Apocrypha

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L’illustre accademico che avrebbe dovuto tenere la lettura successiva non è riuscito a raggiungerci. I motivi della sua assenza sarebbero lunghi da spiegare, e forse anche scabrosi. In compenso ci ha mandato una busta con questa foto sovraesposta, lo strano articolo che segue (e che in apparenza non ha nulla a che fare con il tema dell’intervento programmato) e una piccola piramide azzurra di notevole peso specifico e funzione ignota. Conoscendo la peculiarità del personaggio, non possiamo dirci stupiti [NDR].

 

codracci

pocrypha

 

di Riccardo Raccis

 

Just listen, they play my song.
Metallica, The Memory Remains

 

Il bordo della pagina ruotò sulla pelle, sulla ruvidità oleosa dell’impronta digitale, e cadde, da destra a sinistra, per unirsi alle altre. Un tuono mormorò in lontananza.

Oscar guardò fuori dalla finestra. La tempesta si era tenuta al di sopra dell’orizzonte, grigia nella distanza e oltre la luce del pomeriggio, circling around the city. Oscar avvicinò lo sguardo, dall’orizzonte alla città, alle cime degli alberi, alla riflessione nel vetro.

C’era un uomo, seduto in un ufficio, ai piani alti di una torre al limitare di Firenze, con una sete di fama e sangue. Progettava software; dicevano che fosse un ex ragazzo prodigio. Dicevano che avesse ucciso qualcuno, anni fa, e rubato la sua carriera. Dicevano che lo avesse fatto di nuovo, qualche anno più tardi, e rubato un’anima, per sfuggire alle ruote del karma.

Oscar sbatté le palpebre nel riflesso del vetro. L’immagine riflessa: un tipo alto, seduto in un ufficio, in un completo corporativo. Gli occhi: un’iride più chiara dell’altra, eterocromia indotta. Niente a che fare con furti di anime, tuttavia.

Oscar sollevò altre pagine, un blocco di, e lasciò andare. Le pagine ricaddero nel corpo del libro. Questo è il 2006, e i tempi sono interessanti. Questo è Oscar Plazzi, in contemplazione.

«Ehi, capo,» emerse una voce. Oscar spostò lo sguardo verso la porta. Questo è Liverziani, affidabile rettile Liver, adagiato conto lo stipite come lo spettro della yuppie-angst. «Ci sei?».

«Vieni, vieni. Come andiamo?».

Liver prese posto al lato B della scrivania, con il movimento istintivo di premersi la cravatta al petto durante la discesa nel cuoio. «Splendidi. Vien fuori che puoi far parlare Lot nel sonno se gli spari uno dei suoi uppers mentre è sotto sedativi. Non hai idea delle meraviglie, stiamo registrando. Oh, e Alfre ha risolto quel glitch con l’interfaccia utente». Liver, e il suo perfetto Inglese.

«Sì, okay». Oscar chiuse il libro; si posò il libro in grembo, al di sotto dell’orizzonte della scrivania; intrecciò le dita sopra il libro. «Cose a parte, mi serve un po’ di intelligence su uno dei nostri. Sai il tizio delle intelligenze artificiali?».

«Chi, coso? Come si chiama, Gaudio».

«Alberto Gaudio, lui. Da quanto è con noi, tre anni?».

«Forse quattro. Devo verificare. Credo sia stato uno dei primi che prendemmo quando cominciammo a simulare interazioni multiple in-game, quindi… 2002? Devo verificare. Perché?».

«Hai fatto tu il suo screening per l’assunzione?».

«Dovrei. Perché?».

«Segreto».

Liverziani annuì, d’istinto. Per un momento, solo un momento, aveva trattenuto il fiato. Certe cose non potevano non far scattare sirene, se la compagnia era quella giusta. «Aha, sicuro. Tutto a posto?».

«A posto, vai tranquillo».

Liverziani annuì di nuovo, con proposito, un movimento controllato. Fece un cenno con la testa in direzione di Oscar. Confermò indicando in basso, oltre il bordo della scrivania. «Di che parla?».

Oscar sollevò il libro, come una domanda. Il libro: un’edizione tascabile, copertina verde tabacco, caratteri neri e riproduzione di una chimera, terracotta e rosso cupo, copertina e pagine ingiallite da una ventina d’anni.

«Elia Spallanzani,» lesse Oscar «Opere Perdute».

«Ah?».

«Conosci lo Spallanzani?».

«Ho letto qualcosa, una volta stavo con una che. Opere Perdute?».

«Risulta nuovo, vero? Apparentemente curato da…» Oscar scorse le prime pagine «… tale Celli, che Google mi dà morto dieci anni fa. Comunque sia l’opera, qui, pare essere il compendio delle b-side introvabili dello Spallanzani. Noticille non autorizzate, bozze, roba contestata, apocrifi… Sai il genere di cosa che viene pubblicata una volta e nessuno osa provarci mai più?».

Liverziani corrugò la fronte, con l’inizio di un’espressione divertita. «Quanto è costato?».

«Vorrei saperlo. Costare è costato di sicuro, ma a me è arrivato in un pacchetto. C’era anche un fiocco sopra, ma nessun mittente».

Un ghigno orribile cominciò a farsi strada tra i lineamenti di Liverziani. «Okay…».

«…E dentro c’era un segnalibro, a una certa pagina. Leggo: La Macchina e Me».

«Aha… Aspetta. Questa l’ho già sentita, non è una b-side».

«Infatti, no. L’hai letto?».

«No, conosco il titolo».

«Oh, umanità. È uno dei racconti famosi, anche perché è incompiuto. A quanto pare i fan hanno scuole di pensiero su quale debba essere il finale. Va così: c’è questo tizio, il protagonista, che è un criminale. La cosa è narrata in prima persona e il nome non è dato. Comunque, questa persona è un genio del crimine, lo è da decenni, e ha accumulato molto karma negativo. Sa che il cerchio si sta stringendo, i nemici sono troppi, troppe le indagini, qualcuno parlerà, ci sono prove che cominciano ad affiorare… quindi il nostro mette in atto una soluzione creativa. Cosa fa? Si fa copiare la memoria in un computer – la macchina, per dirla alla Spallanzani. Tutta la memoria, ricordi, identità, tutto. Un backup. Ah, non te l’ho detto? È fantascienza».

«Tranquillo».

«Okay,» disse Oscar. «A questo punto, il passo successivo è indursi un’amnesia totale, tramite la stessa tecnologia. Trasformarsi in una tabula rasa. Perché vedi, il nostro si è consultato con il suo legale, e vien fuori che, al momento in cui tutta la tua memoria se n’è andata, puoi essere considerato legalmente morto».

«Non perseguibile?» tentò Liverziani.

«Bravo. Quindi il piano del nostro è trasferirsi in un backup, morire legalmente per qualche minuto, e poi farsi copiare di nuovo nel vecchio cervello. Lui è sempre lui, e dal suo punto di vista niente è cambiato, ma per il sistema legale è intoccabile, visto che la legge non prevede resurrezioni».

«Certo, ha senso».

«Così abbiamo questa scena clou con il tizio steso sul letto di questa clinica privata, con flebo e tutto, supporto vitale, pronto per farsi cancellare la memoria, avvocato al fianco. E qui è dove sorgono le domande. Siamo sicuri che l’avvocato farà come abbiamo detto? Siamo sicuri che non ci saranno problemi tecnici? E soprattutto: siamo sicuri che il me nella macchina sia ancora il me che conosco? Forse è stato cambiato. Forse la permanenza all’interno della macchina è la cosa peggiore che può succederti, e una volta svegliato avrò ricordi terribili per il resto dei miei giorni. Mi conviene davvero fare questa cosa?». Oscar scorse le pagine, cercando lungo i blocchi di testo. «E qui è dove la storia è incompiuta. Non è chiaro perché, ma finisce a metà di un dialogo».

«Buuu, vergogna».

«Vero? Spallanzani non ha mai fatto dichiarazioni in merito. Per i fan è un casus belli. Qual è il giusto finale? Qual è il vero spirito della cosa?».

«Dieci euro che è fatto apposta».

«Forse lo Spallanzani è un troll grandissimo?» argomentò Oscar. «I critici sono divisi. Sennonché…» Oscar sollevò il libro, scuotendolo amabilmente, come a disperdere polvere miracolosa.

«Sennonché?».

«Ricordi come metà di questa cosa sia apocrifi e note sparse? Ebbene, ora sappiamo come finisce La Macchina e Me. Apparentemente Spallanzani buttò giù un appunto. Testualmente: “Il protagonista decide di farlo. Tutto va per il meglio. Lieto fine”».

«Oh, vaffanculo».

«Sul serio».

«Cento euro che è fatto apposta».

«Vero?».

Liverziani stava ridacchiando fra sé, lentamente scuotendo la testa. Gli occhi scesero al pavimento. Si morse il labbro inferiore, distrattamente. «Però è carino che t’abbiano mandato una storia su un genio del crimine,» disse. «E Gaudio c’entra perché… Aspetta, c’entra?».

Oscar sorrise, inclinando la testa di lato. Amabilmente, al nostro meglio.

«Hai presente il giro che ho fatto su Internet?» disse. «C’è questo forum, la principale congregazione di fan, con un utente in particolare che argomentava su questo libro. Hai mai notato che la gente scrive come parla? Se non si impone questo o quello stile, è praticamente come sentire la voce. E questo utente? Mi è suonato familiare».

Liverziani stava sorridendo di nuovo. Non del tutto nel momento, immaginando i possibili sviluppi.

«Controllare se Gaudio ha connessioni,» disse. «Vado».

Oscar lo guardò alzarsi, aprire la porta, sparire nella sala dei cubicoli. Oscar guardò fuori dalla finestra. La tempesta manteneva la sua distanza. La tempesta ci guardava, aspettando il momento.

Liver era grandioso per questo genere di situazioni, perché possedeva il genere di curiosità felina di chi aveva cose da nascondere. Fagli annusare un minimo di sangue ed eccolo che va.

Oscar non era troppo stupito da questo episodio, come del resto non lo era stato Liver. Poteva essere una velata minaccia, o la prima mossa di un tentato ricatto, o stalking. Certe persone, e certe compagnie, attiravano questo genere di cose. Come cristalli, in lenta crescita da nuclei invisibili. Sei stato coinvolto in un omicidio, quella volta sei anni fa, e la cosa avrebbe potuto rientrare; ma non è rientrata. Dopotutto, non è così che hai avuto questa posizione? Facendo sci d’acqua e saltando lo squalo, sul lago di sangue del povero Palmieri? Pace all’anima sua, non abbiamo mai trovato il colpevole.

Così la gente ha continuato a chiedere, e un episodio si è concatenato all’altro, e il cristallo non è più un nucleo invisibile, il cristallo cresce. Genio del crimine, decenni di. Lusinghiero, e perché no, forse un giorno. Alberto Plinio Gaudio: cosa vuole, e perché adesso?

«Capo?».

Era Liverziani, tornato sulla porta.

«Yep?» disse Oscar.

«Rifiuto di credere che non hai già controllato i file su Gaudio».

«Ah beh, contavo sulla tua discrezione».

Per un lungo momento Liver non disse niente. «Certo. Quanto devo metterlo in allarme?».

«Panico light. Che venga da me ma che non lo dica in giro».

«A posto».

Ed eccolo che andava di nuovo. Gaudio si sarebbe fatto vivo entro la giornata, o entro domani, al più tardi. Meglio prepararsi un discorso. Probabilmente voleva qualcosa, quindi perché non avere pronta una controproposta.

Oltre la finestra, oltre la città, la tempesta attendeva grigia. Un tuono mormorò lontano. Forse un programmatore di intelligenze artificiali poteva essere utile, con quello che stava per succedere.

 

Gaudio accetta la proposta di Oscar. Tutto va per il meglio. Lieto fine.

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