iVolatori

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I

L’appuntamento era alla Taverna della pertica di tre metri. Come sempre il Ladro arrivò per primo e verificò che il posto fosse sicuro. Occupò il tavolo più defilato, diede una mancia all’oste e si assicurò che la botola d’ordinanza per il Profondo fosse sprangata. A scarico di coscienza, piazzò strategicamente le sue due balestre automatiche a coprire l’ingresso. I clienti abituali, avventurieri della peggior specie, seguivano le sue manovre con palese soddisfazione.
Si era appena messo comodo quando la porta si aprì e il Nano fece il suo ingresso. Lo seguiva un individuo dall’aria malsana: curvo sotto il peso di un gigantesco elmo piumato, portava al collo rosari di ossa e pietruzze colorate. Ogni pochi passi si fermava per lanciare una moneta e riprenderla al volo.
“Non chiedere, Ladro.” minacciò il Nano sedendosi.
“Ma sotto quelle piume c’è il Prete?”
“Sta’ zitto ti dico.”
“Il capro nero dai mille germogli vi divori il fegato!”, augurò giulivo il Prete.
“Ma come ti sei conciato?” mormorò il Ladro. “Che fine ha fatto la tua tonaca con la croce fiammante?”
“Zitt-” iniziò il Nano, ma ormai il Prete era partito: “Una domanda intelligente. Acuta. Sappi che ho dismesso i panni di un sistema teologico arretrato e oscurantista” -la moneta roteò in aria- “per abbracciare una visione finalmente razionale.” La moneta atterrò sul tavolo.
Il Prete la fissò per un istante e impallidì: “Svelto, fammi sedere al tuo posto altrimenti accadrà qualcosa di orribile!”
Il Ladro fu sloggiato senza riguardi dal suo sgabello e finì per terra. Quando si rialzò, al tavolo sedeva anche il Mago. “Ti sei materializzato!” boccheggiò il Ladro. “E senza nuvolette di fumo. Un bel trucco, vecchio mio.”
Il cappuccio nero tremolò, sfarfallò e svanì senza un suono. Riapparve subito dopo all’altro capo del tavolo.
“Salve Ladro,” gracchiò, “e a voi, gente. Sentite, lo so che non è bello però stasera ho un impegno serio e non posso venire. Vi ho mandato un’immagine spettrale. Più di una, a dire il vero. C’è ancora qualche problema di interferenze karmiche per cui vi prego di parlare forte e di non fare caso a…” -con un botto l’immagine si ridusse ad un puntino luminosissimo. Quando riapparve era sospesa a tre metri dal tavolo- “… e simili. Comunque non è detto che succeda. Eventualmente, buttatevi a terra.”
Il Ladro abbassò lo sguardo sugli altri due: il Nano sembrava sprofondato in una rassegnazione millenaria, il Prete giocherellava con la moneta. Cercando di risollevare l’atmosfera, motteggiò: “Allora Prete, era questa la cosa orribile?”
“No. Era la morte della vita.”
“Oh… e l’abbiamo scampata?”, rilanciò disperatamente il Ladro.
“Ma non per molto,” si affrettò a puntualizzare l’altro. Il suo tono divenne didascalico: “Ogni istante la realtà oscilla su un abisso di caos e distruzione. Forze mostruose e incomprensibili rodono le pareti del nostro cervello. Presto respireremo oscurità.”
“Quindi tu…”
“Io ho compreso la natura fondamentalmente caotica dell’essere e ne scorgo la trama.”
“Ma se è caotica, non c’è nessuna trama.”
“Esatto. E io la scorgo lo stesso. Questo è il succo del misticismo”, concluse il Prete, raggiante.
Il Nano aveva preso da bere. Scolarono i boccali e rimasero per un po’ in silenzio. “Perciò la moneta guida i miei passi. Essa è il simbo-”
“STAI ZITTO!” ululò il Nano esasperato. “Zitto. Non ci importa niente della tua moneta. Non ci importa di quel che credi! Caos, legge, l’universo… roba per intossicati dal mercurio!”
“Incidentalmente, il mercurio è molto piacevole in certe dosi,” fece una voce dal soffitto.
“E chiacchieroni,” -continuò il Nano, intignando lentamente- “che non hanno neanche diritto di parlare, tanto più che non sono veramente qui!” Si guardò in girò: “Ma dov’è quel maledetto guerriero? Si fa tardi e noi dobbiamo parlare di cose serie.”
In quel momento la botola del Profondo prese a vibrare. La videro gonfiarsi e scricchiolare, finché esplose. Dal buio sottostante si riversò una frotta di strane creature: topi giganti sfrecciarono tra i tavoli e rovesciarono gli avventori, millepiedi lunghi un metro si arrampicarono sulle travi, melme colorate si strizzarono nei boccali più grossi e poi pipistrelli, funghi saltellanti, minuscoli goblin a cavallo di ragni, vermi porpora incrostati di monetine, coboldi. La fiumana di mostriciattoli terrorizzati sembrò esaurirsi e dalla botola spuntò il Guerriero.
“Sciò! Sciò.”
“Sei venuto dal Profondo!”, balbettò il Nano. “Tutta la schifosa strada sotto terra!”
Il Guerriero annuì soddisfatto: “La via più sicura. Ti senti le spalle coperte.”
“Di fango.” completò il Mago, e sparì in un lampo accecante.
Quando riuscirono di nuovo a vedere qualcosa, ad ogni angolo del tavolo c’era un’immagine del Mago. “Beh, vogliamo spicciarci?”, si lagnarono tutte in coro. “E’ un’ora che sto davanti a questo specchio magico e inizio ad avere mal di testa.”
“Giusto. Andiamo al sodo. Chi glielo dice?” fece il Prete.
Il Nano sospirò. I lavori sporchi toccavano sempre a lui. “Ladro, dobbiamo parlarti. Domani partiamo per la Bicocca Maledetta e…”
“Non preoccuparti. Ho già preso tutto il necessario”, lo interruppe quello. “Seicento metri di corda elfica, specchi montati su pali telescopici, il manuale degli enigmi ultima edizione…”
“No Ladro, non mi preoccupavo di questo. Sei un professionista, lo sappiamo bene. Però…”
“Però cosa?”
“Vedi, noi crediamo… ne abbiamo parlato e siamo d’accordo sul fatto che… Ladro, forse non è il caso che tu venga con noi.”
Il Ladro si rigirò quest’osservazione nella mente per alcuni secondi. Poi credette di capire: “Oh, giusto. Vuoi dire che devo andare in avanscoperta? Va bene. Dammi un’ora e parto.”
“No Ladro, non hai capito”. Il Nano tossicchiò e sembrò molto infelice. “Intendiamo dire che…”. Cercò soccorso negli altri, ma quei vigliacchi fingevano di guardasi le unghie. “Ladro, davvero, è difficile spiegare… noi non ti vogliamo. Ecco.”
Il Ladro inalberò un sorriso incredulo: “Ragazzi state scherzando, vero? Non ce l’avrete ancora con me per quella storia delle gemme di cartone… ve le ho anche restituite!”
“Non è per quello.”
“E allora?” Il Ladro iniziò a tremare. “Cosa diavolo vuol dire che non mi volete? Cos’ho fatto di male?”
“Niente, Ladro”, intervenne il Prete. “E’ proprio questo il punto. Di recente non hai fatto niente.” Fece di nuovo rimbalzare la moneta.
“Se non fosse stato per me sareste caduti almeno cento volte in trappola!”
“Un tempo, forse. Ma diciamo la verità: da quanto tempo non trovi una trappola?”
“Beh, il Mago ha l’incantesimo e non c’è bisogno di sforzare le mie raffinate capacità per queste cosette.”
“Appunto.”
“Ma questo non significa niente. Ho altri mille talenti e voi ne avete bisogno!”
“Per cosa, Ladro?”, chiese il Nano con una certa impazienza.
“Tipo, se ci fossero delle pareti verticali da scala-”
“Levitazione.”
“O guardie da sorprendere camminando nel bu-”
“Invisibilità.”
“Per le porte segrete!”
“Vendono le mappe.”
“Insomma, quando si viene al punto una bella camminata sulle corde tese chi te la fa?”
“Sono anni che giriamo assieme e quante volte c’è stato bisogno di un funambolo?”
“Potrebbe sempre succedere. Che ne sai del futuro? Chiedilo al Prete, chiedilo. Col Caos e tutto il resto la prudenza non è mai troppa.”
“Ladro, mi dispiace dirlo ma forse noi non siamo più legati a te quanto tu lo sei a noi. Al giorno d’oggi si fa tutto con la magia ed è triste vederti ciondolare dietro con le mani in mano. Lo diciamo anche per te. Hai rubato un sacco di soldi e potresti ritirarti, fare la bella vita. Non è giusto che noi rischiamo e fatichiamo e poi dobbiamo dividere per cinque.”
“Beh, se è solo questo il problema”, fece speranzoso il Ladro, “potrei anche accontentarmi di una percentuale minore. Insomma, per me è quasi un hobby.”
Il Guerriero aveva taciuto tutto il tempo. “No Ladro, non va bene. Conosci il gioco, conosci le regole. Entri, ti sbatti, prendi l’oro e poi dividi. Non si può fare per sport.”
“Gratis?”
“Non devi umiliarti. Non lo sopporterei, e neanche tu. Ascolta, anche se non vieni con noi non vuol dire che non possiamo restare amici.”
“Ma io… io… ho paura che non ci vedremo più”, piagnucolò il Ladro. Gli altri distolsero imbarazzati lo sguardo.
“Non temere. Forse per un po’ conviene che non ci vediamo ma poi…”
“In futuro…”
“Già.”
“Sicuro.”
Mi state abbandonando, si disse il Ladro. Non sono stupido, so come vanno le cose a questo mondo. Adesso dite così per farmi contento, mi date speranza per farmi mollare la presa. E magari ci credete pure, per non sentirvi tanto in colpa. Ma non tornerete.
Gli altri si alzarono, salutarono, fecero qualche altro commento di circostanza. Il Ladro non ascoltava e non li guardò neanche uscire. Strinse i pugni e continuò a rimuginare: è tutto così semplice, non servo più. Non piangere idiota! Ragiona freddamente. Se ci pensi un momento capisci che era nell’aria, doveva succedere. Al posto loro avresti fatto la stessa cosa. Però cazzo se fa male. Forse avrei potuto dire… ma allora loro avrebbero risposto… e in ogni caso hanno le loro ragioni. Ma se io li raggiungo e gli spiego che… no, così non funziona, devo trovare un altro sistema. Potrei precederli alla Bicocca per dimostrargli… anche se fosse, la prossima volta come faccio? Forse cambieranno idea… si, sentiranno la mia mancanza e verranno a cercarmi… ma perché dovrebbero?
Seduto da solo, esaminava la questione da ogni lato e come sua abitudine cercava la mossa più efficace, la soluzione dell’enigma. Si era sempre vantato di saper risolvere i problemi con l’astuzia, di capire le intenzioni degli altri, finché a furia di capire era arrivato a giustificare qualunque cosa. Per ogni ragione ce n’era una contraria e altrettanto valida. Per ogni mossa, una contromossa. Lui poteva vederle tutte e la loro somma era invariabilmente zero. Le cose restavano com’erano.
Così preso da quello strano delirio, non si accorse che il Prete era tornato dentro. Sentì una mano poggiarsi sulla sua spalla e una voce gentile: “Ladro?”
Sono tornati! Non può essere. Può essere eccome! Ti illudi. Siamo amici, questo significa qualcosa. Perché devi sempre rovinare tutto? Perché ti farà soffrire. Puzzi di tomba, tutta la tua intelligenza è vuota notte. Io voglio credere.
“Ladro?”, ripeté il Prete.
“Sì?”, e in quel ‘si’ il Ladro mise tutta la speranza che restava. Si, le cose possono cambiare. Si, oltre il calcolo e la ragione, io sono io e valgo, e non rinuncerò. Mai.
“Si?”
“La moneta.”
“Eh?”
“La mia moneta. Era sul tavolo.”
Il Ladro si guardò il pugno, come se fosse quello di qualcun altro. Lo aprì e dentro c’era la monetina. “Non l’avevo… neanche… vista.”
“Immagino.”
“Tu lo sai.”
“Certo. Abitudine. Sei quel che sei. Le cose…”
“Sta’ zitto.”
“D’accordo. Ci vediamo.”
“Ci vediamo?”
“Si, ci vediamo.”
“Davvero?”, e si maledì per averlo detto.
Il Prete prese la moneta e fissandola ripeté: “Ci vediamo”.

II

Con la massima attenzione, il Ladro terminò gli svolazzi del suo cartello:

Ladro d’alta classe Offresi
Veterano di molte&strane Imprese
No Perditempo, Sì Mercenari!

In principio aveva pensato di scriverlo in rune invisibili e poi si era chiesto come gli fosse venuta in mente un’idea così stupida. Lo inchiodò al portone del suo ampio, vuoto palazzotto e si dispose ad aspettare.
Nemmeno un’ora dopo sentì bussare in tono imperioso. Provò un pizzico di sollievo. Sono uno stimato professionista, si disse. Un uomo dai mille talenti. Avrò la fila alla mia porta. Gliela farò vedere. Sono impaziente di cominciare una nuova vita. Chi sarà mai?
Aprì la porta e si trovò davanti un bel vecchione alto e solido, con una barba da padreterno. Vestito di grigio, stringeva in una mano il classico bastone bitorzoluto dei Maghi e nell’altra una pipa delle dimensioni di un sassofono. Il visitatore sbuffò un anello di fumo dall’odore assai sospetto e cercò di focalizzare lo sguardo. I suoi ridenti occhi azzurri spiccavano ancora di più a causa delle pupille ridotte a puntini. “Oh oh oh!”, esclamò un po’ disorientato, come per prendere tempo. “Amico mio! Quanti anni sono passati dall’ultima volta che ci siamo visti?”
“Veramente…” cominciò il Ladro, ma quello l’aveva già scostato dalla soglia e si stava facendo strada in casa.
“Vedo che hai rimodernato. Bravo!”, sbraitò il vecchio, tamburellando col bastone su alcuni soprammobili e mandandoli in frantumi. “Hai messo anche degli infissi più sensati, se posso dire la mia.”
“Senta, io…” Il Ladro si voltò per seguirlo. Alle sue spalle spuntarono tredici cappelli rossi. La voce potente del Mago rimbombava dalla fine del corridoio.
“La cucina è sempre di là, vero?”, chiese avviandosi con passo sicuro nello sgabuzzino. “Ma che vergogna! E’ tutto buio e freddo. Dov’è finita la tua proverbiale ospitalità?”
“Stia attento! Lì dentro ci sono-”
“Qui ci vuole un po’ di vivida luce! Kaz-ah!”
Dallo stanzino sgorgò una fiammata che incendiò i preziosi arazzi e scaraventò il vecchio contro la parete opposta. Il ladro si precipitò a soccorrerlo. Con il suo orecchio allenato gli sembrò di udire sotto il rombo del fuoco tanti passetti.
“Sta bene? Cosa le è venuto in mente di-”
“Ahi, che sorte malefica!”, mormorò quello. “Una fiamma di Udùn! E io sono già stanco…”
“Vecchio ma di che diavolo stai parlando?”
“Fuggite, pazzi!”, insistette il mago, con lo sguardo febbricitante. Un sudore acre gli imperlava la fronte. “Fuggite!” Il Ladro raccolse la pipa frantumata, l’annusò ed ebbe un capogiro. Pollo arrosto, commentò sottovoce. Ora è tutto chiaro.
“Va bene nonno. Mi hai dato fuoco alla casa ma non fa niente. Adesso sloggia.”
“Come! È questo il modo di parlare al tuo amico e mentore?”
“Vecchio pazzo, io non ti ho mai visto!”
Dalla cucina venne un rumore di piatti frantumati. Il Ladro abbandonò il pazzo ai suoi vaneggiamenti e si appiattì contro il muro, poi scivolò felpato verso la porta. Sporse appena la testa: la cucina era piena di nani. Stavano saccheggiando la dispensa e dopo aver ripulito ogni piatto lo sbattevano a terra con gorgoglii di piacere. Neri da capo a piedi per il fango e la fuliggine, imbrattavano pavimento e pareti con la loro sozzura. Due dei più ribaldi avevano tirato fuori tutti i pentoloni per usarli come batteria.
“Piccoli bastardi, io vi…”
“Bene! Vedo che hai incontrato i nostri amici”, tuonò il vecchio, che intanto gli era strisciato alle spalle. “Lascia che ti presenti questi nobili signori: quello con il fiasco a gargamella è Ori, loro capo e bardo di prima forza.” -il destinatario di tanta presentazione sorrise e gratificò i presenti di un rutto poderoso- “e i due che si azzuffano sotto la tavola per un cosciotto sono Oni e Obi, suoi nipoti. Poi vengono Osi, Oci, Opi, Oki e Oxi, valenti guerrieri, mentre Oli, Oti, Owi, Ogi e Ofi sono dei fabbri rinomati, ma non ci giurerei. Maledetti nani! Sono tutti uguali e per i nomi hanno la fantasia di un asino morto.”
Il Ladro stava per mettersi ad urlare quando tutti i nani gli si gettarono ai piedi e si misero in coro al suo servizio. Quattro giurarono di vendicare la sua morte con un bagno di sangue mentre uno si spinse fino a chiedergli una ciocca di capelli in sempiterno ricordo.
“Vecchiaccio della malora,” strepitò il Ladro, mezzo soffocato dalle effusioni nanesche, “sparisci dalla mia vista e portati via questa banda di straccioni, prima che chiami le guardie!”
“Oh oh oh! Che eri un giocherellone lo sapevo, ma non ti pare di esagerare? Suvvia, sediamoci e parliamo d’affari.” Così dicendo, il vecchio afferrò il Ladro per un gomito e lo trascinò senza sforzo fino alla tavola, che sgombrò dalle stoviglie superstiti con un’energica bracciata.
“Ma si può sapere cosa vuoi da me? Bada che sono un famoso assassino!”
“Oh, no. Un ladro, questo sì. E un ladro è appunto quel che cerchiamo. Guarda!” Sempre trattenendolo per un braccio, il mago sfilò dal barbone una mappa tarlata e la spianò sulla tavola. Mostrava le terre orientali. Al centro spiccava una montagna disseminata di grosse X; in alto, la sagoma di un drago. “Stupisci! Questa è la mappa del perduto regno di Ohi!, mitico re sotto la montagna e fastidioso lagnone.”
A queste parole i tredici nani si raccolsero in religioso silenzio.
“E allora? Cosa vuoi che mi importi?”
“Non sei stato tu ad appendere quel cartello qui fuori? Ebbene, siamo venuti per procurarci i tuoi servigi.”
“Vecchio, a parte il resto tu e questi ladri di galline dei tuoi compari non potreste permettervi il mio onorario neanche in mille anni.”
“Parli così perché ci vedi adesso, laceri e raminghi,” intervenne fieramente il capo nano, “ma mostreresti meno spocchia nella dorata Glunglundrang, sala d’armi del mio popolo da prima che nascesse il sole! Ah, lo splendore dei preziosi alla luce delle lanterne incantate! Oh, il dolce mormorio delle arpe nel mattino della mia giovinezza!”
“Proprio!”, rincarò il vecchio. “Pulisciti la bocca prima di rivolgerti in questo modo ad Ori, discendente di re ed erede del tesoro segreto.”
“Ma quale erede! Il regno perduto di Ohi! è solo una favola per balordi”.
Il vecchio abbassò la voce e assunse un’aria cospiratoria: “Questo è ciò che si è sempre creduto, ma io ho svolto incessanti ricerche per scoprire la verità. Mille e più anni fa la montagna d’oro fu attaccata dal terribile drago Smàil, che sorprese i suoi abitanti e li derubò di tutte le loro ricchezze.”
“A morte il ladrone!”, intonarono i nani.
“Chiaro, a morte”, concesse il vecchio. Poi continuò la sua storia: “L’erede di Ohi vagabondò fino alle terre occidentali portando con sé…” “…questa antica mappa”, continuò il Ladro, come se leggesse da un copione. “Aspetta, lasciami indovinare il resto. Scommetto che il nano si ridusse a fare qualche lavoro umile e ridicolo tipo, che so, lo spazzacamino, ma tramandò lavoro, mappa e storia a suo figlio, che fece lo stesso col suo, e così via. E tutto si sarebbe perso nelle nebbie del tempo se la provvidenza non avesse mandato te a ritrovare la mappa e il legittimo erede al trono.”
“Che sarei io”, aggiunse servizievole il nano sporcaccione.
“Che sarebbe lui,” sospirò il Ladro. Per la prima volta il viso del mago mostrò qualcosa di diverso dal folle entusiasmo.
“Ehi, è proprio così. Ma tu come fai a-”
“E non è finita, vecchio,” riprese amaramente il Ladro. “Qualcosa mi dice pure che la mappa indica l’accesso segreto alla montagna, che porta dritto al giaciglio dorato di Smàil.”
“Già, e infatti tu de-”
“Io dovrei intrufolarmi nel condotto segreto, nascondermi nelle ombre, strisciare silenzioso fino al rettile addormentato per prenderlo di sorpresa e pugnalarlo alle spalle. Giusto?”
“Eeeeesatto!” Il mago mollò la presa, indietreggiò allargando le braccia e sembrò farsi più alto quando montò sui calli di Owi. Il ruggito di dolore del nano sottolineò come un tuono le parole del vecchio. “Sì, già lo vedo. Cullato da falsa sicurezza il drago ronfa ignaro, pancia all’aria. Tu sollevi la lama seghettata e gliela pianti nella gola!”.
Cominciò a sbavare. “Siiii. Ora la bestia si dibatte inutilmente, annega nel suo nero sangue, straziata dall’agonia! Muori, bastardo!”
“Ehi vecchio, datti una calmata…”
“Noooo, deve soffrire fino all’ultimo! E poi bruceremo la sua carcassa rosa dai vermi e useremo le sue ceneri come latrina. AHAHAHA! Questo ed altro per il trionfo del bene!”
“Povero drago, quasi mi dispiace…”, sussurrò Owi a Oti. O a Obi. Comunque, a un altro nano.
Ora il volto del vecchio era solcato da un rictus che lo faceva somigliare ad una zucca di halloween. “E poi ricostruiremo il regno dei nani. Non che se lo meritino, bada bene… maledetti nani! Ma come, dico io, vivete chiusi in una fortezza di roccia e vi fate sorprendere da un drago! Una bestiaccia lunga venti metri! Solo dei perfetti idioti potevano cascare nel vecchio trucco del ‘toc toc. Chi è? Un amico’”.
A sentir rievocare le disgrazie del loro popolo molti nani scoppiarono in lacrime e si strapparono la barba. Il Ladro invece si appoggiò alla parete, come piegato da una stanchezza senza fine. “Suvvia,” gli urlò il vecchio, “sbrigati a raccattare la tua roba perché la via fugge senza fine e chi la trova più? Magari per stanotte è sparita. Partiamo subito”.
Prendendosi la faccia tra le mani, con voce affranta il Ladro tentò di spiegare: “Vecchio babbeo, cerca di ragionare per l’amor di dio! Non c’è nessun tesoro, nessun drago. E se anche ci fosse, credi davvero che in mille anni non si sarebbe accorto della porta segreta? Con tutto quel tempo a disposizione avrà imbottito la montagna di mostriciattoli asserviti e tappezzato i corridoi di trappole. Avviati pure nella sua tana con questa fanfara di nani beoni, se sei stanco di campare.”
“Sciocco mortale! Smàil è un vecchio scapolone solitario. Quanto alle trappole, come farebbe a piazzarle? E’ un drago, mica un carpentiere.”
“Lo fanno, lo fanno,” osservò con aria saputa il Ladro.
“E va bene, forse è così, ma la mappa…”
“Puoi fartici i ricci con la tua fottuta mappa! Non vedi che ci sono X stampate dappertutto? Come puoi credere che sia vera?”
“C’è una spiegazione semplicissima,” si infervorò il vecchio, ma nel suo tono affiorava una punta di incertezza, “tutti sanno che i nani sono avidi e sciocchi. Magari quelli che l’hanno disegnata fecero la bella pensata di piazzarci sopra tante X, in modo che un ladro non potesse capire qual è la vera porta segreta.”
“Aaargh! Se è così non la troveremo mai neanche noi!”
“Mai, che brutta parola,” ridacchiò disperatamente il vecchio. “Forse ci vorrà un po’ di tempo per provarle tutte, però ti assicuro che da quel punto in poi sarà facile come salvare il mondo dall’Oscuro Signore. Tu devi solo…”
“Vecchio,” disse il Ladro, quasi con gentilezza, “smettila, per il tuo bene. Vivi in un sogno ed è ora che ti svegli.”
“Ma ma ma… ma anche tu sapevi della leggenda. Come me lo spieghi? Qualcosa di vero deve esserci!”
Il Ladro uscì dalla stanza e dopo qualche minuto tornò con un libricino foderato di rosso. Sulla copertina c’era scritto in elfico sgrammaticato:

Andata e rittorno.
Overo, che o fatto nelle mie vacanze.
Overo, tredici nani sulla cassa del draggo.
Con molte tabule accolori.

Come ipnotizzato, il mago prese il libretto e lo sfogliò fino a trovare la pagina della mappa. Allora sembrò capire e apparve davvero grigio, e stanco.
“Li scrive un vecchio hobbit che abita appena fuori città,” spiegò il Ladro. “Puoi trovarli sulle bancarelle. Hanno cercato di farlo smettere, ma è più forte di lui. Sono anni che rimastica un libro di quindicimila pagine su un anello che rende invisibili. Ah! Come se non ce ne fosse uno in ogni famiglia appena rispettabile”.
Si sentì tirare la giacca. Il più piccolo e sporco dei nani cercava di attirare la sua attenzione. “Signore, questo vuol forse dire che io non sono davvero Obi, nipote di Ori e discendente del re sotto la montagna?”
“Già.”
“Ma io ho lasciato tutto ciò che avevo per liberare il regno dal drago!”
Il panico si diffuse tra gli altri nani.
“Anch’io…”
“La mia casa…”
“…il mio lavoro!”
“Tutto perduto.”
“Mi pareva strano…”
“Vecchio bugiardo.”
“E il dolce mormorio delle arpe nel mattino eccetera eccetera?”
“Balle!”
“Cosa faremo adesso?”
La stanza risuonò di lamenti. Il Ladro pensò che avrebbe dovuto provare soddisfazione, invece si sentiva triste. Guarda cos’ho fatto. Gli ho tolto la speranza. E’ la solita storia. L’hanno fatto a te e allora tu lo fai agli altri. Così il gelo si diffonde ogni giorno di più. Devo uscire di qui altrimenti divento pazzo. “Vecchio, io parto. Voi potete restare qui per un po’, finché non trovate un’altra sistemazione.”
“Eh? Cosa? Ah, sì. Divertiti,” esalò il mago, crollando su una sedia, “e mandaci una cartolina.”
“La dispensa è piena e nel terzo cassetto della mia scrivania c’è dell’oro. Ma mi raccomando, non aprite l’armadio in cantina. Per nessun motivo.” aggiunse il Ladro mentre usciva.
Qualcosa guizzò negli occhi del vecchio. Era debole ma ancora vivo.
“E perchè? Che c’è dentro?”
“Questo non te lo dico. E’ un segreto.”
“Non sarà mica un varco per, tipo, qualche altro universo?”
“Assolutamente no, vecchio mio. Stammi bene.”
Anche attraverso la porta di quercia il Ladro riuscì a sentire le urla. “Sveglia pelandroni! Smettetela di frignare e prendete quei picconi…”.

Mi demoliranno la casa, pensò il Ladro. Non si fermeranno prima di aver ridotto la roccia in polvere. Poi, setacceranno la polvere. Beati loro. E si incamminò nella notte.

III

alla gentile attenzione  del sig. Guerriero
Viale delle Statue Urlanti,
catacomba n.3, il Profondo.

Amico mio! E’ tanto che non ci sentiamo. Saluta gli altri per me e pregali di scusarmi per il lungo silenzio. Spero di rivedervi tutti presto. Il vostro affezionato Ladro

Arrotolò la pergamena giallastra e la consegnò ad un goblin suicida. I goblin suicidi venivano condizionati con un incantesimo di Comando: avrebbero recapitato la missiva o sarebbero morti nel tentativo. Se pure il goblin non avesse trovato il Guerriero nel luogo indicato, avrebbe continuato a cercarlo in eterno.
Tanta suscettibilità alla magia presupponeva scarsa intelligenza o volontà, e infatti molti postini vagolavano per anni, incapaci di leggere l’indirizzo o troppo grulli per chiedere indicazioni. In ogni caso, la maggior parte veniva uccisa dai destinari, che si aspettavano un mostro errante ad ogni angolo di via. Così il vecchio sistema postale andava in rovina e veniva gradualmente sostituito dalle sfere di cristallo.
Il Ladro però era un tradizionalista. Inoltre, non aveva troppa voglia di farsi vedere in faccia. “Non che loro mi abbiano mai scritto,” pensò mestamente. “Non ne sono certo, perché da quando sono andato via di casa potrebbe essere arrivata qualche lettera. Magari dovrei tornare indietro e controllare.”
Vide subito la falla in questo piano di azione. “E se non ne trovo neanche una? Finché resto in dubbio tutto può ancora essere. Meglio aspettare.” Fosse stato più sveglio, si sarebbe accorto anche della circolarità del ragionamento.
Comunque sospirò, diede qualche monetina al goblin e si decise ad andare alla corporazione dei ladri. Odiava da sempre quella gente, criminali senza un briciolo di fantasia, ma se voleva lavorare ancora non aveva altra scelta.

Nessun gruppo serio di avventurieri lo voleva. Aveva provato ad imbarcarsi con dei pivellini, ma quelli continuavano a saccheggiare cunicoli che lui conosceva a memoria. Per rendere la cosa più interessante una volta si era persino bendato, mettendoli tutti in imbarazzo. Dopo quel momento, aveva conosciuto la solitudine.
Tremando al pensiero, il Ladro bussò al portone della Gilda. Gli aprirono due brutti ceffi d’ordinanza. Si rivolse loro nella lingua segreta dei ladri, chiedendo di essere condotto dal Re Brigante. Quelli si guardarono a lungo e poi gli portarono un mango. Il Ladro ripeté la sua filastrocca e aggiunse una stretta di mano in codice. Il più alto dei due gli diede del pederasta.
Esasperato, il Ladro provò con la lingua dell’allineamento. Scelta poco saggia, perché il caotico è appunto tale e una frase semplice come “portami dal tuo capo” può significare indifferentemente “voglio mangiarti il fegato” o “grattami dove prude”, il che spiega pure l’alta percentuale di zuffe negli eserciti dei cattivi di ogni epoca.
“Ma come parla questo?”- fece il più alto dei due ladroni.
“Sarai mica una specie di elfo, eh, franco?”- si insospettì il bassotto.
“Ma… ma come…”- balbettò il Ladro -“nemmeno il caotico capite più… e la lingua franca…”
Il viso sfregiato del bassotto si contrasse in un ghigno: “oh, ma questa è tutta roba della vecchia edizione. Oggigiorno non s’usano più, franco, e anche noi ladri parliamo come bravi cristiani. Quanti anni è che non venivi a bottega?”
“Beh, cinque o sei, ma…”
“Però la matricola ce l’hai ancora, non è vero? Perché sennò tocca che ti riscrivi da capo e via a scalare pertiche finché non ti vengono i calli…”
“No no, eccola qui, l’ho conservata.”
“Bravo franco, caccia la carta… uhm…”
“Volevo parlare con il Brigante,” ricominciò timidamente il Ladro.
“See, seeee… vieni con noi… per te questo e altro, franco…”
“Essì, il rispetto per gli anziani è la prima cosa…”
“… e se alla tua vedova servisse qualcosa, conta su di noi.”
I due ceffi fecero “ahr ahr” in sincrono e il Ladro intuì che doveva essere una loro barzelletta neolitica. Sforzandosi di non urlare, trasferì l’attenzione sull’ambiente che stavano attraversando: soliti corridoi bui e contorti, soliti stanzoni dove i giovani ladri imparavano a lanciare il coltello o a camminare sulle corde tese. Palestre, dormitori, seminari su ‘improvvisare un alibi’ e ‘rapina di gruppo’, refettori pieni di tagliole, gogne, tutto l’armamentario. Varcarono diverse porte nascoste e si trovarono di fronte ad un’enorme scrivania di mogano. Dietro, il Re Brigante, grasso e unto come di costume.
A sentirlo farfugliare il Ladro si illuminò e credette per un istante di poter rispolverare la lingua segreta, ma poi si accorse che il ciccione aveva soltanto qualcosa in bocca. Dell’ovatta, probabilmente.
“I mmio cuooore si d’lata a rivedere stu picciotto!”- riuscì infine ad esalare il Brigante. I due ceffi lo affiancarono e fecero le viste di gustare fino in fondo quelle sagge parole.
“Brigante, io davanti a te mi svuoto le tasche!” recitò il Ladro, ripescando frammenti del catechismo ladresco.
“Ma che ddici, ma che svuoooti! Vieni qua, fatti abbracciare,” sorrise il Brigante, “che te le svuoto io!”
“Oh oh oh.”
“Che gliele svuota lui!”
“Ahr ahr.”
“L’hai sentito?”
“Uaz UAZ!”
Mentre i tre si abbracciavano strangolandosi dalle risate il Ladro pensò, non per la prima volta, che la sua sorte poteva essere peggiore. Davvero, si disse, potrei essere stato creato hobbit. Devo convincermi che questa non è una tragedia ma un’opportunità. Sì, devo essere propositivo e ottimizzare la situazione. Oh oh. Vedere il lato positivo. Oh oH OH. MERDA!
Il Brigante si asciugò le lacrime dal faccione congestionato e riprese, più intasato di prima: “E così, un lavuòro vuoi, eh? Comme ai tempi beeelli, eh? Ho quéllo che ffa ppe tte! Che mi dici di questa?”
Srotolò una mappa sulla scrivania e i due ladroni si affrettarono a bloccarne i lembi. Il Ladro sporse la testa a guardare, tutto entusiata. Ora si trovava a pochi centimetri da quelle tre facce. Dopo un istante sussurrò: “E’ la casa del prevosto di Luln. La riconosco, ci sono stato tre anni fa in esplorazione. Bella cucina, spaziosa. I cani da guardia sono sul mio libro paga. Brigante, dammi un pennello che te la ridecoro da dentro!”
“Lo sapèvo che eri un professionista. Bravo! bravo.” Anche il Brigante abbassò la voce e gli poggiò una mano sulla spalla. I due ladroni lo imitarono. “Allora tu èntri e…”
“Che devo prendere? La cassaforte è facile, ma il prevosto è onesto e quindi non è ricco. Ci sono dei documenti importanti?”
“E fammi pallare! Nènti devi prendere. Ci devi portare una cosa… una…”
Adesso erano tutti abbracciati. Tre paia d’occhi arrossati fissarono il Ladro in silenzio. Tre paia di labbra si mossero in modo impercettibile.
“Cosa?” chiese il ladro in un sospiro.
“Una… ohmhah.”
“Che cosa??”, ripetè sussurrando, al limite dell’udibile.
“Ah?” fece il Brigante. Presero a dondolarsi attorno alla scrivania.
“Come?”
“Una che?”
“…ohmhah…”
“?!”
“Che disse?”
“Disse ‘ah?’.”
“Che?”
“Che disse, nun’ho’ capisco…”
“Disse-”
“AARGH!” esplose il Ladro e smaniando si staccò dai tre. “Che dite? Dio vi stramaledica, cosa devo portare?”
“UNA BOOOMBA!” urlarono quelli.
Silenzio.
“Una bomba ci devi portare. Che ti credevi, che ci volevamo fare il regalo di nozze? Una bomba. BO-M-BA! Hai capito?”
Il Brigante ricadde seduto e cercò di ricomporsi. “La booomba. Sotto il letto ce la devi mettere. Troppo ha sbagliato connòi!”
“Ma ma ma” -il ladro cercava freneticamente una via di scampo – “ah ah ah… ma per questo servizio non ti servo io, Brigante. Qualunque ladruncolo può scassinare la porta e lasciare un avvertimento…”
“Quale avvettimento? L’avvettimento già glielo demmo… e continuò a sbagliare. La casa piena di guardie è. Ci serve uno bravo.”
“Okkey, va bene, ma quando lui se ne va la guardia lo segue e allora è facile entra-“, azzardò il Ladro.
“Ma lo sentìte? Se ne va. E dove va?” Il Brigante gesticolò gaio e iniziò a sputare saliva. “A spasso va? A passeggio? no, quello a noi viene a rompere la minghia. A noi, che ci spezziamo la schiena per fare stu mestiere!” Battè la mano tozza sulla mappa:”Quando sta a casa, ce la devi mettere. Quando ci sta lui e tutta la razza sua.”
“Brigante, questo non è lavoro per noi,” il Ladro indietreggiò, “chiama quegli altri, chiama gli assassini. Noi queste cose non le facciamo… io non dico niente ma noi queste cose non le abbiamo mai fatte.”
“E ti credi che ce lo fanno pè piacere? I soldi, vogliono. I soldi, e tanti. Troppi. E quell’ominicchio non vale tanto.”
Il Ladro era vicino alla porta. Cercò di percepire se c’era qualcuno dietro. Continuando a spostare lo sguardo dal Brigante ai due ceffi, abbassò la mano verso il pugnale.
“Come un figghio ti ho accolto. Come un figghio ti tratto. E nel momento del bisogno, tu mi sputi in faccia.”- sibilò il grassone.
“Brigante, massimo rispetto per te…”
“E allora fallo!”
“…ma io non uccido gente inerme.”
Lo disse piano, come a sè stesso. Tastò la porta con la sinistra. Chiusa. Sono morto, pensò. Sono morto.
“Come un figghio, ma tu…” Il grassone si frugò in grembo e tirò fuori un pistolone. Un mezzo archibugio, a dire la verità. Non erano ancora tanto affidabili, ma abbastanza letali sì. Teneva il Ladro sotto mira e scuoteva la testa, avvilito. I due ladri gli si avvicinarono. Per la prima volta sembravano calmi, solenni. Snudarono i coltelli.
“No, Brigante, non arriviamo a questo.” Due posso stenderli, ragionò in fretta, e se il grassone mi manca lo scanno, così che mi resta da uccidere solo tutta la corporazione per uscire di qui. Allora voglio essere sicuro di ammazzare te, faccia di porco. Te solo. Sì.
“Parliamone,” iniziò il Ladro, e si lanciò. Sentì una fitta nel fianco, montò sulla scrivania, afferrò la canna dell’archibugio, alzò la lama, un frastuono, un boato, caldo nell’orecchio, fetore, fetore dolciastro, ancora un momento, perché tremo? perché? il buio.

* * *

Precipitava. A braccia spalancate, il fiato strozzato dalla velocità, attraversava in un lampo pozzi e cunicoli sprofondando in una caverna dai riflessi rossastri. Ancora più veloce, le pareti si allontanavano fino a svanire. Di nuovo buio, senza fine. Si muoveva ancora? Impossibile dirlo.
Forse galleggiava nel vuoto. Allora questa è la morte, si disse.
“Sei il solito esaltato,” brontolò qualcuno. Il Ladro cercò di seguire la voce, piegò le braccia come per nuotare, e vide il Nano. La barba emergeva appena dalle tenebre.
“Quante storie.”
“Sei qui?” pensò il Ladro. “Aiutami!”
“E quanta superbia,” aggiunse la voce del Prete, “credevi forse di poter diventare Vera Carne?”
“Prete!” gridò il Ladro all’apparire di una pianeta verde tenue. “Hai cambiato di nuovo fede? E come fai a reggerti nel vuoto?”
Qualcosa lo toccò, facendolo ruotare lentamente. “So cosa provi. Puoi ancora scegliere”. Era il Guerriero, la sua grossa mano di un nero lucente.
“Siete tutti qui…” piagnucolò il Ladro. “Ragazzi, non sapete cos’ho passato…”. Di nuovo la sensazione di movimento. Piegò indietro il collo. Sopra di lui orbitava il Mago. Stava comodamente sdraiato su un libro grosso come un letto a due piazze e con dita pigre tracciava il testo: “Qui dice che una pistola non dovrebbe fare tanto tanto…”
“Sei sempre stato un piagnone”, sentenziò la barba del Nano.
“Tu non sanguini, né senti la fatica. Di ferro le tue ossa, la tua mano è ferma…” salmodiava il Prete.
“Il gioco continua. Il gioco è tutto ciò che sei”, nella voce del Guerriero c’era una strana tristezza, mentre quella del Mago insisté, pedante: “… e mi pare anche che hai diritto ad un attacco in più… vediamo nell’indice.”
“Cosa dite?” Le vaghe immagini turbinarono e iniziarono a dissolversi. Il ladro tentò di seguirle. “Io sento dolore, e nostalgia. Sono vivo, ero vivo. Voi non siete reali, voi! Siete solo nella mia mente… ma dove andate?”
“Ma vedi di restare coi piedi per terra…”
“…senza graffi la tua armatura, invisibili i tuoi passi…”
“puoi smettere. Se vuoi, puoi smettere.”
“tra l’altro, avevi l’iniziativa.”
“Guarda la realtà!”
“…almeno +8…”
“…niente dubbi, nessuna paura…”
“passami le patatine.”
“…e la Maestria, non la vogliamo contare?..”
“…a quel livello…”
Il Ladro sfrecciò verso l’alto, si immerse nel vago chiarore e pensò di essere impazzito. Per un istante gli era sembrato di vedere un cerchio di visi immensi, deformati dalla prospettiva. Le loro narici riempivano l’orizzonte, le bocche tuonavano come un uragano che si infrange. Si tappò le orecchie perché non esplodessero.
“…basta un 20 naturale e sei a posto…”
“…va bene interpretare, ma questo esagera…”
“…hai barato! Ti ho visto!”
“…io? Io sono super partes.”
“…see seeeee.”
“adesso ritiri!”
Qualcosa si dirigeva verso di lui. Istoriato di simboli sconosciuti, da puntolino lontano crebbe fino alle dimensioni di una rupe, e continuava ad avvicinarsi. Mi schiaccerà!, tremò il Ladro. Si contorse, nel disperato tentativo di fuggire.
Troppo tardi.
SBRAAANG!

* * *

Nella stanza puzzolente il Ladro da riverso che era schizzò in piedi con un unico movimento. Spalancò la bocca in un respiro senza fine, i polmoni in fiamme, le mani contratte come artigli. Ai tre ladroni caddero le armi di mano mentre lo fissavano inebetiti.
“Miiiinchia!”
“E’ riuscito a salvare.”
“Disarmare lo dovevi!”
“Fottuti siamo…”
Il Ladro si stava guardando, incredulo di essere ancora intero. Aveva un pugnale piantato fino all’elsa nel fianco e alzando la mano si accorse che gli mancava un orecchio, ma si sentiva bene, sapeva di avere punti vita a sufficienza. Niente dolore, niente stanchezza.
Con un gesto automatico sfilò il pugnale dalla ferita e lo lanciò contro il grassone, inchiodandolo al muro per il bavero. La porta della stanza si aprì di qualche centimetro. Sbucarono diverse facce di ladruncoli curiosi.
“Che succede?”
“Cos’era quello sparo?”
“E questo chi è?”
Il Ladro approfittò del loro stupore per dare una spallata alla porta, rovesciarli a terra e precipitarsi lungo il corridoio. Facendo scattare decine di attacchi di opportunità, raggiunse il portone della gilda, si arrampicò fino alla lunetta e scivolò fuori.
Nonostante fosse pieno giorno, si appiattì nel vano della porta e aspettò che gli inseguitori lo superassero. Una nuova forza lo invadeva, la sicurezza dei suoi talenti. Rimase nascosto nell’ombra per una mezz’ora, mentre tutti i ladri della gilda si agitavano a pochi passi da lui. Colto da noia, e anche per rendere la cosa più stimolante, si accese una sigaretta.
Niente. Non lo vedevano. Ammazzò ancora qualche minuto fischiettando una nota canzonetta comica, poi, visto che non serviva, si allontanò placido. E fu proprio allora che, voltato l’angolo del rigattiere, si imbatté nel Prete.

?

et in Arcadia…

Stavano attraversando la foresta di Skund quando furono assaliti da una banda di Orchi. Ora il terreno era coperto di cadaveri ma restava in piedi l’ultimo nemico. L’ultimo era sempre il più forte. Se ne stava occupando il Guerriero.
Mentre aspettava pazientemente il suo turno di iniziativa, il Nano guardò con occhio critico i resti sparpagliati degli orchi e borbottò: “equipaggiamento da due soldi, in fede mia. Se non fosse che odio gli sprechi lascerei tutta questa ferraglia dov’è”.
Il Prete si limitò ad annuire. Il loro carretto era mezzo vuoto, quel viaggio si stava rivelando faticoso e sconveniente. Che buffo, pensò, ci siamo attardati nella foresta proprio nella speranza di incontri fruttuosi e, come previsto, al calare della sera sono spuntati gli orchi. In qualche modo sapevamo che sarebbe successo.
E poi le strade sembrano diventare ogni anno più pericolose. Quand’ero un ragazzo potevo attraversare la foresta senza incontrare niente di più malefico che un paio di goblin gobbi. Invece adesso… orchi tutti i giorni, troll, lupi, alberi viventi pazzi… però mio nipote ha fatto la strada la settimana scorsa e queste bestiacce non c’erano. E’ assurdo.
Gridando per farsi sentire al di sopra dello strepito dei combattenti, riferì al Nano le sue elucubrazioni. “Beh, sarà che lui è ancora giovane e inesperto,” rispose prontamente quello.
Il Prete rifletté qualche istante. “Come sarebbe a dire? La popolazione della foresta dipende dall’età di chi l’attraversa?”
Il Nano era stanco per aver trascinato tutto il giorno il dannato carretto. In più aveva già dovuto sostenere una zuffa con il Guerriero per il possesso di certe else imbrillantate. Sospirando, spiegò per l’ennesima volta al Prete la natura delle cose: “Ascolta, è tutto molto semplice. Non si dice sempre che più uno diventa forte più diventano grossi gli ostacoli da superare? Forse la foresta è piena di goblin ma quei cosini vedono un gruppo di eroi del nostro calibro e allora scappano a chiamare i parenti grossi”.
“Va bene, ma se è così perchè mio nipote non è stato assalito da orchi e lupi?”
“Perchè gli Orchi vedendolo si saranno fatti quattro risate e avranno pensato: questo è lavoro per i gobbi. Anche un Orco ha la sua dignità. Che divertimento c’è ad ammazzare un chierichetto? Che sfida è? Noi si che siamo pane per i loro denti”.
“Ma i lupi? Quelli sono bestie”.
“Puoi dirlo. E viziose, anche. Furbissime. Una volta mi hanno fatto un’imboscata. Niente di strano che abbiano organizzato dei turni”.
Il Prete dovette ammettere che sembrava ragionevole. Ricordava però le favole di sua nonna: in quelle storie orrende il mostro cattivo sbranava il pastorello indifeso ma fuggiva di fronte al cavaliere in armatura. Evidentemente negli ultimi tempi la moralità dei mostri aveva fatto un balzo in avanti.
“Quindi secondo te i mostri grossi se la prendono solo con quelli della loro taglia?”
“Fatto noto, Prete. Bilanciamento.”.
“Sono più corretti di noi, allora”.
Il Nano fece una smorfia. “Bel paradosso, chiacchierone. Ma siamo seri: loro sono mostri”.
La conversazione li aveva distratti ed ormai avevano perso il turno. Il Guerriero si voltò appena per lanciargli un’occhiataccia e continuò stoicamente a randellare il capo Orco.
“Quel che mi manda al manicomio,” continuò il Prete, “è l’impressione che dietro tutto questo ci sia una regola, una volontà”.
Lo sapevo che saremmo arrivati alla teologia, pensò amaramente il Nano. Ma è il suo mestiere, in fin dei conti. “Ovvio che c’è una volontà, Prete. Sono gli dei. Tu ne dovresti sapere qualcosa”.
“A proposito, l’ultimo capo orco che abbiamo incontrato era anche uno sciamano… non è che per caso questo…”
Non riuscì a terminare la frase. L’Orco ferito a morte stava già articolando le sillabe barbariche del suo incantesimo: parole di fumo spuntavano dalla bocca del mostro e vorticavano cambiando colore. Quando il cerchio fu completo, esplose in una sfera di forza che schiacciò l’erba e sradicò gli alberi. Poi, silenzio.

Il primo a riprendersi dal colpo fu il Nano. Balzò in piedi, verificò che il suo equipaggiamento fosse a posto e solo allora corse verso il corpo del Guerriero. Anche il Prete si stava alzando. La testa gli doleva terribilmente, le orecchie continuavano a fischiare.
“E’ morto”.
“Cosa? Non ti sento Nano! Che hai detto?”
“E’ mor-to. MORTO. Guarda, non respira più”.
L’impatto aveva schiantato la corazza del Guerriero. Brandelli di metallo di trafiggevano il torace. L’elmo era volato via e dalle orecchie si vedeva colare un liquido scuro, viscoso. Il Prete gli carezzò la guancia e sussurrò: “Amico mio, come sei ridotto… questa è la ricompensa per il tuo cuore intrepido. Non c’è giustizia”.
Si raddrizzò e con la voce incrinata dal dolore continuò: “Ma non temere, ti seppelliremo con tutti gli onori e metteremo ai tuoi piedi le armi spezzate dei nemici. Niente turberà il tuo sonno!”.
Chinò il capo: “Mio Signore, mentre cammino nella valle della morte tu sei con me… mi guidi a fonti dolcissime, tra pascoli sereni…”
“Ma cosa stai blaterando?”, chiese incredulo il Nano.
“Non interrompermi, squallido Nano. Ho il cuore colmo di dolore misto a speranza e volgo la mente a pensieri elevati. Smettila di berciare se non vuoi che ti trucidi”.
Allora il Nano bestemmiò. A lungo e con metodo. “Sporco invertito, crapapelata, coglione! Tu sei un Prete, puoi resuscitarlo!”
Il Prete aprì la bocca per rispondere e poi ci ripensò. Strinse il simbolo sacro che portava al collo, cercò di schiarirsi le idee: beh sì, poteva farlo, poteva riportarlo in vita. L’idea lo colpì con violenza.
“Allora, che aspetti? E’ quasi buio e da queste parti i mostracci sono anche troppo puntuali. Scommetto che prima dell’alba ci saranno di nuovo addosso.”
Il Prete lo guardò con espressione implorante. “ahem… io… si, certo… però… mi sento un po’ stordito…”
“Ho capito. Non vuoi che veda come fai. Va bene. Segreto professionale. Molto giusto. Non sia mai detto che vado curiosando. Adesso magari faccio un giretto e intanto tu lo resusciti. Con calma. Abbiamo ancora un’ora di sole”.
Fischiettando, il Nano iniziò a provarsi gli stivali del Guerriero.

* * *

Il cadavere era sempre lì, già coperto da nugoli di insetti. Il sole l’annerirà e la pioggia lo farà marcire, pensò il Prete. Questo posto si riprende in fretta i suoi morti. E io, cosa devo fare?
“Ti stai ancora preparando? L’altra volta sei stato più svelto”. Il Nano gettò altra legna sul fuoco e si sedette pesantemente.
“In realtà stavo pensando… siamo sicuri che sia la cosa giusta da fare?”
“Più giusta rispetto a cosa? A lasciarlo rodere dai vermi, per esempio? Sì, mi sembra di sì”.
“Ma non è che se la meriti tanto, un’altra occasione… insomma, è un ladro e un assassino!”
“No, il Ladro era quello coi baffi. Te lo ricordi, il Ladro? E l’Assassino ci ha lasciato per mettere su una palestra”.
“Sai benissimo cosa intendo!”
“Com’è che sei diventato così schizzinoso? Pare ieri che eri ancora un seguace del dio del vomito Bel-Shamaroth e avevi un barbiere non-morto. Da quando ti sei messo in testa quel fottuto elmo di cambiamento dell’allineamento non ti va più bene niente!”.
Il Prete si avvolse nella dignità della sua tonaca. “La mia recente conversione è stata frutto di un lungo e doloroso travaglio interiore”, mormorò infine.
“Certo. Effetto del rimorso, della meditazione… e di un elmo magico”.
Ma il Prete non lo stava ascoltando. Fissava le stelle con espressione intenta. Guardandolo, il Nano ebbe un’ispirazione: “Prete, perchè non lo chiedi al tuo dio se bisogna resuscitare o no il Guerriero?”
“Sei impazzito? Disturbare la suprema potenza… non potrei mai osare tanto.”
“La settimana scorsa gli hai chiesto la via più breve per Osgiliath…”
“La settimana scorsa ero un altro uomo!”
Il Prete scattò in piedi. Una strana furia gli montava dentro. “Ma poi, a cosa servirebbe? Sì, parlo con gli dei, agito le mani e cielo si spalanca. Quello caccia fuori la testa e il barbone e mi fa: ‘yo! servo! fai questo e quello, in nome mio! Salva il mondo! Distruggi il mondo! YOOO!!‘. Gli dei… sono proprio uguali agli uomini, solo più grossi e stupidi. Vorrei avere una fiasca d’acqua santa per ogni maledetta santa impresa che mi hanno affibbiato! E sempre senza spiegazioni, senza ragione”.
Ansimò e cominciò a guardarsi le mani con orrore. “Avanzo nell’illuminazione; ricevo sempre più grazia; obbedisco al volere degli dei e in cambio posso curare le malattie, scacciare il male, ridare la vita. Ma non capisco. Ogni volta che stendo le mani qualcosa opera attraverso di me e io non lo capisco!”
Il Nano allargò le braccia. “Cosa c’è capire? E’ solo questione di fede”.
“Ma quale fede?” urlò il Prete. “Fede in cosa? In divinità che tirano fulmini e resuscitano i morti? Io li vedo, ci parlo addirittura. So per certo che esistono. Come si fa ad avere fede in cose del genere? Sarebbe come credere alla terra o al fuoco,” e dicendo questo calpestò il fuoco fino a spegnerlo.
Nel buio la sua voce suonò sinistra. “In tanti anni al loro servizio cosa ho imparato? Mi hanno elargito favori, è vero, ma saggezza? Niente. Pietà, compassione, pace? Scordatelo. Solo potere”.
“Perchè hai spento il fuoco?”
“Io sono al buio, Nano. Ho la forza ma non so per cosa usarla.”
Ha di nuovo parlato col Guerriero, pensò il Nano. Questa storia deve finire. Ogni volta che lo lascio solo con qualcuno, quello riesce a trasformarlo in una femminuccia tremante. Il Prete è andato. Partito. Loco. Mi toccherà consolarlo fino al mattino, sempre che non ci divorino i lupi. Nel frattempo quest’altro inizia a puzzare. Gli dei… io mica ci credo. Cioè, sì, esistono. Ne ho anche incontrati un paio. Ma mica per questo uno deve starli a sentire.
Sentì il Prete che biascicava preghiere al suo dio troppo reale. Ridicole creature, continuò a rimuginare il Nano. Dicono di non credere eppure il buio li spaventa. Io ci vedo solo la morte, loro qualcosa di peggio. Basta: dobbiamo uscirne.
“Prete, alzati e splendi! Ho trovato la soluzione: evoca l’anima del Guerriero e chiedigli se vuole tornare in vita. In fondo il diretto interessato è lui”.
Muovendosi a tastoni, il Prete schiacciò la sua faccia contro quella pelosa del Nano e sibilò: “credi che sia un idiota, non è vero? Che non sia capace di decidere? Chiedi a questo, chiedi a quello…. ma lo vuoi capire che IO devo scegliere? Io, da solo”.
“Beh, potresti strappargli il cuore e metterlo su una bilancia, e se pesa più di un’incudine vuol dire che lo lasceremo qui”.
“Che cosa? Di che parli?”
“E’ il sistema tradizionale del nostro dio per scegliere i meritevoli”.
“Con un’incudine? Ma nessun cuore può pesare tanto!”
“Infatti. Un dio di bocca buona, se vogliamo”.
“Sta’ zitto. Ho deciso: richiamerò la sua anima dalle tenebre e la costringerò a confessarmi i suoi pensieri più reconditi, i suoi peccati più neri. Solo così potrò giudicare se merita di vivere ancora”.
“Prete, ora esageri. Questo è compito degli dei”.
“No! E’ troppo facile. Noi dobbiamo giudicare. Gli dei sono soltanto magnifici e potenti, ma quanto stolti…”
Sul suo volto brillò una luce arcana, che popolò di ombre la radura. Prese subito a salmodiare e si alzò un vento gelido, le labbra del cadavere fumarono e si incrostarono di ghiaccio.
“Ombra!” tuonò il Prete “Risali dagli inferi e obbedisci ai miei comandi!”
Il gelo si estese fino a coprire il volto del Guerriero, tendendolo in una strana smorfia. Una voce si alzò in risposta: “io… io… io…”
“Sì, ti riconosco. Ora rispondimi: sai dove sei?”
“io… io… io sono… io. Io sono morto”.
“Cosa hai fatto per meritarlo? Parla, di’ la verità!”
“io… niente… io non ho colpa…”
“Eppure è una morte crudele”.
“io… non capisco…”
“Hai mentito, rubato, ucciso?”
“sì… io… ho ucciso… le mie mani… sono fatte per uccidere… cose più piccole”.
Il gelo continuava a diffondersi. Dal corpo passava all’erba e strisciava verso i piedi del Nano orripilato.
“Perchè hai ucciso? Per bisogno, per dovere, per il bene? O perchè lo volevi?”
“per gioco… io uccido… è il gioco che faccio…”
“E non hai rimorso? Non vorresti riparare il male che hai fatto?”
“rimorso… male… queste parole non significano niente per me”
“Non conosci la Legge?”
“io uccido per uccidere e muoio perché devo, secondo la necessità… che è l’unica legge”
La tunica del Prete si coprì di brina e lui sentì che quel freddo gli entrava nella carne. “Non è vero, mi stai mentendo!”
“tu menti a te stesso… sei solo una creatura… ora… lasciami andare”
“No, non te la caverai così, devi capire e pagare e soffrire, proprio come me! Io ti comando, torna a vivere!”
Il cadavere scricchiolò, si contorse, riuscì a mettersi in ginocchio ed alzò la testa. Il Nano era intorpidito dal freddo. Confusamente pensò: lo stai riportando indietro per rabbia. Le altre volte l’hai fatto senza badarci, perché era un amico o persino per capriccio, ma adesso… adesso lo fai per punire. Vuoi insegnargli il bene e il male, la colpa e il rimorso… porterai indietro qualcosa di mostruoso.
Ormai il cadavere era in piedi. I suoi occhi, vuoti; il suo respiro, gelo siderale.
Il Prete sembrava una statua di ghiaccio. Solo le labbra conservavano un po’ di vita.
E fu allora che il Nano si riscosse e lo colpì sul cranio con tutta la forza.

* * *

All’uscita del bordello incontrarono il Guerriero. “Ci avete messo parecchio”.
“Il Prete, qui, ha avuto una delle sue crisi”.
Il Prete aveva la testa fasciata e un’espressione di stolida felicità. Si reggeva a stento, appoggiandosi sulla testa del Nano.
“Perché lui non parla?”, si informò Guerriero.
“Ha fatto voto di silenzio”, fece il Nano. “E di lavare i piedi ai poveri. E di ritirarsi in un convento”.
“Ancora quel maledetto elmo della legalità. Dobbiamo trovare qualcuno che gli tolga la maledizione”.
“Già fatto”, disse il Nano, mostrando i frammenti dell’elmo magico.
“Allora cos’è questa storia del convento?”
“Lui dice che ora non deve più essere buono e giusto, quindi può comportarsi meglio”.
Il Prete annuì contento. Gesticolando, benedisse il selciato e alcune puttane. Stava benedicendo un rigagnolo mentre gli altri due continuavano a litigare.
“Ma non è possibile! Io contavo di scendere nel Profondo stasera e un Prete mi faceva comodo”.
“La tua sta diventando una fissazione. Se fossi venuto con noi invece di andarti a rintanare come al solito non avremmo dovuto chiamare l’altro Guerriero e tutto questo casino non sarebbe successo!”
“L’aria aperta è troppo salutare per i miei gusti, lo sai. A proposito, che fine ha fatto quel tipo? Potrebbe servirmi”.
“Riposa in pace”.
“E l’avete lasciato lì? Dovrei avere ancora una pergamena sacra. Magari se ci spicciamo possiamo resuscitarlo prima che gli portino via qualche pezzo grosso”.
“No Guerriero, non ne posso più di miracoli. E poi, facevo sempre confusione tra voi due. Avete una personalità così limitata”.
“Ma era un amico!”
“Già.” Il Nano non poté trattenersi dal chiedere: “Tu quante volte sei tornato?”
“Sei, mi pare. E sono ancora praticamente nuovo!”
“Giaaaa. Non è che ci stai facendo l’abitudine?”
“Alla resurrezione? Beh, è un gusto da acquisire…”
“Dico alla morte. Forse a furia di provarla viene il momento che non puoi più farne a meno”.
Il Guerriero si sentì preso in contropiede. Aveva l’impressione che gli avessero rubato la battuta. “Ehi Nano, chi ti ha raccontato quest’idiozia?”
Il Nano sembrava perso in una profonda riflessione. In tono solenne, concluse: “Sai, in questo viaggio ho capito molte cose. La morte è un mistero insondabile, giudicare è mestiere degli dei. Infine, la cosa più importante di tutte: la spada magica del tuo amico caduto vale più di mille orchi”.
“Vuoi dire che…”
“Nel carretto”.
“E’ davvero una gran bella spada”, ammise il Guerriero. “Ed è mia”, aggiunse con un ghigno.
“COSA?”
Si azzuffarono. Il Prete li benedisse.

IV

Era malridotto, il Prete. I capelli impastati di fango, la veste lacera, niente più calzari nè stola; barcollava con espressione ebete. Quando il Ladro cercò di sostenerlo cacciò un urlo e svenne.

* * *

Altrove, la Signora guardò il suo specchio. Non essendo magico rappresentava una verà rarità. D’altronde, pensò con una certa soddisfazione, in quest’antro nessuna magia può durare.
Dalla Camera delle Visioni giunsero i lamenti dei prigionieri. Quel brusio continuo la infastidiva, ma le procedure andavano rispettate. Non ora, non qui. Bisogna punire alla luce, in modo che tutti vedano. Altrimenti, che rispetto ci si può aspettare?

* * *

“Prete, per l’amor del cielo svegliati.” Il Ladro l’aveva trascinato fino alle case di guarigione, ma non era servito a molto. I chierici del sommo Urzug, il cui motto ‘fa’ come ti pare‘ svelava la natura neutrale, si rifiutavano di guarirlo per meno di centomila talleri.
Quelli di Bobboloch, arcidespota dei mille e passa inferni, pretendevano il sacrificio di quattro animali in via di estinzione. O l’erezione di un tempio color pistacchio, a scelta. Questa richiesta sconcertò il Ladro, finchè non gli venne in mente che quelli erano caotici, e da questa gente puoi aspettarti di tutto.
Non si accostò neppure ai seguaci di Ur-Gilash, l’apostolo della legge disumana. Tutte le altre confessioni erano un misto di queste tre, o almeno così l’intendeva il Ladro, e nessuna mostrava un briciolo di carità. Senza soldi, incapace di eccitare immobili, troppo sveglio per piegarsi a quella caricatura di morale, il Ladro trascinò via il Prete e si rassegnò ad attendere la guarigione naturale. Sarebbe stato un processo lungo.
Stranamente, più eri esperto e più tempo ti ci voleva per rimetterti in sesto. Un pivello poteva recuperare le forze in qualche giorno, mentre ad un veterano privo di sussidi magico-chirurgici servivano mesi. Chissà perché. Passò un panno bagnato sulla fronte del Prete e continuò a speculare sui Misteri della natura.

* * *

La vedova si inginocchiò, posò l’obolo nella bocca di pietra e chiamò a raccolta tutto il suo spirito. “Oh Signora, il nostro villaggio è devastato da una piaga malefica. Le bestie soffocano, la terra stessa puzza di morte e i nostri figli… aiuto, consiglio! Che dobbiamo fare?”
La voce echeggiò per qualche istante, poi ogni suono venne coperto dal battito del suo cuore. Il tempo passava, freddo e paura l’avvolgevano. Se la mia cerca fosse inutile? No, no… come posso vivere… Ma la Signora rispondeva sempre, così le avevano detto.
Si riscosse. Dapprima sentì una vibrazione nel terreno, che divenne un rombo e continuò a crescere. La vedova si alzò in piedi, colma di attesa. Il suono si avvicinava, saliva dall’antro, prendeva forma di parole.
“eee…”
“si? Si, mia Signora?”
“…EEE…”
“Parla! Te ne prego.”
“…EEEEMIGRATE.”

* * *

“Non sono così!” gridò il prete, e si rialzò di botto. Il primo punto ferita era tornato.
“Non è vero… non sono un vile! La moneta ha detto…”
“Prete, stai delirando”, cercò di calmarlo il Ladro. “Siediti, riposa…”
“NO!” Il Prete girò intorno lo sguardo febbricitante, sembrò riconoscere il Ladro e biascicò: “mmm…non è vero…mmm…mi vede dentro!.. aiuto…”
“Ma che dici, chi ti vede dentro?” Il Ladro sentì qualcosa di gelido nella schiena, un presentimento di sciagura. “Gli altri dove sono?”
“Morti!”
“Dove, come, che è successo?”
“Nell’antro…non ho potuto fare niente…la Pitonessa…non è stata colpa mia, non potevo fare niente!”
“E smettila di gemere, che non capisco niente. Spiegati!”
“No… i vitrei mi sentiranno…lei mi sentirà.”
Il Ladro era orripilato. “I vitrei, la Pitonessa… siete entrati nell’antro della Pitonessa. E senza un ladro a farvi da guida, razza di idioti! Eppure lo sapevate che quella vede nel futuro.”
“Pensavamo di riuscirci,” il Prete aveva smesso di tremare e ora pareva solo prostrato “dicevano che era una alle prime armi.” Si confortò con un paio di cura ferite e riprese, più calmo: “Ha appena aperto e così credevamo che stesse ancora sistemando i mobili o roba del genere, sai come succede. Che ne sapevamo che era già una tosta?”
“Aspetta,” l’interruppe il Ladro, “l’antro della Pitonessa è a Quirm, dicono sia antico come il mondo e di sicuro lei ha migliaia di anni.Che diavolo stai blaterando? E come hai fatto a tornare da Quirm in quelle condizioni?”
“Ne hanno aperto un altro qui vicino… pare che vada molto… si stanno ingrandendo”.
“COSA?”

* * *

“DI NUOVO QUI?”
Il gigantesco questuante si inginocchiò per non sbattere la testa contro la volta dell’antro. “Ehhh, Signò, c’ho sempre ‘sto brutto presentimento…”
“TI HO GIA’ RISPOSTO.”
“Me sogno che quarcuno me vò ammazzà,” proseguì incurante il bestione. “Sarà che magno pesante. Io li spello pure li viandanti ma quelli so’ grassi de loro. Come devo fa?”
“VA BENE. SE CI TIENI, RIFORMULA IL TUO QUESITO.”
Il visitatore si concentrò: “Ahem… da chi me devo guardà? Chi mi vuole male?”
“LA RISPOSTA E’ LA SOLITA: NESSUNO.
“Fiuuu,” sospirò il Ciclope, “mò me sento meglio. Ma vado sicuro, me posso fidà?”
“A OCCHI CHIUSI.”
“Aoh, ma che sfotti?”
“NON SIA MAI.”
“Vabbè. Per il pagamento, ce vediamo la settimana entrante…”
“MEGLIO ORA.”
“An’vedi che malfidata.”
“E’ PER LA CONTABILITA’.”
“Me possino cecamme si nun te pago.”
“BADA…”
“Zte zte,” sputacchiò il Ciclope, “eccheti e’ caciotte, stròzzatece. Tze”, e uscì mugugnando.

* * *

Il Ladro si sforzava di capire: “Quindi adesso al quarto livello del Profondo c’è una succursale dell’Antro Pitonesco?”
“Si, proprio vicino al portale permanente. Comodo per quando vai di fretta,” disse il Prete, con il sorriso gessoso di chi si aggrappa ad ogni brandello di ragionevolezza pur di difendersi dall’incombente esaurimento.
“Non è un po’ bassino come livello per una cosa tanto pericolosa?”
“Ho sentito che in origine volevano istallarlo al settimo ma hanno avuto qualche problema con l’inquilino.”
“Il Drago gigantesco, vuoi dire.”
“Già.”
“Non volevano dargli abbastanza soldi?”
“Macché, l’Antro della Pitonessa è un ente ricchissimo, raccoglie donazioni da migliaia di poveri disgraziati… solo che il Drago non riesce più ad uscire dalla sua tana.”
“Stai scherzando?”
“Lo sai no, i corridoi sono standard, tre metri per tre, mentre il drago ormai è grosso come… beh, come un drago gigantesco. Non ci passa proprio.”
“E come diavolo ha fatto ad entrarci?”
“Questo è il mistero. Per il drago, innanzitutto. Lui dice che ha sempre vissuto al settimo, non si ricorda affatto di esserci entrato. Alcuni dicono che secoli fa era solo un draghetto, ma allora non si spiegherebbe come ha fatto a superare i primi sei livelli senza farsi ammazzare.”
“Povero drago, deve esserci rimasto male.”
“Pare che abbia perso l’appetito. Mugola di continuo, si chiede a che serve accumulare miliardi di monete se poi non puoi uscire a spenderle. Non che in passato l’abbia mai fatto, ma almeno era convinto di poterlo fare.”
“E non si trovava niente al sesto livello?”
“I demoni di Zthench hanno appena ristrutturato e non gli andava di traslocare di nuovo. La verità è che sono cattivi dentro e ci godono a dare fastidio. I Mindfliers del quinto pretendevano di affittare uso foresteria, e allora…”
“Al quarto, capito. E i Troll dove se ne sono andati?”, fece il Ladro, intrigato suo malgrado da quei pettegolezzi.
“Stanno diventando un problema. Alcuni hanno occupato abusivamente le grotte degli Orchi del terzo. A parte che sporcano e non pagano la pulizia delle scale, hanno pure preso il vizio di giocherellare con i portali. Ci si infilano dentro in quattro o cinque alla volta e li mandano in tilt.”
“Pericoloso.”
“Non per loro. Un paio sono stati scaraventati sulle guglie di Pthana, ma rigenerano… devono preoccuparsi solo di non finire in un vulcano. Nel frattempo però i portali sballano e si racconta di gente che voleva andare al quarto e si è trovata in un altro piano di esistenza.”
“Quanti cambiamenti, nel Profondo!”, sospirò il Ladro. “Manco solo da un paio di mesi e guarda che succede.”
“Il mondo si muove sempre più svelto”, filosofeggiò il Prete, mettendosi a succhiare uno stelo d’erba.
“Già.”
“Si.”
“E’ anche questo il bello,” sorrise il Ladro, ricordando i bei tempi.
“Uno spasso continuo.”
“E i ragazzi?”
“Quali ragazzi?”
“Brutto figlio di puttana!”, strepitò il Ladro, rompendo l’atmosfera bucolica. “E’ un’ora che mi racconti le beghe condominiali del Profondo e non mi hai ancora detto come sono morti i ragazzi.”
“Ladro, cerca di capire. Sono ancora sconvolto”, fece il Prete con aria virtuosa. “Devo elaborare il lutto, come dicono i maghi. E ho anche perso la mia moneta. Sai che non prendo nessuna decisione senza consultarla.”
“Adesso lancerò questo bel coltello,” disse il Ladro, prendendo di mira il Prete con la massima calma, “e faremo conto sia la tua moneta. Se viene di manico, tu mi racconti tutto. Se viene di punta, ti toccherà elaborare un altro lutto.”
“Aspetta, che fai… no Ladro, fermati! Arghh!”

* * *

La vista di quelle creature trasparenti lo innervosiva, ma il Borgomastro era un duro. In quel mondo violento non si arrivava alla bella età di sessant’anni facendosi intimorire dal primo costrutto che ti capita davanti. O non-morto. O golem. O qualunque cosa fossero.
Certo che facevano spavento. Umanoidi, sì, ma senza pelle, senza carne, solo quella roba traslucida simile a gelatina. Dentro, il groviglio delle viscere, l’intrico di vene rosse e blu. Erano tutti simili eppure diversi. Il più vicino sembrava privo d’ossa, quello dietro di lui aveva una prugna rossa in petto, simulacro di cuore. Altri mostravano ragnatele di tendini o masse di muscoli scorticati. E tutti obbedivano alla Signora.
“Non temete gente”, fece il Borgomastro ai contadini che l’avevano accompagnato. “Sono solo servi, e spie. La Signora sa molte cose.”
D’improvviso una figura inbacuccata sbucò in mezzo alla piccola folla mormorante e si fece largo fino alla bocca di pietra. “E questo chi…” scattò Borgomastro, ma subito ammutolì nel vederlo strapparsi cappuccio e pelle della faccia assieme. Sotto, un cranio bruciacchiato, coperto di gelatina tremolante. Il Vitreo di disfò dei vestiti, mostrando una colonna vertebrale lucida come antico avorio. “Appunto”, masticò amaro. “Non fanno nemmeno rumore, queste schifezze.”
Sono come meduse, pensò. Quelle cose viscide, che la marea getta sulla spiaggia per farle morire. Restano lì, a sciogliersi piano piano. Chissà se mangiano. E si vedrà la roba scivolargli dentro e ammuffire? Miodio che schifo… basta, facciamo quel che dobbiamo fare e andiamocene.
“Ahem,” ripartì con un po’ di imbarazzo, “oh Signora del Tempo, Pitonessa veggente! Abbiamo affrontato mille traversie per portarti questo dono” – gettò il suo collare d’oro nella bocca – “e impetrare il tuo aiuto. Un Drago devasta le nostre campagne e rapisce giovinette in fiore. Nulla possiamo contro il suo fiato venefico. Il fulgido Eroe che tutte le leggende annunciano, quando arriverà? Lo attendiamo ormai da mesi…”
Quel bastardo, aggiunse tra sè. Se la prende comoda. Una volta non era così. Puntuale come una profezia delirante, diceva mio nonno. Eh si, a quei tempi c’era più serietà. Se un vecchio bavoso cadeva a terra strabuzzando dagli occhi e urlando “tra sette volte sette generazioni giungerà un eroe”, allora potevi giocartici il culo che arrivava! Ci potevi regolare l’orologio. E guarda adesso. Meduse spione ed eroi col difetto…
Perso nel suo rancoroso mondo interiore, il Borgomastro non si era accorto della strana pulsazione.
“nnnnnnnnn”
“Eh? Che diavolo succede?”
“E’ la bocca, signore”, riferì servizievole un garzone. “Sta “nnnnn“ando.”
“Ah, si. La bocca. Mirate!”, sbraitò il Borgomastro. “Mirate la saggezza della Signora!”
“nnnnNNNNON VERRA’.”
“Avete capito, gente?” fece giulivo il Borgomastro. “Non verrà. Sentito? Non ve l’avevo detto che…”
Si fermò, stupito dal silenzio che accoglieva le sue parole. Riesaminò per un attimo quel che aveva detto. “Come non verrà? Che cazzo significa? Deve venire! E’ la profezia. La maledetta profezia!”
Incurante dei Vitrei, prese a pugni la grande bocca di pietra. “deve venire! La nostra gente sta morendo!”
“CHI HA PROFETIZZATO?”, tuonò la bocca. Rosso in faccia, il Borgomastro si fermò a pensare: “ahem… un venerabile saggio.”
“CHI?”
“un anziano maestro?”
“COME?”
“E va bene, era un vecchio ubriacone, d’accordo! Ma che significa… una profezia è una profezia.”
“NON VERRA’ NESSUNO.”
“Cosa dobbiamo fare allora?”, si disperò la folla.
“EMIGR… NO, ASPETTA. SAI COSA VUOLE IL DRAGO?”
“Beh,” rifletté il Borgomastro, “ruba le vacche. E otri di vino. E rapisce ragazzine!”
“E POI?” fece incoraggiante la voce, come si trattasse di condurre un allievo un po’ tonto verso l’ovvia soluzione del problema.
“E poi resta calmo per un po’, finché gli viene di nuovo lo sfizio.”
“ALLORA PLACATELO.”
“Come? Possiamo dargli cibo, ma lui vuole le nostre figlie!”
“UNA. OGNI TANTO. SOLO UNA.”
“Cosa vorresti dire…”
“NON E’ UN PREZZO RAGIONEVOLE?”
“No che non lo è! E’ mostruoso!”
“PIU’ DELLA MORTE DI TUTTI?”
“mmm… ma non si può… chi ha il diritto di scegliere quale ragazza deve vivere e quale morire?”
“VOI.”
Un moto d’orrore serpeggiò tra la folla. No, non è possibile, non lo faremo, è da criminali, non se ne parla. “Senti? Nessuno di noi se la sente di condannare un innocente!” gridò trionfante il Borgomastro.
“BENE. PERITE, DUNQUE. ADDIO.”
“Addio, bocca di morte! E che gli dei sotterrino il tuo budello.”
Sfilarono fuori, sdegnati e fieri. La sala rimase vuota.

* * *

“E stavamo attraversando questo tunnel secondario”, proseguì il Prete, accarezzandosi un bernoccolo sulla fronte, “quando abbiamo trovato una porta nascosta. Il Nano l’ha aperta a spallate: la stanza era piena d’oro. Facile come previsto, ci siamo detti. Ma poi, mentre caricavamo è scoppiata la solita rissa col Guerriero. Diceva ma non è divertente, dobbiamo combattere un po’, ‘sti vitrei scappano davanti a un topo… così ha preso a piattonate il Nano, una cosa tira l’altra e ci siamo ritrovati a darcele di santa ragione.”
Il Ladro si coprì gli occhi. “Babbei. E non avete pensato che poteva essere una stanza del tesoro finta? Un’esca per i polli? Magari era piena di trappole.”
“Infatti, è stato il nostro primo pensiero. Ma il Mago ha lanciato un’individua trappole e ha scovato la sorpresina. Dal soffitto spuntavano aculei invisibili e tutta la struttura era fatta per crollare se toglievi anche una sola moneta dal mucchio.”
“Altro trucco vecchio come il cucco,” sbuffò il Ladro, ferito nel suo orgoglio professionale, “l’avrei messa fuori uso in un istante.”
“Invece il Mago ha materializzato una colonna di pietra al centro della stanza, così che il soffitto premeva su quella. Non c’era da preoccuparsi, continuava a ripetere. Mi pare di vederlo ancora…” il Prete si asciugò una lacrimuccia.
“E poi? Poi che è successo?”, incalzò il Ladro.
“Beh, stavo martellando l’alluce del Nano quando la moneta mi è scivolata di tasca ed è rotolata verso la porta. Ho mollato tutto per seguirla e di fronte a me…”
“Si?”
“E’ apparsa lei. La Pitonessa. Non l’avevamo sentita avvicinarsi.”
“E…”
“E la colonna è diventata color fumo, ha vorticato e si è dissolta.” Il Prete emise un lungo sospiro. “Ho fatto appena in tempo a saltare fuori prima che crollasse tutto. Loro erano ancora dentro. Non hanno visto nemmeno cosa li stava colpendo.” Chinò la testa.
“Allora sei scappato?”
“Sì, sono scappato. Infatti.”
C’era qualcosa di strano nella piega della sua bocca. Il Ladro lo afferrò per il pettorale. “E lei ti ha lasciato andare così? Menti!”
“Lasciami!” Il Prete si divincolò con tanta foga che cadde a terra. Coprendosi il viso, biascicò. “Sta succedendo proprio quel che ha detto lei… io non posso…”
Il Ladro si sentì invaso da una rabbia smisurata: “Non ti fidi di me. Credi che sia un idiota. Mi avete già tagliato fuori una volta dalla vostra vita e adesso…”
“Credimi, è per il tuo bene.”
“Non dirlo! Non ti permettere.” Lo sollevò per i capelli, costringendolo a guardarlo in faccia. “Una volta eravamo amici.”
“Non puoi farci niente!” scoppiò il Prete. “E’ finita, hai capito? E’ tutto finito.”
“Dove sono?”
Inchiodato da quello sguardo folle, il Prete cedette: “Sono…”

* * *

Qualcuno strisciò furtivamente nell’antro. Una gemma scivolò nella bocca. “Non possiamo tornare indietro a mani vuote… ma non possiamo neanche fare quel che dici… siamo in trappola”, bisbigliò il Borgomastro, pieno di vergogna.
“COSI’?”
“Zitta, ti prego, abbassa la voce… ci deve essere un sistema. Tu che sai tutto, aiutami…”
“COSA VUOI DIRMI, UOMO?”
“E se…”, il Borgomastro deglutì, “e se tirassimo a sorte? Così non sarebbe colpa di nessuno. Ma funzionerebbe davvero?”
“SIETE DEI VIGLIACCHI.”
“Zitta, zitta, non urlare, le tue parole mi strappano la carne!”
“PER ME SEI GIA’ TRASPARENTE COME I VITREI CHE DISPREZZI.”
“Funzionerà?”
“SI, FUNZIONERA’, LO VEDO. DI’ PURE A QUELLA GENTE CHE TE L’HO SUGGERITO IO.”
“Grazie”. Il Borgomastro sgattaiolò via. Giunto all’ingresso, si voltò per parlare anocra: “Spero di non rivederti mai più. Sei… sei…”
“TORNERAI,” echeggiò la voce, facendolo cadere in ginocchio. “IO TI VEDO. VERRAI A SERVIRMI.”
L’uomo fuggì.

* * *

“Cagasotto, bugiardo, miserabile!”, sacramentava il Ladro tirando il Prete per la tunica. “Sono rinchiusi nell’Antro e tu non dici niente, non fai niente!”
“Mi aveva predetto che ti avrei incontrato,” cercò di protestare il Prete, “lei vede il futuro, sa che ti saresti precipitato a salvarli. Ma non capisci che ti sta aspettando, che è una trappola?”
“Dici così perché hai paura” ribatté il Ladro senza neanche voltarsi.
“Si, è vero, ho paura” -il Prete inciampò e cadde- “prevede ogni mossa, può annullare la magia. Non c’è speranza!”
“Ah! Magia. Io ci sputo sopra.”
“E lascia almeno che mi rialzi!”, gridò il Prete, mentre veniva strascicato verso il portale del quarto livello.
“Taci. Che ti ha detto, lei?”
“Devo stare zitto o…”
“Oh, sta’ zitto!”
Furente, il Ladro non si accorse nemmeno della transizione magica. Ecco l’Antro, la bocca di pietra, i Vitrei. “Ha detto: ‘Saranno giustiziati con la luna piena, nella piazza dei lamenti. Vieni a guardare?’.”, sussurrò il Prete.
Gli umanoidi traslucidi li accerchiarono.
“La luna piena. E’ stanotte. Dov’è la piazza?”
“Su questo livello, sotto il pozzo centrale”
“Da qui come ci si arriva?”
“Siamo circondati!”
I Vitrei tendevano le loro dita spettrali verso i due.
“Come!”
“Dalle camere interne, c’è una via…”
“Muoviamoci”. Il Ladro piantò un piede sul petto del primo Vitreo, fece leva e scaraventò il Prete al di sopra delle loro teste, proprio dentro la grande bocca. “AIUUUU…”. Il grido si perse nel condotto.
Decine di mani gommose ma forti gli serrarono le braccia, le gambe, il collo. Impotente, il Ladro si sentì sollevare. Lo portavano verso un cunicolo buio. Allora è vero che mi aspetti, pensò confusamente. Di nuovo solo, ancora buio. Ma quando finirà? Sono così stanco. Poi svenne.

V

Digrignando i denti per lo sforzo, il Nano provò ancora una volta a piegare le sbarre. Già che c’era tirò un calcione al Guerriero: “Perché non mi dai una mano, inutile bestione?”.
“Sono tre giorni che ti accanisci” sbadigliò quello. “E’ tanto difficile da capire? E’ a-ccia-io. Acciaio. Di quello buono, che gli sgorbi della tua razza si fanno pagare quanto l’oro. Questo non lo pieghi manco con il Cinto Erniario del Potere Orchesco”.
Il Nano mollò la presa e fece una riverenza: “Allora cosa consiglia Sua Signoria? Metterci a cantare come fringuelli?”.
Ne avrebbero avuto ben donde. La gabbia spenzolava a dieci metri d’altezza, sostenuta da uno spesso fascio di cavi metallici. Il tutto si reggeva grazie a una sorta di immane forca a rotelle.
“Taci e aspetta” fu il verdetto del Guerriero. “Il Prete verrà. Non si è mai sentito di un avventuriero professionista che lascia morire i compagni.”
“Perché non lo chiedi alla signorina Boccalarga, eh?”, fece il Nano, sempre più esasperato. “Sai che ti risponderà? NON VERRA’ NESSUNO, OH OH OH. Se c’è una cosa che mi fa rabbia, è…”
Il Guerriero appoggiò la fronte alle sbarre e mormorò: “Anche se fosse? Magari per noi è tempo”. Ma si accorse che il Nano non lo stava davvero ascoltando. Sbraitava per sé solo, nella smania di vivere.
“…per non parlare di questa gentaglia piagnucolosa. Farsi centinaia di chilometri per sentire le condanne di una sciacquetta! Mi viene il voltastomaco”, e sputò, mirando ad uno dei tanti Vitrei che infestavano la caverna sottostante.
“Però ci prende”, intervenne il Mago. Il suo ultimo tentativo di teletrasporto aveva avuto un successo parziale: era riuscito a portar fuori le gambe, così che adesso si spostava sulle mani. Dove fossero finite le sue estremità, lo ignorava.
“Chi se ne sbatte? Per quello che dice la serpe, potrebbero chiedere al becchino. Quando vai da un oracolo ti aspetti una soluzione, mica ‘essì ragazzi, effettivamente si muore. Rassegnatevi'”.
“Vedi Nano, qui sta la genialata” spiegò il Mago. “Gli oracoli dicono tutti le stesse cose: verrà questo e verrà quello, gettate il coso del potere nel cesso e sarete salvi, roba del genere, sai…” – gesticolò per rafforzare l’immagine e male gliene incolse, perché cadde col muso sul fondo della gabbia – “argh! Comunque, stavo dicendo, capirai che dopo un po’ la gente si è stancata della solita pappa e cerca un’opinione alternativa”.
Anche se a malincuore il Guerriero dovette concordare: “E’ vero, non se ne può più di profezie balorde. Qualunque idrofobo può dirti ‘ohibò! Mille e non più mille! La salvezza è nei lombi del percuoco!‘”.
“Appunto”, rincarò il Mago, “però quando poi si tratta di capire cosa sono ‘sti lombi nessuno ci capisce niente, ognuno spara la sua e siamo punto e a capo”.
“Ma da che parte state?”, sibilò il Nano.
“Non ti ricordi di quella volta che combattemmo il Papero Vampiro di Insmuth?” Il Mago si accalorò: “Chi ebbe la brillante idea di chiedere aiuto alla Sibilla a Gettone?”
“Non mi toccare la Sibilla!”, il Nano si parò di fronte al Mago: lo superava di mezza testa. “La Sibilla è una scienza esatta!”.
“Certamente”, cantilenò il Guerriero. “Disse ‘ciò che sugge non si strugge / salvo dove il naso fugge‘. Mi è rimasto in mente, gli dei mi perdonino.”
Il Nano si beò al ricordo: “Poesia. Pura poesia. Ed era sacrosanta verità. Quando lo attirammo in quel letamaio cadde come una pera”.
“Si, ma mentre scioglievamo lo squallido indovinello ebbe il tempo di sterminare tutto il villaggio!”.
“La prima vittima della guerra è l’innocenza”, citò serafico il Nano. Al che il Mago cercò di prenderlo a testate: “La prima vittima furono i disgraziati che ci avevano pagato! E che mi dici dei giorni passati inutilmente a colpire il Vampapero sulla punta del becco, come suggerito del qui presente professor Guerriero…”
“Chi poteva pensare che…”
“La povera Amazzone ci rimase. Ve la ricordate, l’Amazzone?”
“Eccome” sorrise il Guerriero. “Aveva due gran belle …”.
Il Nano allargò le braccia. “Abbi un briciolo di rispetto. E non cercare di farmi credere che volevi dire ‘spade’”.
“E’ esattamente quel che stavo per…”
In quel momento due squadre di Vitrei iniziarono a spingere la forca verso la Piazza dei Lamenti. La gabbia sussultò, i prigionieri finirono a terrà in un mucchio. “Si va al macello?”, farfugliò il Guerriero, la bocca piena di barba altrui.
“Pare che ci provi gusto!”
“Chissà che ne sarà del resto di me…”
“Se la caverà, lui”.
“Ce la caveremo tutti!”
“Avrei voluto morire in piedi”.
“Prova la verticale”.

* * *

“Ue-glièro?”, azzardò il nanetto, seguendo col dito la rozza iscrizione.
“Non sai leggere, cacchina?”, rispose sprezzante l’orchetto.
“Eheheh… hihihi… ahem… no”.
“Di là, sempre diritto”.
“‘azzie”.
“Fa’ presto. Non ne avrà per molto”.

* * *

Aveva gli occhi incollati, non sentiva più la bocca. Brutta sbronza, pensò. Se almeno riuscissi a trovare una posizione comoda. Braccia e gambe formicolavano senza rispondere ai suoi comandi. Forse mi sono arrotolato nella coperta e sto soffocando nel vomito. Che modo ridicolo di crepare.
Ora mi alzo. Uno-duè, trè! No, aspetta. Solo altri due minuti. Due minuti e mi alzo. E poi che faccio? Niente lavoro, niente amici… dove vado?
Piuttosto che pensarci il Ladro preferì affondare la testa nel cuscino. Pareva più duro del solito. Come se fossi paralizzato, si disse. Però è quasi piacevole, caldo e silenzioso. Come si chiama quella bestia che ti blocca col tocco? Il Ghoul? E se incroci un Ghoul e un Troll viene fuori un Thull. O uno Gnoll? Bah.
I pensieri si sfilacciavano nello strano tepore. O forse bisogna incrociare uno Gnoll con un Thull per avere un Ghoul. Con un’ammucchiata verrebbe fuori un Thrull, o un Grull? Ma come diavolo li convinci ad incrociarsi? Sentì uno sbadiglio crescergli in gola.
Secondo me il mago che li ha fatti ha esaurito tutta la fantasia a organizzare l’accoppiamento, così non gliene è rimasta per i nomi. Troll, Gnoll, Thull e Ghoul. Sembra una filastrocca per dementi.
Vabbè, alziamoci. Forza! Si tese senza alcun risultato. Il dubbio divenne panico, poi orrore. Dove sono? Questo non è il mio letto, non è il mio… io sono… Nell’antro. I Vitrei. Mi hanno paralizzato.
Aprì gli occhi: visi senza carne lo fissavano. Spalancò la bocca per urlare ma ne uscì appena un rantolo. Le facce curiose si allontanarono e lui capì di essere nudo, steso su un tavolo, in una specie di grotta umida. Riusciva solo a girare la testa.
“Meduse schifose, che mi avete fatto?!”
Il Vitreo più vicino sorrise, o meglio scoprì i denti, e gli indicò qualcosa col dito. Piegando il collo, il Ladro vide che delle cose viscide gli si stavano arrampicando faticosamente su per le gambe e le braccia. Sembravano lumache grosse quanto una mano. Ogni tanto si fermavano per affondargli un morso.
“Levamele! Aiuto! Aiu-” Un conato lo soffocò.
“Quando arriveranno alla bocca”- dissero delle voci brillanti – “ti entreranno dentro. Asciugheranno la carne, la pelle ti cadrà come una scorza e finalmente sarai pulito, come noi.”
Il Ladro poteva vedere le corde vocali dei Vitrei vibrare nelle cavità trasparenti. Tentò di inarcare la schiena: le vertebre scricchiolarono come sul punto di spezzarsi per la pressione, ma non si mossero.
Devo trovare una via d’uscita, pensò. “La vostra signora vuole vedermi. Portatemi da lei!”, grugnì disperato. I Vitrei non gli badarono minimamente. Allora cosa, cosa?
“E’ VERO. VOGLIO VEDERLO”.
Il Ladro rovesciò la testa all’indietro e la vide: una semplice tunica nera, c’era da aspettarselo. La Pitonessa aveva il viso velato e portava in mano un falcetto d’argento, simbolo del suo ordine. Come fa a tirare fuori questa voce rombante?, si chiese, istupidito dalla paura. Suona come una bara che si chiude.
“SAPEVO CHE SARESTI VENUTO, LADRO”.
“Signora, non sono qui per lavoro ma per implorarti di perdonare i miei compagni”.
“QUALI COMPAGNI? TU SEI SOLO”.
“Al momento sì, ma…”.
“PERCHÉ TI DAI TANTA PENA PER LORO? TI HANNO CACCIATO”.
“Chi diavolo te l’ha detto?”. Si accorse di quanto fosse stupida la sua domanda. “Già, tu sai molte cose. Specchi incantati e sfere di cristallo, immagino”.
“NO, NIENTE MAGIA”. La Pitonessa girò attorno al tavolo fino a piazzarglisi di fronte: “VITREO, SPIEGAGLI”.
Con una specie di orgoglio professionale, il Vitreo cominciò: “Noi siamo le spie dell’antro e raccogliamo notizie da ogni parte del mondo, così che la Signora conosce tutto ciò che accade. Inoltre le Pitonesse studiano da millenni il comportamento umano e ormai ne hanno decifrato le leggi. Grazie ad esse prevedono il loro comportamento. Come vedi, nessuna magia”.
Il Ladro cercò di digerire l’informazione. “Allora quando la gente viene a chiederti un oracolo tu non vai in trance o roba del genere…”.
“NO. VEDO SOLO LO SVILUPPO NATURALE DEGLI EVENTI”.
“Ma gli fai credere che quelle cose accadranno!”.
“INFATTI, ACCADRANNO. E’ NATURALE CHE ACCADANO. QUALUNQUE PERSONA SENSATA LO CAPIREBBE”. Il tono della Pitonessa si fece tagliente. “MA GLI UOMINI SONO VOLUTAMENTE STUPIDI. NEL TUO PAESE SORGE UN TIRANNO: CHE FAI? SE PUOI LO COMBATTI, ALTRIMENTI TI PIEGHI. INFINE, FUGGI. CHE CI VUOLE? EPPURE VOI CONTINUATE A SPERARE IN EROI SENZA MACCHIA, FARFUGLIATE DI ANTICHE PROFEZIE, E NEL FRATTEMPO IMPAZZITE E MORITE PER NON AVER SAPUTO AFFRONTARE LA REALTÀ”.
Il Ladro lanciò uno sguardo alle lumache. Facevano progressi: ancora pochi minuti e avrebbero raggiunto il petto. Intanto la Pitonessa continuava il suo discorsetto: “SAI CHI SONO I PEGGIORI? QUELLI CHE VENGONO DA ME PER SENTIRSI DIRE CIÒ CHE GIÀ SANNO MA CHE NON HANNO IL CORAGGIO DI FARE, COSÌ DOMANI POTRANNO SOSTENERE CHE NON È STATA UN’IDEA LORO. OH NO, LORO SONO I PURI, I BUONI. HANNO DATO BAMBINI IN PASTO AI DRAGHI PERCHÉ GLIEL’HO DETTO IO, MICA PER SALVARSI IL CULO!”.
“Ahem…” gracchiò il Ladro, “Non è che hai qualcosa da fare? Magari assistere compiaciuta all’esecuzione? Così quando te ne vai io trovo il modo di imbrogliare i tuoi Vitrei e scappare…”.
Niente da fare, la Pitonessa sembrava invasata: “QUANTO SIETE NOIOSI E PREVEDIBILI! GUARDATI. VUOI SAPERE COSA VEDO NEL TUO, DI FUTURO? PARTIAMO DA QUEL CHE È SUCCESSO: I TUOI COSIDDETTI COMPAGNI NON HANNO BISOGNO DI TE E TI SCARICANO. TU INVECE DI RIFARTI UNA VITA RISCHI DI MORIRE PER SALVARLI. CHE PUÒ SUCCEDERE?” -prese a contare sulle dita.
“PRIMA IPOTESI: MUORI, FINE DEL GIOCO. SECONDA: RIESCI A SALVARLI. CREDI CHE POI TI ACCOGLIERANNO A BRACCIA APERTE? SI, FORSE ALL’INIZIO, PER GRATITUDINE E PENA. MA INUTILE SEI ED INUTILE RESTI, LA SITUAZIONE INIZIALE SI RIPETE E LORO AGIRANNO DI NUOVO COME HANNO GIÀ FATTO: TI CACCERANNO VIA”.
Il Ladro pensò che questo era il difetto di tutti i cattivoni: concentrati com’erano sui loro piani machiavellici, circondati di yes man, non avevano nessuno con cui poter davvero parlare. Non appena gli capitava per le mani un prigioniero ne approfittavano per sfogarsi.
“Si, hai ragione, è chiaro, ma adesso perché non fai una risata diabolica e dici ai tuoi servi di buttarmi nelle segrete? Più tardi puoi torturarmi, se vuoi, e nel frattempo io cerco di scappa-“.
“MA TU NON MI ASCOLTI!”, lo interruppe con genuino stupore la Pitonessa. “MI HAI PRESO PER UNA DI QUELLE TARDONE RIMBAMBITE CHE RIMUGINANO PER ANNI SU COME RIFILARE LA MELA AVVELENATA A CENERENTOLA E PARLANO DA SOLE! TI SBAGLI. SONO UNA DONNA MODERNA, MI PIACE USCIRE A DIVERTIRMI E FACCIO QUESTO MESTIERE SOLO PER LA SICUREZZA ECONOMICA CHE DA”.
“E ammazzi le persone”, aggiunse il Ladro.
“IO NON AMMAZZO NESSUNO. SONO I VITREI CHE SI OCCUPANO DELLE ESECUZIONI”.
“Uau, questa arrampicata sugli specchi non sarebbe riuscita neppure a me, e dire che sono bravo”.
“NON SONO UN’ASSASSINA!”, adesso era infuriata. “I TUOI AMICI HANNO CERCATO DI DERUBARE L’ANTRO, E LA LEGGE PREVEDE COME PUNIZIONE LA MORTE. NON POSSO FARCI NIENTE E NON MI DA’ NESSUN PIACERE”.
“Non ti importa nemmeno”, disse il Ladro con disprezzo. “Se fossi una cattivona appena decente mostreresti un po’ di interesse per la gente che metti a morte”.
“BASTA, NON HO TEMPO DA PERDERE CON QUESTE SCIOCCHEZZE. QUANDO LE LUMACHE AVRANNO FINITO METTETELO A SPAZZARE L’INGRESSO”, ordinò ai Vitrei, e uscì, la tunica svolazzante.
“Sentito?”, fece il Vitreo. “Da bravo, apri la boccuccia…”.

* * *

Nel Profondo c’è una voragine: a forma di cono, parte dalla Terra di Sopra e affonda fino al Cuore, attraversando tutti i piani. Lungo le sue pareti popoli dimenticati hanno scavato gradini innumerevoli. La Piazza dei Lamenti è costruita attorno alla sua bocca.
Ora su questa voragine spenzolava la gabbia. Sporgendosi, il Guerriero poteva immaginare di vederne il fondo, diecimila chilometri più in basso. Dicono sia piena di fuoco, pensò. Tanto meglio. Ma quanto durerà la caduta?
Il Nano invece guardava il sole a picco, una vista rara a quel livello. La spirale di gradini gli fece pensare a certe conchiglie e al mare che non avrebbe mai conosciuto.
“Ehi, guardate!” disse eccitato il Mago. “Sono venuti tutti quanti!”
Un’esecuzione di avventurieri non è cosa che si vede tutti i giorni. La voce girava da un po’ e qualcuno aveva messo anche dei cartelli segnaletici, così che adesso i bordi della piazza brulicavano di mostri: orchi ubriachi con i tamburi a tracolla, troll che pogavano a gomiti alzati, goblinoidi bitorzoluti in ogni spazio libero. Più indietro, le masse scure e minacciose dei giganti. Sull’abisso si slanciavano le teste policrome di un’idra, coronate di pipistrelli giganti. In alto, i paciosi beholder sembravano dirigibili pubblicitari; molti portavano a cavallo piccole comitive di stregoni neri o albini. I Mindfliers si guardavano lo spettacolo in differita, tramite sferavisione. Sotto la gabbia i demoni facevano la hola. Per il puro gusto di mettersi contro tutto il resto del Profondo, una volta tanto tifavano per gli eroi.
“Sono quasi commo-“, iniziò il Guerriero, ma fu coperto dal “DOVEEETE MORIIIRE! OH-OH!!” della folla.
Il Nano esplose: “Bastardi figli di puttana! Non vi pare vero di vederci morti. Fatevi sotto se avete coraggio!”
“NAANO, CONIGLIO
VEDI SE TI PIIGLIO
OH OOOH”
Il pubblico già euforico si mise a ballare e a fare il gesto dell’ombrello. I mostri più entusiasti calcolarono male il salto e piombarono nella voragine, dove scomparvero ululando. Contemporaneamente, dall’abisso salirono levitando frotte di vampire, con l’ombrello e gli occhiali scuri per proteggersi dal sole.
“Mi ricordo di voi” gridò il Nano, oltraggiato dai loro sorrisetti crudeli. “Vi ho già ammazzato una volta, ma la prossima il paletto sapete dove ve lo pianto, eh? Ve lo infilo su per il-“.
“E finiscila, non vedi che li fai contenti?!”, si spazientì il Guerriero. “Piuttosto Mago, perché non riprovi con quel teletrasporto? La stronza non si vede”.
“Ma la sento”, fece il Mago. “E’ qui attorno, la sua aura mi blocca. Temo di essere a corto di trucchetti.” Si guardò il basso ventre: “Se avessi ancora le gambe mi inginocchierei a pregare”.
Il Nano colse l’occasione per rinfocolare la rabbia che lo faceva andare avanti: “A proposito, quel prete merdoso… giuro che appena crepa lo aspetto dietro la porta del Valhalle e gli faccio mangiare le…”
Non seppero mai quale menù il Nano stesse escogitando perché una voce stentorea si alzò sopra il frastuono.
“Benvenuti all’ultimo salto!” A parlare era un golem d’acciaio, con la bocca a imbuto che gli faceva da megafono naturale. “Siori e siore, xenomorfi e non-vivi, pelleverde di ogni taglia, assisterete tra poco alla fine del Nano, del Mago e del Guerriero, rei di furto aggravato ai danni dell’Antro e di stupidità terminale!”.
Urla sparse di “Bravo!”, “Ladroni”, “Puzzoni!”.
Il Golem richiamò l’attenzione battendosi il petto con un rumore di casseruole sfondate. “Ora abbasserò questa leva,” -indicò un marchingegno nero e arrugginito- “il gancio che regge la gabbia si aprirà e gli spregevoli individui voleranno verso il nucleo di fuoco!”.
“A-RRO-STO
“A-RRO-STO”.
“Siete pronti? Al tre!”.
UNO!
“due”!
Il Nano chiuse gli occhi. Non sapeva a chi raccomandarsi, perché non aveva mai creduto in niente, così non trovò di meglio che maledire il giorno in cui aveva conosciuto il Guerriero.
“TRRR…”.
“Vigliacconi”, sbraitò d’improvviso il Mago. “Almeno non avrete la soddisfazione di ammazzarmi voi!”, e detto questo si alzò la tunica, mostrando alla folla quel che gli restava.
Ci fu una commozione generale, focolai di discussione arsero per un istante e portarono al calpestamento di qualche mostro più piccolo. Dopo pochi secondi, una delegazione di abitanti del Profondo si fece strada fino al Golem con aria minacciosa. Seguì un lungo dialogo bisbigliato.
Il Nano era scioccato. La prospettiva di una morte atroce tra le fiamme non era niente di fronte alla vista delle pudenda del Mago.
“Hai dato uno spettacolo penoso… e io che volevo morire con dignità… ma quelli che stanno cianciando?”.
“Credo di capire”, disse il Guerriero.
Il corpo metallico del Golem risuonò come un gong quando i giganti gli diedero un’amichevole pacca con le loro clave di pietra. Si udì un coretto di “Forza laddina, barla … sennò già sai”.
“Signori!”, riprese il Golem con molto meno entusiasmo. “Ahem… a gentile richiesta – occhieggiò i mostri assortiti che lo circondavano – “l’Antro SpA ha deciso di darvi un’occasione unica! Sappiamo che molti di voi hanno qualche conto da sistemare con i prigionieri, così abbiamo pensato di organizzare una lotteria: per una misera monetina avrete la possibilità di essere estratti e vincere l’onore di tirare la leva!”.
“YUPIII!!”.
Tra spintoni e urla gioiose, i mostri si disposero in fila per prendere il loro biglietto.
“Che schifo… speculare così sulle nostre disgrazie”, singhiozzò il Nano.
Il Mago era raggiante: “Beh, perlomeno abbiamo preso un po’ di tempo”. E dopo un istante: “Fiuu… ho sempre sognato di fare una mossa del genere”.
“Cosa, mostrare il batocchio ad una folla di freak?”, fece il Guerriero, disgustato.
“No! Salvare il gruppo all’ultimo istante”.
“Non siamo mica salvi”.
“Ho sempre pensato che sotto quella tunica portassi le mutande”, concluse il Nano.

* * *

“Ah ah ah!”, squittì debolmente il Ladro, mentre le lumache gli si arrampicavano sul petto. “Credete che per me sia finita, ma non avete considerato un particolare!”.
I Vitrei rimasti di guardia lo guardarono con indulgenza. “Su, la nostra vita non è poi brutta come sembra”.
“Oh oh! Pochi attimi e sarete immancabilmente distrutti”.
“Se non fai resistenza soffrirai di meno”.
“Le vostre lumache mi bloccano gambe e braccia ma ho ancora un’arma: la bocca! Perché in realtà io sono anche un mago e voi non vi immaginate l’inferno di fuoco che evocherò”. Ti prego, fa’ che ci caschino.
“E perché non l’hai detto prima?”.
“Eh eh… per darvi una falsa sicurezza e prendervi di sopresa!”.
“Va bene”, disse stancamente un Vitreo. “Facci vedere quel che sai fare”.
Il Ladro tossicchiò a disagio. Dannazione! Sono anni che vado in giro con un mago e non ho imparato nemmeno il trucco più stupido. Avrei dovuto dar retta al Guerriero quando mi diceva di biclassare. E adesso? Cercò di ricordare le formule arcane che aveva sentito tante volte:”Ahem… uattàa, palladifuoooco!”.
Niente.
“Mumble… OOOriukEN!”, sbraitò, sforzandosi di agitare le mani.
I Vitrei scoppiarono a ridere. “Forse ti mancano i componenti”, disse uno in tono amichevole. “Per la palla di fuoco ci vogliono guano di drago e sei fiammiferi usati. Quanto al guano, sta’ sicuro che ne avrai in abbondanza”.
“Ora vi charmo!” minacciò il Ladro.
“Ma se lo sanno anche le pietre che lo charme non funziona sui non-morti!”.
“Mica siamo non-morti”, puntualizzò un altro Vitreo. “Non possiamo essere scacciati. Direi che siamo più dei costrutti”. Il dubbio esistenziale si propagò rapidamente: “Ma costrutti di che?”, fece un altro, “Non siamo carne, né solo ossa, né alcun materiale convenzionale. Non ci ha neppure creati un mago”.
“Comunque lo charme non funziona nemmeno sui costrutti”.
“Oh, quindi siamo a posto”.
“A posto cosa? Questo qui non lo sa fare, lo charme!”.
“Allora di che ti preoccupi?”.
“Argh! Chi si preoccupa? Il problema è: cosa diavolo siamo, in realtà?”.
“E’ un dilemma”.
“Il manuale dice …”.
Mentre assisteva con orrore al dibattito, il Ladro sentì un fetore come di piscio vecchio: la prima lumaca era arrivata alla spalla. Schifo e terrore spazzarono via ogni pensiero. Strinse i denti, dalla gola gli sfuggirono schiuma e sillabe senza senso. Gli occhi rivoltati, tremava come una bestia morente.
Ormai la lumaca gli strisciava sul collo: il Vitreo più vicino, continuando ad almanaccare sulla propria natura, allungò distrattamente la mano per spalancargli la bocca.
Il Ladro lo morse.
Quello si tirò indietro con urlo di dolore ma il Ladro stringeva talmente che rimase attaccato alla mano. Il suo corpo descrisse un arco per aria mentre il mostro dalla forza soprannaturale cercava di scrollarlo via. Le lumache schizzarono da tutte le parti.
Mollò la presa: volando come una bambola di stracci finì contro un paravento di legno, lo abbatté e atterrò su un gruppo di Vitrei mandandoli a gambe all’aria.
Rotolò sul pavimento viscido. Piombo fuso gli bruciava la carne ma adesso la sua mente era chiara. Ancora un attimo e gli sarebbero stati addosso. Senza armi, le ossa rotte, non aveva speranza.
Sentì un boato: l’esecuzione era iniziata.

VI

Nella Piazza dei Lamenti, un goblin si intrufolò tra le gambe dei suoi parenti più grossi. Continuava a ripetere quel suo strano verso, “Ue-glièro?”, ma erano tutti troppo impegnati per badargli. Nella piccola, stupida mente prigioniera della magia si faceva largo il pensiero che attraversare una folla di mostri sovreccitati forse non era una mossa tanto brillante.
“Ue-glièro?”, domandò per la millesima volta.
Sopra di lui Urusk il Muflone Informe litigava con i suoi colleghi uomini-bestia per chi fosse primo della fila. I bilgietti della lotteria ammazzaeroi andavano a ruba e si erano già scatenati diversi tafferugli.
“Pelo di cane, levati!”.
“Grrr…”.
“A cuccia! Cuccia, ti dico!”.
“KAA! E’ inutile che fai tanto il maestro solo perché hai lingua d’uomo”, intervenne Linùsh, detto il Maipeggio. Tra tutte le combinazioni balorde che la mutapietra suscitava nella popolazione del Profondo, Linùsh era da compatire. Mezzo pinguino e mezzo bidello, menava una vita grama nei pressi della Gilda dei Maghi, dove un tempo era impiegato. Amava scivolare sulla pancia giù per le scalinate di marmo e si cibava di studenti filonari.
“Taci pescemarcio! Ho mille ragioni per essere il primo”, rispose Urusk. “Primo, le mie zanne. Poi le mie corna, e infine l’odio per quei vermi!”.
“Perché, che ti hanno fatto?”, si informò un uomo-bestia che somigliava vagamente a un incrocio tra una piovra e un ombrello.
“Sono entrati in casa mia, hanno rubato il mio oro, ucciso i miei servi, e scommetto che anche i disegni sconci nel bagno padronale sono opera loro!”.
“Vabbè, ma questo l’hanno fatto a tutti”.
“Avevo appena ristrutturato!”, si disperò Urusk. “Dopo tanta fatica per trasferirmi al terzo livello questi vandali fanno lo sgarro proprio a me!”.
“Che dovrei dire io”, trasmise mentalmente il Celafopode Succhioso, che aveva un cranio di 3000 cm cubici e veniva da un’altra dimensione. “Ogni anno vengo in vacanza nel vostro piano di esistenza ma non riesco nemmeno a mettere piede fuori dal pentacolo che i cosiddetti eroi arrivano e mi esorcizzano. Insistono a chiamarmi ‘Immonda Progenie di Cutolo‘ e mi tirano pietre con delle svastiche sopra”.
“Incivili”
“Vergogna!”.
Il Maipeggio restava in silenzio, assorto in una profonda riflessione. Infine sembrò risolversi e disse: “Urusk, scusa se te lo dico ma tu sei, a tutti gli effetti, un muflone”.
“Informe”, si premurò di aggiungere Urusk, come se si trattasse di un titolo di studio.
“E allora perché vivi in una caverna al terzo livello? Non dovresti cercare i pascoli alpini e roba del genere?”.
“Beh, perché… ma è ovvio, ora te lo spiego…”. Gocce di sudore sgorgarono sul muso nero del mostro. “Ma che razza di domanda… ah ah… perché un muflone vive sottoterra… ahem…”. Agonizzava.
Il goblin approfittò della pausa nella fila per avvicinarsi di un altro piccolo passo alla sua meta.

* * *

Forza, muovetevi! Il Ladro maledì mentalmente le sue inutili estremità. Tutto intorno i Vitrei si stavano riprendendo dal colpo e già allungavano dita mollicce verso di lui.
Forza, forza! Si schiaffeggiò le cosce, sentì il sangue rifluire. Era in ginocchio e tentava di alzarsi quando il primo pugno lo raggiunse all’orecchio. Ricadde, un dolore lancinante che si diffondeva lungo la mascella e sembrava spaccargli il cervello. Strisciò sotto un tavolo coperto di libroni e continuò a rotolare mentre i Vitrei facevano a pezzi la mobilia per agguantarlo.
“Adesso gridano ‘prendetelo!‘, riuscì a pensare.
“Prendete quel sacco di viscere!”, gridò ovviamente il Vitreo boss.
“Tze, e poi dici che noi siamo prevedibili”, mormorò il ladro, afferrando un moncone di sedia e preparandosi alla resistenza finale.
Resi più cauti dal suo ultimo scherzetto, i Vitrei lo circondarono mentre era ancora carponi e attesero di essere in numero sufficiente per bloccare ogni sua mossa.
Col sangue che gli colava dalla bocca, il Ladro trovò fiato per un’ultima smargiassata: “Cos’è, avete paura?”, disse alzando la testa e fissandoli con occhi stravolti. “Provate a toccarmi e…”.
Il capo lanciò un urlo agghiacciante, misto di rabbia e frustrazione. Alzò le braccia per colpire ma invece cadde a faccia in giù, come abbattuto da una folgore.
“E’ davvero un mago!”.
“Impossibile! La Signora ha detto…”.
Un altro mostro cadde, la nuca schiacciata da qualche forza misteriosa. Allora dal buio sbucò il Prete, il martello sacro alto sopra la testa e nell’altra mano una catena d’acciaio a mò di frombola. I Vitrei indietreggiarono di fronte alla sua furia muta, caddero gli uni sugli altri e il Ladro colse l’occasione per infilzarne uno nella schiena col suo pezzo di legno.
“Prete!” gridò, rialzandosi a fatica. “Sei qui?”.
“Idiota!” sibilò quello, le lacrime agli occhi. Quattro vitrei gli si lanciarono contro. Ne stese uno col martello, altri due li raggiunse la catena mandandoli a terra boccheggianti. Il quarto afferrò il Prete per i fianchi e lo alzò sopra la testa.
Il Ladro prese la rincorsa e gli diede una spallata, facendogli perdere l’equilibrio e mandandolo a sbattere col cranio contro la parete della caverna. Crollarono tutti e tre in un mucchio.
Ma ne arrivavano altri.
“La magia!” disse il Ladro a denti stretti.
“Non funziona!”. Il Prete si alzò, raccolse la catena e la roteò davanti a sé, sollevando scintille quando colpiva il terreno. “Nasconditi!”.
Nemici a destra e sinistra, niente riparo, niente di niente. Il Ladro girava freneticamente lo sguardo ma non c’era via d’uscita: alle sue spalle, nuda roccia; in alto, troppo in alto per poterlo raggiungere, gli sembrò di vedere l’imboccatura di un pozzo per la luce.
Il Vitreo steso ai suoi piedi mugugnò e fece per rialzarsi. Lui gli saltò sulla schiena e usandolo come trampolino si lanciò verso la parete. Sbattè, infilò le dita irrigidite in una crepa e rimase appeso per un braccio a quattro metri di altezza. Sotto di sé sentiva il Prete che urlava, sommerso dai Vitrei infuriati.
“Prete, resisti!”.
“Vaffanculo! Ahhh… vaffancu-“.
Non aveva il coraggio di guardare in basso. I tendini del braccio si stiravano, diventavano gonfi e bianchi: quanto poteva reggere ancora? Agitò le gambe finché non riuscì a stringere tra le ginocchia uno spuntone di roccia. La pelle nuda si sbucciava e sanguinava, gli faceva perdere la presa. Agganciò anche l’altra mano e si tirò su, attaccato alla parete concava come un insetto gigante.
“Datemi una lancia!”, sentì gridare.
Una frustrata di paura gli guizzò lungo la schiena, i muscoli si annodarono. Con incredibile sforzo allungò la mano fino ad una altra fessura e scivolò di lato, giusto un attimo prima che la picca rimbalzasse contro la pietra a pochi centimetri da lui.
La bocca del pozzo era a cinque metri appena sopra di lui ma sembrava più lontana dell’infinito. In condizioni normali ce l’avrei fatta, si disse.
Sotto di lui i Vitrei ammassavano tavolacci e scaffali per costruire una scala. Un’altra picca lo mancò di poco e rimase per un istante conficcata, ad oscillare. Senza pensare, prima che cadesse l’afferrò con un gesto fulmineo e la piantò in un buco della parete.
Dal basso giunse un coro di “Ohhh”.
“Che fissate, babbei? Portatemi la balestra!”
“Ehi, hai visto cos’ha fatto? Manco l’Uomora-“.
Una raffica di schiaffi.
“Credi di essere al circo, eh? Riferirò tutto alla Signora e sta’ sicuro che finirai nell’Abisso prima di poter fiatare…”
“Ma che ho detto…”, piagnucolò l’amante dei bei gesti, mentre l’altro Vitreo si accaniva su di lui.
“Calma, calma”, disse una voce conciliante. “Tanto non va da nessuna parte”.
Il capro espiatorio sgusciò dalle grinfie dell’autoproclamato boss e si mise a saltellare, eccitato. “Guardate!”, gridò indicando col dito: “Si appende all’asta, rotea spingendosi con le gambe!”
“Uno, due, tre giri”.
“E’ impossibile, si schianterà!”.
“Adesso, vai! VAAAIII!”.
Come in un porno esageratamente acrobatico, il Ladro nudo e unto si lanciò: gambe tese in alto, braccia unite, chi fosse stato a testa in giù l’avrebbe visto tuffarsi a candela sulle rocce. Il pozzo era leggermente inclinato e largo solo mezzo metro ma lui lo centrò, e sparì.
Un silenzio mortale si diffuse per l’Antro.
“A-adesso cade”, balbettò con voce tremula il Vitreo della balestra.
“No che non cade, brutto bastardo!” gioì malignamente lo schiaffeggiato. “Adesso allarga braccia e gambe per reggersi, poi si infila in uno di quei cunicoli laterali e scappa”.
“Quali cunicoli?”, scattò il primo. “E’ un pozzo d’illuminazione, arriva solo in superficie, cinquanta metri più in alto!”.
“E come credi che li abbiano scavati? I piani del Profondo sono traforati di pozzi, gallerie di manutenzione, canali per convogliare l’acqua. E’ un gruviera”.
Il viso trasparente del boss si contrasse in un rictus: “Ma, ma…mamama ci saranno delle grate, ci dev’essere qualcosa che blocca il passaggio, sennò vedremmo gente calarsi dalla mattina alla sera!”.
“Oh si”, disse con aria saputa l’aspirante suicida. “Tra un piano e l’altro, sì. Ma sullo stesso piano…”.
Il boss l’afferrò per il collo e tirandolo a sé come un pupazzo gli urlò in faccia: “Dove sbucano i condotti? Dimmelo!” Aveva la bava alla bocca.
Mentre il Vitreo taceva pensieroso tra gli altri serpeggiò un fitto sotto-voce:
“E’ sempre stato un accanito…”.
Pas trop de zèle, diceva mio zio Elia”.
“Si rovinerà il fegato, già si vede”.
“E comunque, chi l’ha nominato capo?”.
“Parla!”, sbraitò il boss, dando un’altra scrollata al ribelle.
Quello strinse gli occhi, aprì la bocca e infine, deliberatamente e con grande soddisfazione, scandì: “Nnno”.
“Io ti massacro, ti faccio frustare a sangue!”.
“Tanto i costrutti non sentono dolore… gne gne”.
“Non morti, ti dico”, ribadì una voce petulante.
Il boss sembrava sul punto di piangere. Mollò il ribelle e cambiò tattica: “Amico mio”, improvvisamente era tutto miele. “Cerca di perdonare la mia irruenza, ma la nostra sorte dipende dalla cattura di quel ladro…”. Gli passò un braccio sulle spalle. “Lo sai, vero, che se ce lo facciamo scappare siamo tutti morti?”.
“Si, lo so”.
“Allora perché non mi dici dove sbuca il cunicolo?” Fece un sorriso accattivante. “Non vuoi dirlo al tuo amico, eh?”.
Il ribelle arrossì e cominciò a dondolarsi sotto il braccio possente del boss. “Però tu sei stato tanto cattivo”, mugugnò.
“La tensione!”, si scusò il boss. “Questa storia mi fa uscire di senno. Se un Vitreo impazzisce e nella follia ti fa un torto tu non devi accusare lui, ma la sua follia”.
Gli suoi occhi del ribelle si riempirono di lacrime: “Allora non sei arrabbiato con me?, chiese timidamente.
“Ma certo che no, come ti viene in mente” fece il boss, a metà tra l’offeso e il preoccupato.
“Oh, e io che temevo di…”. Le ultime parole del ribelle si persero nei singhiozzi. Affondò il viso nel petto dell’altro, piangendo senza ritegno.
“Su su”, lo cullò il boss. “Sfogati pure. E’ tutto finito”.
Gli altri Vitrei sospirarono di sollievo, qualcuno si commosse e fu portato via.
“Okkey, fai un bel respiro”, cinguettò amorevole il boss. “Adesso me lo dici dove sbuca il cunicolo?”
“NOO”, gridò il ribelle, e scoppiò in una risata demoniaca, che rimbalzò sotto le volte dell’antro e fece ghiacciare la schiena ai pipistrelli.
“Che carogna…”.
“Ha la stoffa del supercattivo”.
“Il boss è crollato …”.
Infatti era a terra, il viso una maschera di dolore. “Ti prego…”, disse con un filo di voce.
“No-nonò-nonòoo-no”.
“Mi vuoi morto!”.
“D’ora in poi qui comando io”.
“Sigh… va bene… sob… basta che parli”.
“Venite con me”, ordinò il ribelle. I Vitrei lo seguirono verso la piazza.

* * *

Tra l’Antro e la Piazza dei Lamenti c’è un portone spaventevole, alto 10 metri, di un nero grasso simile a pece. Cardini e chiavistelli sono di metallo lucidato a specchio, senza altra ragione che quella di mostrare  l’abilità e il cattivo gusto degli artefici. La Signora l’aveva ereditata dal precedente inquilino, un demagogo pazzo che si era ritirato a fare l’oste, e la detestava cordialmente. Preferiva servirsi della porticina ricavata in uno dei battenti; almeno non svegliava i morti quando l’aprivi.
Girò la chiave è pensò distrattamente che aveva bisogno di andare dal parrucchiere. Si era già dimenticata del Ladro e dei suoi compagni. In fondo, perché pensarci? In breve sarebbero stati niente.
Forse questo lavoro mi sta prendendo la mano, si disse armeggiando con la maniglia. A furia di vedere quanto è freddo e indifferente l’universo rischio di mettermi a filosofeggiare. Come sono pesanti le chiacchiere di chi ragiona a vuoto! Io ho bisogno di leggerezza, e di distrarmi. Potrei organizzare una festa. Si, ho già in mente un paio di idee…
Rallegrandosi al pensiero, spalancò la porta e si incamminò col suo solito passo deciso, ma invece del consueto mercato serale le apparve una piazza invasa da mostri di ogni genere. La gabbia dei prigionieri era ancora lì, a dondolare sul vuoto.
Sentì una vampata d’ira e subito la represse, perché non amava sprecare le emozioni. Individuò rapidamente il Golem d’acciaio –sedeva dietro un banchetto, a distribuire qualcosa- e fendette la folla per raggiungerlo. Persino i Troll erano abbastanza svegli da riconoscerla e scansarsi.
“TI AVEVO ORDINATO  DI  FINIRE PER LE SEI”.
A sentire la voce della sua padrona il Golem si fece color ruggine. “Ehm… Pitonessa… c’è stato un piccolo inghippo”, strombettò fioco.
“SO TUTTO”.
“Vede, il pubblico vuole partecipare”.
Le creature che avevano una testa annuirono. Le altre manifestarono il proprio  assenso con gracidii, sbatter d’ali, cambiamenti di stato fisico e, almeno in un caso, esplosioni zafferano. Tutte stringevano un biglietto e non vedevano l’ora che si passasse all’estrazione.

* * *

          “YU-UH”, vociò il Guerriero dalla gabbia. “Ciao, bocca di rosa. Come vedi noi stiamo ancora qua!”
“Questo non l’avevi previsto, vero? Sei la vergogna della categoria”, rincarò il Nano, e accostatosi al Mago sussurrò: “Tienti pronto col teletrasporto”.
“Te l’ho detto dieci volte che-“.
“Zitto”. Gli strizzò l’occhio. “Ho un martellino di tre etti nascosto nella barba. Ora faccio un tiro lungo, la prendo in fronte e appena sviene tu-“.
“Non servirebbe a niente”, rispose il Mago desolato. “Le Pitonesse proiettano un’aura di Realtà Assoluta anche quando dormono”.
Il Nano si bloccò col manico estratto a metà: “Ma per fare la magia serve concentrazione!”.
“Non è magia. E’ proprio l’opposto. Attorno a lei ogni illusione svanisce, e resta solo ciò che è veramente”.
“Maledettaaaa!”, sbraitò il Nano, roteando il braccio.

* * *

Messo piede nella Piazza, il ribelle, che si chiamava Virod e prima della trasformazione era stato un noto ladro, cominciò a chiedersi se il gioco valesse la candela. Se la Signora si fosse accorta dei suoi maneggi gli avrebbe fatto strappare la spina dorsale. Almeno.
“Guardate attorno al portone”, disse sottovoce agli altri Vitrei. “Dovrebbe esserci una scanalatura diversa dalle altre. E fate piano”.
La trovarono. Passandoci la mano, rientrava come a formare una maniglia.
Virod lanciò un occhiata nervosa alla folla di mostri. Gli davano la schiena, guardavano la gabbia sospesa. La Pitonessa era lì da qualche parte, probabilmente impegnata a minacciare la gente. Dispose i suoi Vitrei attorno alla porta segreta, si appiattì contro la parete e manovrando di lato fece scattare il congegno.
La sezione scivolò, rivelando uno stretto tunnel buio.
“E adesso?”, bisbigliò l’exboss.
“Aspettiamo. Vedrà la luce e ci cadrà in ma-“.
Virod li zittì. Gli era appunto sembrato di sentire un rumore strisciante.

* * *

Scivolando faticosamente, il Ladro spinse la testa verso l’imboccatura del pozzo. E se avesse fatto male i suoi calcoli? Ma non c’era più tempo per riflettere.

* * *

          La Signora vide il piccolo oggetto brillante staccarsi dalla gabbia e puntare nella sua direzione. Con la massima calma, fece un passo indietro. Il martello le sfiorò la testa, rimbalzò con un sonoro “sdéng” contro il muso del Golem e piombò sul goblin che trotterellava alle loro spalle. Si udì un gemito sommesso.
“Ora estraggo il biglietto vincente…”, scandì lentamente il Golem, con la cautela di chi è prossimo al collasso nervoso.
“PROCEDI…”.
Un’idea geniale lo colpì : “Anzi, perché non ci fa da madrina e lo estrae lei?”, aggiunse galante.
”VA-LLE-TTA, VA-LLE-TTA!”, si lasciò scappare il pubblico.
Il viso della Pitonessa era velato ma dal cambiamento di temperatura il Golem intuì di aver commesso un altro terribile errore.
“SE QUELLA GABBIA NON SPARISCE IMMEDIATAMENTE…”.
“Eh eh eh, ma certo, sto girando l’urna”. Il Golem lanciò in aria l’oggetto deforme che aveva frettolosamente ricavato svitandosi un piede, lo riacchiappò e ci rovistò energicamente.
“Cari amici, il vincitore del concorso a boia è…”.
Dal portone nero vennero delle urla.

* * *

“Ti ho preso!”, sibilò Virod tuffando il braccio nel cunicolo. Strinse qualcosa e tirò con tutta la forza.
“ARGH!”
Il grosso boa albino si dimenò selvaggiamente nella sua mano.
“Che ca-!”, tentò di urlare, ma il rettile gli si avvolse attorno al collo, mozzandogli il fiato.
I Vitrei fecero un salto e se la diedero a gambe.
“Un serpente!”.
“Aiuto!”.
“Fermi!”, gridò il vecchio boss. “Calmatevi! Non c’è pericolo, è solo un incontro casuale!”
Si avvicinò a Virod, che era caduto in ginocchio semistrangolato.
“Guarda guarda… pare che avessi torto, amico mio”. Sorridendo, gli diede una pedata e lo sbatté a terra.
“Bastarghl…”.
“Puoi ripetere?”, fece il Vitreo, irradiando cortese interesse. “Che dici? Mica ti capisco”.
“VOI!”, strepitò una voce anche troppo nota. “VOI CHE FATE QUI?”

777

Il Ladro sporse la testa del buco e sbirciò il pavimento dieci metri più in basso. La massa scura a terra poteva essere il Prete. Al suo fianco, un Vitreo rimasto di guardia. Tutti gli altri erano spariti.
Ormai non sentiva più le articolazioni. Se si fosse lasciato andare sarebbe finito sulla mobilia ammonticchiata per formare una scala. Restava comunque un salto notevole.
Di strisciare nei cunicoli non se ne parlava, sicuramente c’era qualcuno che l’aspettava all’uscita. Okkey, quindi sono di nuovo in trappola, pensò. E tra poco non potrò più a reggermi. Benissimo.
Se devo schiantarmi, tanto vale cadere in testa a quella medusa. Cercò di piegarsi per orientare la caduta.
Aspetta: potrei aggrapparmi all’asta della picca, è ancora conficcata nella parete. Chissà se reggerà a un altro colpo. Vale la pena di prova-.
Ma le sue braccia cedettero, quel che passava per gravità reclamò i suoi diritti e lui piombò dritto verso il pavimento sporco, dieci metri più in basso.

* * *

I Vitrei si immobilizzarono, abbassando istintivamente lo sguardo. Il boss capì che per salvare la gelatina avrebbe dovuto mentire alla sua padrona. E come faccio? Si domandò. Sono trasparente, lei mi vede dentro. Capirà tutto e io finirò nel fuoco, al posto di quei disgraziati.
“TU”, comandò la Pitonessa indicando uno dei servi. “RISPONDIMI!”.
Il boss si voltò, tutti gli organi interni in subbuglio per la paura: “Pitonessa, lascia che sia io a spiegare”.
“AVETE FINITO CON IL LADRO?”.
“Non del tutto”.
“MA E’ DIVENTATO TRASPARENTE?”
“Sissignora”, gracchiò. Sentiva le viscere strizzarsi. “Praticamente invisibile”.
Il cuore pulsava con forza raddoppiata, i muscoli del viso si rifiutavano di obbedirgli. Non poteva reggere quello sguardo. Pensa qualcosa…
“ORA DOV’E’?”.
“Sarà qui a momenti, mi sa”.
La Pitonessa era perplessa: vedeva il corpo del Vitreo tremolare a fasi alterne, come se le sue parole fossero allo stesso tempo vere e fasulle. Decise di risolvere il dilemma nel modo che aveva sempre sperimentato con successo: cancellandolo.
“GETTATELO NELL’ABISSO”, ordinò.
“Perdonami Signora! Ti dirò tutto. Ahhh…”, urlò il Vitreo con voce straziante, mentre i suoi compagni lo sollevavano e si accostavano al bordo della voragine. “Perchéeee?”
“E’ LA LEGGE”, disse pacatamente la Pitonessa. “E POI, DETESTO LE COMPLICAZIONI INUTILI”.
La piazza tacque. Per lunghi, interminabili secondi risuonò soltanto il grido, finché gli echi si smorzarono e svanirono.

* * *

Il Ladro atterrò sulla catasta di mobili, che scricchiolò e franò addosso al Vitreo.
Si rialzò. Pensieri sconnessi gli rimbombavano nel cranio: “Dieci metri. Dovrei essere una poltiglia sanguinante. Come è possibile?”.
Afferrò il Prete per il cappuccio, spazzò via le solite lumache paralizzanti e lo scosse finché non aprì gli occhi.
“Ancora tu… no…”, mormorò quello con la bocca impastata.
“Prete ci sei tu dietro questa storia, non è vero?”
“Portatemi VIIIAA!”
“Lo immaginavo. Devo lasciarti…”. Quasi soprapensiero, strappò la gonna del Prete per coprirsi i fianchi.
“Ah!”.
“…ma tra un po’ ti riprenderai e insieme salveremo i ragazzi!”.
“Tu sei pazzo“.
“Ora vado”. Raccolse la catena di ferro, la avvolse attorno al braccio e si avviò barcollando verso il portone nero.

* * *

“EBBENE?”.
Il Golem stringeva ancora tra le dita il biglietto ma la sua mente era molto lontana, sprofondata nelle acque gelide del terrore. Si sentiva vecchio, e vuoto. “Ma perché diavolo hai dovuto…”, cigolò.
“LEGGI”.
“E’ il Maipeggio, se ti fa felice”.
Il silenzio fu riempito da un applauso scosciante. Tra pacche sulle spalle e sorrisi di felicitazione, il disgraziato mutante ciabattò fino alla leva.Col suo perenne vestito di gala, pareva il cerimoniere di un culto abominevole. “Ahem… vorrei solo ringraziare-“.
“BASTA!”, lo fulminò la signora.
“Va bene, va bene”, brontolò il pinguino, cercando di darsi un tono, “ma per queste cose ci vorrebbe almeno un rullo di tamburi”.
Non aveva neanche finito di dirlo che il portone nero si spalancò, stridendo orribilmente.

* * *

Il Nano tirò un pugno al Guerriero, che si era addormentato. “Sta succedendo qualcosa”.
“Eh, come?”.
Anche il Mago sbraitava eccitato: “E’ arrivata la cavalleria! Yahu!”.
“Questa è senza dubbio l’esecuzione più pallosa che ho mai subito”, sbadigliò il Guerriero.
“Sveglia, pezzo di idiota! Il Prete è arrivato!”.
“Cosa, dove?”
“Perché è nudo?”
“Quello non è il Prete…”.
“E’ il Ladro”.
“Siamo fottuti”, dissero in coro.

* * *

Stringendo gli occhi per la gran luce, il Ladro si fece avanti.
La popolazione del Profondo, che riconosceva un confronto finale quando ne vedeva uno, si aprì lasciando ai due acerrimi nemici lo spazio per fare i loro numeri.
“MIO DIO, E’ RIDICOLO”, sbottò la Pitonessa. Ovviamente sapeva già come sarebbe andata a finire, ma la testardaggine del Ladro le faceva prudere le mani.
“Per te è finita”, disse stancamente il Ladro, rifugiandosi nelle frasi fatte. Adocchiò i Vitrei, la gabbia penzolante, i mostri ammassati tutto attorno. Per la forza dell’abitudine, si passò una mano tra i radi capelli e tentò di apparire il più eroico possibile, con scarsi risultati. Ora lei avrebbe dovuto rispondere “AH AH AH! Prendetelo!”.
Invece la Pitonessa sbuffò e si scoprì il viso.
Di supercattive ne fanno due tipi: le megere bavose e le bombe sexi. Questa non era nessuna delle due, e il Ladro boccheggiò per lo stupore.
Una ragazza sui trent’anni, con lunghi capelli castani raccolti in una treccia. Carina, niente di più. Cerò però qualcosa nella linea della sua mascella, qualcosa di duro, che suggeriva una volontà micidiale.
“Non imparerai mai”. La sua voce era diventata normale, e anzi piacevolmente giovanile.
“Ah ah…”, fece il Ladro, un po’ confuso. “E’ inutile che chiami i tuoi servi! Nessuno potrà salvarti”.
“Non li sto chiamando”.
“Ahem… e perché non lo fai? Sai, mi aiuterebbe. Una specie di imboccata, potremmo dire”.
Camminando come un sonnambulo, era arrivato a pochi metri da lei. Notò che aveva gli occhi verdi.
Incapace di scostarsi dal suo copione mentale, contro ogni evidenza il Ladro proseguì: “Non hai il coraggio di affrontarmi, eh?”.
Lei sorrise: “Ti aspetto”.

* * *

“Tutti contro le sbarre”, disse il Nano.
“Tra tanta gente che poteva venire a salvarci, proprio il Ladro”, seguitò a lamentarsi il Mago.
“Contro la sbarre ti dico, tronco di merda!”.
“Ma a che serve? Forse prima c’era una possibilità, ma adesso…”.
“Anche tu, Guerriero. Se riusciamo a farla ballare abbastanza…”.
“Non hai qualche altro utensile di falegnameria nascosto sulla tua miserabile persona? Magari una sega per acciaio?”.
“Oh, ci rinuncio”.

* * *

Ora che faccio? Posso picchiare una ragazza con la catena? Mi guardano tutti… e lei cos’ha da ridere? La gabbia peserà una tonnellata, è impossibile muoverla senza aiuto. Vorrei non essere qui.
Respirò profondamente. “Senti, libera i miei amici e forse sistemiamo tutto. Per contratto devo darti un’ultima possibilità”.
“Altrimenti?”.
“Altrimenti mi cambiano l’allineamento”.
“Che?”
“Se violo il contratto. E’ un guaio: ti cacciano dalla chiesa, la gente non si fida più, devi rifare la tessera della palestra…”.
“E’ vero”, intervenne precipitosamente il Maipeggio. “Io per esempio ero legale, poi un giorno ho rubato e sono diventato caotico. Da allora la mia vita sociale è stata un inferno. A parte che essendo caotico faccio spesso cose insensate, nessuna persone perbene mi darebbe mai un lavoro”.
Tirò il fiato. “Mica è giusto. Una vita compromessa per l’errore di un istante. E non puoi manco spacciarti per legale, perché quelli hanno gli incantesimi che svelano l’allineamento. Sei marchiato a vita”.
”Beh, basterebbe che tu iniziassi a comportarti bene, e cambieresti di nuovo allineamento”, fece il Golem, accendendosi una pipa e assumendo l’aria del buon padre di famiglia.
“Ma come ragioni? Non ho un lavoro, non ho una casa. Per campare devo fare il caotico, rubare e servire pazzi sbavanti. Se mi comportassi bene non durerei cinque minuti. Te l’ho detto, quando entri nel tunnel è finita”.
“Ehi, c’ha reggione…”, mormorò un Troll. In un attimo, tutto il mostruoso pubblico stava sviscerando la questione.
“L’allineamento impedisce il reinserimento in società”.
“Legale rispetto a cosa, poi?”
“Gli incantesimi violano la privacy!”
E col tempo avrebbero potuto raggiungere conclusioni illuminanti, se non fosse che essendo tutti caotici cambiavano argomento in continuazione, così passarono presto agli insulti e infine alla rissa generale.
Fu la Pitonessa a riprendersi per prima dal delirio sociologico.
“Stavo dicendo, che fai se non libero i tuoi amici?”.
“Eh?” Il Ladro svolse la lunga catena. “Ah, si. Allora devo ammazzarti”, disse, e balzò. Era a mezz’aria quando incrociò il suo sguardo.
“Guardami, Ladro”.

* * *

Il mondo divenne grigio e muto. Fermo in aria, il ladro vide attraverso la mente della Pitonessa: un’immagine di sé terminò il salto e la colpì alla gola, ma ce n’erano altre. Una cadeva, l’altra veniva bloccata dal Golem. Alcune fuggivano. Tutti gli sviluppi della sua azione gli si spiegavano davanti, tutte le conseguenze, come linee di forza esattamente calcolate.
La piazza si riempì dei suoi fantasmi, eppure riusciva a distinguerli uno per uno. Visse, morì, trionfò, scese a patti. Soffrì, pronunciò discorsi ispirati, ebbe paura. Ancora e ancora. Un solo elemento restava costante, occhio immobile nel ciclone dei possibili.
“Comunque vada non tornerete insieme”, sentenziò la Pitonessa. “Ora l’hai visto, devi crederci”.
Si, lo vedo. E’ così reale!, pensò il Ladro. Gli si ghiacciò il cuore.
Le immagini sfumarono, il mondo tornò. Ma non sarà più lo stesso, si disse, e cadde ai piedi della signora.
“Quando avevo 12 anni”, ricordò lei, “Mio padre se ne andò. Cercavo di capire perché, piangevo ogni giorno. Per farlo tornare con me e mia madre avrei dato la vita”.
Scostò pudicamente il lembo della tunica. “Ho dato la vita”. Alla base del collo c’era una cicatrice larga un dito, brillante di fredda luce.
“Sai una cosa? Non servì a niente. Semplicemente, non ci voleva più bene. Questo neppure gli dei possono cambiarlo”.
La Pitonessa si chinò per fissarlo negli occhi. “Ciò che ti ho mostrato lo vidi anch’io, e capii. L’Antro mi riportò in vita. Scelsi di servirlo.
“Perché mi dici queste cose”, disse il Ladro. Non era una domanda.
“Mi fai rabbia ma sei ridicolo. Non voglio essere costretta a ucciderti. Va’ via, salvati”.
Il Ladro sentì che non desiderava più continuare. Conosco questa voce. Era dentro di me, dal principio. Chiuse gli occhi.
“Devi rassegnarti”, continuò lei dolcemente. “La maturità è tutto. Io-”.
Qualcuno le tirava la treccia. Si voltò e vide un piccolo, ripugnante goblin. Il viso insanguinato, porgeva una lettera ormai ingiallita, sporca di ditate. “Ue-glièro?”, sembrò dicesse.
Nella notte in cui era sprofondato, il Ladro percepì solo una lontana eco. Il goblin suicida. Come mi somigli, pensò con un sorriso amaro. Incatenato dalla magia, obbedisci a una voce che non comprendi nemmeno. Da quanto vaghi senza speranza?
Ripresasi dalla sorpresa, la Pitonessa spinse via il goblin con una smorfia di disgusto. La lettera volteggiò per qualche istante, poi scivolò nell’abisso.
Quale magia? Qui non funziona. Il pensiero si impadronì del Ladro e lo mantenne sveglio nel suo volo senza fine. Niente magia, tutto è reale e ogni destino è scritto, come prodotto da una macchina.
La Pitonessa gli accarezzò il viso. “Hai capito adesso?”.
Il Ladro aprì gli occhi. “Tu sei peggio della morte e io ti odio”, disse, e le diede una schicchera sul naso.

* * *

I mostri del Profondo trattennero il fiato, tanto che se ne udì il risucchio. Mago, Nano e Guerriero rimasero impietriti: mai nessuno era riuscito a sfiorare la Pitonessa.
“Hai ragione Signora, questa è tutta una commedia e noi sappiamo già la fine”. Il Ladro le strinse le spalle e rialzandosi la tenne a un palmo da sé. “Ma anche se la storia è scritta, l’interpretazione conta pur qualcosa, no? E questo fallimento che il destino mi assegna io lo interpreterò in maniera fiammeggiante”. I loro volti erano vicinissimi.
“BA-CIO, BA-CIO”, urlò a squarciagola il Guerriero, immediatamente seguito da tutto il pubblico.
La Pitonessa sfuggì alla stretta del Ladro e lanciò intorno uno sguardo tremendo: “Ma quale bacio, cosa credi di aver risolto con queste chiacchiere inutili? Non è cambiato niente, comando sempre io, e tu morirai! Prendetelo!”.
Il Ladro rimase immobile mentre i Vitrei lo afferravano.
“E voi, non guardatemi in quel modo!”, ammonì la Pitonessa, rivolta all’universo in generale. “Non è possibile, non è giusto. Io non voglio piegarmi, e tu… tu non puoi vincere così!” Ora lo fissava, stravolta.
“Non posso vincere”. Il Ladro le restituì lo sguardo, fermo al centro del palcoscenico, modesto figurante agli occhi dell’eternità. Come se fosse la sua unica battuta, disse: “Ma non posso nemmeno smettere di provarci”.

* * *

Il Guerriero portò in braccio il Mago fino ai cavalli. Dietro di lui veniva il Nano, che data la differenza di altezza doveva trascinare il Prete per i piedi. Era quasi certo che fingesse di essere svenuto per non dare spiegazioni.
“Lo lascerei qui, ‘sto fifone pidocchioso”.
Il Guerriero issò il Mago sulla sella. “Lo sai che un Prete ci serve”.
“A cosa? E’ buono al massimo per i vermi”.
“E per le cure”, mormorò il fifone pidocchioso, sempre a occhi chiusi.
“Già, per le cure”, ammisero gli altri.
Il Prete non riuscì più a trattenersi. “Ma come…”.
“Allora sei cosciente, lo ammetti!”.
“Fermi. Calma. Vi spiegherò tutto, lo prometto, però prima dovete dirmi come avete fatto a uscire vivi da lì dentro”.
“Con coraggio!”, tuonò il Nano a testa alta.
“Abnegazione”, aggiunse il Mago, che aveva qualche problema a tenersi in sella.
L’effetto marziale fu rovinato dal Guerriero. “La Pitonessa ci ha liberato. In cambio il Ladro le ha promesso di non farsi mai più vedere”.
“E lui dov’è?”, domandò il Prete.
“Vieni. Ci passiamo”.

* * *

Raggiunsero al piccolo trotto l’ingresso pubblico dell’Antro. Nella solita fila di supplici c’era anche il Ladro.
“Ahem…”. Il Nano si schiarì la gola. L’operazione richiese qualche tempo. “Ladro, la gratitudine e tutto il resto, è chiaro, noi vorremmo… insomma, se ti va di venire con noi… ne saremmo onorati, ecco”.
“Puoi portare anche il goblin”, concesse il Mago.
La bestiaccia schifosa pareva esserglisi affezionata e non lo mollava più un istante.
Il Ladro rifletté a lungo prima di rispondere. “Questa scena non l’avevo vista. Non era tra i futuri possibili, o forse l’ho dimenticata”. La fila si mosse, e lui con essa. “Non so cosa dire, davvero”.
“Pensaci”, concluse asciutto il Guerriero, che non era il tipo da mostrare commozione. “Quando vuoi, sai dove siamo”.
“Si. Ora ho altro per la mente, ma domani…”.
“Domani”.
“Sicuro”.
“Un giorno”.
“Di nuovo”.
“Si”.

* * *

Il supplice gettò qualcosa nella bocca.
“UN FIORE?”
“Ciao”.
“VIENI OGNI GIORNO… PERCHE’ VIENI OGNI GIORNO?”
“Per parlarti”.
“AVEVI GIURATO…”.
“Mantengo la promessa. Non ti vedo”.
Silenzio.
“Non ti vedrò mai più?”
“LADRO, NE ABBIAMO GIA’ DISCUSSO”.
“Non potremmo litigare invece di discutere serenamente?”.
“TI AIUTEREBBE”.
“Già”.
“SEI UN INCUBO”.
“Sei bellissima”.
Continuarono così.

P.S.

Dal Profondo

Smosse la terra, nel piccolo tumulo si aprì uno squarcio e lui sbucò nel mattino. Mentre si issava dal pozzo provò la familiare vertigine: il mondo tremolava verde sotto il suo sguardo. Dove portano i solchi del vento nell’erica? Nessuna risposta.
Sentì urlare alle sue spalle: “Vivi! vivivivivivivivivivi. Hai capito, guardami, siamo vivi!”
Il Nano ce l’aveva fatta.
Certo una volta doveva aver avuto un nome, ma nel Profondo i nomi non significano niente; adesso era solo il Nano, come lui era il Guerriero. Perfino le loro spade incantate avevano smarrito voce e lignaggio, rose dal tempo.
“Sta’ zitto Nano, potrebbero sentirci.”
“Chi devi sentirci? siamo salvi, siamo fuori, non c’è nessuno”. Poi, coprendosi gli occhi per la gran luce aggiunse: “Prendi, tira! La roba è ancora sotto…”.
Alla corda era legato l’unico sacco d’oro salvato dal fuoco. Quando le parole di potere avevano fatto crollare il soffitto della cripta si erano trovati di fronte un orrore aureolato di fiamme. il Guerriero aveva sfoderato la spada ma prima di poter fare un passo il Nano l’aveva afferrato e trascinato di peso verso i pozzi superiori. Il Mago invece era rimasto lì a bruciare, ebbro di risa.
“Questa è l’ultima volta che ti seguo, sei pazzo. E il tuo compare… poteva ucciderci tutti. Peggio di te, puà!”
“Era anche il tuo compare.”
“Ma è morto, non è più niente. Vediamo cosa resta.”
Il Nano vuotò a terra il sacco, scartando col piede le piastre d’oro alla ricerca di gemme, e lui pensò di aver visto troppe volte quella scena. Eppure, non era questo il piacere? Non li aveva convinti a riunirsi per questo? Si.
“Questa la prendo io, questa pure… ma che parlo a fare, tanto tu non capisci la differenza. Tienti l’oro e siamo pari.”
Sforzandosi di stare al gioco, il Guerriero afferrò la mano enorme del Nano e grugnì: “No. Quella blu è mia. La voglio.”
“Ora ti riconosco”, si rallegrò il Nano. “Sai, puoi anche andare affanculo tu e tutta la tua razza di mangiamerda. Questa gemma è mia, mia dall’inizio dei tempi, destinata a me, ha il mio nome sopra. L’ho trovata io!”
“Ah… adesso anche i vermi della terra hanno nome e destino? Ma questa lama dice non durerà a lungo.”
“Bah… sei sempre stato zero a ingiuriare. Quelli della mia stirpe maledivano l’aria prima che i tuoi cominciassero ad appestarla col fiato. Hai capito o devo spiegartela?”
Si colpirono, le lame puntate dritto alla carne. Era un gioco duro ma almeno aveva le sue regole e dopo un quarto d’ora caddero entrambi sfiniti. Il sole era salito in fretta, così si distesero comodamente sull’erba e iniziarono a fumare.
“E va bene, prendila. Non me ne frega niente.”
“Dici sempre così.”
“Quel che mi fa infuriare è che non te fai nulla. Per te è sprecata. Tutto è sprecato, con te.”

* * *

Dal pozzo saliva l’odore di tomba in cui erano stati immersi per giorni. Quanto tempo era passato nel Profondo? Il primo sorso di aria pulita era sempre freddo e pungente ma ci si riabituava in fretta; più difficile fissare lo spazio vuoto tutto intorno. Un tempo era una schifosa palude e quando il male era stato cacciato l’erica aveva ricoperto le ossa. Ma il male non se n’era andato davvero: era ancora lì, nel cielo, nel vento, per sempre.
“Dove andrai ora, Nano?”
“A casa. Ho una casa, io. Entrerò tra i consiglieri del re sotto la montagna e mi sa che dovrò badare alle ambascerie e alle chiacchiere di guerre e alleanze e trattati.”
“Bello. E poi?”
“E poi qualche campagna. Ce n’è sempre qualcuna in corso. O forse mi manderanno nella vostra capitale fatta di fango, se proprio vuoi saperlo. Io vi conosco, voi umani; so orientarmi tra i vostri intrighi.”
“Niente famiglia?”
“Mah… per forza. Per me è ora”.
“E il Profondo?”
“Crepa tu e il Profondo! Basta, ho chiuso. Il mondo è grande, le possibilità infinite, e io dovrei finire sepolto vivo come il Mago? O il Prete. Te lo ricordi il Prete? E quel ridicolo di un Elfo. Fortuna che voleva morire da eroe e ci coprì la ritirata perchè quella volta ce la siamo vista davvero nera. Per cosa, poi… queste pietruzze. Ma posso averne il doppio mettendomi al servizio di un qualsiasi tiranno e…”
Il Guerriero ricordava il Prete e anche tutti gli altri: il Barbaro, l’Amazzone, lo Gnomo, il povero Ladro. Alcuni erano morti ma i più si erano fatti strada, ora dominavano regni e gilde. Non era una vita facile, vivere nelle città e combattere con i burocrati dell’impero, tra spie e traditori, assillati dai questuanti, badando a non turbare troppo i vicini, a non inimicarsi la Chiesa. Riusciva quasi a vedere quel groviglio di poteri, di rapporti umani, di parole.
Intanto il Nano continuava a blaterare: “… perchè i regni della terra sorgono e crollano come sufflè, non che io mangi questa roba si capisce, e due tipi svegli come noi possono fare una fortuna. Poi viaggi, avventure con streghe velate, onore e gloria, e il mare!”
“Ma sul mare non c’è direzione”.
“E con ciò? Il tuo dio ti stermini! Io ci sono nato nel Profondo e lì l’unica direzione è in basso. Ma sentilo… tu mi hai tirato fuori, tu, con i tuoi disegni di alberi e città, le storie e i canti di terre lontane. Dicevi che dovevamo vivere e provare altro e viaggiare e conoscere”.
“Ero più giovane.”
“Sei giovane,” sbuffò il Nano. Poi, quasi con gentilezza: “In confronto a me sei appena un bambino. Vieni con me, questa volta sarò io a guidarti”.
“Ma dove? dove?”
“Andremo in guerra e combatteremo fianco a fianco. Ci noteranno”, sorrise il Nano. Tra sè aggiunse: già, e qualche chiacchierone racconterà la nostra storia: dirà che mentre io caricavo i nemici a testa bassa tu componevi ballate, danzavi col fioretto e io calavo l’ascia. Le solite porcherie che piacciono alla gente alta. Pensare che non sai nemmeno leggere.
“Quale guerra, e per cosa?”
“Una guerra qualsiasi, per ripulire qualche paese dagli orchi. Magari il tuo, di paese.”
“Io odio quella gente.”
“E allora un altro.”
“Cosa mi importa di questi altri?”
“Fallo per liberare i poveri dall’oppressore. Ci troviamo un oppressore e lo ammazziamo.”
“Dico, un quarto d’ora fa non avevi niente contro i tiranni.”
“Allora fallo per soldi, razza di bastardo!”
“Essere pagato per fare qualcosa? A me puzza di lavoro.”
“Lo è. Sano, onesto lavoro, e al servizio di un grande ideale, anche.”
Il Guerriero tornò con la mente agli ideali che aveva difeso o combattuto, a seconda del caso.

Abbiamo il pieno diritto di regnare su questa briciola di terra.  Ma c’erano loro, prima.
No, prima c’eravamo noi. Chi lo dice? Questo
libro. I libri non parlano. L’ha scritto
un santo! Chi l’ha fatto santo?  Noi. E perchè? Perchè ha scritto questo libro.
Tutti i popoli liberi  
devono unirsi contro il tiranno! Ma liberi da che?
Dal tiranno! Ah,
invece i vostri capi… Li ha scelti Dio, ovviamente.
Già che  
c’era, poteva sistemare anche il tiranno. Blasfemo!
Combatterai per
me contro i miei fratelli? Lo
farò, perchè ti amo. Si, e per liberare

la nostra gente. La tua gente fa schifo
come i tuoi fratelli. Allora anch’io?
No! per te posso morire ma per
un popolo no. E se fossi una
pazza sanguinaria?
Lo farei lo stesso.
Non capisci,
sei pazzo,
non hai
cuore.

Ma non riusciva più a seguire il filo dei suoi pensieri, gli sfuggivano risucchiati verso un punto al limite della visione; come un vortice d’acqua, scivolavano nel pozzo ancora aperto, nel Profondo.
“Mi ascolti?” Non si poteva ignorare per molto la voce del Nano. “Con questa balla della guerra santa ti coprono d’oro e salvi anche l’anima, che vuoi di più?”
“Però l’oro… come dire… il bello è scavarlo.”
“Il bello è usarlo, fottuto babbeo! Cosa credi, che serva per dormirci sopra? Io, per me, ne ho sempre fatto il meglio. L’ho trasformato in splendidi monili e ho eretto rocche forti come l’acciaio; ho vestito cento nani di maglia di ferro e li ho guidati in battaglia; ho pagato il riscatto il mio padre e ho ingannato un Drago. E tu… tu che hai fatto della tua parte?”
Il Guerriero esitò a lungo e infine tutto contento rispose: “ho comprato questa spada.”
“E il resto? Devi aver messo da parte una fortuna.”
“Beh… ho comprato anche altre spade. Ee assoldato guide. Eeeee pagato preti per avere il favore divino. Sai com’è.”
“Ma ti resteranno milioni. Sono dieci anni che scendiamo nel Profondo!”
“Undici”.
“Undici, si, undici. E allora dov’è l’oro?”
“Sparso qua e là. Uhm… come dire… andato. Una volta che l’ho tirato fuori perdo un po’ interesse.”
“Sei morto. Io ti ucciderò, qui e adesso.”
“Calmati, ora ho questo, di oro,” disse il Guerriero indicando il mucchio ancora a terra.
“Quello basterà appena per la donna del Mago.”
“Come sarebbe? Io mica sapevo che era sposato.”
“Mai stato tipo da cerimonie solenni, però stavano assieme da anni. Avevano anche una figlia.”
“No, non è possibile… e perchè non me l’ha detto?”
“Riservato come al solito, e forse un po’ si vergognava. Con quel lavoro monotono all’archivio della Gilda e una famiglia sulle spalle s’era fatto più cupo.” Lo sguardo del Nano tornò sul pozzo. “Non aveva granchè da ridere.”
“E io gli ho lasciato tirare giù quel soffitto”.
“Non pensarci”.
“Ma come, non ci vediamo da anni e non mi dici neppure che hai una moglie e una figlia…”.
“E’ inutile che te la prendi tanto, non c’è più niente da fare e comunque noi non sapevamo…”
“Cristo santo io non volevo questo!”
“Non potevi fare nulla, nessuno poteva… tu…”, disse il Nano, e poi improvvisamente  capì: “Tu… tu sapevi. Del Barlog. L’avevi sentito da qualche parte. In quella tua testa di merda piena di leggende… c’era anche il Barlog… zitto da diecimila anni, murato nella cripta…. e tu lo sapevi. Niente può ucciderlo, fiamma d’oscurità… e tu ci hai portato da lui. Abbatti il soffitto Mago, vediamo che c’è… l’hai portato a morire…”
“Smettila.”
“Ci hai portato a morire!”
Urlava il Nano, ma era impietrito e la sua mano cadde dall’elsa. Pensò: non posso ucciderti. Non posso punire. Stai soffrendo. Perchè? Non ho acqua negli occhi come voi umani, non so piangere, però il dolore esiste. E’ in ogni legame che deve finire, in ogni via che non sai prendere, nel mutamento. Si annida ovunque sotto il sole. Ma nel Profondo… nel Profondo non c’è dolore.
Come se gli leggesse nella mente, il Guerriero abbassò il viso e disse piano: “Il Mago, lui sapeva. Nei suoi libri… aveva trovato la mappa della cripta. Mi confessò che era stanco, che fuori non è vita. Non sapeva cosa fare e aveva paura. Vieni con me, gli ho detto, per l’ultima volta vieni nel Profondo. La scelta è semplice, la via una: uccidere o essere ucciso. Per l’oro, per il gusto di trovarlo e tirarlo fuori e ricominciare daccapo”.
“Io…”
“Tu dovevi salvarti. Il Mago ti ha protetto dalle fiamme a tua insaputa. Io dovevo combattere ma tu mi hai tirato via”.
“Perchè? perchè dovevate morire? Se volevate scavare nel Profondo potevate farlo fino al secolo prossimo, lo sai che siamo i più forti. E’ anche troppo facile pulire le cripte e ce ne sono tante! Perchè svegliare un Barlog?”
“Perchè uscito dal Profondo non puoi rientrarci. Una volta che hai visto il mondo di fuori il Profondo non basta più. Ma nel mondo non sai vivere e nel profondo non puoi tornare, non ci credi più veramente”.
Il sole era ormai a picco sulle loro teste. La pianura sconfinata vibrava di vita.

* * *

“Non sembravano tanto afflitte.”
“Era un uomo difficile.”
“Almeno avranno di che vivere. Quanto gliene hai…”
“Tutto.”
“Uhm… ti serve denaro? Potrei dartene… prestartene un po’.”
“Non essere ridicolo Nano. Mi arruolerò in qualche truppa di mercenari.”
“Ma non hai neanche la spada!”
“L’ho buttata nel pozzo. Ne ruberò un’altra.”
“Non mi freghi. Vuoi tornare laggiù, te lo leggo in faccia.”
“Stai sognando, Nano. E parli di prestare denaro. Non è da te.”
“Sporco vigliacco io ti spacco la testa! Non andrai in nessun pozzo e non ti ucciderai e non farai più discorsi da maniaco sul ‘maaaaale'”.
Lui lo sollevò fino all’altezza degli occhi:- “E chi me lo impedirebbe?”
“Questo Nano te lo impedisce. Ti ho salvato la vita giù nel Profondo, quindi mi devi una vita: la tua,” – roteò gli occhi – “Mi stai alitando in faccia, te ne rendi conto?”
Il Guerriero non rise, perchè non c’era niente da ridere. Il Nano era un professionista e diceva quel che bisognava dire in certe occasioni, ma non era una soluzione, non c’era una vera via d’uscita. Eppure…
“Ti lascio solo per il rispetto che porto a tuo padre.”
“Tu non sai nemmeno chi è, mio padre!”
“Nemmeno tu lo sai, Nano.”
“Morirai per questo!”
“Anche per questo, certo. Sicuro.”

* * *

“Sei uno schifoso bugiardo.”
“Niente tunnel, giusto? Beh, questo è un portone. Anche vecchiotto.”
“Ma porta alla cripta e c’è ancora il Barlog. Fiamma nera immortale!”
“Lo so. Creatura del Profondo, niente può fargli male. Ma se lo portiamo fuori?”
“Vuoi farlo crepare di dolore? Sei pazzo! E comunque non verrà mai.”
“Prova a raccontargli delle città, degli alberi, del mare. Verrà.”
“Moriremo.”
“Si.”
“E lascia stare quella spada. E’ sicuramente maledetta.”
“Ehi, ma è proprio la mia vecchia…”
“Appunto.”

* * *

“E’ come un grande fiume di lava”, disse il Nano, “ma graaande graaande. Ed è azzurro. Anzi, è azzurro e grigio e nero melanzana e bianco schiuma e celeste e verde smeraldo e porpora e tutti i colori del…”
“RRROOOOGGGGRRRRR”
“Il cielo? Beh il cielo è come il mare, ma al contrario.”
“RRUUU?”
“ahem… si, più o meno.”
Il Nano cercò di girare la testa senza perdere d’occhio la fiamma nera. Continuando a sorridere istericamente, mugugnò:”oa axxo ai aenno?”
“Come?”
“Cosa cazzo stai facendo?”
“Prendo l’oro. Tu continua a distrarlo.”
“Ma il piano?”
“Quale piano?”
Negli occhi del guerriero scintillava qualcosa che non era umano: la febbre del Profondo. Nessun problema al mondo tranne la morte, nessun desiderio a parte l’oro. Tunnel all’infinito e in pugno una spada maledetta. Ah!

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