Imballaggi Pechinesi

codgabrieli

 

di Daniele Gabrieli

Nella vita ho fatto diversi lavori: operaio in una catena di montaggio, inserviente in una clinica per malattie mentali, censore di materiale pornografico, autore di testi per sitcom, soap opera e cartoni animati. Qualche anno fa lavoravo presso una casa di produzione audiovisiva, che sarebbe assurta agli onori delle cronache per le sue traversie finanziarie. Il mio compito consisteva nella stesura di testi per documentari su figure controverse quali Hitler, Walt Disney e Gesù Cristo.

La mia proposta di dedicare un video allo Spallanzani fu bocciata perché, vergognosamente, il personaggio non venne ritenuto di rilievo enciclopedico. Iniziai comunque a sviluppare il progetto in modo autonomo, convinto che il tempo avrebbe reso giustizia a questo autore, ma fui costretto ad abbandonare l’impresa a causa della bancarotta dell’azienda Alla fine del 2012 la Fondazione mi ha contattato: i suoi infiltrati avevano letto alcune mie noticine e volevano un articolo sul libro Raccontalo alla cenere, che nemmeno possedevo. Attirato dalla promessa di un lauto compenso (della cui generosità avrei dovuto sospettare), mi impegnai. Non sapevo cosa mi aspettava.

A proposito, il titolo del pezzo l’ha imposto la Fondazione, ma quel che ho scritto è diverso: io lo chiamo Indiana D. e il Tempo Maledetto – The Adventure Game.

Quando avevo tredici anni, i miei libri preferiti erano quelli nei quali il protagonista ero io. Raramente mi è capitato di sentirmi altrettanto protagonista della mia vita.

Per iniziare premi START.

 

 

 

 

START

Sono le ventitré e trenta del 27 gennaio 2013. Il tuo nome è Dottor D. e hai una missione da compiere.
Ti guadagni da vivere scrivendo testi su commissione. È un mestiere che si può fare comodamente da casa e non ha orari, ma solo scadenze; tutti questi vantaggi si trasformano in zavorre se combinati con i tuoi difetti.
Un mese fa sei stato incaricato di scrivere un articolo sui racconti senili di Elia Spallanzani. Un anticipo eccessivo per un lavoro che richiede al massimo quattro o cinque giorni; perciò te la sei presa comoda. Talmente comoda che sono le ventitré e trenta del 27 gennaio, l’articolo deve essere pronto per il 29 e tu non hai ancora cominciato a scriverlo, anzi non hai nemmeno letto tutti i racconti.
Comunque, ehi, non tutto è perduto! Puoi ancora consegnare un articolo passabile con modesto ritardo. È sufficiente che risparmi sulle rifiniture, ti neghi il lusso superfluo del sonno e soprattutto scrivi come un dannato. La missione è difficile, non impossibile; ma tu sai bene che il cammino dell’eroe, per definizione, è lastricato di ostacoli.
Concluso il necessario minuto di raccoglimento che prelude ad una notte insonne, ti siedi davanti al PC e ti prepari a far volare le dita sulla tastiera; quand’ecco che il tuo cellulare, lasciato incautamente acceso, squilla. Rispondi: all’altro capo c’è l’Ingegner V., una tua conoscenza recente, con un invito ritardatario ad un evento sociale in corso a casa sua.
Provi a rifiutare, ma l’Ingegner V. non demorde, forte di quella implacabile insistenza che amici e conoscenti sviluppano solo nei momenti peggiori, tipo questo. Ad un tratto ti sorprendi a pensare che casa V. non è affatto lontana dalla tua, e che un’oretta di lavoro in più o in meno non può fare tutta questa differenza.

Se resisti alla tentazione e ti metti a lavorare, vai al 2.

Se cedi e raggiungi l’Ingegner V., vai al 4.

 

 

 

[ 4 ]

Ma sì, vai alla festa, magari resti giusto una mezz’ora, un po’ di divertimento ci vuole, distende. Però appena entri in casa V. realizzi di essere l’unica persona presente: tutti gli altri sono ingegneri. Peraltro ingegneri biomedici, la specie più aliena in assoluto; fino a qualche tempo fa eri convinto che esistessero solo in Star Trek. Il clan qui riunito mescola maschi e femmine, perché la parola “ingegnere” è maschile e femminile. L’Ingegner V., ad esempio, è una donna.
Benché l’invitato più vecchio abbia trentadue anni e il più giovane ventotto, gli ingegneri biomedici sono alle prese con un passatempo da festa delle medie: il gioco della bottiglia. Seduti in cerchio, si scambiano baci random agli ordini di un’ex bottiglia di birra rotante. Ti offrono di partecipare.
Temi che un rifiuto possa essere considerato un’offesa mortale; con le culture esotiche non si scherza, magari per gli ingegneri questo è un rito religioso. Tu, però, non pratichi il gioco della bottiglia dall’età di tredici anni, quando, durante una vacanza al mare, una sessione finì in tragedia. Pur di eludere le tue pretese di aspirante baciatore, tua cugina ti spezzò letteralmente una scopa in testa.
Fu un trauma cranico, ma anche psicologico, e non l’hai mai davvero superato.
Tra l’altro, sarà questa maledetta scadenza ma ti viene in mente che c’è una vecchia storia di Elia Spallanzani proprio sugli ingegneri. Invece di giocare potresti provare a raccontarla per vedere l’effetto che fa.

Se prendi il coraggio a due mani, ti siedi nel cerchio degli ingegneri e affronti lo spettro della tua adolescenza, vai al 7.

Se preferisci non scomodare i fantasmi del passato e vuoi sperimentare l’effetto del racconto, vai al 5.

 

 

[ 7 ]

Pensandoci bene forse è più prudente stare zitto e giocare. Noti subito che in ossequio a quell’esattezza matematica che per gli ingegneri è culto e filosofia di vita, le regole sono fissate con grande precisione. La prima volta che la bottiglia sceglie una coppia, ci si limita a un bacetto a fior di labbra; solo se il Fato ripropone quella stessa coppia si passa alla lingua.
La bottiglia decide che devi baciare la padrona di casa. Ubbidisci senza remore; tu e l’Ingegner V. avete un contatto rapido e casto, da ragazzini.
A quella parentesi di anacronistico candore segue uno spettacolo d’orrore adulto. Capita, d’un tratto, che la bottiglia si ostini a indicare per due volte un’accoppiata di uomini. Presumi, ingenuo, che in casi come questi sia lecito soprassedere, ma la legge tribale non contempla eccezioni; gli sventurati, entrambi solidamente etero, sono co-stretti a furor di popolo alla reciproca esplorazione orale, sia di superficie che intima. Tu distogli lo sguardo, ma non abbastanza in fretta: i tuoi antichi traumi legati al gioco della bottiglia sono già stati soppiantati.
Poi la bottiglia s’appresta a girare di nuovo, e con un brivido di puro panico ti viene in mente che il prossimo candidato al bacio omosex potresti essere tu.

Se t’inventi una scusa per lasciare il gioco e scappare, vai all’8.

Se ti fai forza, rimani e affronti a denti stretti, si fa per dire, quello che ti riserva il destino, vai al 9.

 

 

 

 

 

 

[ 9 ]

Audaces fortuna iuvat. Hai fatto bene a restare. Pur continuando a vorticare, la bottiglia ti ignora e punta solo su altri, generando i più svariati connubi tra uomini e donne, uomini e uomini, donne e donne, accoppiati e scoppiati, scapoli e ammogliati. Dopo innumerevoli giri, quando la statistica pretende il suo tributo e la bottiglia spiana ancora il dito, anzi, il collo verso di te, la bocca che ti tocca è di nuovo quella dell’Ingegner V.; tu pensa, alle volte, le coincidenze. La ragazza dev’essere di quelle che prendono i giochi molto sul serio, perché ti sembra che paghi pegno con fervore perfino eccessivo.
Intanto s’è fatta mezzanotte e mezza, c’è chi propone di levare le tende e andare a ballare. Tu stai per aderire, ma ti sovviene che t’eri ripromesso di rincasare in fretta per metterti al lavoro. Le lancette corrono, la scadenza si avvicina e finora non hai neanche creato il file Word dell’articolo sui maledetti racconti di Spallanzani!
Vai dall’Ingegner V., la ringrazi per l’ospitalità e ti scusi se devi già fuggire, ma lei ti chiede o, meglio, ti implora di unirti al resto della compagnia anche per il prosieguo della nottata. La tua risposta dovrebbe essere un no ultrasonico; eppure esiti. È strano: benché abbiate limonato solo per gioco e imposizione divina, adesso provi un sottile senso di colpa all’idea di abbandonarla così, su due piedi.

Se sei abbastanza pazzo da ignorare i tuoi impegni lavorativi per accogliere le suppliche dell’ingegner V., vai al 12.

Se fai l’unica cosa sensata, cioè resistere sul fronte del no e tornare a casa, vai al 10.

 

 

 

 

 

 

[ 12 ]

E discoteca sia. Durante il viaggio in macchina sei roso dal terrore e dai sensi di colpa, il cineforum dei tuoi neuroni proietta, spontaneamente e a ciclo continuo, una retrospettiva sul tema “Come farsi cacciare dal lavoro e finire a friggere topi sotto un ponte per il resto della vita”. Respiri male, rispondi a monosillabi, in mente un unico pensiero: non dovresti essere qui.
Vieni scosso dalle tue fosche riflessioni quando, mentre ti assesti sul sedile, qualcosa ti preme su una coscia. Frughi nella tasca: è il fido Iphone. Te n’eri proprio scordato, ma è un segno del Cielo! Potrai leggere i racconti e anche registrare appunti. Non sarebbe la prima volta. La tua Musa non s’inibisce nelle situazioni estreme ma, al contrario, ama farlo in luoghi pubblici; e il cesso della discoteca è un classico. Forse c’è ancora speranza.
Arrivate al locale, un club R’n’B. Una delle due sale è farcita di corpi umani che si contorcono a tempo di musica, ma l’altra è semibuia, deserta e silenziosa. Dettaglio rilevante: la sala vuota è a fianco dei bagni. Il tuo piano: balli cinque minuti onde sviare i sospetti, poi ti allontani con la scusa di andare in bagno e ti rintani a lavorare nella sala silente, dove nessuno verrà a cercarti. Non sai cosa riuscirai a produrre, ma meglio che buttare via tutta la nottata.
All’atto pratico, però, il tuo piano comincia a vacillare fin dal punto uno. Non avevi considerato la diffusione dei corsi di ballo latinoamericano, che ha conferito movenze sensuali perfino a certi ingegneri. L’Ingegner V., nello specifico, è Cintura Nera di Salsa & Merengue: appena salite sul ring del ritmo, la ragazza ti mette alle corde con una serie di strusciamenti scorretti, che pur colpendo sotto la cinta ti fanno girare la testa. Nei limiti, notevoli, della tua residua lucidità capisci che l’Ingegner V. non è intenzionata a lasciarti andare… o perlomeno non da solo.

Se ti divincoli e scappi nella sala vuota, vai al 13.

Se ci vai, ma portandoti dietro l’Ingegner V., vai al 15.

 

 

 

 

 

[ 42 ]

Che fai, imbrogli??!!

 

 

 

 

 

[ 15 ]

Luxuria omnia vincit! Dimentico dei tuoi propositi rispondi al richiamo, afferri per un polso l’Ingegner V. con la grazia di un cavernicolo che prende la sua donna per i capelli, e ti avvii verso la parte più buia della sala sgom-bra. L’Ingegnere si guarda bene dall’opporsi.
Nei pochi metri che separano te e la tua aspirante partner dal buio del vostro nido d’amore, hai una subitanea illuminazione: ci sei già stato, in questo posto, e più di una volta. Ai tempi dell’adolescenza l’hai bazzicato spesso, finché l’età media dei clienti non s’è impennata verso la trentina. A quel punto ti sei rivolto altrove, perché ti sembrava che i trentenni fossero dei vecchi. Oggi sei un trentenne, ma non ti senti né vecchio né adulto; come potresti, se non hai nemmeno imparato a finire i compiti? Sei ancora il ragazzino che eri il giorno in cui hai smesso di frequentare questo posto, ma non ne vai orgoglioso. Affatto.
Tale è l’amarezza di quelle conclusioni che perfino il tuo slancio lubrico ne esce smorzato. Stai per voltarti verso l’Ingegner V. e dirle che, senza offesa, non sei proprio nello stato d’animo per un breve interludio carnale, e che magari se ne riparla in futuro, quando…
…peschi una carta dal mazzo degli imprevisti.
Improvvisamente si avvicina un gruppetto di persone, anzi non è un gruppetto, è una sola persona dalla massa corporea pari a quella di cinque; la sua stazza è tanto singolare da renderlo plurale, un pachiderma ossigenato e vestito in stile hip hop, un hiphopotamo.
Il tizio ti si para davanti e ti chiama per nome e cognome. Dunque ogni equivoco è escluso: quest’uomo ti conosce, e si aspetta che tu riconosca lui. Il problema è che ti sembra di non averlo mai visto in vita tua.

Se menti spudoratamente e fingi di averlo riconosciuto, sperando che non scopra il bluff, vai al 16.

Se confessi al misterioso sconosciuto che non hai idea di chi sia, vai al 18 (ma se è un giorno pari vai al 19).

 

 

 

 

 

 

[ 18 ]

Ti scuoti, riprendi il controllo. «Mi spiace, devi avermi proprio scambiato per un altro», dici con la massima sicurezza, e fili via. Ormai sono le due passate, tra te e te pensi: “è finita, non ce la farò mai, sono sempre lo stesso”. Ma all’improvviso, trovi che il concetto sia rassicurante. Di colpo, come per miracolo, non ti senti più tanto severo verso te stesso; la tua incapacità di gestire il tempo ti sembra irrilevante rispetto alla capacità del tempo di gestire te. E la tua carenza cronica di senso del dovere diventa un risibile peccato veniale, un piccolo prezzo da pagare in cambio di quello che sei e che hai. Solo adesso ti rendi conto che tieni ancora tra le dita il polso dell’Ingegner V.: lo lasci e le prendi la mano. Lei te la stringe forte.
Verso le tre del mattino decidete di tornare a casa. Tu, intanto, riavvolgi il nastro della serata trascorsa, conti i bivi nei quali ti sei imbattuto e li moltiplichi per il resto della tua vita passata. Concludi che poteva finir peggio, magari in modo tragico, e se sei arrivato dove ti trovi vuol dire che in fondo sai scegliere bene. Inutile, quindi, preoccuparsi di ciò che è stato e che sarà: domani, dopotutto, è un altro giorno, come dicono nei film.
A proposito: domani devi anche consegnare quell’articolo che continua a non esistere. Ma tu sei tanto carico di ioni positivi che neanche questo ti pare più un problema. D’altronde hai ancora ventiquattr’ore a tua disposizione, e senti che ti basterà; le idee hanno già iniziato a scoppiettare come pop corn nel microonde, le parole sono lì che aspettano solo di essere incastrate come pezzi di Lego. Puoi farcela, e ce la farai! Devi soltanto tornare a casa e metterti a scrivere come un dannato. Nel frattempo la carovana di auto degli ingegneri si assottiglia, man mano che i vari elementi della compagnia vengono scaricati alle rispettive dimore. E con l’Ingegner V., come la mettiamo?

Se mandi al diavolo tutto e resti solo con lei, vai al 22.

Se resisti virilmente e la saluti con signorilità, vai al 23.

 

 

 

 

[ 19 ]

«Scusa, ma non mi ricordo assolutamente chi sei».
Lo sconosciuto scoppia a ridere. «Ci mancherebbe pure,» dice «non ci vediamo da diciassette anni: stavo in terza media con te, ti ricordi, giocavamo insieme ai giochi di ruolo. Sono Massimo P.».
Rimani basito, perché il Massimo P. che ricordi può essere diventato l’elefantiaco Massimo P. che hai davanti solo se il suo cervello è stato estratto dalla scatola cranica e inserito in un nuovo corpo; nient’altro può giustificare un cambiamento fisico così radicale.
«Tu non sei cambiato per niente», aggiunge.
Appunto.
Resti muto ma Massimo parla per due e racconta che ora fa musica di nicchia, indie rap, roba del genere. Poi dice altre cose, ma tu non stai ascoltando: sei perso tra i sentieri della memoria, quelli con vista panoramica sul presente. Nel 1988 Massimo P. era un ragazzone a malapena robusto, forse un po’ tamarro, ma giovale e non sgradevole. Faceva l’unico lavoretto part time che un tredicenne può considerare cool, cioè il PR in discoteca; ogni volta che andavi a ballare, rigorosamente di pomeriggio, lui era là, con un braccio intorno alla vita di qualche pertica bionda che dimostrava venticinque anni. Tu, che eri un protonerd e non sapevi nemmeno che sapore avesse una donna, provavi nei suoi confronti un’invidia pungente benché priva di rancore, perché Massimo P. non aveva neanche il buon gusto di essere antipatico. Oggi Massimo P. sembra Giuliano Ferrara travestito da Eminem e dice di fare l’indie rap, che se non abiti come minimo a Los Angeles è solo un modo elegante per dichiararsi disoccupati.

Se rifletti su come il corpo cambia, e cambia anche la mente, vai al 20.

Se pensi che questo tipo è una piaga e insisti nel fingere di non conoscerlo, vai al 18.

 

 

 

 

 

 

[ 22 ]

«Vieni in macchina con me?», dice l’Ingegner V. Ti accorgi che è quello che desideri da tutta la sera, ma la faccenda dell’articolo continua a ronzarti in testa, e con quella un altro racconto di Spallanzani.
Allora le dici «Aspetta, sto pensando a una storia… non è una barzelletta… roba classica, con un autore di soap opera che vende l’anima al diavolo per essere uno scrittore di successo. Ti ricorda qualcosa? Beh comunque il demonio lo accontenta: le riviste cominciano a pubblicare i suoi racconti, poi fanno una raccolta, poi un libro, che vende; il tizio comincia a tenere la rivista del cuore su un noto settimanale, scrive con accanimento uno o due libri l’anno, poi compra una casa in campagna, sposa un’ingegnere e fa un viaggio alle Barbados, ma non riesce a rilassarsi, deve per forza scrivere, è un’ossessione».
L’Ingegner V. fa la buffa espressione delle donne quando vedono un uomo che non sa quale errore scegliere.
«Però non sa più che scrivere» continui. «Gli sembra di aver già detto tutto e comincia a ripetersi: è costretto ad essere uno scrittore di successo, non può farne a meno e perciò copia a destra e a manca, mischia storie di altri, ma la gente continua a comprare i suoi libri».
Guardi a terra.
«Una notte rilegge quel che scriveva da giovane e lo paragona a quel che fa adesso, allora si deprime, sprofonda nell’alcolismo, medita il suicidio, si abbandona a orge intellettuali, legge Sade e Topolino, scrive roba sempre più scadente ma non cambia nulla, il successo non si ferma… conosci il detto: bada a quello che desideri».
L’Ingegnere sembra capire anche troppo. Dice «Forse non voglio sapere come finisce. Io vado a casa».

E tu, tu vuoi sapere come finisce? Allora vai a 23,

Altrimenti chiudi il libro e sali al 24.

 

 

 

 

 

[ 23 ]

Guardi l’Ingegner V. andar via. Tu puoi andare con lei, però ti sembra di dover comunque finire la storia.
«Allora ’sto tizio ha venduto l’anima al diavolo per essere uno scrittore di successo» dici a nessuno in particolare, «ma il desiderio gli si ritorce contro e non può fare a meno di scrivere. Finché un giorno riceve una lettera: “Sei il mio idolo, ho tutti i tuoi libri, ma cambia editore! Nell’ul-timo ha ristampato un intero paragrafo preso da un libro vecchio”.
Lo scrittore si illumina: forse il ragazzo comincia a capire, così invece di mentire gli risponde con frasi sprezzanti, per irritarlo, e ci riesce. Il ragazzo se la lega al dito, mette tutti i libri in un computer, li frulla e scopre che sono composti al 95% da plagi; una cosa mai vista, su cui il ragazzo scrive un articolo, che diventa un saggio di imme-diato successo e all’improvviso si svegliano tutti, tutti capiscono e gridano vergogna, imbroglione; la gente gli toglie il saluto, il lavoro pian piano si prosciuga finché lo scrittore, ormai povero e screditato, si ritira in una baita in Germania, come per toccare il fondo.
E in una grigia mattina riceve una visita: è il ragazzo, diventato ormai un critico famoso, che è venuto a scusarsi per il modo in cui ha trattato il suo idolo di gioventù. Lo scrittore gli fa il caffè e racconta come è andata davvero: tanti anni fa incontrò il diavolo, che gli propose un patto…
Forse è inutile dire che il critico impallidisce, perché anche lui ha incontrato un uomo che sembrava scherzare e promettere chissà cosa… “Per cosa saresti disposto a dare l’anima?”, “Per avere il suo successo”.
Adesso è il turno dello scrittore di ridere: non si può imbrogliare il diavolo, il signore delle tenebre è onnipotente e l’unica forza che può rompere il suo patto è un altro patto. Poi caccia via il critico e, senza sentirsi obbligato, si mette a scrivere una storia, questa volta per gli stipendi di nessuno».

FINE

e ora puoi leggere le coltissime note.

 

 

 

 

 

[ 24 ]

Ma che diavolo stai facendo? Pensare a vecchie storie cervellotiche quando con te c’è una persona reale, che ti piace da impazzire? Saluti rapidamente, per non dire sgarbatamente, ed esci con lei. Dopo un po’ sei arrivato a casa, ma non è casa tua. Al termine del giro di rientro ti ritrovi davanti alla casa dell’Ingegner V., nella macchina dell’Ingegner V., solo con l’Ingegner V. che, col tono più allusivo immaginabile, ti propone:
«Vieni su da me».
Oh, beh, un’oretta non può fare differenza.

Quando avevi tredici anni i tuoi libri preferiti erano quelli nei quali il protagonista eri tu. Certo, però, che a tredici anni non ti capitavano queste cose.

HAI VINTO!

Ma se proprio all’ultimo scopri di non avere con te quella cosa che sai, allora vai al 23.

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