico di definire le linee guida per il futuro.

La cosa ancora più grottesca sono gli italiani che si lamentano già perché gli rubano il profilo. In realtà il 91% di questa gente sta cercando o ha cercato di partecipare a “c’è posta per te” in veste di caso umano (elaborazione del dott. B. I. Spensiero su 5 milioni di profili rubati).

Gli emigrati ti rubano il lavoro
i miliardari ti rubano il profilo
tieni presente un fatto assodato:
il ladro si sente sempre rubato.

Comunque, il computer che ha analizzato i profili di 51 milioni di americani è il miglior candidato al ruolo di Skynet. Si sarà fatto un’idea così bassa dell’umanità che userà come avatar la faccia indignata di D’Alema.

E dunque? Punire facebook, commissariarla? Quando si teorizza da cent’anni e si sa con sicurezza da 50 come funziona il gioco? O pensavate che fosse tutto gratis?

Bisognerebbe punire il popolo, ma è impossibile, quindi per ora si può solo pisciare nella vasca delle trote. Mentite.

Sempre. Mai dire il proprio nome, mai fornire informazioni vere, se non è assolutamente necessario. Già passate la vita a mentire per vantarvi e giustificarvi, quindi non dovrebbe esservi difficile mentire anche un po’ a casaccio, così, senza motivo.

Ricordate quel che diceva Spallanzani: in una società in cui la verità si compra e si vende, mentire è un atto rivoluzionario.

P.S. E no, niente “intervengano le istituzioni”: farebbero solo peggio. Dati falsi, profili anonimi, programmi che navigano casualmente al posto nostro. La guerra si combatte con le stesse armi. Tu setacci per individuarmi? E io diffondo copie false.

P.P.S. Diciamo la verità, non sarebbe FANTAUSTICO se per questa idiozia del furto dei profili facebook fallisse? Ahahahahhahah… in culo a Sukkiemberg e ai compagni suoi… se i razzi di Elonio Muskio scoppiassero a mezz’aria, le macchine automatiche di Uber investissero i loro progettisti, insomma se a questa gente cui sembra andare sempre tutto bene venisse un bel canchero finanziario fulminante? Questa gente che col suo sfacciato successo ci ricorda costantemente il fallimento che siamo? Ma pure devono morire, pure il macchinario deve schiacciarli, prima o poi… bisogna coltivare un sano odio per tutto ciò che è grande, forte, vittorioso, odio e paura per questa gente, per quelli che vincono le sfide impossibili, per i meritevoli e i fortunati, bisogna temerli e odiarli per ristabilire l’equilibrio cosmico, pregare che la mano affilata della divinità gli faccia un dono… un dono pure a loro, perché no? Ah, se succedesse

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Tu staie ngoppe a ‘na mala via

[Oziosità]

L’uomo che si trova in una città straniera e deve raggiungere un posto distante 4-500 metri ha due opzioni: iniziare a percorrere una lenta spirale intorno al punto di partenza, e arriverà in 50-60 minuti, oppure chiedere indicazioni ai passanti, e impiegherà due ore e mezza.
Il passante medio, che spesso vota anche cinque stelle, è incapace persino di tracciare la rotta per raggiungere il suo culo.
In principio farà sempre una faccia stupita, come se l’indirizzo richiestofosse inaudito o assurdo. Poi, dopo aver bene bofonchiato, ipotizzerà che tu voglia andare da un’altra parte, e a quel punto non ci sarà modo di distoglierlo da questa idea. Se con calma e scandendo bene le parole gli ripeterai che non cerchi Via Stramorto, sibbene Via Tramontana, sobbalzerà come mozzicato da un aspide e dirà che in quella via lui ci è nato, rievocando anche piacevoli episodi della prima infanzia. Perso in questa sua reveria non darà indicazioni finché tu, bagnato fradicio dalla pioggia puntualmente scoppiata, non l’avrai scosso come una vecchia polaroid. A quel punto sosterrà di conoscere una scorciatoia e ti indicherà un tragitto inverosimile, pieno di toponimi che tu ovviamente non conosci (“la sai la porta cappettona?”, no, non sono di qui; “e la sai l’edicola da’a maronna de’e surdate?”, NO CAZZO SE SAPEVO I POSTI MICA CHIEDE…; “ah, ma la trattoria di zia concetta ALMENO la sai?”).
In aggiunta a queste indicazioni l’indigeno si esibirà in una curiosa mimica, sbracciandosi e girando su se stesso mentre grida “vai come ti porta la via” oppure “VAI FASCILE FASCILE”, e talvolta disegnerà per aria forme cabalistiche, o si avviterà come un gabbiano stroncato dai pallettoni. Nove volte su dieci confonderà la destra con la sinistra o dirà “il terzo palazzo” intendendo il secondo. Le sue indicazioni, comunque, ti condurranno sempre attraverso i quartieri più malfamati della città (che poi sono il posto in cui davvero è nato, e si vede), dove verrai subito rapinato o caritatevolmente ucciso a sputi.

Una volta (poi la smettiamo) ci trovavamo in un paesetto noto per certi prodotti da forno. Era domenica, pioveva e non c’era nessuno per strada. Era uno di quei paesi disseminati, con una casa qui, una lì, e in mezzo campagne percorse da sentieri che notoriamente non portano da nessuna parte. Stavamo per rinunciare quando dall’aria satura di pioggia spuntò un vecchio con un ombrello della Ferrari. Si muoveva lento e, si sarebbe detto, incerto, il che avrebbe dovuto farci intuire qualcosa, ma gli andammo lo stesso a chiedere se c’era un panificio che faceva i famosi dolci tipici. Senza farla lunga, il vecchio si esibì in tutte le mosse e i trucchi adottati dai vecchi passanti di ogni luogo per mandarti fuori strada, possibilmente verso un dirupo: nominò posti ignoti, agitò lungamente le braccia buttandoci addosso la pioggia, ebbe delle assenze, che durarono anche alcuni minuti, e ci parlò dei suoi parenti. Tutto. Completo.
Stupidamente pensammo di aver capito comunque qualcosa, visto che abbiamo fatto le scuole alte e siamo pure laureati, quindi partimmo alla ricerca. Dopo due ore e mezza a vagare nei campi, saltare torrenti, sfuggire cinghiali, arrivammo in uno slargo da cui si vedeva benissimo il punto di partenza. Muovendoci a caso ci saremmo arrivati in dieci minuti. E lì, il panificio era chiuso.
Bestemmiando la madonna percorremmo i duecento metri lineari fino al punto di partenza e nella piazzetta ritrovammo lo stesso vecchio. Come se ormai fossimo mezzi parenti, ci chiese notizie del viaggio. Soffocammo la rabbia e gli dicemmo l’abbiamo trovato, ma è chiuso.
E lui: “Ah, ma io mi credevo che lo sapevate”.

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L’occidente brucia

La “reggenza” del pd ricorda in modo sinistro la sorte di Gondor. Vediamo.
Siamo in Itaglia, la Terra del Mezzo e Mezzo. Martina (Denethor), reggente di Gonpdor, è terrorizzato dal Signore Oscuro (il neocapitalismo travestito) e manda il suo fido ma imbelle secondo genito Faramir (Orfini) a presidiare i confini. Al contempo però spedisce l’ambizioso ma corruttibile Boromir (Emiliano) a cercare il mitico Anello Del Populismo: in teoria per distruggerlo, ma chissà.
Nel frattempo gli alti elfi (comunisti) si sono ridotti a poca cosa e vivono chiusi nei boschetti della loro fantasia. Il signore di Rohan (Grasso) è vittima delle parole avvelenate di Vermilinguo (D’Alema) e toglie l’appoggio al pd. Al nord i nani della Lega spegiurano di mirare al bene comune ma nel frattempo si fanno i cazzi loro e sognano di cacciare tutti i Sudroni. Il vecchio stregone Berluscaruman il multicolore finge di sostenere ora questo ora quello ma di nascosto rafforza il suo esercito di impresentabili. Gli Ent, immagine del popolo forte e tranquillo che tutti vorrebbero con loro, sono ridotti quasi a una leggenda. Nel frattempo l’antico portatore dell’anello del populismo (Grillo) l’ha consegnato con riluttanza al nipote (anche lui di bassa statura) Giggino di maggio, che non sa ancora bene che farne. Ma forse la catastrofe si può ancora evitare: da una stirpe dimenticata e vituperata (i democristiani) può rinascere la speranza: questo però lo saprete solo comprando “il ritorno del Renzi”.

P.S. L’anello del populismo è stato creato dai Signori Oscuri all’inizio della Seconda Era Industriale e rende invisibili le contraddizioni. Chi lo indossa può promettere più sussidi con meno tasse senza essere considerato un povero imbecille, ma ricevendo invece universale consenso. Il suo potere però corrompe e chi lo usa inizia ad esprimersi sempre in maniera contraddittoria e alla fine va al manicomio col cervello, portandosi dietro tutti gli altri.

 

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Per le vie del New England assediato

Oggi è l’anniversario della morte di H. P. Lovecraft. In memoria pubblichiamo una delle sue più enigmatiche poesie:

“Per le vie del New England assediato

stamane mentre me ne andavo bel bello
sono finito in un fiume di pecore
e il pecoraio astuto ed egocentrico
ballava al ritmo si sarebbe detto
di una musica ultraterrena
agitando il suo bastonucolo, bestemmiando
come uno scellerato
mentre i grossi cani pastori
lo guardavano con mite disapprovazione
come quel parente vulnerato nell’intelletto
che devi per forza invitare al matrimonio”.

P.S. C’è proprio tutto HPL: linguaggio arcaico, ruralità inquietanti, degenerazione, orrore cosmico, squisita prosodia. Forse si perde qualcosa nella traduzione. Purtroppo l’originale è andato smarrito durante una piena del Miskatonic e abbiamo dovuto ricostruirla a memoria.

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Il finto Pasolini

“Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo anche un po’ colpa mia”.
Dalla seconda lettera di Pasolini ad Alberto Sordi, 1973.

Il 24 febbraio 2018, durante un comizio in piazza Duomo a Milano, Salvini ha esordito citando Pasolini: “A chi fa il processo ai fantasmi del passato dico ‘Mi chiedo se questo antifascismo rabbioso sfogato nelle piazze a fascismo finito non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominate usa su studenti e lavoratori per veicolare il dissenso‘. Pier Paolo Pasolini 1973″.

Frase che non ha esattamente uno stile pasoliniano. Ciò nonostante, nell’ultimo anno e mezzo si è diffusa parecchio, e proprio perché proveniente da una sorta di campione della sinistra. Ne parlano “Il secolo“, “Il fatto quotidiano“, Socci, “Il giornale“; la ripetono in consigli comunali, la citano su riviste. Tutti evidenziano che la sinistra ha “scordato la lezione di Pasolini”. La cosa strana è che prima non si era mai sentita.

Ci siamo insospettiti e abbiamo fatto qualche ricerca. A quanto pare la prima apparizione della frase risale al 28-8-2016 e viene da un tale Giorgio ARCONTE*. Il sito che la ospita, circolo “Stanza 101”, osserva nel suo manifesto che “nichilismo e relativismo avanzano corrompendo lo spirito dell’Uomo”, quindi si capisce abbastanza da che parte sta.

Nel testo “originale” a Pasolini si fa dire “arma di distrazione di massa”. Essendo PPP morto nel 1975, l’uso di questa espressione così recente è davvero molto sospetto. Infatti nelle versioni successive il “di massa” sparisce e compaiono invece come fonti una trasmissioni rai del 1973 o un’inesistente lettere a Moravia. Evidentemente qualcuno ha cercato di attenuare il palese anacronismo del testo.

Siamo praticamente certi** che questa frase Pasolini non l’ha mai pronunciata. E’ stata però ripresa da migliaia di siti, da Salvini, ed anche da gente di sinistra, che si è affannata a spiegarla e “contestualizzarla” dandola però sempre per buona.

“Siccome tutti i posti della ragione erano vuoti, ci sedemmo anche noi dalla parte del torto”.
Pasolini, lettera a lupo Alberto, 1973.

Nel 1974 Pasolini aveva effettivamente detto che “Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più e che non esisterà più“, etc. Per Pasolini il nuovo fascismo era la società dei consumi e i suoi rappresentanti erano i democristiani. Ma la sua prosa, più ripetitiva e complessa, era evidentemente meno efficace di questa finzione.

La cosa curiosa è che tanti amanti di Pasolini non abbiano avvertito la stonatura del testo, ma d’altronde ci sono ancora libri che attribuiscono a Borges l’orrenda poesiucola “Istanti“, nonostante lo stile sia del tutto diverso e ci sia addirittura un errore grammaticale.

Restando in tema, qualche tempo fa il Gramella se l’è presa a male per via dell’insegnante urlona e nel suo articolo (come al solito retorico ed insignificante) ha erroneamente attribuito a Flaiano questa citazione: “in Italia i fascisti si dividono in fascisti e antifascisti” (incidentalmente, lo stesso errore lo fa anche Wuming: a riprova che grandi menti etc etc.).

E’ noto invece che lo stesso Flaiano attribuisce la battuta a Mino Maccari, anche se in forma un po’ diversa: “Il fascismo si divide in due parti: il fascismo propriamente detto e l’antifascismo“. A ben vedere però la radice ci sembra sia in Longanesi, che nel 1950 scriveva: “La nostra vita politica […] ormai si avvia verso il fascismo degli antifascisti, cioè un fascismo ritardato, più bonario ma più inconcludente, un fascismo senza nicotina, in borghese, spoglio di miti e debole, ma condannato, di giorno in giorno, a prendere il potere“.

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Sta di fatto che oggi molti molti dicono di conoscere Pasolini, un po’ meno Flaiano, pochi Maccari e ancora meno Longanesi.

* a  riprova che la gnosi c’entra sempre in qualche modo.

** rimane solo qualche minimo dubbio legato alle strombazzate (dalla sinistra, ma ora anche dalla destra) capacità profetiche di Pasolini, che potrebbe aver previsto anche la guerra nel golfo e le armi di distrazioni di massa. Del resto non aveva forse scritto nel 1973 la poesia “la quota”? Quella che fa: “Ti sbagli, caro Alberto Angela / nel millenovecentottantasette / lo scudetto lo vince il Napoli; / ‘scolta un cretino”.

 

P.S.

“Quello che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama sciarpa di seta in offerta”.
Elia Spallanzani, lettera a Pasolini del 1983.

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La guerra tra i Bovary

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“In quei giorni giunse al lago una massa di memer, blogger culinari, artisti visuali, analisti di cose islamiche, romanzieri del cassetto, turisti solidali, slowfoodder, e tutti volevano farsi un selfie con lui. Allora disse Giesucristo ‘padre mio perdona loro, perché sono Bovary di spirito’.”

“L’idea di campare facendo il memer è l’oppio dei Bovary”.

Alessandro Lounge, Come ho ucciso Bispensiero prima che lui uccidesse me, Civita Lupetta, 2018.

In Italia l’inquietudine provocata dal divario tra le condizioni di vita reali e le proprie aspirazioni è così diffusa che possiamo ormai parlare di una vera guerra tra Bovary.

E.S.

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Domino

Le banali considerazioni su Minority Report ci hanno fatto tornare in mente un vecchio abbozzo di racconto spallanzanesco. Come sempre il nostro badava poco alla scrittura in sé e molto alle cose inessenziali per cui l’autografo conserva almeno quindici correzioni del titolo, che risulterà infine “Domino” (tra i migliori scartati, “chi si perde è fermato” e “di un bambino il gioco”).

L’innominato protagonista è un mistico mediorientale che sin da bambino riceve premonizioni. Crescendo, le scene future che vede diventano sempre più distanti e precise. Il ragazzo stupisce i suoi coetanei annunciando, ad esempio, “tra poco una mosca si poserà su questo pane”, e così avviene. Il ragazzo si rende conto che può anche intervenire sul futuro, seppur con grande difficoltà.

Non sapendo spiegarsi come ciò possa avvenire, e sentendo che in Siria vivono uomini barbuti e segaligni che consumano le notti pensando alla struttura del Tempo, scrive una lettera a un tale Tremone, raccontandogli le sue esperienze e chiedendo consiglio, ma non riceve mai risposta.

Una volta diventato adulto, e in fama di santità (se così si può dire), rimane coinvolto in una battaglia tra difensori dell’antica fede e nuovi visionari. Una notte sogna e vede se stesso scacciare i mercanti dal tempio, officiare la cena, subire il processo e essere presentato al popolo perchè scelga cosa fare di lui. Il se stesso della visione annuncia “ho previsto che libererete Barabba”, e così avviene, perché poi si vede crocifisso.

Nei giorni successivi tutto accade come nella visione: la cacciata dei mercanti, la cena, il processo. Il protagonista sente di essere destinato alla croce per salvare l’umanità, ma la sua parte umana ha paura. Pochi minuti prima della presentazione al popolo, incrociando in un corridoio il ladrone Barabba, Emmanuel cede al terrore e prega di essere sostituito a lui. Miracolosamente i due si scambiano le sembianze e così appaiono di fronte al popolo, che decreta la morte di Barabba.

Sulla croce, Emmanuel sotto finte spoglie rivolge la parola a uno dei due ladroni. Nemmeno a farlo apposta, costui è Tremone, il filosofo Siriano. Molti anni prima, turbato dalla lettera di Emmanuel, si è messo in viaggio per incontrarlo, ma le difficoltà e le tentazioni della strada ne hanno fatto un avvinazzato e un ladro, per cui anche lui è stato condannato.

L’assurdo incontro offre ad Emmanuel la possibilità di chiarire il suo dubbio. Perché la sua visione non si è realizzata? Era destino che finisse sulla croce e non c’era nessuna possibilità di scampo? Allora che ne sarebbe del libero arbitrio?

Risponde Tremone: “Ripensa bene alla tua visione: hai visto che di fronte al popolo annunciavi di aver previsto il loro verdetto. Ma quando l’avresti previsto?”.

Emmanuel: “Durante la visione!”.

Tremone: “Impossibile, perché mentre la vedevi non potevi vedere le sue conseguenze, perché non era ancora avvenuta. Il te che hai visto pronunciare la profezia l’aveva vista ma in un momento successivo”.

Emmanuel: “E quindi secondo te tra il momento della mia visione e quello del voto avrei dovuto avere un’altra visione che mi mostrava il risultato del voto?”

Tremone: “Esatto. Ci sono degli snodi nel tempo, dei punti di biforcazione. Il futuro non è scritto e se la catena degli eventi previsti non si realizza appieno vuol dire che sei già in un’altra linea del tempo”.

Emmanuel: “Ma io ho visto il voto!”.

Tremone: “Già, ma hai visto anche che l’avevi visto, e non potevi vederlo prima di vederlo, quindi vuol dire che avresti dovuto vederlo dopo. Implicitamente, nella tua previsione c’era un’altra previsione, che è mancata, e quindi è mancato anche l’evento finale. Il voto è tornato una faccenda casuale, almeno per te”.

Emmanuel: “Ma di fatto tutto sembrava identico, e anche il risultato è identico, perchè sono sulla croce”.

Tremone: “Gli eventi possono apparire identici ma trovarsi in posizioni diverse lungo il flusso del tempo, e siccome uno conduce all’altro la posizione è più importante della forma. In un altro universo un altro te ha visto il voto che avrebbe previsto poco dopo, e tutto è andato come nella tua visione”.

Emmanuel: “Quindi in altri universi io non muoio, e l’umanità non è salva”.

Tremone: “Sì”.

Emmanuel: “E io sono Dio, il tempo è il mio gioco e io vedo tutti i tempi possibili come infinite tessere che cadono, sono cadute e cadranno, tutto il tempo per me è presente perchè lo vedo dall’eternità”.

Tremone: “Sì”.

Emmanuel: “E tu sei me, non è vero? Servi solo a dire queste parole, perchè qualcuno le senta”.

Emmanuel: “Sì”.

***

mah

pregiata riproduzione in paint dello schizzo iniziale dell’autore

NOTA: Ringraziamo il professor Leonetto Vincibile, storico interlocutore del Nostro, che ha recuperato, se non meglio ancora falsificato, questo reperto per noi.

P.S. Proprio adesso leggiamo un articolo in cui Verdone si lamenta che Sorrentino ha tolto una sua scena dal film, eppure quella scena ci sembrava di averla vista. Evidentemente era una versione del film successiva rispetto a quell’articolo. Di nuovo ci viene da pensare alle difficoltà di Dio di fronte a tutto il tempo visto come presente. Magari è per questo che non interviene, non si raccapezza più nemmeno lui tra ciò che è successo e quel che succederà. Davvero straordinario, un dio per cui puoi provare compassione.

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Rapporto di minoranza

Ieri e l’altro ieri abbiamo visto Minority Report. La prima volta più o meno da metà alla fine, con qualche distrazione, e la seconda quasi dall’inizio a oltre metà, sempre con distrazioni.
Considerando che all’epoca l’avevamo anche visto per intero al cinema, e che secoli fa abbiamo letto il racconto da cui è tratto, è strano quanto poco ci ricordassimo.
In tutte e due le ultime visioni comunque dobbiamo aver saltato qualche punto importante della storia perché non ci è ancora chiaro come fa il protagonista a recuperare l’ultimo tassello dell’enigma.

Comunque visto così, a spezzoni sovrapposti, essendo un film che tratta di vedere il futuro, l’effetto è stato davvero curioso e forse più interessante che vederlo tutto di fila (infatti all’epoca non ci colpì per niente). Visto a pezzi è molto più Dickiano.
Inoltre il nostro televisore da quattro soldi trasforma i colori e perciò tutti i riflessi sembravano quasi aureole o effetti Kirlian, da cui la seguente riflessione: la scena che ci è piaciuta di più è anche quella che mostra chiaramente l’impossibilità di scrivere una storia con i precog.

A un tratto Cruise e la veggente sono in mezzo a una folla ricercati dalla polizia e la donna gli dice di stare fermo. Mentre gli sbirri attraversano una passerella arriva un tizio con dei palloncini. La veggente continua a dire di stare fermi e il regista alterna le inquadrature per dare il senso dell’imminente scoperta. Ma il tizio coi palloncini si ferma proprio davanti ai due fuggitivi, i poliziotti si voltano proprio in quel momento e miracolosamente hanno la visuale ostruita dai palloncini.

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In questo il film ricorda più un altro racconto di Dick, “Previdenza” (il cui titolo originale, se ben ricordiamo, si tradurrebbe meglio con “buonuscita”).
Comunque il problema ovviamente è: se la precog avesse già visto l’evento “noi stiamo fermi e non ci vedono” non avrebbe avuto bisogno di dire “stai fermo”.
Evidentemente nel futuro che lei ha visto loro non si fermavano, quindi dice “stai fermo” per cambiare il futuro.

Ma come poteva sapere che stando fermi non li avrebbero visti?
L’unica spiegazione è che aveva già visto anche un futuro in cui ciò accadeva.
Quindi ne ha visti almeno due, e forse milioni: si fermano, non si fermano, si fermano un metro prima, un millimetro prima etc.
Anzi, lei ha già visto anche un futuro in cui diceva “stai fermo”.
Quindi la lei di quel futuro a sua volta aveva già visto il futuro, e così all’infinito.
Non solo lei vede infiniti futuri, ma ogni lei di ogni futuro vede infiniti futuri.

L’unica alternativa è che lei abbia visto solo un futuro in cui lei senza nessuna ragione dice “fermati” proprio in quel momento e in quel modo.
In questo caso però la precog non sta cambiando il futuro, che sarebbe stato inevitabilmente quello.
Quel “fermati” non avrebbe nessuna causa, sarebbe solo parte di uno stato della realtà derivato in maniera casuale e meccanica dalla struttura dell’intero universo.

In effetti questo somiglia moltissimo a ciò che uno finisce per dover pensare dell’esistenza: qualcosa in cui non esiste nessuna causa, nel senso umano del termine, ma solo stati che si susseguono, e nemmeno susseguono vuol dire qualcosa perché la successione è costruzione della mente, non è nella cosa.

E siccome la precognizione, quando l’effetto non è certo, può essere considerata solo una forma di deduzione (nel senso che uno, pur non sapendo cosa accadrà, può immaginare con una certa precisione e cambiare il suo comportamento in base a quella previsione, e quanto più conosce la regola più è precisa la sua previsione), tutto ciò porta a credere che i due scenari descritti (il regresso infinito e l’assoluta insensatezza) sono il primo ciò che vorremmo (mente nella mente, conoscenza totale) e il secondo ciò che è (nessuna mente, nessuna possibilità di conoscenza). E sono indistinguibili.

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Ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente

” Nel febbraio 2049 Elon Musk raggiunse finalmente l’immortalità, ma un nuovo problema lo turbava: persino i poveri avrebbero avuto una tomba, mentre lui no. Non poteva sopportarlo e quindi fece erigere un immenso mausoleo a forma di ciambella per conservare un suo clone imbottito di stricnina. Sulla lapide scrisse di suo pugno:

“il cielo stellato sopra di me / la legge economica dentro di me”.

Trent’anni prima aveva mandato in orbita un razzo con davanti una Tesla e un manichino. Le incredibili immagini però suscitarono meno entusiasmo del previsto, almeno in Italia. Non c’era stato il boato, benché i pubblicitari di Musk avessero usato Bowie e la guida galattica per autostoppisti. Il grande pubblico non colse, o forse era distratto da San Remo.

Oppure quelle immagini sembravano finte, o superate da immagini finte che sembravano vere. O quell’impresa spaziale, diversamente dalle vecchie, non era di uno stato, ma di un privato. I privati avevano fatto abbastanza soldi da riuscire a mandare una macchina nello spazio, verso Marte e oltre. Non era l’impresa di un popolo, il pur retorico passo per l’umanità etc.

Qualcuno si chiese che sarebbe successo quando Musk fosse arrivato sulla luna per sfruttarne qualche risorsa. Secondo gli accordi internazionali la luna era dell’umanità, ma questi accordi valevano anche per i privati? Gli avvocati ne dubitavano. Ma in ogni caso la gente, la gente avrebbe applaudito ugualmente?

“Musk ladro di lune”, scrisse qualcuno su un muro nel 2023. Era lecito avercela con Musk perché pur essendo solo un uomo riusciva a fare una cosa del genere? Probabilmente no, ma visto quel che accade in seguito forse sarebbe stato salutare, anzi doveroso.”

Gli uomini beta, mensile per l’uomo che non deve chiedere, marzo 2049.

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