Interpretazione quantistica del delitto della camera chiusa

 

Di Elia Spallanzani *

 

portanera

Schizzo dell’autore a tergo del primo foglio.

 

Nell’estate del ’35 seppi il fatto di Schrödinger e la cosa mi turbò moltissimo. Il minimo che potessi fare era scrivergli un biglietto e lo congegnai così: “mi dispiace / sono lieto che il tuo gatto sia morto / risanato”.

 

Il delitto della camera chiusa è uno dei tanti luoghi comuni del giallo: c’è il cadavere, la morte violenta è palese ma la stanza è chiusa dall’interno, le finestre sono inaccessibili e non ci sono segni di effrazione.
Il primo esempio che mi viene in mente è il classico di Poe, Gli assassinii della Rue Morgue, ma lessi un caso di delitto della camera chiusa anche in Uncle Silas, di LeFanu. Entrambi si risolvevano in un trucchetto di finestre. Oggi questa soluzione può apparire molto ingenua, eppure si è continuato ad usarla per molti anni (come nella Coppa del cavaliere o in Fino alla morte, tutti e due di J. Dickson Carr).
Altro vecchio marchingegno è la chiave manovrata dall’esterno, come in È un reato dottor Fell di Carr o nel Delitto alla rovescia di Ellery Queen, o nell’Enigma dello spillo di Edgar Wallace. Una delle mie versioni preferite resta però quella del film La morte viene da Scotland Yard, nonostante il titolo.
C’è anche la variante della cassa chiusa: classico esempio Smallbone Deceased, di Michael Gilbert.

Altro caso: invece della camera chiusa, quella il cui solo ingresso è costantemente sorvegliato. Ricordo Le mystère de la chambre jaune di Leroux e Le tre bare di JDC.
Sempre di Carr (una di quelle persone che sfruttano un’idea fino alla fine), c’è Il Mostro del Plenilunio, che è un’ulteriore variazione perché qualcuno vede l’assassino entrare me non lo si vede più uscire.
Di recente il cricetone mi ha raccontato un bell’esempio complicato di delitto della camera chiusa. Si parlava del suo tanto vagheggiato libro su Alessandria e capirai che non posso svelarti l’inghippo.

[periodo soppresso]

La camera chiusa sembra il rompicapo per eccellenza, mira a creare nel lettore l’illusione dell’impossibilità ma invece si risolve come un gioco enigmistico.
Quasi sempre la storia contempla la negazione dell’evidenza (non può essere accaduto!), la lunga e difficile elaborazione ed accettazione di una spiegazione eccezionale, il più delle volte soprannaturale, e solo a questo punto l’incredulità e la caparbietà del detective trovano un varco nella costruzione, una piccola falla in cui piantare il primo chiodo del ribaltamento razionale.
Il vantaggio del detective sulla gente comune e sullo stesso lettore sta nel fatto che lui nella camera chiusa non ci crede a priori, non crede all’impossibile e ha una fiducia cieca in tutto ciò che è prosaico, logico, matematico.
Per cui da un lato c’è l’appetito del lettore per il magico e lo straordinario, che generano ansia e angoscia ma, allo stesso tempo, rendono credibili le sue stesse proiezioni fantastiche. Al lato opposto c’è il desiderio di equilibrio, che pretende la sistemazione di ogni fenomeno nella piena razionalità. Nel rileggermi, sembra quasi il processo di elaborazione di un trauma: negazione, invenzione, giudizio… la conclusione di una storia del genere è un po’ come il raggiungimento di un traguardo di maturità, che si paga con la moneta dell’illusione.
Questo però potrebbe essere un punto debole del modello della camera chiusa, perché il lettore generalmente si affeziona alla spiegazione più suggestiva – per quanto irrealistica – e la constatazione di una verità prosaica in parte lo delude.

Ma volendo si potrebbe sostenere anche una lettura simbolica inversa e allora la camera chiusa diventerebbe la negazione del trauma da parte dell’assassino: un meccanismo auto-assolutorio, perché fin quando dura l’illusione del delitto impossibile lui potrà realmente credere alla sua innocenza, o sostenerla di fronte agli altri.
Commesso l’omicidio e confezionato il trucco, l’assassino torna alla sua vita normale, anzi il più delle volte si trova finalmente di fronte alla possibilità concreta di realizzare i suoi obiettivi. Mano a mano che l’illusione diventa credibile per tutti lui torna innocente, desidera solo continuare a vivere nel più normale dei modi, rimuovendo l’episodio impossibile. A questa conclusione però si oppone il detective, sempre capace di leggere nella rappresentazione dei fatti la loro autentica natura. Alla fine dei conti, il mostro è lui.

Ma come realizzare un delitto della camera chiusa senza ricadere nelle formule già sperimentate, o meglio ancora riutilizzandole in una chiave diversa?
Tutti i metodi messi a disposizione dalla tecnologia mi sembravano semplici trucchi per camuffare una trama stantia. Disperavo di trovare una soluzione quando mi è caduto l’occhio su articolo divulgativo che espone la teoria dei quanti e la storiella del gatto di Schrödinger.
La riassumo: bisogna sapere che Schrödinger, reduce dalle università tedesche, maestre di occulti giochi della mente, immaginò di mettere un gatto in una scatola ermeticamente chiusa insieme a un diabolico marchingegno composto di una fiala di veleno e un martelletto, azionato a sua volta dal decadimento di un atomo radioattivo. Quando l’atomo decade il martelletto si attiva e come in un macabro cartone animato rompe la fiala, spargendo il veleno: addio povero gatto!
Viene da chiedersi il perché di tanta cattiveria. Il fatto è che il decadimento di un atomo radioattivo è un fenomeno sul quale la scienza non è in grado di fornire previsioni certe, ma esclusivamente probabilistiche, come il “tempo medio di decadimento”. La cosa importante da capire è che questa incertezza non dipende dalla nostra ignoranza dei processi o dall’imprecisione dei macchinari, ma è proprio una caratteristica intrinseca della realtà.
In definitiva, non è possibile determinare a priori se e quando un certo atomo decadrà.
Quindi lo sprigionarsi del veleno a causa dell’azionamento del martelletto (e incidentalmente la morte del misero gatto) è legato ad un evento che noi, dall’esterno, non possiamo prevedere.

Si dirà: via, anche un idiota capisce che, qualunque cosa accada all’interno della scatola, dopo un certo tempo il gatto sarà o vivo come lo abbiamo lasciato o morto per avvelenamento. Sembra inconfutabile, ma la logica quantistica sconfessa il senso comune.
Ciò in quanto nella meccanica quantistica ad ogni oggetto, sia esso elettrone o gatto, è legata una “funzione d’onda”, cioè un’equazione la cui complessità è proporzionale alla complessità dell’oggetto considerato. Il difficile è che la funzione d’onda descrive interamente lo stato del sistema preso in esame ed ha più soluzioni, una delle quali deve corrispondere a quel che noi osserviamo: quando osserviamo, quindi, assistiamo al “collasso della funzione d’onda”, ovvero scartiamo tutte le soluzioni possibili finché ne resta solo una, quella che descrive lo stato del sistema così come lo abbiamo osservato. Nell’esempio di Schrödinger, l’atto di aprire la scatola determina il “collasso” della funzione d’onda legata al gatto.

Fin qui può sembrare che l’interpretazione quantistica della situazione non sia poi così distante da quella classica, e che si limiti a descriverla in termini diversi ma sostanzialmente equivalenti. Il problema arriva quando cerchiamo di formulare delle ipotesi sullo stato del gatto prima di aprire la scatola: in questo caso infatti la meccanica quantistica ci porta alla pazzesca conclusione che il gatto è sia vivo che morto!
Già, perché lo stato del gatto in meccanica quantistica è descritto solo dalla sua funzione d’onda, cioè da un’espressione matematica, e in questa espressione non possono entrare le nostre considerazioni su ciò che sperimentiamo nel mondo reale, come ad esempio il fatto che la vita è incompatibile con la morte.
Per dirla in altre parole, la funzione d’onda semplicemente non ammette il proprio collasso prima dell’osservazione, e perciò fino ad allora si verifica una sovrapposizione completa tra gli stati possibili (morto e vivo), su cui il gatto pericola.

Mi rendo conto che sembra un gioco di parole. Provo con un altro esempio (ma non mi si prenda alla lettera!): nell’equazione x2 = 4, quanto vale “x”? Sia 2 che -2, perché entrambi elevati al quadrato fanno 4. Ecco, in un certo senso il gatto viene trattato come quella “x”: finché è in forma di funzione, ha contemporaneamente due stati opposti e inconciliabili. Solo osservando (risolvendo) la funzione il valore diventa unico.

La storia di questo paradosso è curiosa. Schrödinger lo ideò per dimostrare i limiti della fisica quantistica, benché fosse stato tra i fondatori di questa scienza. Lui sapeva bene che l’impossibilità di prevedere il comportamento di una particella elementare non vale per i sistemi macroscopici, come ad esempio un gatto, che è composto da miliardi di atomi. Per questi sistemi, una volta conosciuti alcuni dati, si può sapere con esattezza che cosa gli accadrà e quando.
Allora mescolò i due casi, quello quantistico e quello macroscopico, in modo che anche il destino del gatto risultasse regolato da leggi probabilistiche. L’esito paradossale del gatto vivo e morto servì a Schrödinger per sostenere che l’interpretazione fisica della meccanica quantistica (ancor oggi accettata) andava ridiscussa.
Ma nel diffondersi il paradosso ha perso la sua funzione ed è diventato una sorta di incantesimo. Alcuni studenti (compresa mia nipote, che ho discretamente interrogato sul punto) sono davvero convinti che aprire la scatola determini la sorte del gatto. Addirittura il prof

[periodo soppresso]

Allora, ricapitoliamo: gatto nella scatola, camera chiusa. Il parallelo è evidente. Segue un abbozzo di trama:

Schrödinger, squattrinato studente teutonico, coltiva una passione per le scienze esatte e i gatti. In una stanza tiene fiale tossiche, elementi radioattivi da studiare, libri, appunti, e il micio.
A un tratto si allontana per discutere di filosofia nella locale bettola. Chiude con la massima cura e dopo un’ora torna in compagnia di una matricola affascinante, ma quando apre la porta della stanza scopre il cadavere del povero animale. La stanza però era ermeticamente chiusa, lui ne è certo. Non riuscendo a capire come sia successo, si rivolge a Sherlock Holmes.
Costui prende la cosa seriamente ed esamina tutti i casi di “omicidio nella stanza chiusa” note in letteratura, scartandole una per una. Le giornate passano in piacevoli conversazioni con Schrödinger, che non perde occasione per parlare a Sherlock delle sue teorie sulla fisica.
Infine, il sagace investigatore intuisce il paradosso e conclude che una delle sostanze radioattive contenute nel laboratorio dello scienziato potrebbe aver emesso una radiazione, che a sua volta potrebbe aver attraversato un gas contenuto in una provetta, provocandone l’espansione e quindi la morte del gatto. In definitiva, quel giorno infausto è stato proprio Schrödinger, aprendo la porta, a provocare il collasso della funzione d’onda dell’amato felino. Colto da pietà per il giovane, Sherlock non gli rivela la sua terribile scoperta.

Anni dopo, in una lettera Sherlock confessa a Schrödinger (e a se stesso) che ha taciuto per un motivo meno nobile: se il determinismo ottocentesco viene sostituito dalla teoria della probabilità qualsiasi investigazione diventa impossibile, la soluzione di ogni enigma diventa una pura casualità. Per questo Schrödinger, massimo studioso della teoria, deve morire. Il plico contiene una fiala di veleno e un pizzico di radio. Posata la lettera, lo scienziato si accorge di essere in una stanza chiusa, né vivo né morto, onda di probabilità anche lui. Tra poco sua moglie verrà a cercarlo ed aprirà la porta. Sherlock scrive: «se quanto lei diceva è vero, l’assassino non sono io».

O in alternativa:

Sherlock Holmes riceve una lettera dal suo arcinemico, in cui lo si avverte che l’ambasciatore di Francia sta per essere ucciso nella sua stanza; si precipita all’ambasciata, ma l’ambasciatore si è ritirato nella sua stanza per il pisolino postprandiale e gli impediscono di svegliarlo. Comunque il valletto lo tranquillizza, perché la stanza è ermeticamente chiusa e le finestre sono sorvegliate. Il nostro investigatore allora si siede e comincia a riflettere, temendo di essere vittima di una beffa.
Poi, per amore della speculazione, si dice: «e perché non potrei risolvere il caso stando fuori dalla porta? I dati mi sono noti, le modalità sono limitate. Attenderò che l’ambasciatore si svegli per salutarlo e nel frattempo risolverò questo ipotetico mistero». Immagina quindi tutti gli scenari possibili e le relative soluzioni.
Il tempo passa, dalla stanza non viene alcun rumore. A un tratto Sherlock è colto dall’inquietudine. In fondo il suo nemico è un genio, potrebbe aver architettato qualcosa di inaudito, perciò decide di esaminare la sua più recente produzione scientifica (sì, l’arcinemico pubblico continuamente articoli assai valutati).
Si fa portare i documenti da Watson e in uno legge delle proprietà di un certo veleno, che si sprigiona quando viene colpito da radiazioni capaci di attraversare le pareti. Non finisce nemmeno di leggere il paragrafo che già si precipita ad aprire la porta, ma è troppo tardi, l’ambasciatore è morto.
Sherlock maledice il dannato arcinemico e torna a leggere l’articolo, sperando almeno in qualche traccia.
L’ultima pagina contiene il paradosso del gatto: solo adesso Sherlock si rende conto di ciò che ha fatto aprendo la porta.

 

* Il testo riproduce il dattiloscritto dell’autore. Esiste anche un autografo in forma di lettera, già pubblicato nel volume II, di cui si ignora il destinatario. Questa versione contiene varie aggiunte, mentre sono state quasi del tutto soppresse le espressioni familiari. Evidentemente Spallanzani stava rielaborando la lettera per trasformarla in articolo.

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