Una biografia a ostacoli

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di Kees Popinga

* Il testo è la sbobinatura dell’ormai classica introduzione alla Conferenza Internazionale tenutasi nel Parco dei Mostri di Bomarzo.

 

(Fruscii, pubblico rumoreggiante, entra l’oratore)

POPINGA: Cari amici, vi ringrazio di avermi affidato questa prolusione. Il mio però è un compito difficile: come sapete, le informazioni sul ravennate Elia Spallanzani sono disperse in una miriade di rivoli cartacei e informatici

(In sottofondo si ode una voce non identificata)

VOCE: Rivoli cartacei? Cominciamo bene…

POPINGA: …al punto che il lavoro di restituire loro forma organica è tale da scoraggiare anche i più volenterosi. Avete un bel dire, voi della Fondazione, che in omaggio alle sue idee e al suo stile avete deciso di non raccogliere le notizie in un solo luogo, ma di proporre invece un percorso combinatorio e ipertestuale tra pagine Internet. In realtà fate buon viso a cattivo gioco, perché su molti aspetti della vita e dell’opera dello Spallanzani grava ancora la fitta nube elettronica in cui lo scrittore cercò di occultarsi, e che costituisce forse il suo capolavoro.

(Applausi)

POP.:          Grazie, grazie. Bene, ricordiamo che Spallanzani nacque il 12 novembre 1920 da una benestante famiglia di origini contadine. In Raccontalo alla cenere sostiene di discendere da Lazzaro Spallanzani, lo scienziato settecentesco affossatore della teoria della generazione spontanea e autore della prima fecondazione artificiale tra batraci. Tuttavia, le ricerche genealogiche intraprese con zelo dal Filicori e durate più di un lustro non sono riuscite a stabilire la verità dell’affermazione, per cui rimane il dubbio che tale parentela sia solo un’invenzione, forse stimolata dal fascino per uno Spallanzani in bilico tra cielo e terra, tra l’essere gesuita e l’occuparsi di vita microscopica. Durante gli studi liceali emersero i primi interessi letterari dello scrittore, particolarmente evidenti nel quaderno dalla copertina nera che risale agli anni 1936 – 37, in cui poesie di gusto classico si mescolano a enigmi e giochi di parole. Ma su questo vi rinvio all’intervento della professoressa Anna Aglietti. Dopo il liceo, gli studi in lettere furono interrotti dai tragici fatti della guerra: Spallanzani venne spedito come fante a spezzare le reni alla Grecia. Di quegli anni nulla ci è dato sapere, se non qualche voce inverificabile che parla delle conseguenze di un tradimento all’alba. In nessuno dei suoi scritti parlerà di quel periodo drammatico.

VOCE: Eccellenza, professore!

POP.: Chi è? Che c’è?

LA VOCE: E le poesie di guerra del Nostro? Dimentica forse Nel lapidario seppellire? (con tono ispirato):

«…muto come una bomba
in sordina dissenso cumulo
la fioca speranza che monda
da odio e tempo il tumulo
e la sua coperta di lire
e quando miope guardo
le proiezioni fioche
di siderali sere
nate come epoche
finite a fare fiele
menomato m’attardo
e odo l’autorità minata
ch’è allora ogni aurora
che sorda campana intona
la cupa colonna sonora
e fende e affonda afona
i resti della giornata».

(Applausi)

POP.:          Ma … ma questa poesia si intitola 9 marzo 1979… nel lapidario seppellire è solo il primo verso quindi non vedo…

LA VOCE: Sì ma è noto che il Nostro tendeva a depistare i critici con falsi indizi e poi il linguaggio, le bombe, menomato, lo stile…

POP.: Bah, può darsi, in ogni caso non mi sembra questo il momento per diatribe filologiche. Qualunque sia la datazione della poesia, è certo che da tutta l’opera di Spallanzani emerge il rifiuto angosciato per ogni forma di violenza. Inoltre…

VOCE: Secondo i critici più avveduti il silenzio di Spallanzani sulla guerra non è dipeso da pudore, ma dall’avversione del Nostro per quello che definiva il “pregiudizio mimetico in letteratura”. «Se volessi mostrare le cose, farei il fotografo», diceva spesso a noi studenti.

POP.: Utile precisazione anche se, noterete, io non mai detto che il suo silenzio dipendesse da pudore… comunque mi riprometto di tornare sul punto in un futuro intervento, ma adesso caro amico mi consenta di proseguire la mia lectio magistralis. Finita la guerra, stavo dicendo, e tornato a casa, Spallanzani disertò inaspettatamente la sessione in cui avrebbe dovuto laurearsi in Lettere per iscriversi il giorno stesso a Fisica. In questa scelta alcuni commentatori hanno visto il sintomo di una profonda disillusione verso la letteratura, ritenuta troppo effimera: nella scienza egli avrebbe cercato solide basi sulle quali costruire l’edificio della sua vita. La scoperta di incertezze, paradossi, indeterminazioni nella meccanica quantistica e nella relatività avrebbe presto minato il suo entusiasmo. Altri interpreti sostengono invece che Spallanzani non si illudeva sulla possibilità di accedere alla verità attraverso la scienza, ma che semplicemente era alla ricerca di una sintesi tra le due culture o, come aveva detto Coleridge, voleva «arricchire il suo bagaglio di metafore». Comunque sia andata, Spallanzani terminò il corso col massimo dei voti, riprendendo parallelamente gli studi di lettere con una nuova tesi. Per un caso del destino, si laureò nello stesso giorno sia in Lettere che in Fisica, rispettivamente con una dissertazione sul ruolo del lettore nella letteratura e con una ricerca sui paradossi della fisica relativistica. Questi elementi si sarebbero intrecciati in modo inestricabile nella sua poetica.

Una delle ultime polaroid dell’Autore.

UN’ALTRA VOCE (o forse sempre la stessa): Al riguardo segnalo il frammento Cristoforo Colombo alla ricerca dell’Inferno, dove Spallanzani esamina le varie teorie sulla posizione degli inferi: sono sotto terra, a fianco alla terra, lontano dalla terra, sulla punta di uno spillo, nell’animo individuale? E annota: «Secondo certe teorie, al principio del tempo l’universo si espanse a velocità inflazionistica, superiore a quella della luce. Se così fosse, le frange estreme della realtà sarebbero eternamente buie, perché continuano ad allontanarsi alla velocità della luce, sulla quale hanno un piccolo vantaggio che non sarà mai colmato: fino alla consumazione dei secoli. Una sfera incommensurabile di buio abbraccia l’universo ed è quella l’unica vera notte, la notte originaria e vergine. Quale luogo migliore per collocarvi l’inferno?».

POP.: Oh, non conoscevo il brano… ma questo è il bello dello stato magmatico degli studi spallanzaneschi ahahahah! In realtà stavo per citare come esempio l’articolo Interpretazione quantistica del delitto della camera chiusa, un classico della letteratura d’indagine rivisto alla luce del paradosso di Schrödinger, su cui potrete ascoltare la relazione del professor Giammanco. Mi sembra però che stiate anticipando i tempi e facendo un po’ di confusione, vi pregherei di attendere la fine del mio discorso e l’inevitabile ampio dibattito. Eravamo dunque arrivati alla doppia laurea: negli anni successivi Spallanzani diventò insegnante di materie scientifiche presso il Liceo Galvani di Bologna, lavoro che gli lasciava sufficiente tempo libero per dedicarsi alle lettere. Verso la fine degli anni ’50 sposò Alice Degli Esposti. La vita di coppia non lasciò grandi tracce nella sua produzione se non quando il rapporto si interruppe, nel 1979.

VOCE: Ma come, e che mi dice di…

POP.: Ancora? Come se non avessi parlato. O vuol citare di nuovo la poesia che prima spacciava per opera di guerra? Non le sembra di esagerare? Mi fa perdere il filo! Che stavo dicendo? (fruscii, forse consulta gli appunti) Ah sì, okkey, Alice, la vita di coppia… ahem… dopo il matrimonio, dicevo, Spallanzani tentò la carriera di sceneggiatore, ma senza grande successo: iniziò allora a pubblicare saggistica e racconti brevi su piccole riviste, il che gli valse l’attenzione di Manganelli. Più tardi decise di cimentarsi con la narrativa lunga e nel 1963, o ’64, scrisse Crocevia, un romanzo organizzato su una rete di diversi pezzi brevi a sfondo fantastico.

VOCE: In effetti…

POP.:          E prima che qualcuno mi interrompa vi dirò che più tardi c’è un intervento proprio sulla struttura del libro. Aspettate e potrete sfogare tutte le vostre velleità. (A parte, sottovoce): tacitate quest’uomo.

(Rumori, trepestii)

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Spallanzani e il Gruppo 63, Il Resto del Carlino del 30 aprile 2003

 

 

POP.: Fatto? Perfetto. Ora attenti! Si parlava di Crocevia. Spallanzani ne fece circolare alcune copie dattiloscritte presso gli amici del Gruppo 63, suscitando numerosi consensi. In una lettera privata Calvino lodò l’opera, Arbasino ne citò due frasi nella prima stesura de L’anonimo lombardo, per poi decidere che il riferimento era troppo evidente; Balestrini ne apprezzò le tecniche che anticipavano la letteratura ipertestuale. Purtroppo la sorte dei romanzi non dipende solo dalla bravura dell’autore: spesso direttori editoriali ciechi e biechi motivi economici fanno sì che anche opere di pregio giacciano dimenticate o neglette nel cassetto di qualche ufficio. Crocevia era troppo sperimentale per quei tempi e tutte le case editrici rifiutarono la pubblicazione.

Allora Spallanzani sparì da un giorno all’altro, senza più dare notizie di sé. Si temette per la sua vita, ma in realtà Spallanzani era sempre sicuro del valore della sua opera e aveva solo preso il primo treno per Parigi, dove voleva conoscere da vicino i membri dell’Oulipo e migliorare le sue tecniche combinatorie. Pare che Queneau lo abbia presentato a una riunione dopo aver letto l’adattamento italiano dei suoi Cent mille milliards de poémes, che tra le mani di Spallanzani erano diventate Cent mille milliards de priéres. Il caso ha purtroppo voluto che siano scomparsi sia il verbale di quella riunione, sembra con Queneau, Le Lionnais, Bens, Ducheteau, Anquetil, Lescure e Queval, sia le Centomila miliardi di preghiere di Spallanzani.

L’Oulipo assiste compiaciuto alla presentazione del Nostro.

 

VOCETTA NASALE: L’incontro però ebbe dei frutti, perché di lì a poco Spallanzani avrebbe fondato l’Opificio di Teologia Potenziale, che esiste tutt’ora e ha anche ricostruito in via congetturale le infinite preghiere di Spallanzani con il software Polygen. Al riguardo c’è da notare…

POP.: Egregio amico, non creda che camuffando la voce io non la riconosca. Non riesco a capire dov’è esattamente, ma stia sicuro che prima o poi la troverò. La sua dottrina è pari solo alla sua loquacità e gradirei avere con lei un incontro a quattr’occhi, fuori di qui, se mi capisce. Ad ogni modo sono lietissimo della rinascita delle preghiere e per quanto riguarda l’Opteopo, di cui avrei parlato tra un momento, vi rimando al dotto intervento di Becherini e Bencistà, ma mi permetto di farvi notare che non è cortese invitare un oratore e poi interromperlo continuamente. Mi avete anche fatto perdere di nuovo il filo del discorso.

VOCETTA: Diceva dalla parentesi parigina.

POP.: Giusto, grazie. Appunto, la parentesi. Purtroppo fu breve! Minacciato di licenziamento dal preside del Galvani, che chissà come era riuscito a rintracciarlo telefonicamente, Spallanzani tornò in Italia dopo tre mesi, più sicuro di sé e molto più sereno: iniziò a collaborare con la Feic di Bologna, con cui pubblicò nel 1969 l’antologia Altri crocevia, insistendo per questo titolo nonostante Crocevia fosse ancora inedito, forse come auspicio. L’antologia raccoglieva cose comparse in precedenza qua e là oltre a diversi racconti e saggi inediti, tra cui Il corsivo di Dvigrad, quattro capitoli di un testo incompiuto di ambientazione nordica e di stile buzzatiano, in cui si intrecciano eventi mondani e altri chiaramente fantastici; Trittico circolare, un triplice racconto basato sulla lettura in ordine differente degli stessi tre paragrafi; Dietro un sipario nero, breve ma denso saggio dedicato al teatro, dove Spallanzani espone le sue idee sulla contaminazione tra finzione e realtà, sulla necessità di confrontarsi con una scienza relativistica e sulla molteplicità: testo seminale se mai ve ne furono, che ha dato la stura alle riflessioni del Ventura. Altri crocevia fu il primo vero successo letterario di Spallanzani, che coincise con i giorni più felici della sua vita. Firmò anche un contratto con la Oax di Arezzo per la plaquette di 16 poesie di metrica diversa intitolata…

FALSETTO: Coff coff, quest’ultimo episodio è notoriamente apocrifo…

POP. (ignorando l’interruzione): …intitolata Piazza con Fontana. Spinto dall’insperato successo dei suoi racconti, Spallanzani decise, improvvisamente come suo solito, di fondare una sua casa editrice dal nome vagamente misterico, la Bomarzo, per poter finalmente pubblicare Crocevia. Con grande sacrificio economico e qualche amicizia perduta riuscì nel 1970 a dare alle stampe alcune migliaia di copie del romanzo. Le ali dell’Icaro Spallanzani furono però improvvisamente bruciate da un sole che si chiamava Guardia di Finanza. Inadempimenti fiscali portarono alla chiusura della Bomarzo e molte copie finirono al macero. Il romanzo aveva comunque fatto in tempo a circolare in una piccola cerchia di amici e ammiratori, che si passavano le poche copie esistenti creando un effimero e sotterraneo caso letterario. Nel 2003, in occasione del quarantennale del Gruppo 63, si parlò sui giornali di una nuova edizione del testo per i tipi di Einaudi, ma ad oggi nulla si sa di certo.

Bozza da “Il resto del Carlino”

 

Ecco l’incipit del romanzo, dai toni che ricordano il Calvino di quegli anni: «Le storie sono, principalmente, vie di comunicazione. Ci sono percorsi rettilinei, che vanno senza svolte da A a B; ci sono sentieri perduti nel bosco, che si limitano a indicare vagamente una direzione per uscire dalla vegetazione mentre nel contempo invitano ad ammirare ciò che si offre agli occhi e all’immaginazione; ci sono strade che in realtà sono strani anelli e dopo un tragitto accidentato riportano al punto di partenza, o in nessun luogo. Poi ci sono gli incroci. Molti incroci, in realtà. Ogni storia non è altro che l’incrociarsi del lettore con una possibilità».

(Applausi. L’oratore ne approfitta per dissetarsi. Qualcuno gli porge un foglietto)

POP.   (con voce alterata): L’individuo che sta facendo circolare tra il pubblico delle mie caricature, della cui identità sono quasi ormai quasi certo, sappia che lo so benissimo che quello è un cripto-incipit, ma come ho già detto non mi sembrava il caso di affrontare problemi filologi in una conferenza divulgativa. Sappia inoltre questa persona che mi riservo ogni azione a tutela della mia onorabilità, in sede sia civile che penale! Ma andiamo avanti.  Negli anni ’70 Spallanzani tornò al quotidiano lavoro di docente, con qualche saltuaria collaborazione a riviste. Nel ’72 Luciano Anceschi lo cercò per una collaborazione al Verri, ma il nostro rifiutò cortesemente, per motivi che non sono mai stati chiariti… all’epoca si parlò di un’opposizione della moglie. Per qualche tempo circolò la voce di un adattamento televisivo di Santo in 19 mosse, un racconto contenuto in Altri crocevia, ripubblicato separatamente in edizione non venale nel 1974, ma il progetto si perse nei meandri della RAI.

 

Pubblica lettura, La Repubblica di Bologna del 10 maggio 2003.

Pubblica lettura, La Repubblica di Bologna del 10 maggio 2003.

 

VOCE FEMMINILE: C’è traccia di un’altra collaborazione mancata. Nel ’77, forse ispirandosi al Mondo dei robot di Crichton, Spallanzani immaginò un film su un parco a tema che riproduceva la rivoluzione d’ottobre, quella cubana, il sessantotto italiano, tutto accessibile anche ai bambini. Nella bozza della sceneggiatura specificava che i figuranti dovevano essere nostalgici delle varie rivoluzioni. Secondo lui il lavoro andava presentato come un documentario su un parco giochi americano realmente esistente, con il commento di Eco. Pare che il progetto fosse a buon punto quando fu trasferito alla redazione di Rai3, che lo esaminò, lo soppesò e lo budgettò, finché alla fine lo scartò perché troppo borghese e disimpegnato.

POP.: Cara amica, la ringrazio per l’intervento, ma purtroppo con la mia esperienza di insegnante mi sono accorto subito che sta leggendo da un foglietto, e non nutro dubbi sul suo vero estensore!

(a parte) acciuffatelo o me ne vado!

(al pubblico) Stavo per parlare anche dei robot, se me ne aveste dato il tempo… però io lo sapevo che non avrei dovuto accettare di parlare di fronte a un pubblico mascherato… ad ogni modo ormai mi avete seccato e quindi riassumerò telegraficamente l’ultima parte del mio discorso: sempre per la FEIC, alla fine degli anni ’70 uscirono due opere fondamentali: nel ’78 Promesse mantenute, un saggio-romanzo che riprende La Promessa di Durrenmatt, studiando sei scenari alternativi su chi sia il vero colpevole, e nel ’79 gli estratti di Raccontalo alla cenere, sorta di zibaldone in cui lo scrittore raccoglie materiale disomogeneo, pagine di diario, racconti, poesie, sceneggiature, annotazioni, addirittura formule chimiche e derivate parziali, ma tutto venato da un’amara visione della vita, cui forse aveva contribuito la separazione da Alice. Per inciso, alcuni dei racconti sono molto interessanti, ma su questo tra poco vi intratterrà il dottorD.  Spallanzani continuò a insegnare fino al giorno della pensione, in occasione del quale il “suo” Liceo Galvani volle festeggiarlo con una medaglia. Oramai aveva perso interesse per la scrittura.

VOCE SMORZATA (come provenisse da sotto al palco): La professoressa Rattlelance sostiene che nel ’79 Spallanzani voleva riaprire la Bomazo! Altro che perdere interesse! E ci sono i documenti! Poi c’è Gummo! Ci sono

(Rumori, l’oratore pesta con violenza le tavole?)

POP.:          Voi sentite qualcosa? Io niente… la professoressa Rattlelance, buona quella… e l’hanno anche invitata… ma i fatti parlano chiaro, Spallanzani voleva chiudere baracca! Tant’è che la pubblicazione di un’antologia di poesia sperimentale, I fiori di loto

VOCE: Dell’otto, dell’otto! ARGH!

POP.: …prevista per i primi mesi del 1980, fu interrotta per sua volontà. Fortunatamente il caso ci ha restituito una delle sue opere, forse l’ultima, dall’ac-centuata costruzione permutatoria:

«Girotondo della maturità

Non sappiamo il nostro inizio
che quando siamo alla metà.
Vediamo profilarsi la fine
assai più vicina alla metà
di quanto lo sia all’inizio.

Inizio della fine, alla metà
sembra più vicina la fine
di quanto sia l’inizio.
La meta, il fine della fine,
inizia alla sua metà.

Di una troppo odiosa fine
rimpiangiamo il suo inizio
o lamentiamo la sua metà.
Se invece è un buon inizio
meno amara sarà la fine».

VARIE VOCI: Ma quando mai? Questa se l’è davvero inventata. Oh, adesso si fa paonazzo in viso…

POP.: Zitti! E finiamola. Dopo quest’ultima fiammata Spallanzani sparì per l’ennesima volta e si ritirò in un podere nel ravennate. Morì il 10 maggio 1997, per un infarto, mentre passeggiava per i sentieri della sua campagna, proprio nel mezzo di un crocevia. E chi come me ha conosciuto Elia Spallanzani sa che in un crocevia «il vero e il falso sono ancora la stessa identica cosa».

(Applausi e altre manifestazioni di giubilo)

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