Spilling the beans

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di Lorenzo Trenti*

 

La nascita del Progetto Uqbar è dipesa dall’incontro casuale tra la passione per l’arte moderna e la dimestichezza nell’uso del trapano. Tali furono infatti le doti in possesso di quei giovani che, qualche lustro fa, realizzarono i falsi di Modigliani ritrovati in acque livornesi, e che riuscirono a trarre in inganno illustri esperti come Giulio Carlo Argan. Quell’evento segnò indelebilmente la mia infanzia. A lasciarmi piacevolmente esterrefatto, in particolare, era l’ironica giustapposizione tra l’aura di vera arte sprigionata da quei mascheroni di pietra e la prosaicità del trapano necessario a realizzarli.

Falsificatori e costruttori di fake sono sempre esistiti (e sempre esisteranno). Basti citare i finti francobolli commemorativi timbrati da distratti impiegati postali nel 1992, che raffiguravano soggetti improbabili come “La prima asta mondiale dei reperti trafugati nei musei italiani” o la statua di un gladiatore romano tra i grattacieli newyorchesi con la scritta “assurdo, sembra vero”. O anche i redattori della rivista satirica Il Male, che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta confezionavano falsi quotidiani a perfetta somiglianza di quelli veri, annunciando lo sbarco degli alieni sulla prima pagina del Corriere della Sera.

Sentivo l’urgenza quasi fisiologica di far parte anch’io, in qualche modo, di quella schiera: una sensazione vaga, che mi causava un’insoddisfazione di cui prendevo via via sempre maggiore coscienza.

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L’occasione di mettere in piedi il mio personalissimo fake capitò grazie al concorso “Scrittura Mutante 2003”, dedicato alle nuove forme di scrittura in ambito digitale. Già da tempo mi dilettavo di letteratura interattiva, di combinatoria, di autori come Calvino, Queneau e Perec, dei modelli di “Opera aperta” teorizzati da Eco: ora avevo la possibilità di scendere anch’io in campo e applicare tutte le competenze acquisite, per dar luogo alla mia forma di scrittura mutante, ossia un falso. Dopotutto la fiction, etimologicamente, è finzione. Sì, ma come procedere in concreto?

Ne parlai un po’ con alcuni amici, conosciuti per la maggior parte su forum e mailing list di letteratura e giochi di narrazione, e venne fuori l’idea di creare collettivamente uno scrittore immaginario. Come nel racconto Tlön, Uqbar, Orbis Tertius di Borges, che poi avrebbe dato il nome al progetto, l’operazione consisteva nell’invadere la realtà attraverso una serie sempre più consistente di prove, rimandi e citazioni che parlassero di questo autore.

Internet, per forza di cose, rappresentava il mare ideale in cui lanciare questi messaggi in bottiglia e lasciare che giungessero all’attenzione di qualcuno. La speranza era quella di riuscire a produrre nella mente del lettore l’impressione che questo scrittore fosse realmente esistito.

D’altra parte il processo è lo stesso che viene messo in atto nella letteratura comune: è il lettore che interpreta un testo, raggranella informazioni sparpagliate e le raduna nella propria mente raffigurandosi la storia in questione. Col Progetto Uqbar avremmo semplicemente dato risalto a una cosa che accade normalmente con qualsiasi altro testo: nel nostro piano l’utente nota il nome dell’autore, magari usa un motore di ricerca per saperne di più, scopre una serie di pagine che lo citano e lo rimandano ad altre pagine; queste, richiamandosi vicendevolmente, contribuiscono ad irrobustire l’impressione di realtà.

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L’operazione era intrigante, una cosa a metà tra uno scherzo birbone e una sperimentazione letteraria, con in più la freschezza derivante dall’operare con un mezzo tutto sommato ancora inesplorato da questo punto di vista. Così ci mettemmo di buona lena a ipotizzare una biobibliografia di riferimento, a ricercare quali siti Internet avremmo potuto invadere con maggiore profitto e, in generale, a documentarci sui temi del rapporto tra la finzione mediatica e quella cosa sfuggente chiamata “realtà”.

La cosa procedette con alti e bassi per un paio di settimane finché Filippo Grassi, uno dei congiurati, non recuperò in una bancarella di remainders un vecchio romanzo degli anni ’70, tal Crocevia di Elia Spallanzani, dicendo che avrebbe potuto essere interessante per il nostro progetto. Ne citò un pezzo di cui poi mi sarei innamorato, e che riporto integralmente:

«Sembra che esistano non soltanto gli impostori, ma i falsi impostori. Ho visto uno, alla televisione, spiegare che era un impostore celebre nel mondo intero. Si era fatto passare per un grande chirurgo, per un fisico di Harvard, per un romanziere finlandese che aveva ottenuto il premio Nobel, per un presidente della Repubblica argentina destituito e sposato con una star del cinema… Ma non si è mai fatto beccare: era un falso impostore. Non aveva recitato nessuno di quei ruoli. Faceva lo spazzino fino al giorno in cui ha letto un articolo su un impostore celebre. Allora si è detto: “Caspita, posso anch’io farmi passare per tutta quella gente famosa”. Poi ha riflettuto ancora e si è detto: “Perché fare tanta fatica? Non devo far altro che farmi passare per un impostore”. Si è fatto un sacco di grana con questa storia, quanto il vero impostore. E adesso forse ci sono persone che si fanno passare per lui».

Comprendemmo che, come in un frattale o in una stampa di Escher, la falsificazione poteva diventare una spirale sempre più vertiginosa, un tunnel ipnotico e caleidoscopico dove distinguere il vero dal falso diventava pressoché impossibile per via delle stratificazioni progressive con cui l’uno si sovrapponeva all’altro[1]. Anche il resto del romanzo fu una fonte di ispirazione senza pari: la storia stessa era narrata come un continuo gioco di specchi tra realtà e finzione, un accavallarsi di diverse interpretazioni relative a un medesimo fatto iniziale. Il romanzo prendeva le mosse dal classico delitto nella baita isolata, con i vari personaggi a chiedersi chi fra di loro fosse l’assassino; con la differenza che all’inizio della storia vengono trovati due cadaveri perfettamente identici del padrone di casa, dando adito a una ridda di ipotesi (clonazione, gemelli, viaggi nel tempo).

Dovevamo assolutamente saperne di più su questo autore, ma l’entusiasmo iniziale si arenò ben presto: pareva che le sue opere fossero introvabili. Anche un’indagine su Internet tramite motori di ricerca non produsse che un solo, misero risultato: la homepage (se devo dire la verità, piuttosto kitsch) di Letizia Spallanzani, la nipote dello scrittore. In mancanza di meglio la contattai e fissammo un appuntamento a Bologna per saperne di più.

Mi rendo conto solo ora che entrare in quell’oscuro bar universitario lungo e nero per parlare con Letizia rivestì per me un’importanza quasi sacrale, come se stessi entrando nell’antro della Pizia per carpirne i segreti oracolari. Poi appena iniziammo a parlare questo incanto svanì, lasciando il posto a una piacevole conversazione con una giovane studentessa di lettere.

Venni a scoprire molti particolari interessanti. Elia Spallanzani era stato vicino al Gruppo 63 ed era in contatto con la maggior parte degli intellettuali che negli anni ’60-70 avrebbero portato nel panorama letterario nazionale, più che una ventata, un vero e proprio maestrale di novità. Era laureato sia in fisica che in lettere, cosa che avrebbe perennemente inciso in tutta la sua produzione letteraria successiva dando vita a un gustoso abbinamento tra scienza e narrativa. Insegnante presso il Liceo Galvani di Bologna, aveva pubblicato quasi tutte le proprie opere (tranne una) con la casa editrice Il Mulino, di cui era anche correttore di bozze. L’unico libro uscito presso altro editore fu il suo capolavoro, quel Crocevia da cui eravamo rimasti tutti impressionati: nonostante gli sforzi, nessuno intendeva pubblicare il romanzo. Ma Spallanzani era convinto – e a ragione, possiamo dire noi oggi col senno di poi – che l’opera doveva essere assolutamente pubblicata. A costo di enormi sacrifici economici mise in piedi una sua casa editrice, la Bomarzo, che prima di dichiarare bancarotta fece in tempo a stampare qualche migliaio di copie di Crocevia. Spallanzani rimase attivo fino al 1979, anno in cui pubblicò uno zibaldone di pensieri noto come Raccontalo alla cenere; poi improvvisamente, all’inizio degli anni ’80, scomparve.

Niente di misterioso, intendiamoci. Già in un paio di occasioni, in particolare durante la sua permanenza in terra di Francia presso il gruppo dell’Oulipo, era svanito senza lasciare traccia. Questa volta, semplicemente, aveva deciso che era stanco. Da quel momento non scrisse più un solo rigo di testo; anche l’imminente pubblicazione de I fiori dell’otto, un’antologia di poesia sperimentale, fu interrotta per sua esplicita volontà.

Dopo il pensionamento si ritirò nella campagna ravennate e si dedicò anima e corpo alla coltivazione di un piccolo podere. Chi lo ha incontrato, di ritorno dai campi, giura di non avere mai visto un’espressione più serena su un volto umano. Si spense serenamente a Passogatto, di ritorno dai campi, nel maggio del 1997.

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Giunta a questo punto del racconto Letizia arrossì leggermente, facendomi risvegliare dall’incanto del suo racconto. C’era un’altra questione di cui si parlava nella sua famiglia ma che veniva sempre tirata in ballo con un certo imbarazzo, come quando si parla a bassa voce dello zio bislacco durante le riunioni familiari. Nonostante la volontaria reclusione agreste, Elia Spallanzani riceveva spesso parenti e amici; mantenne inoltre un fitto rapporto epistolare con alcuni colleghi (Letizia ricorda personalmente di aver imbucato lettere dirette addirittura in Brasile). Il contenuto di questi contatti, generalmente, era teso verso un unico obiettivo: cancellare la propria esistenza.

Negli ultimi anni della sua vita, insomma, Spallanzani ambì al raggiungimento di una sorta di nirvana letterario, svincolandosi da quella piccola notorietà che si era ricavato e diventando egli stesso una chimera immateriale. Pregò pertanto gli editori di non ristampare le sue opere, impose agli scrittori di non citarlo ulteriormente nei propri saggi e anzi di attribuire le sue frasi ad altri, mentre agli amici che custodivano le copie delle sue opere chiese di gettarle al macero, come del resto aveva già fatto egli stesso con quelle in proprio possesso.

Un’operazione effettivamente strana, indice di un’inquietudine assai lontana dal divismo imperante e, per certi versi, simile al progetto di collettivo letterario anonimo messo in piedi dai Wu Ming, gli autori di Q. Anche Manifesta 7, la Biennale Europea di arte contemporanea, ha ospitato un’opera per certi versi affine. Riporto il trafiletto di presentazione:

«In September 1978, the New York based artist                            accepted an invitation to take part in a group exhibition ar Artists Space. His contribution consisted in rigorously deleting all references to his person. This removal of his name left gaps on invitation cards and in catalogues. Since then his trace has been lost».

Comunque, al termine della lunga chiacchierata salutai Letizia con la promessa di risentirci e restai a rimuginare su Spallanzani, profondamente colpito da questa figura così affascinante per via della sua elusività. Proposi così di rendere il Progetto Uqbar ancora più sottile: l’autore falso di cui avremmo dovuto disseminare tracce sarebbe stato proprio Elia Spallanzani. Sparpagliare prove dell’esistenza di uno scrittore falso sarebbe stato, tutto sommato, relativamente facile. Quello che avremmo dovuto fare noi era invece prendere uno scrittore realmente esistito ma progressivamente dimenticato; costruire una fitta serie di tracce che si richiamassero tra loro dando una prima impressione di solidità ma che, a un’analisi più attenta, sarebbero risultate palesemente false; e, quando fosse stato ormai chiaro a tutti che non potevamo più ingannare nessuno, girare le carte in tavola una terza volta e mostrare che in realtà non stavamo affatto scherzando. Come un quadro di Escher, appunto: vertiginoso[2].

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Un complotto di questo genere tradiva solo in minima parte il nostro proposito originale di dare origine a un fake. Come nella storiella del falso impostore, anche un finto fake è, ricorsivamente, un fake. Venuti a contatto con Elia Spallanzani, inoltre, sentivamo che era giusto proseguire in questo modo il Progetto Uqbar per raggiungere due obiettivi che sentivamo particolarmente cari.

Il primo era dare compimento alle ultime volontà di Spallanzani. Quale modo migliore di farlo scomparire dalla realtà che immergerlo nella finzione? Diventando un personaggio di fantasia, inventato da una manica di burloni, nessuno avrebbe mai più pensato che fosse esistito sul serio.

Il secondo obiettivo, se possibile, era ancora più ambizioso. Intendevamo raggiungere la cittadella inesistente di Uqbar, dove Elia Spallanzani si era rifugiato per disillusione (le ultime pagine di Raccontalo alla cenere ne sono una chiara testimonianza), e traghettarlo nuovamente da questa parte, nel mondo reale. Insomma, parliamoci chiaro: a noi i vari cantanti, comici e presentatori che si mettono a scrivere insipidi best-seller di centinaia di pagine fanno un po’ rabbia. Ci sono molti ottimi autori italiani spesso ignorati dalla critica e dal pubblico, ma che avrebbero meritato ben di più. Elia Spallanzani era uno di essi: noi volevamo dargli quell’occasione di raggiungere il grande pubblico. Fare in modo che si parlasse di lui, moltiplicare la sua presenza in rete quasi all’eccesso finché ci si accorgesse delle sue opere, anche da un punto di vista editoriale.

Voltandoci indietro appare evidente come questi due obiettivi fossero in stridente contrasto tra loro. Dopotutto, o Spallanzani rimaneva un fake sospeso nel limbo dei personaggi letterari, o ritornava in auge come autore e iniziava a essere ripubblicato. In realtà non ci ponevamo il minimo dubbio di senso. Forse speravamo di raggiungere almeno uno dei due punti; o magari di toccarli in sequenza, anche se ovviamente il secondo avrebbe cancellato il primo. Personalmente covavo la speranza che rimanesse il dubbio e che la gente, confusa, iniziasse a chiedersi se questo autore fosse realmente esistito o meno. Nelle mie intenzioni i lettori avrebbero dovuto vivere la stessa situazione dei protagonisti di Crocevia: trovarsi di fronte a due individui assolutamente identici e domandarsi quale dei due fosse vero (o se fossero veri entrambi; o nessuno dei due).

Il fatto che ora io stia vuotando il sacco (in inglese spill the beans, espressione che piaceva tantissimo a Spallanzani) è dovuto alle numerose richieste di chiarimento che ci sono giunte in tal senso. Ovviamente, come Pierino, evocare continuamente il lupo rischia di farsi prendere per falsi anche quando si sta dicendo la verità; ma è un rischio che correrò (dopotutto basta che facciate una ricerca su Internet per verificare di persona).

Non sto a entrare nel dettaglio del Progetto Uqbar perché impiegherei troppo a descrivere i particolari dell’operazione. Basti sapere che ci siamo mossi quotidianamente, per più di quattro mesi, su svariati fronti. Abbiamo scritto a vari newsgroup (it.cultura.libri e it.discussioni.giallo, principalmente), abbiamo messo in piedi numerose pagine di approfondimento su Elia Spallanzani, abbiamo contattato decine di siti Internet relativi alla letteratura, al giallo, all’enigmistica. Ci siamo intrufolati nei siti di recensioni letterarie, nelle riviste di poesia, nei concorsi di grafica. Abbiamo messo in piedi un blog, il sito di una fantomatica “Fondazione Elia Spallanzani”, che in poco tempo ha totalizzato più di diecimila accessi grazie al suo aggiornamento quotidiano.

Unico comune denominatore dell’operazione: far sì che, a un esame appena appena approfondito, risultasse evidente la falsità delle nostre affermazioni. Ovviamente il giochino, per essere divertente, doveva mescolare in egual misura realtà e finzione, presentando un numero cospicuo di strizzatine d’occhio indirizzate al lettore capace di coglierle. Così, per esempio, la bibliografia riportata nei vari siti aperti ad hoc è assolutamente esatta, con la differenza che la casa editrice di riferimento è diventata l’inesistente FEIC (che, guarda un po’, è la pronuncia di fake). Le citazioni sono tratte da Philip K. Dick, da Giorgio Manganelli e da Italo Calvino, mescolandole ad altre cose scritte realmente da Spallanzani. In mezzo ad alcuni articoli di giornale, scannerizzati e messi a disposizione sui vari siti, abbiamo inserito anche finzioni fatte palesemente al volo con programmi di grafica (il font è troppo nitido, la fotografia non è sgranata e così via). Il tocco di classe è stato inserire un link al sito unfiction.com spacciandolo per una pagina di trivia, cioè di giochi e curiosità su Spallanzani. In realtà si tratta di un sito anglofono dedicato agli ARG (Alternate Reality Games), giochi di narrazione su Internet che hanno la caratteristica, ancora una volta, di mescolare realtà e finzione in una specie di caccia al tesoro collettiva. Chi si fosse avventurato a spulciare nel forum di questo sito avrebbe trovato un semplice enigma che lo avrebbe rimandato presso una pagina, in italiano, dove diciamo più o meno: «Elia Spallanzani è un fake, ce lo siamo inventato; grazie per avere giocato con noi, anche se inconsapevolmente». La stessa pagina è stata presentata come nota d’autore al concorso “Scrittura Mutante”.

Al termine di questa baraonda possiamo dire di avere raggiunto l’obiettivo. Nel marzo 2003 l’editore Marco Tropea ha dato alle stampe – ci piace pensare anche grazie alla nostra operazione – il romanzo Bufo e Spallanzani, del brasiliano Rubem Fonseca. Leggendolo appare evidente che Fonseca doveva essere il misterioso corrispondente d’oltreoceano durante gli anni dell’esilio: nel romanzo i richiami all’opera e alle tematiche di Spallanzani si sprecano. Curiosamente però, eccezion fatta per il titolo, le citazioni di Spallanzani sono le uniche di cui Fonseca non riporta l’autore: pensiamo che in questo modo il romanziere brasiliano abbia voluto mantenere la parola con l’amico e collega circa il suo desiderio di scomparire (metterlo nel titolo non conta: come tutti sanno, il modo migliore per nascondere una cosa è metterla in bella vista). Ora che il gioco è stato svelato, comunque, abbiamo aperto una pagina Internet dove mostriamo per filo e per segno tutte le dipendenze tra questi due autori.

É del mese successivo, infine, la notizia più importante: Crocevia verrà ripubblicato dalla Einaudi, nella pregevole collana a dorso giallo che in questo periodo ci sta regalando continue sorprese. La copertina, come nelle intenzioni originali di Spallanzani, sarà abbellita dall’ultima incisione di Escher, quei Serpenti (1969) che si attorcigliano in una spirale ipnotica senza che si riesca più a capire dove inizi l’uno e finisca l’altro. Inutile dire quanto sia grande la soddisfazione da parte nostra: la stessa Letizia Spallanzani ha dato l’imprimatur del caso, dicendo che probabilmente suo nonno si sarebbe molto divertito con questo complotto letterario.

Insomma, avete capito. Elia Spallanzani è realmente esistito, non ce lo siamo inventato. Grazie per avere giocato con noi, anche se inconsapevolmente.

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Note

* Il testo riproduce quello pubblicato sul numero 33 di Maltese Narrazioni – Paranoia, con alcune significative modifiche che non intendiamo segnalare [NDR].

[1] I Racconti d’inverno di Karen Blixen si chiudono con Un racconto consolatorio, che tratta del rapporto tra lo scrittore e il suo pubblico (e la critica, e il mondo degli intellettuali). Un tema angosciante, nobilitato però dalla narrazione di come il principe di Persia si fingesse un mendicante per conoscere le idee del suo popolo, e di come un mendicante si fingesse a sua volta “principe travestito da mendicante” per uno scopo più alto ancora. A quanto ne sappiamo, questa è una delle prime apparizioni del meccanismo dell’impostore nidificato [NDR].

[2] Il caso di Spallanzani non è unico. Ad esempio, su Lessico & Nuvole del 25 luglio 2003 Stefano Bartezzaghi rivelò che la scrittrice bolognese Elena Gardella era solo un’invenzione di Umberto Eco. Paolo Albani, autore del bellissimo Mirabiblia: Catalogo ragionato di libri introvabili, l’aveva inserita diligente tra gli autori inesistenti citati da altri autori. Il problema però è che Elena Gardella esisteva davvero. La storia di questa ragazza che scriveva racconti brevissimi mentre frequentava il DAMS e che colpirono molto Eco, tanto da indurlo a parlarne in una delle sue “Bustine di Minerva”, è stata ricostruita da Helmut Failoni su Repubblica di Bologna del 22 agosto 2003.

 

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Giunta

Io manco ci volevo stare. Non in questa antologia di materiali di e su Elia Spallanzani. Intendo proprio nel gruppo originario del Progetto Uqbar, quello che poi ha dato vita alla Fondazione Elia Spallanzani.

Cerchiamo di mettere per bene i puntini sulle “i”.

Punto primo: la Fondazione non sono io. Il team di autori che cura il blog da una decina d’anni è più di una persona e nessuna di quelle sono io. Vengo definito pomposamente “il Fondatore”, e in un certo senso è vero: il progetto di falsificare l’esistenza di Elia Spallanzani è iniziato da me. Però non ho fondato la Fondazione. Se ho scritto qualche articolo sul blog, questo risale al 2002-2003, e comunque è poca cosa rispetto a tutti gli articoli, post e segnalazioni prodotti per tutti i dieci anni successivi.

Punto secondo: la Fondazione ormai esiste davvero. Qualcuno mi ha chiesto se non è tutto uno scherzo, nato magari per partecipare al concorso “Scritture Mutanti” di Settimo Torinese. Sì, il Progetto Uqbar è nato in occasione di quel concorso[1], ma la Fondazione è rimasta. D’altronde, come potrebbe essere uno scherzo una cosa durata dieci anni, con un flusso continuo di articoli e interventi? Senza contare il fatto che un assessore provinciale, durante l’operazione definita #rogodilibri dai Wu Ming, ha chiesto proprio la messa al bando delle opere del Nostro (come potrete leggere più approfonditamente nelle pagine della Fondazione).

Punto terzo: come detto, io manco ci volevo stare. Lo ammetto, ho lanciato il sasso e dopo un po’ nascosto la mano. Il mio coinvolgimento è stato solo agli inizi del Progetto Uqbar; esaurita la spinta della partecipazione al concorso, nonostante le insistenze degli altri ho preso altre strade, comunque tangenziali e analoghe (di recente per esempio mi sono occupato del gioco di ruolo rivoluzionario Brigata Brancaleone).

Punto quarto, e per ora ultimo: non ho idea di chi sia la Fondazione oggi. Ripeto: non ne ho idea. In più di un senso, è ironico che la segretezza paranoica da noi istituita nel 2002 per il Progetto Uqbar si sia mantenuta tale, e ora mi si rivolti contro. Non so chi ne faccia parte e non lo voglio sapere, perché non riuscirei mai a scoprirlo.

A scanso di equivoci, specifico comunque che i rapporti sono rimasti molto buoni. Tanto che ho accolto con piacere l’invito a chiudere questo volume, che da quel lontano 1997 in cui Elia Spallanzani terminò la sua esistenza terrena, è di fatto la prima pubblicazione contenente materiale di suo pugno. E non solo: in occasione del decennale della Fondazione, è anche una bella occasione per raccogliere appunti, recensioni, articoli e in generale tutto quello che è stato scritto sulla riscoperta spallanzaniana in oltre un decennio.

«Per vedere quello che non c’è bisognerebbe non esserci», affermò una volta Elia Spallanzani. Aveva ragione. Aggiungo: per raccogliere quello che c’è, e dargli veste unitaria, bisogna esserci. E di questo ringrazio la Fondazione Elia Spallanzani: di esserci.

[1] Senza vincerlo. Peraltro, e lo ricordo con una punta di vanità, il sottoscritto vinse l’anno successivo con l’esperimento di wiki-scrittura L’elenco telefonico di Uqbar, gioco narrativo molto spallanzaniano, oltretutto con la collaborazione di diversi autori del Progetto Uqbar.

2 risposte a Spilling the beans

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