Con la cultura (aka la sagra della pasta e patate) effettivamente si mangia

Da quando è stato felicemente screditato il pregiudizio che la cultura siano i libri e non, per dire, la pasta e patate come la faceva la zia Rafiluccia, tutto è diventato cultura. Sapori e saperi, queste cose qua. Così l’Italia è diventato un paese che può vivere “con la cultura”, ossia restando esattamente com’è, e anzi riscoprendo la tradizione, e qualora non ce ne sia inventandola.

In realtà la “cultura” che porta soldi attraverso i “turisti” sono solo i classici monumenti trasformati in prodotti riassumibili in poche parole prima di andare al ristorante, dove c’è appunto il riassunto-prodotto della celebre pasta e patate dell’indimenticabile zia. Diciamo anzi che quella pasta e patate è diventata “cultura” proprio grazie alla vicinanza spaziale del ristorante al monumento, e temporale dall’esposizione alla deglutizione.

Questa “cultura” culinaria italiana in effetti l’hanno trovata i forestieri, sono loro che l’hanno diffusa e copiata storpiandola, finché i loro concittadini non sono arrivati a pretendere anche nei nostri ristoranti la “uery pasdi i patadi di a’ zia rafulina” proprio come la fanno originale a nuova iorke, colla mozarela in goppa.

Il riassunto di questo ennesimo post potrebbe essere: nessun paese vive di cultura, a meno che con “cultura” non si intenda qualcosa di diverso dalla cultura, e cioè di solito il turismo. Alcuni paesi effettivamente vivono di turismo, e non a caso sono quasi tutti poveri e corrotti.

P.S.
Affrontare con rigore filologico le tramissioni popolari in genere è segno di esibizionismo, volgarità, pigrizia. Le nostre quindi saranno considerazioni molto banali, del resto in linea con la sostanza banale del fenomeno.

Parliamo del programma sui ristoranti italiani all’estero. Come è noto ogni concorrente del gioco porta gli altri e l’esperto nel suo ristorante italiano preferito, quello che fa i piatti veramente belli, veramente della tradizione, e poi alla fine tutti votano i piatti.

Capita spesso che i concorrenti, tutti italiani che vivono all’estero da anni, siano deliziati da piatti che l’esperto invece non considera per niente “italiani”. Ogni concorrente è sicuro che la pasta con le sarde che fa il suo amico del ristorante sia proprio uguale uguale a quella che faceva la nonna, anche se magari sopra c’è la panna. Quando l’esperto fa notare che la ricetta vera non è quella, quasi tutti i concorrenti replicano che a casa loro si è sempre fatto così, e che tutti gli italiani che conoscono la fanno così.

Il problema in effetti è proprio cosa si intenda con tradizione. Per questi italiani all’estero la vera tradizione è personale, o anche solo del loro ristorante: la loro regola di fondo è che non esistono regole e quindi, in effetti, non esiste nemmeno tradizione ma solo occasione.
L’esperto invece delle regole le ha, non si capisce bene dove le prenda ma ci sono: è una tendenza prevalente tra migliaia e migliaia di varianti locali, formatasi in qualche epoca e riportata in qualche documento.

Alla fine per quanto si voglia parlare di “cultura del caffè” (oggi “cultura” è pressoché sinonimo di “tradizione”) o “cultura della zeppola”, ciò cui ci si riferisce sono sempre dei testi: pensare che esista una “cultura” puramente verbale o materiale che possa superare le dimensioni di un pregiudizio locale, familiare, condominiale, significa appunto intendere cultura come “abitudine”, e nel caso della “pasta con le sarde e panna montata”, come vizio.

Nota: da qui.

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