Babele

[ 5 ]

Beh, se non lavori per la Fondazione, almeno proverai a diffonderne le idee.
«Sapete,» cominci tutto arzillo «mi fate venire in mente un racconto: parla di due ingegneri appollaiati su una gru che discutono di politica e di donne, sullo sfondo di lavori in corso».
«É una barzelletta?», ti domanda l’ingegner V., che ha sentito parlare (male) del tuo senso dell’umorismo.
Rispondi un po’ seccato: «No, è un racconto di Elia Spallanzani. Allora, ci sono questi due ingegneri che parlano, ma dopo qualche scambio le loro frasi sembrano scollegate: ciascuno risponde in base ad un’interpretazione della frase possibile, ma inusuale. Il primo ingegnere se ne accorge e sembra perplesso, si sforza di chiarire, ma l’altro continua a rispondere in modo obliquo, anche se si dice sempre d’accordo».

«Non fa molto ridere», commenta uno degli ingegneri, uno con una zazzera da zebra, che hai odiato al primo sguardo.

«Non deve» sottolinei accigliato.
«A un tratto i lavori finiscono, e il primo ingegnere grida all’altro: “Ma non è questo che voglio dire”, e tenta altri modi di spiegarsi. Sì, ho capito, è così, la penso anch’io così”, risponde il collega».

«Ora viene la battuta», sussurra il capelluto.

«Non è una barzelletta!», insisti. «Sentite: il primo ingegnere è disperato e dice “Ma no, no, non è così, non è…”. A questo punto la scena si allarga e capiamo che i due si trovano in cima a una torre colossale».

Gli ingegneri ti guardano perplessi, non si aspettavano questo tipo di uscite. Forse stai solo facendo una figuraccia. Potresti anche smetterla e metterti a giocare.

Se ti rassegni al gioco della bottiglia, leggi il 7.

Se coraggiosamente vuoi finire il racconto, leggi il 6.

 

[ 6 ]

Nonostante gli sguardi vacui, continui fiducioso con la tua spallanzata.
«Beh, questo racconto non vi fa pensare a niente?».

Silenzio.

«Ma come, la torre?».
Lo zazzeruto ti guarda con sufficienza. «La torre di Babele, ovviamente».

«Ahahahaha lo sapevo che avresti detto così,» esclami giulivo, odiandolo sempre di più, «ma voltando l’ultima pagina del racconto ti troveresti di fronte la frase: “Non è questo che volevo dire”».

Silenzio. L’ingegner V. sorride imbarazzata.
«Eh, non è bella? Ma l’avete capita?», ti accanisci. «Capite, c’è questa lingua che sembra comune ma di fatto è incomprensibile, come quando parli con una donna!».

Ora l’ingegner V. non sembra più imbarazzata, sembra furiosa, ma tu non te ne dai per inteso. Anzi, per soprammercato aggiungi: «Del resto Spallanzani sosteneva che dietro il mito di Babele si cela il fatto storico della scoperta dell’autoreferenzialità del linguaggio, in opposizione alla natura tautologica del Verbo. La torre sarebbe quindi non un’impresa fisica ma concettuale: la costruzione di un linguaggio così potente – il nostro – da essere inesauribile e inesorabilmente contraddittorio».

Hai detto molte parole lunghe e gongoli soddisfatto. Di colpo un sinistro cigolio attira la tua attenzione: ti volti, ma ormai è troppo tardi. Le ante di un armadio si spalancano, e dal mobile emerge tua cugina, esattamente com’era diciassette anni fa, inclusa la scopa brandita come una mazza. Fai appena in tempo a capire che tutto questo non ha alcun senso, prima che quella terribile apparizione ti salti addosso e ti fracassi il cranio.

SKIANT!

Che finale disonesto! Proprio per estorcere monete ai lettori. Mettine un’altra e vai al gioco della bottiglia, cap. 7.

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