Note più che sparse su Gualtiero Beniamino

Se non giuoco con la bilia
io mi attacco alla bottilia

1. Molti anni fa leggemmo un saggio di Gualtiero Beniamino su Baudelaire. Ricordavamo poco, a parte un intenso fastidio. A quei tempi eravamo ancora troppo intelligenti per capire Gualtiero Beniamino, guardavamo ostinati e fissi le sue pagine dove le parole sembravano stare incollate. Avevi la sensazione che se avessi tirato il libro contro il muro, sorte che meritava, risollevandolo poi da terra ne avresti visto uscire striscioline coperte di palore, come pezzi d’intonaco staccatisi da un muro marcio.

Essendoci ricapitato quel libro sotto mano, abbiamo guardato senza simpatia la foto in copertina, dove l’autore si regge con due dita il melone quasiché dovesse uscirne da un momento all’altro Atena azzurrocchiuta. Poi aperto a casaccio, complice un orecchio piegato vent’anni fa il volumetto ha lampeggiato una frase che suonava innegabile: Baudelaire era un pagliaccio.

Abbiamo chiuso il libro in preda ad un terrore abietto. Non è che putacaso invecchiando ci siamo avvicinati senza saperlo a Gualtiero Beniamino? Non è che in questo libro ci sono scritte cose sottratteci nel sonno? Che fosse un pagliaccio, non ci sono dubbi. Il primo nuovo pagliaccio di una lunghissima serie. E la sua risata? Riapriamo per un istante e il seguito della nostra frase è lì: una risata demoniaca, come attestato da molti suoi frequentatori. Richiudiamo di scatto.

2. Gualtiero Beniamino voleva scappare in America, ma a Port Bou gli ritirarono il visto. Temendo la deportazione in Germania, preso dal panico lo scrittore si suicidette la notte stessa con un’overdose di morfina. Il visto che stava aspettando arrivò il pomeriggio successivo. I suoi amici lo fecero tumulare nel cimitero di Port Bou, ma pagarono l’affitto del loculo solo per cinque anni. Dopo di che il suo corpo fu calato in una fossa comune. Per dire gli amici.

La leggenda di Gualtiero Beniamino prosegue con la storia della valigetta. Si racconta che nella sua fuga verso la Merica portasse con se una valigia di pelle piena di fogli, cui sembrava tenere più che alla sua vita. Suicidatosi e frettolosamente seppellito (a spese sue, e non degli “amici”), la valigetta sparette.

Venuto di moda il Gualtiero, molti si sono lanciati alla ricerca della valigia e del prezioso manoscritto che doveva contenere, l’ultima opera del grande per quanto farfuglioso filosafo. Fino ad allora nessuno si era curato molto della sua eredità: le sue stesse spoglie erano finite nella fossa comune, ma ora il manoscritto poteva valere qualcosa, e anzi parecchio, da cui l’affetto e la sollecitudine degli amici. E cerca e ricerca alla fine la valigia fu trovata! In un deposito giudiziario. Ma purtroppamente vuota! O meglio contenente solo 2 rotoloni di un’antica carta igienica.

Le ricerche del favoleggiato ultimo manoscritto continuano tutt’ora, le ipotesi si moltiplicano, si scrivono saggi su un testo ipotetico, ma come al solito Elia Spallanzani aveva la sua idea: egli per primo ipotizzò che il fuggiasco Beniamino, trascorrendo dalla Francia alla Spagna per vie secrete e impervie, tra mille difficoltà logistiche, avesse tesaurizzato nella valigetta la cosa più necessaria all’esule, ossia una buona dose di carta da culo. Del resto l’attualità lo conferma: in caso di guerra e pestilenza il primo bene di necessità a sparire è la benemerita carta di toletta, compagna inseparabile dei rimuginanti e degli ossessivi, degli occhiuti campeggiatori e degli esuli di tutte le ere. Da ciò l’Elia trasse il suo famoso motto, che “spesso non troviamo le cose perché le troviamo”: idea alla base del suo racconto “Manichini“.

3. Parlando delle esposizioni universali, Gualtiero Beniamino nota che “sono luoghi di pellegrinaggio al feticcio di merce. “L’Europa si è mossa per vedere delle merci”, dice Taine nel 1885“.
Dopo 135 anni che poteva succedere?

4. Anche se nel suo solito modo farfugliante, Gualtiero Beniamino notò che il passaggio della narrazione alla notizia ricordava quello dall’artigianato alla produzione in serie, o comunque entrambi avevano a che fare con la perdita dell’esperienza. Se fosse vissuto avrebbe visto questa esperienza rientrare in gioco però nella forma della menzogna: il prodotto industriale spacciato come esclusivo e opera di mani “sapienti”, la notizia scritta copiando agenzie ma imbevuta di elementare retorica per apparire personale. La trasformazione dei titoli degli articoli in inviti all’ascolto, come nella tradizione di qualsiasi pagliaccio da fiera (“adesso ne vedrete delle belle!”) è solo uno dei tanti esempi.

P.S. Ammettiamo la nostra ignoranza: non abbiano mai letto i libri di Diego Foosaro. Però indagando su Gualtiero Beniamino e le sue fanfaluche sull’aura ci siamo imbattuti proprio in una pagina “a cura” di Foosaro. Scorso rapidamente il testo, ci è sembrato che non fosse il suo linguaggio. Dai pochi articoletti che abbiamo letto il suo stile ci sembrava molto diveso. Presa quindi una frase a caso, proprio dove si parla della riproducibilità, abbiamo cercato su google ed è venuto fuori il commento di un tizio che ripete buona parte del testo.

Il tizio, tale Gaetano Gloria, viene accusato di aver plagiato Foosaro e risponde in modo un po’ confuso che quel testo sarebbe in realtà una rielaborazione di suoi appunti. Un non precisato amico glieli aveva chiesti per ordinarli e pubblicarli, e aggiunge: “leggo sul link sopra citato (quello a “filosofico”) molti dei temi da me trattati. Li ho letti, ed erano proprio alcuni passaggi miei, solo molto più ordinati e senza refusi.”

Ora, in tutto ciò non c’è niente di strano (se è vero). La pagina è “a cura di Foosaro”, quindi non c’è scritto che i testi sono suoi. Non c’è scritto nemmeno di chi sono ma questo ormai è normale. L’unica cosa che ci sorprende è che dovunque volgiamo lo sguardo c’è sempre confusione ed attrazione dei contenuti latenti sotto un nome noto.

Il grande ed eterno processo per cui la chiacchiera collettiva assume qualche dignità solo quando viene collegata a un nome è diventato palese e anche tracciabile. È facile prevedere che nel giro di qualche tempo quel testo, magari leggermente rimaneggiato, finirà in un libro, e pian piano diventerà, senza che quasi Foosaro se ne accorga, opera sua. Così come la roba che abbiamo scritto noi negli anni sarà in piccola parte finita, con le opportune modifiche, nei testi di qualcun altro.

Abbiamo già constatato più volte questo fenomeno (ad esempio la nostra tesi sulla Manticora, che cancellata da wikipedia viene ora attribuita ad “alcuni studiosi”), ma non possiamo farci niente, anche perché quasi nessuno si perita di citare i viventi, e figurati gli inesistenti. Come questo Gloria (si noti l’orrenda ironia) anche noi nella migliore delle ipotesi finiremo per essere accusati di plagiare gente che ha preso qualche nostra frase e ci ha cucito un testo, e siccome ha avuto il merito di rendersi più nota o autorevole di noi allora ha ragione. Chissà che avrebbe detto di tutto ciò l’amico Gualtiero Beniamino, coi suoi farfugliamenti sulla riproducibilità.

(da qui, qui, qui e qui)

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3 risposte a Note più che sparse su Gualtiero Beniamino

  1. Andrea Giammanco ha detto:

    Mancano i links nell’ultimo rigo.

  2. lastlightx ha detto:

    avercene oggidì di paliacci come bodlér, avercene

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