Questa penombra ci rovinerà gli occhi

Ci capita di pensare che il dominio della “critica” di sinistra dipenda anche dalla sua tendenza a fingere la novità, mentre quella di destra tende a ritrovare il passato in ogni fenomeno e quindi suona meno eccitante, anzi deludente.

L’ossessione dei compagni per il “nuovo” non è soltanto una pratica pubblicitaria, anche se lo è in gran parte: dipende pure da una sorta di polarizzazione originaria, qualcosa che probabilmente avviene durante l’adolescenza. La scelta tra due illusioni, quella dello spirito che procede attraverso la dialettica e quella dell’eterno ritorno, avviene per motivi imperscrutabili e forse si basa su una predisposizione genetica.

Ma non sottovalutiamo l’influenza dell’ambiente: solo che le due tendenze, incrociandosi, spesso non si mischiano, ma diciamo laminano, scorrono una sull’altra. Ad esempio il soggetto di destra crede di poter prenotare il weekend sulla luna ma solo con la sua famiglia tradizionale, mentre quello di sinistra vede già la scomparsa dei sessi mentre annusa con voluttà il vecchio libro. Invece di contemperarsi e mediarsi, le due illusioni convivono nello stesso soggetto, in compartimenti stagni.

Questo, però, potrebbe sembrare normale. Il cambiamento avviene a ritmi diversi nell’immensa complessità e soprattutto in base a desideri diversi. Un’idea di progresso uniforme o di pura stasi sarebbe troppo astratta, troppo pura, come anche quella di un non precisabile giusto mezzo. Allora di che cazzo stiamo parlando?

La nostra semplicistica schematizzazione risente del passato da master, di un mondo in cui esistono due orientamenti e una media (legale-caotico-neutrale), o una matrice (si aggiunga l’asse buono-neutrale-cattivo). E ciò perché governare un mondo secondo criteri riconoscibili impone che siano alla portata di tutti. Nei giochi più “moderni” questa matrice viene superata da qualcosa di più “realistico”, da lunghe liste di tratti caratteriali (avido, gentile), da propensioni per oggetti specifici (impazzisce per le rosse, non tradirebbe mai un amico), fino a comprendere l’intera biografia del personaggio, con tutte le sue sbandate (Ulf il saggio iniziò come brigante, ma l’incontro con San Tarallo…). Chiaramente in questo modo non si finisce mai, per certi versi il gioco non comincia mai e alcuni cominciano a pensare che sia del tutto inutile scrivere lunghe biografie del proprio personaggio perché basta “agirlo”. Così nel mondo fittizio ognuno porta solo se stesso travestito da Ulf e tutto diventa opaco, ingovernabile, sempre più simile a quella “natura” che uno voleva giustamente evitare. E il master, che deve assumere tanti ruoli, come potrà esprimere quella complessità senza diventare pazzo? Il potere che non è in grado di semplificare diventa schizofrenico.

Si obietterá che la semplificazione è l’unica cosa che nel quadro politico non manca. È vero, ma è una semplificazione estemporanea, e si direbbe frutto di disperazione. Non riconduce tutto a un sistema “semplicistico”, ma a tanti e spesso contraddittori mini-sistemi. Lo stesso leader politico semplifica più temi in modo diverso e mutevole e questo alla lunga crea più confusione.

Il problema quindi non è l’eccesso di semplificazione ma la rinuncia a una semplificazione organica. Se questa è la condizione per l’esistenza di un mondo orientato in maniera comprensibile, la stratificazione delle pulsioni di cui parlavamo all’inizio resta sintomo di pazzia.

(da qui)

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