La Cupola e altre gioie della vita in campagna

TEH DOME

Anno dopo anno la nostra lotta alle erbacce diventa sempre più insensata, assumendo unicamente un valore simbolico e di memento. Sfottevamo il giardiniere, ma alla fine anche noi abbiamo deciso di non usare attrezzi a motore perché puzzano e sporcano ma soprattutto fanno rumore, e invecchiando le persone sopportano tutto tranne il rumore. Ma il problema non è tanto che non riusciremo mai a tagliare le erbacce alte due metri con forbici e falcetti, bensì che non sappiamo più perché vogliamo tagliarle. Adesso è novembre e le erbacce muoiono da sole, eppure sentiamo il bisogno di combatterle. Adesso tra l’altro è più facile, quindi il nostro è pure un comportamento vile. Tuttavia, resta il fatto: perché tagliarle? Per tanti anni ce ne siamo fottuti allegramente, invece adesso ci diciamo che vogliamo salvare dalle erbacce i pochi alberi rimasti, che per altro stanno serenamente marcendo per i fatti loro.

Ci accorgiamo che questo bisogno di preservare quel che ci è pervenuto ha qualcosa di strano. Il grande ciuliegiuo, la vite, il kivo, il pero, i cachi e i fichi d’india, i castagni, il giuggiòlo, i melograni… nessuno di questi è cosa nostra, non li abbiamo piantati noi, come non avevamo piantato il melo che è seccato, il pesco, l’albicocco, tutti gli altri alberi morti di vecchiaia o per incuria. In realtà è proprio la loro morte che ci ha fatto venire questa mania della conservazione, come sicuramente capita a tutti. E’ vero che nella nostra epoca e generazione esiste una sorta di mania della conservazione: di carte, fotografie, di specie, di sementi, quasi un tentativo nevrotico di imbalsamare il mondo, ma è anche vero che in passato forse non c’è mai stata una tale atmosfera di distruzione: la morte è sempre intorno a noi. La morte e la sparizione di interi ecosistemi e culture, una sparizione che noi contemporanei sappiamo irrimediabile. Sappiamo che il mondo contiene miliardi di frammenti di informazione vivente e che spariscono con un ritmo mai visto prima: la nostra capacità di vedere è essenzialmente capacità di vedere la morte del mondo.

Che ovviamente non morirà: moriremo noi, forse tutta la razza umana, ma non il mondo, solo che le due cose sono una sola. E per questo accumuliamo e accumuliamo ma le foto sbiadiscono, gli alberi si ammalano e muoiono lo stesso, morirebbero anche se li curassimo ogni giorno, il problema vero è ancora un altro, e cioè che nessuno di questi alberi è nostro. Le erbacce che si moltiplicano spaventosamente sono per noi l’equivalente della stupidità, contro la quale ci siamo convinti da anni di lottare e che però è invincibile e muta e prolifera mentre noi non abbiamo piantato niente. Forse ci abbiamo provato per un po’, molti anni fa, ma le erbacce hanno coperto tutto e quindi forse è per questo che le odiamo. Quel che abbiamo cercato di piantare era diverso dal melo ma non è sopravvissuto, e poi è morto anche il melo: e assurdamente ci ha addolorato più questa seconda morte della prima, che era la nostra.

Il passato, il linguaggio, i templi di marmo, tutto ciò che si sbriciola e va in rovina e viene sostituito dal rumore e dalle erbacce è diventato per noi un’idea nostra, un’opera nostra, giacché quella nostra veramente è sparita, e quindi combattiamo per lei invece che per noi. E’ durata tremila anni, durerà ancora il tempo della nostra vita, dobbiamo esserci detti. Abbiamo rinunciato a costruire qualcosa di nostro e questo forse è giusto, è intelligente, di certo è una manifestazione di GENTILEZZA, se uno lo facesse consapevolmente, mentre farlo così, come un equivoco, è solo un errore. L’erbaccia-stupidità ha qualcosa che le nostre palore non hanno, quindi è giusto che ci soffochi e ci ricopra: questo ci dicevamo anche oggi pomeriggio. Poi abbiamo visto la cupola:

nell’erba, coperta anche lei ma ancora riconoscibile, c’era una cupola pressoché perfetta: larga più o meno un metro e mezzo, alta cinquanta centimetri, esattamente circolare e, una volta aperta, sorretta da piccole colonne: sembrava la sala del trono degli elfi. Vari tipi di erbacce hanno contribuito alla sua creazione: alcune alte e rigide, altre striscianti, altre avviluppanti, senza alcuna intelligenza o progetto si sono sovrapposte finché i viluppi non hanno piegato gli alti steli e sono ricaduti a terra: poi hanno lanciato i loro getti tutto intorno creando il tetto screziato della cupola. Le foglie sono diventate così fitte da rendere l’interno completamente buio, un pavimento di terra liscio e compatto, pronto per accogliere i dignitari alti dieci centimetri, le minuscole fiaccole azzurre e fredde, il monticello di talpe – trono del re.

Probabilmente formazioni simili sono alla base di tutto il folklore dei piccoli popoli dei campi e dei boschi: la mente per solitudine cerca una mente e la trova ovunque, anche nell’atroce caos della stupidità e della natura.Nemmeno quest’opera è nostra. In generale, nessuna opera è nostra, nostro è solo il nostro occhio, il discorso che facciamo a noi stessi, la palora infinita finché dura, il principio che organizza il solo mondo che possiamo dire umano.

ESHPERIENZA

A marzo, qualche giorno prima della quarantena, venne il contadino-scienziato che avevamo chiamato sei mesi prima per potare gli alberi. Noto nel circondario come “lo zio”, uomo posato, taciturno, non sentì il bisogno di spiegare perché quei sei mesi di ritardo ma si guardò intorno con aria critica e sentenziò che il gelso grande non valeva la pena potarlo perché sarebbe seccato ugualmente, mentre i kiwi andavano potati di sicuro perché altrimenti non facevano frutti. Un po’ irritati dalla sua sicumera di riconosciuto maestro vegetale gli ordinammo di portare tutto il meno possibile e lui, esattamente come se non avessimo parlato, potò tutto a zero, che a vedere il gelso in quello stato veniva da piangere.
Risultato, dopo otto mesi il gelso è tornato grande come prima: da che doveva infallibilmente seccare, ha ributtato rami lunghi dieci metri con una specie di rabbia. I kiwi invece hanno prodotto in tutto un canestruccio di frutti, contro il quintale che facevano prima della scientifica potatura. Lo zio, sempre flemmatico e taciturno, incurante dei nostri messaggi di scherno, continua ad essere circondato dall’ammirazione generale.

LA MURALIA

Quando avevamo il cane il giardinere si lamentava sempre che nottetempo faceva le sue scorrerie tra i broccoli (le faceva il cane, no il giardiniere). Il cane sconfinava e siccome noi non abbiamo mai avuto cuore di legarlo il giardiniere decise di costruire una sorta di recinto tutto intorno al palazzo e alla zona che secondo lui era “giardino”, in modo da tenere il cane fuori dall’ “orto”. Poi il cane è morto, e l’anno scorso è sparito anche il giardiniere. Di fatto non c’è mai stata grande differenza tra orto e giardino e ormai non ce n’è nessuna, ma resta la maledetta recinzione coi suoi cancelletti sgangherati tenuti insieme col filo di ferro. Meditando di eliminare quest’inutile divisione, per la prima volta in vita nostra l’abbiamo guardata bene e abbiamo capito perché il giardiniere ci ha messo anni a costruirla: dev’essere lunga trecento metri, con le sue strane svolte arbitrarie, ed è realizzata con tutta l’immondizia che quel tizio è riuscito a reperire nelle discariche e nei letamai. Ci sono assi di legno marcio, lamiere ondulate, tubi di ferro che una volta formavano scale, degli skateboard, delle reti di materassi, delle aste di plastica, dei teli per le olive, mattoni forati, rami d’albero, ferraglie non identificabili e chilometri di filo di ferro, di rame, di zinco, tutti attorcigliati lasciando sempre qualche capo scoperto e tagliente, ottimo per bucarsi un occhio o prendere una malattia. Smontare questa piccola, delirante muraglia (innanzitutto già non era vero che il cane scorrazzasse: è sempre stato un cane pacato e signorile), muraglia che peraltro è realizzata nello schietto stile contadinesco che è presente in tutte le campagne, richiederebbe non solo grande sforzo, ma poi non sapremmo dove buttare l’immondizia. A questo punto è meglio lasciare tutto come sta e attendere che la siepe crescendo ancora butti tutto a terra: cosa che ha già fatto almeno per metà.

IL DOLCE NEL FONDO

Il clima è mite in modo così innaturale che a metà novembre continuano a maturare le fragole. Senza serra, senza concimi o insetticidi. Il loro rosso è appena più sbiadito, la consistenza è più simile a quella del cuore di una carota, ma sono dolci ugualmente. Tra non molti anni qui matureranno i datteri e brucheranno le capre, ma qualcosa ci dice che non resteremo qui a lungo.

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