Sulla struttura di Crocevia

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di Leonetto Vincibile (prof.)

 

Molto si è detto di questo controverso romanzo, ritenuto, forse a torto, il capolavoro di Spallanzani.

Non ripercorrerò le tappe faticose e anche abbastanza inani della critica, che l’ha classificato volta per volta come precursore del romanzo post-moderno, iper-romanzo, meta-romanzo, anti-romanzo e altre simili corbellerie. Ci sono articoli su Crocevia che fanno sorgere seri dubbi sulla scolarizzazione degli esegeti, composti come sono da un frullato casuale di parole buone per ogni stagione quali bricolage, strategia retorica, decostruzione, e soprattutto “semantico”. Anche la tesi Fasuliana del doppio registro (o, come preferisce dire lui, del double coding, casomai la parola forestiera potesse nobilitare un concetto fumoso), la teoria del Fasulo, dico, spiega ben poco. È molto facile sostenere così, in generale, che il testo offre più piani di lettura, che usa gli strumenti della citazione e della parodia per sfidare il lettore colto a entrare nel gioco. Ma più che del romanzo, l’atteggiamento ironico è ormai una caratteristica del lettore: guardando la Bibbia con occhio moderno si finirebbe per trovarci dentro le stesse caratteristiche che si predicano di Crocevia.

No, per comprendere il libro bisogna immergersi nella sua complessità, senza rifugiarsi nel vocabolario sussiegoso e al contempo volgare della critica da riviste. So bene che queste parole mi attireranno il biasimo e forse l’odio dei baroni, ma la verità è che bisogna ripartire da capo, dalle basi. In Crocevia non c’è nulla di ironico, solo una netta e meticolosa costruzione razionale.

Si parte da una situazione classica: dieci persone vengono invitate a casa dell’Autore (l’autore del libro è uno dei personaggi) e all’improvviso il padrone di casa sparisce. Gli invitati ne scoprono il cadavere, ma invece di preoccuparsi ed indagare iniziano a discutere dei gialli in cui il padrone di casa viene ritrovato morto. A un tratto però spunta fuori un altro cadavere, sempre del padrone di casa. Gli invitati formulano tutte le ipotesi possibili per chiarire il mistero: allucinazioni nei beveraggi, gemelli, automi, e così via, e per ognuna costruiscono una storia possibile. Ben presto le storie si incrociano e diventa sempre meno chiaro se si tratta delle ipotesi dei personaggi o dello svolgimento stesso della trama.

 

Bozza di copertina per l’annunciata edizione Einaudi.

Bozza di copertina per l’annunciata edizione Einaudi.

 

Fin qui, sembrerebbe davvero il tipico libraccio post-moderno: ma all’interno del mistero palese di Crocevia si annida un altro mistero, come un disegno nel disegno, uno strano anello all’interno di uno strano anello. Sto parlando della singolare struttura del romanzo.

Come è noto, Crocevia è composto da venti capitoli: nel primo, dopo la sbalorditiva apparizione di un secondo identico cadavere, il personaggio del professor Stuffenbau trova un libro sulla scrivania della vittima, aperto alle prime pagine. È un giallo e contiene questa beffarda annotazione a matita: «egregio lettore, se alla fine di un capitolo credi di aver individuato il vero colpevole non perdere altro tempo e leggi dieci capitoli avanti».

Per molte pagine ancora i personaggi di Crocevia non baderanno alla nota, ma sin da subito il lettore avvertito inizia a sospettare che quell’indicazione sia rivolta a lui. Se così fosse, ragiona il lettore, in definitiva questo libro conterrebbe dieci romanzi annidati di lunghezza crescente, e cioè, indicando i capitoli con i numeri:

1 – 11.

1, 2 – 12.

1, 2, 3 – 13.

fino a

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10 – 20.

Il primo romanzo (1 – 11) è il più breve e anche quello con la soluzione più banale, tanto che al lettore frettoloso potrebbe venire voglia di riporre l’opera e di classificare il tempo speso a leggerla come un mero spreco. Ma chi ha discernimento e non si accontenta della prima soluzione potrà essere colto dal dubbio che ci sia qualcosa che non va, tornare al primo capitolo, leggere il secondo e poi saltare al dodicesimo. Così facendo scoprirà che il capitolo due insinua dei sospetti su un altro personaggio e che il capitolo dodici smentisce l’undici e fornisce una spiegazione del mistero meno prosaica.

Però il lettore potrebbe ripetere il processo e tornare ancora indietro, leggere il romanzo 1, 2, 3 – 13 e scoprire un nuovo finale, che contraddice ancora il precedente. Insomma, la difficoltà compositiva dell’opera sta nel fatto che mentre i primi dieci capitoli sono sequenziali, i finali sono tutti diversi. La struttura quindi è ingannevole al massimo, perché (semplificando) si può dire che ogni capitolo suggerisce un colpevole, ed ogni finale conferma il sospetto, che però viene smentito dal racconto successivo.

Il gioco non è fine a se stesso. Seguendo la teoria Gaddiana, Spallanzani affermava che un delitto (un fatto qualsiasi) non è mai la conseguenza di un’unica causa, ma sempre di un vortice di cause, che soffiando a mulinello strozzano «la debilitata ragione del mondo». L’autore sembra dire che risolvere un mistero è solo una questione di pigrizia, di accontentarsi della soluzione più semplice: volendo si potrebbe (si dovrebbe) indagare all’infinito. Il significato recondito del testo è perciò molto serio, direi quasi che propone un modello di vita, quello della perenne ricerca della verità. Niente di più lontano dall’atteg-giamento puramente ludico e ironico in cui taluno vorrebbe costringerlo (inutile e inelegante fare nomi).

Detto questo, c’è un problema: tra le carte di Spallanzani ho trovato la minuta di una lettera inviata a sua zia, che aveva letto il libro e si lamentava di non capirci nulla. L’autore le risponde che la soluzione «è facile, basta considerare che ci sono tante storie quanti sono i personaggi».

Ma i personaggi, abbiamo detto, sono undici: dieci invitati più il padrone di casa, mentre le storie finora individuate sono solo dieci. Allora che fine ha fatto l’undi-cesima? É impossibile che Spallanzani, sempre così accorto, si sia confuso, ed è ridicolo e oltraggioso sostenere, come fa un sedicente critico il cui nome comincia per F., che avrebbe cercato di confondere l’anziana zia Luisella. Ci dev’essere un’altra spiegazione.

Riguardo al mistero dell’undicesimo finale, i sedicenti esperti di cose spallanzanesche hanno farfugliato. C’è chi ha sostenuto che l’ultima combinazione (1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10 – 20) sarebbe sbagliata: secondo questa “teoria”, mentre tutte le sequenze suggeriscono evidentemente un colpevole e i finali lo confermano, forse il salto 10-20 doveva contraddire l’aspettativa del lettore, lasciando intravedere un’ulteriore, sconosciuta soluzione. Altri, come i fratelli Bernardi, hanno ipotizzato che l’undicesimo racconto sia la combinazione di una serie con un finale non previsto (es. 1, 2, 3, 4 – 15, invece di 14). Non c’è bisogno di sottolineare la gratuità di queste ipotesi, prive di appoggio testuale e ispirate da un’invincibile tendenza al caos.

 

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Disdicevole copertina dell’edizione pirata.

 

É in simili momenti che gli studi filologici vengono in soccorso e la perizia nel menare il bisturi esegetico, affilato dalla lunga pratica, distingue il vero critico dall’orecchiante e dal pervenuto. Rileggiamo il testo: l’avvertimento dice «se alla fine di un capitolo credi di aver individuato il colpevole […] leggi dieci capitoli avanti», ma non dice affatto di fermarsi a quel capitolo. Quindi secondo quest’altra interpretazione i racconti sarebbero composti dai capitoli:

1 – 11, 12, 13, 14, 15, 16, 17, 18, 19, 20

1, 2 – 12, 13 … 19, 20

fino a

1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10 – 20

Così avremmo dei racconti completamente diversi, che però sono sempre 10. A meno che non si possa credere di aver individuato il colpevole prima ancora di aver iniziato il libro: in tal caso otterremmo anche l’undicesima combinazione 0 – 10, 11 … 20.

Evviva, griderà il lettore: ecco che grazie all’ingegno del professor Vincibile il mistero è risolto! Ma l’onestà intellettuale mi impone di smontare subito la mia ardita teoria. Ammetto che la soluzione è fascinosa, ma non del tutto coerente, perché prima di iniziare a leggere non si può conoscere la regola del salto dei dieci capitoli. Certo potrei sostenere che l’introduzione, o cripto incipit, debba considerarsi un capitolo a parte, e così i conti tornerebbero, ma sarebbe un mero espediente, degno al massimo di un criticonzolo da supplemento del venerdì.

Confesso che mi sono arrovellato per mesi sul problema, poi una sera di aprile mentre passeggiavo col mio amico dottor Brullo Nulla ho avuto l’illuminazione. Eravamo arrivati nei pressi della galleria Spallanzani e la targa mi ha riportato alla mente l’enigma, che ho esposto succintamente al Brullo. E lui, con quella sua aria sorniona, ha mugugnato: «se credi di aver individuato il colpevole leggi dieci capitoli avanti… mmm… non capisco… e se uno non pensa mai di aver indovinato il colpevole?».

Improvvisa riconfigurazione gnoseologica! Il Brullo aveva ragione, se non pensi mai di aver indovinato dovresti leggere di fila i capitoli da 1 a 20, senza salti, e così i racconti non sarebbero 10 ma 11!

La spiegazione mi sembra inconfutabile e degna del genio di Spallanzani: l’undicesima storia è lo stesso romanzo, ed è nascosta proprio sotto gli occhi di tutti. Del resto, un’indagine statistica da me condotta ha svelato che la maggior parte dei lettori non coglie l’indizio del libro nel libro e procede proprio dall’inizio alla fine (ma inconsapevolmente: il che pregiudica assai il godimento della lettura, per non dire che l’annichilisce addirittura).

Qualcuno, è vero, ha obiettato che la lettura dei capitoli da 1 a 20 genera una storia così ingarbugliata da non potersi nemmeno definire un romanzo. La stessa Fondazione Spallanzani ha sostenuto che la lettura sequenziale di Crocevia è impossibile. Che dire… come spesso accade, l’ente nato per la promozione di uno scrittore si è trasformato in un bastione del conservatorismo più retrivo.

In verità, l’amico Brullo ricorda un’edizione di Crocevia (l’ha vista su una bancarella, ma purtroppo non ricorda dove) in cui ogni permutazione delle pagine produceva una storia coerente. La copia veniva venduta come fogli separati in una scatola[1], per cui non trovo affatto impossibile che tutti e 20 i capitoli possano essere letti di fila.

Il gioco di specchi di Spallanzani è indubbiamente sottile, molto cerebrale, il che spiega anche la scarsa fortuna del romanzo (nolite margaritas!). Per altro, nel capitolo 7 l’autore mette generosamente in bocca al prof. Stuffenbau uno stratagemma assai più commerciale e praticabile: perché invece del solito libro giallo non realizzarne uno con delle pagine intonse, che racchiudono altri indizi per risolvere il mistero? Così il lettore sarebbe libero di tagliare dove gli pare, ma chiaramente più pagine taglia e più si dimostra uno scadente solutore. Nelle intenzioni del personaggio, i lettori dovevano poi ritrovarsi al bar per bullarsi con gli amici di aver risolto il mistero in due tagli, o in uno, o addirittura senza.

Si tratta di una soluzione semplice ed elegante per rendere la lettura in qualche modo interattiva e mi stupisco che non sia mai stata realizzata[2].

 

Note

[1] Può darsi che il Nulla si confonda con In balìa di una sorte avversa, Rizzoli, Milano 2011 (orig. The Unfortunates, 1969), di Bryan Stanley Johnson, che è composto da 27 capitoli non rilegati chiusi in una scatola. Il primo e l’ultimo sono fissi, mentre i fascicoli dei 25 capitoli centrali possono essere mescolati a piacere dal lettore.

[2] Non per contraddire il collerico professore, ma dalla relativa sicurezza di questa nota possiamo dire che si sbaglia, perché sono state ritrovate alcune copie di Crocevia con dei fogli non tagliati, e proprio al capitolo 7. La spiegazione più semplice è che il meccanismo narrativo si basasse proprio sulla trovata dei fogli e non sulla bizzarra indicazione di saltare dieci capitoli*. Il gesto quasi automatico di tagliare le pagine ha mascherato per anni questa caratteristica [NDR] (* Indicazione su cui, bisogna dirlo, l’unico a strologare seriamente è stato sempre e soltanto il sullodato professore [NnNDR]).

2 risposte a Sulla struttura di Crocevia

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