Nemo superheroe in patria

Si vocifera che l’ultimo progetto di Spallanzani fosse un maestoso romanzo teologico. Dai pochi frammenti rimasti possiamo ricostruire in parte la trama: il sig. Felice Equivoco, usciere, resta coinvolto nell’esplosione della centrale nucleare di Montalto di Castro: in effetti è l’unica vittima perché la centrale era abbandonata da tempo ma si erano dimenticati di licenziarlo e perciò lui continuava a fare il suo lavoro, cioè niente. Molti in verità sospettano che la catastrofe l’abbia causata lui, staccando un fusibile del quadro comandi per adattarlo alla sua Ritmo, ma ad ogni buon conto resta il fatto che scoppia tutto e Felice viene investito da una spaventosa quantità di radiazioni. Mezzo arso, gli restano solo pochi giorni di vita e quindi i suoi parenti si affrettano a fare causa allo Stato, che per evitare mormorazioni gli accorda a tempo di record una faraonica quanto cinica rendita vitalizia di due milioni al mese. Avendo però le ore contate, Felice si dedica alla pace della sua anima e per prima cosa scrive numerose lettere anonime in cui accusa e diffama tutti i suoi vecchi colleghi e una buona metà del ministero, ma mentre si stilla il cervello radioattivo per cavarne qualche altra goccia di veleno sente una musica, e affacciatosi alla finestra vede un festoso corteo di giovinastri radicali: tra di loro nota una ragazza giovanissima, coi capelli rasati, il viso di Madonna e un sorriso ineffabile, che guardandolo forma con le labbra una misteriosa parola. Quasi spaventato da tanta bellezza Felice sbatte la finestra e si accascia al suolo, e quando si sveglia è completamente guarito. “Le tue ferite risaneranno”, dice una voce nel suo cervello, “e presto l’acqua sarà invidiosa di te”. Sbalordito e incredulo, Felice chiama la sorella che arriva subito a casa col completino nuovo e constatato il miracolo chiude il fratello nel gabinetto. Quindi convoca un consiglio di famiglia per discutere del disastro: niente irradiamento mortale e niente vitalizio, perciò Felice non deve escire più dal bagno, per il suo stesso bene. Nei mesi successivi, mentre lo Stato continua a pagare, i parenti per mera dimenticanza smettono di servire al miracolato sequestrato il suo pappone quotidiano, ma lui non se ne accorge nemmeno: non solo è sano ma non ha neanche più bisogno di mangiare. L’unica fame che lo tortura è quella della ragazza: vorrebbe rivederla e perciò progetta di evadere rosicchiando il telaio della finestra coi denti, che tanto la notte gli ricrescono. Nel frattempo sopra al ministero qualcuno si accorge che il vitalizio al morituro sta durando un po’ troppo: ormai sono passati sei mesi. Ma non doveva avere le ore contate quello stronzo? Sono tutti convinti che la famiglia stia occultando il cadavere, il che in un certo senso è anche vero, e quindi incaricano il commissario De Feco di stanare i truffatori. Comicissima la scena del commissario che mette a soqquadro l’appartamento tra le urla dei parenti ed irrompe nel bagno proprio quando Felice e riuscito a liberarsi. De Feco sta per agguantargli la caviglia ma Felice furbescamente precipita dal quarto piano schiantandosi sull’ape car di un arrotino, che viene completamente distrutta. Con le ossa tutte rotte, correndo a quattro zampe come un immondo ragno insanguinato, Felice scappa per la strada e più tardi, dopo noiose peripezie, riesce ad infiltrarsi in un gruppo di extraparlamentari che progetta di mettere una bomba in una gelateria americana. Qui ritrova la ragazza, ancora più bella e serafica di prima, e sta per rivolgerle la parola quando di nuovo irrompe De Feco con un manipolo di sbirri. Ammanettato e imbavagliato, Felice viene trascinato di fronte a una commissione medica dell’Asl che lo esamina e, altro miracolo, lo dichiara malatissimo e in punto di morte. Infatti sono gli stessi medici che l’avevano esaminato dopo l’esplosione trovandolo moribondo, per cui mica adesso possono rimangiarsi quel che avevano detto. “Se lo facciamo passiamo un guaio!”, esclama il più luminare della banda. “Mica possiamo rimangiarci la diagnosi! Che siamo dei pagliacci? E tanto poi paga il Guerno!”. Così, Felice viene rilasciato e subito preso in carico dai servizi segreti, che lo chiudono in un bagno molto simile a quello di casa sua, però senza finestre. Qui resterà in eterno perché nessuno crederebbe al miracolo, e nessuno ammeterebbe mai di aver sbagliato. Mentre lo stato continua a pagare il vitalizio ai parenti, che quindi si guardano bene dal parlare, l’unico a conoscere tutta la faccenda resta il commissario De Feco, che coraggiosamente ripara a Malta. Qui, di fronte alla chiesa di Santa Floriana, De Feco incontra per l’ultima volta l’angelica terrorista dell’affare Equivoco, che sorridendo muove le labbra come a formulare una parola: emme erre vi…

La mancanza delle ultime pagine del quaderno ci impedisce di andare oltre.

(da qui)

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