C’è di peggio del complottismo e siete voi normali

Franz Stangl fu arrestato in Brasile nel 1967 e processato in quanto comandante di Treblinka, dove erano state asfissiate e bruciate, secondo le stime, 900.000 persone. La sua difesa si basava essenzialmente sull’aver obbedito a degli ordini, ma Stangl contestó con accanimento alcuni episodi che, nel contesto, apparivano fantasticamente irrilevanti. Ad esempio, negò sempre di aver assistito all’impiccagione di un prigioniero. Su questo la moglie lo difese, sostenendo che in base a certi suoi calcoli la data della presunta impiccagione era anche quella in cui avevano concepito la loro terza figlia, e quindi Stangl non poteva essere al campo.

Il fatto è che nella mente di Stangl, come in quella di quasi tutti gli umani, la catena delle conseguenze si allunga infinitamente quando si tratta di comportamenti altrui mentre si riduce a due soli anelli quando si tratta dei propri. Lui pensava, o credeva di pensare, che se non aveva commesso direttamente, fisicamente un atto, quell’atto non gli era imputabile. Prima di diventare nazista era stato tessitore e poliziotto e gli avevano insegnato che un delitto richiede 4 elementi: soggetto, oggetto, azione e movente, che spesso lui chiamava “volontà libera”: siccome non era lui di persona a spingere vecchi, donne e bambini nelle camere a gas, o a bruciarli su una specie di enorme graticola, e non aveva neanche alcun motivo per farlo, allora era come se non l’avesse fatto. Comandare il campo non era direttamente legato a questi crimini, e in un certo senso lui non li aveva neanche visti.

La strada per il cielo, il sentiero che portava alle camere a gas, era schermato con rami verdi, e quindi l’unica cosa che si vedeva dal basso erano i fumi: che in grasse volute spruzzate di verde e di rosso si allargavano sulla campagna fino a chilometri di distanza, e quando il vento era forte portavano con loro anche le grida, così forti e continue, in certe giornate, che gli abitanti dei villagi vicini se ne scappavano nel bosco pur di non sentirle e ammattire. Anche Stangl si rifugiava nel bosco, in quello della sua mente, e vestito di bianco* dava soddisfazione ai deportati. Raccontò che una volta un vecchio appena arrivato sui carri bestiame si era lagnato che una guardia ucraina gli aveva rubato l’orologio, e allora lui, Stangl, fece allineare tutte le guardie e svuotare le tasche, ma l’orologio non saltò fuori. Considerando che il vecchio e le altre ventimila vittime giornaliere sarebbero state incenerite nel giro di qualche ora dall’arrivo, la premura legalistica di Stangl, vera o immaginaria che fosse, mostra quanto è facile privare il mondo di senso, e quindi di faticosa responsabilità, frantumando il tempo e le azioni in segmenti minimi, praticamente irrelati: riducendo tutto a un continuo presente, una foto alla volta, e se non sei nella foto, allora non è colpa tua.

L’idea di apparire in una foto davanti a un uomo impiccato gli sembrava insopportabile e quindi non poteva essere accaduto: tolta quella scena infame, il resto era un film senza di lui e così poteva continuare a vivere, a progettare, procreare, decorare con fiori i vialetti del campo, portare da mangiare a qualche schiavo particolarmente simpatico, persino ammirare la rivolta degli ebrei.

Alcuni pensano che immaginare vaste e onnipotenti cospirazioni serva soprattutto a sollevarci dalla responsabilità dei nostri fallimenti e delle nostre azioni, ed è probabilmente vero: ma c’è anche un processo opposto, che convive col primo: se il complottismo è un delirio della causalità, questo arriva quasi a negarla: esistono solo conseguenze immediate, e forse nemmeno quelle: esistono solo tante foto, messe una dopo l’altra, che in effetti non hanno nessun legame l’una con l’altra e che noi, in mancanza di meglio, leghiamo in una serie causale che però non esiste. Questa visione non solo è molto più diffusa di quanto sembra, ma si è rivelata psicologicamente più efficace del complottismo. La fine del mondo che stiamo preparando si basa proprio sulla negazione delle causalità e quindi della responsabilità, ma almeno questa volta sul sentiero per il cielo ci siamo anche noi.

* Durante il processo furono esibite delle foto che ritraevano Stangl nel campo con la sua divisa bianca da cavallerizzo. La cosa suscitò enorme sdegno, secondo un procedimento mentale molto simile a quello seguito dallo stesso Stangl per non vedere le sue responsabilità. Che fosse vestito di bianco o magari di turchino non poteva togliere o aggiungere nulla al fatto che nell’indifferenza dei politici, degli ecclesiastici e della popolazione fossero stati assassinati e bruciati sei milioni di individui. Eppure la foto colpì, sembrò una macabra e orrenda presa in giro: come se poi per il comandante di un campo di sterminio potessero esistere tenute più o meno rispettose, dignitose, umane. La gente guardava quel vestito bianco brillante perché così poteva non vedere lo sfondo, il fatto che bene o male tutti sapessero dei campi, come tutti a un certo punto avevano saputo degli ospedali in cui, qualche anno prima, gli invalidi e gli idioti venivano caritatevolmente eliminati per non essere di peso alle famiglie e alla nazione.
Interrogato sul punto, Stangl sembrò sorpreso: si era fatto fare quel vestito bianco perché il clima era asfissiante e non aveva altri vestiti. Aveva visto la bella stoffa bianca in un negozio e da ex tessitore ne aveva riconosciuto la qualità. Non aveva nessuna intenzione di offendere, non riusciva nemmeno lontanamente a immaginare il senso mostruoso che sarebbe stato attribuito a quel bianco. Questo suo gesto, come il riempire il campo di aiuole fiorite o il camuffare la rampa di discesa delle vittime da stazione ferroviaria, con tanto di finto orologio, rientravano tutti in una visione ridotta al singolo istante, e al contempo (qui sta la vera mostruosità) erano efficaci: l’universo folle doveva sembrare normale, rassicurante, per non agitare le vittime e soprattutto per non agitare i carnefici. Gli esperimenti condotti l’anno prima in Russia con commando di assassini avevano dimostrato che i soldati, nel commettere certe efferatezze, perdevano la ragione e diventavano inutili (il che significava appunto che non erano ancora partiti), quindi per mantenerli sani bisognava renderli prima completamente pazzi, portarli al punto in cui non erano più capaci di comprendere il senso delle loro azioni prima ancora di commetterle.

P.S. Si noti che gli ordinamenti giuridici conoscevano questo trucco già da molti secoli: si parlava al riguardo di “actio libera in causa” e si stabiliva che se qualcuno si pone volontariamente in una condizione di non imputabilità per commettere un reato, il reato commesso in quello stato gli viene comunque addebitato, perché “causa causae est causa causati”, ossia la causa della causa è anche la causa di ciò che viene causato. Quindi l’essere pazzi non scusa, quando quella follia è preordinata al male.

Da qui.

Informazioni su eliaspallanzani

Blog dedicato etc
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.