Il Funesto Fruttivendolo: una trilogia

Il diario di Spallanzani sui suoi ultimi giorni in campagna contiene brani che montati in sequenza pervengono all’insostenibile:

“Il fruttivendolo mi saluta sempre con trasporto: sa che non sono buon massaio e non vede l’ora di turlupinarmi con i vecchi trucchetti che sulle clienti non attaccano più da almeno vent’anni. È così evidente la sua felicità all’idea di potermi sbolognare qualche anguria guasta, qualche cassetta di fragole radioattive, che mi chiedo come faccia a sopravvivere moralmente nei periodi in cui non ci vado. In pratica sono la pupilla dei suoi occhi e scommetto che sarebbe persino disposto a pagarmi per lasciarmi imbrogliare. Perché non è nemmeno una questione di soldi, è proprio che lui ci tiene: è l’ultima soddisfazione che gli resta. E in fondo quella di sentirsi più furbi degli altri, di metterlo almeno ogni tanto in culo a qualcuno, è l’unica ambizione del 98% dei connazionali, e ad essa sono disposti a sacrificare tutto.”

“Fino a qualche anno fa il fruttivendolo non esponeva nemmeno i prezzi. Andare da lui era una sorta di sfida intellettuale, si capiva subito che le donne erano contente, anzi eccitate di entrare in lizza con un tale professionista del raggiro. Andavano da lui proprio per baccagliare e lui, va detto, dava loro piena soddisfazione. Io invece, così inabile al contatto sociale, trovo ripugnante l’idea di discutere con l’intermediario di vegetali, e quindi con me lui è costretto a fare tutte e due le parti della negoziazione: chiede lo sconto a se stesso, in vece mia, e dopo abili schermaglie principescamente se lo accorda, statuendo un prezzo solo doppio rispetto alla norma. Io assisto alla pantomima con imbarazzo, ma non ho mai il coraggio di togliergli questo innocente passatempo. Del resto, che cosa offre il mondo della cultura a quest’uomo? Solo qualche miliardo di libri, di opere d’arte, di quadri, di film. Come condannarlo se si rifugia nel teatrino? Certo qualche protesta dev’esserci stata perché alla fine i prezzi li ha messi, anche se poi risultano sempre indicativi, dei prezzi ironici, in quanto ne batte sistematicamente altri e comunque lo scontrino porta solo il totale, quindi non puoi mai sapere davvero quanto hai pagato questo o quello. In compenso, altro vecchissimo trucco, ti “regala” sempre qualcosa, e soprattutto abbonda con gli “odori”, gonfiandoti la busta di frasche, prezzemoli, rosmarini o che altro so io, tutta roba che siccome non cucino mi limito a buttare nel giardino, dove infatti è spuntata da tempo una vasta prateria di menta.”

“Come con la donna, anche con il fruttivendolo ciò che conta è il primo impatto. Bisogna entrare franchi, decisi, ed abbaiare l’ordine netto: un chilo di questo, uno di quello. Guai a mostrarsi deboli o incerti! Perché il fruttivendolo, come la donna, disprezza la debolezza, e quando non la disprezza la prende a cuore, che è peggio ancora. Mai aggirarsi nel locale con aria confusa, mai fare domande cretine tipo “sono tutte pesche queste eh?” indicando duecento cassette di pesche. Mai domandare in generale, bisogna dare l’idea di sapere tutto. Altrimenti uscirai dal negozio con roba che non volevi, che non hai mai voluto, di cui ignoravi addirittura l’esistenza.
Purtroppo all’inizio della mia storia col fruttivendolo tutte queste belle cose non le sapevo.
Lui capì subito di che pasta ero fatto, né ci voleva molto, e come se mi conoscesse fin da bambino esordì con un festoso “allora, che vogliamo preparare oggi?”.
Cosa rispondere? Dirgli non voglio preparare niente, non so neanche cucinare, vado avanti a scatolette, voglio solo della frutta, possibilmente in scatolette*? Dirgli questo davanti ad altra gente, donne che tastano sapute i poponi, mariti con la lista piena di minacce a non prendere iniziative? Denudarmi davanti a tutti? Meglio restare sul generico, “beh, veramente ancora non lo so… ma sono tutte pesche queste, eh?”.
Avessi taciuto! Vidi i suoi occhi scintillare mentre si avvicinava rapido, sollecito, materno: “allora devi prendere questi broccoli sfucugnati! Questi con le orecchiette sono un bijù!”, e nella mente lo vidi portare due dita alle labbra e schioccare il bacio di prammatica. “Ma veramente io…”, cercai di obiettare, e allora lo vidi istantaneamente farsi triste, deluso, quasi rattrappirsi nell’onesto faccione riccioluto. “Come!”, esclamò restando a bocca aperta, “questo è tempo di orecchiette!”.
Per non tediare i lettori, giungerò direttamente all’ultima scena di questa pietosa vicenda, con me che usco frastornato dal negozio con 25 mila lire di verdura che non so cucinare. Per non buttarla tutta, una parte la mangiai cruda.”

 

* Sulle scatolette, si legga quest’altra annotazione del 24 dicembre:

“Bisogna ammettere che la modernità ha i suoi vantaggi, ad esempio prendiamo queste c.d. “scatolette” che sono venute di moda da un centinaio d’anni a questa parte: esse permettono ai digiuni di economia domestica di non restare digiuni tutto corto a a a.
Con pochi ma signorili e quasi ieratici gesti l’uomo che ha cose più grandi per il capo che i fornelli e più signorili che il ventre potrà gettare nel piatto ma volendo anche direttamente nella strozza la sua gustosa e personalizzata combinazione di, per esempio, tonno e fagiuoli, oppure, sempre per dire, mais e prelibata carne in gelatina. Magari accompagnando il tutto col celebre pane bis cotto, quello duro come un macigno e che dura (a a a) pure tre anni, ossia più dell’elfico lembas. E se quest’uomo di non pochi meriti volesse poi proprio gozzovigliare, potrebbe anche aggiungerci un giulivo pomidoro, intero, solo sciacquato, e su tutto versare quella che i giovani chiamano “cocca & cola”, che esce pure lei da una lattina. E tutto ciò può fare con poca spesa e grande sveltezza, per anni e anni e anni.”

P.S. La persona signorile non spreca energie per il micromanagiamento del quotidiano: compra la roba nel primo negozio che trova, mangia quello che capita. A volte mentre distratto scpalma qualcosa sul pane gli cade l’occhio su ciò che ha comprato e allora legge “mussa di fromagio zero calorie”. Zero calorie, si ripete (mentre l’occhio intorvisce): zero ripete, zero. Ma che cazzo sto mangiando? Zero carolie? E CHE CAZZO LO MANGIO A FARE. Perché ho comprato una specie di ricotta spray che non ha nemmeno una carolia? Dove sono le mie carolie del cazzo? la carolie PER CUI HO PAGATO DIO CANE? Eppure è tutto normale.”

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