Manichini

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Com’è tardi! Lasci casa di V. e ti avvii da solo, nel cuore della notte; un’esperienza sconsigliata ovunque, figuriamoci alla periferia di Milano. Prendi un autobus, tiri fuori l’Iphone e apri il file dei detestati racconti. Ci vorrà un po’ di tempo per arrivare a casa, tanto vale portarti avanti col lavoro.

Adesso viene una storia intitolata “Manichini”, che a quanto pare è ispirata a un episodio realmente accaduto. La vicenda è ambientata nel 1960, il protagonista è un radioamatore che capta una voce proveniente dallo spazio: gli sembra l’urlo di disperazione di un uomo. Il radioamatore è sconvolto, è convinto che si tratti di un cosmonauta russo che precipita, chiama la polizia e i giornalisti ma naturalmente nessuno gli crede, anzi lo irridono o lo accusano di essere un servo degli americani.

Il radioamatore però continua ad indagare e qualche tempo dopo legge del Mercury – Atlas 4, una capsula lanciata dalla Nasa con a bordo un “simulatore di equipaggio”, cioè una macchina con dei sensori e due nastri audio per testare il funzionamento delle trasmissioni radio tra capsula e terra, in vista del volo umano. Allora il protagonista giunge all’unica conclusione possibile: il segnale che ha captato veniva davvero dallo spazio ed era davvero una voce umana, ma registrata. Doveva essere una sorta di Mercury russo.

Questa storia sembra più noiosa delle altre, ti dici. E pensare che potresti essere in discoteca con l’ingegner V.! Se scendi adesso e corri, dovresti riuscire a riprendere il gruppo.
Però che cosa c’entrano i manichini?

Se ti precipiti di nuovo dall’Ingegner V., vai al 12.

Se invece sei curioso e continui a leggere, vai all’11.

 

 

 

 

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Dunque, cosa c’entrano i manichini?
Il radioamatore ha capito che la voce veniva da un simulatore, è felice di aver risolto il mistero e torna alla sua solita vita, fine della storia.

Ma no, perché qualche anno dopo si diffonde la notizia di un evento eccezionale: nel deserto del Nuovo Messico è caduta un’astronave e ci sarebbe addirittura il cadavere di un alieno.
Questa somiglia un po’ troppo alla faccenda di Roswell: alieni, X-Files… cominci a temere il peggio. Invece leggi che dopo mesi di voci contraddittorie arriva la formale smentita del Pentagono: il crash alieno è una bufala e il presunto alieno mostrato in televisione è solo un pupazzo mal realizzato. Anticlimax.
Ma il protagonista del racconto ripensa al Mercury e si chiede: «E se il fatto che è un pupazzo non significasse affatto che gli alieni non esistono, ma proprio il contrario?».

Se è così, bisogna trovare quel manichino! Vuoi sapere a tutti i costi come se la caverà l’autore, se quel pupazzo è umano o alieno, e sei talmente preso dalla lettura che non ti accorgi nemmeno di aver superato la tua fermata.

Quando alzi la testa sei quasi al capolinea, scendi in fretta, il posto è lugubre, cominci a camminare a passo svelto verso casa maledicendo Spallanzani e tutta la sua cricca. Ma alcuni malintenzionati ti hanno già intercettato. Ti spogliano di tutti i tuoi averi, poi ti spogliano in senso stretto e ti costringono a subire una lunga e dolorosa violenza carnale sul selciato. La vera tragedia è che ti uccidono quando comincia a piacerti.

SKIANT!

Un simile linguaggio stupisce e indigna. L’autore è certo una brutta persona, ma accetterà una misera moneta per portarti al 12, in discoteca.

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