Su Beowulf, prima parte

Disse (autorevolmente, con bel piglio) Elia Spallanzani:

“In questi momenti di grande tensione sociale (era il ’68 ndr) tutti si chiedono “ma come suonava, cioè sì, com’è che suonava VERAMENTE il beovolfo quando lo declamavano i bardi?”
È una domanda inevitabile che mi sono fatto spesso anch’io perché per noi popoli civilizzati è davvero difficile immaginare una poesia che non sia basata sulla rima o la lunghezza delle sillabe ma sull’allitterazione. Allora in una notte particolarmente travagliata ho deciso di telefonare al mio amico Tolkien e gli ho detto sveglia Gion Ronaldo, SVEGLIA! Recitami (in nome di Dio) due stanze del beovolfo o come le chiamate voi nella vostra buffa cultura e lui felice (perché nessuno in vita sua gli aveva mai chiesto di farlo e anzi molti, compresi tutti i familiari, lo pregavano giorno e notte di smettere) lui felice prese a dire orribilmente bofonchiando:
fòn fofofòn fan fìro fofòn, don dododòn darùndero ndondon!”
e nel porgere estatiche lacrime scendevano lungo il suo incartapecorito e onesto volto di vecchio balordo: sicché anch’io ne restai edificato”.

Lo squisito poema barbarico l’aveva molto colpito, tant’è che in “Raccontalo alla cenere” torna sul punto:

“la cosa veramente importante, veramente giusta da dire sul Beovolfo, questo antico poema scritto da gente forestiera nella sua barbara e grottesca ignoranza, è che tutte le parole che finiscono in olfo suscitano inquietudine ma anche una mai decrescente ilarità; e infatti ogni singola volta che leggo “beoVOLFO” non posso fare a meno di ridere a a a.
A A A!
Essì perché OLFO in italiano è un finale così straniero e raro che qualunque palora l’esibisca suona subito strana anche lei, estranea, camuffata e direi proprio immascherita, come una vecchia guardia cantonale austriaca che giri per Venezia con una maglietta a righe bianche e rosse gli occhiali da sole e un cappello da pescatore, ciò nonostante continuando perfettamente a trasmettere l’immagine mentale di una vecchia guardia cantonale”.

Ma Spallanzani, nel suo vertiginoso dilettantismo, aveva fatto anche un’altra scoperta sul Beovolfo. Non solo si leggeva come il linguaggio farfallino, ma bofonchiando: non solo la desinenza in Olfo bastava a spiegarne l’intramontabile comicità; ma pure il testo contrabbandava una curiosissima idea di “sogno”.

Il lettore ignorante deve infatti sapere che tutta la storia da quattro soldi comincia con la costruzione di un pub. Healfdene, re degli “Scyldingas gentili” (cioè in effetti barbari svedesi), decise come Kubla Khan un Duomo di delizie costrurre (“In Xanadu did Kubla Khan / A stately pleasure-dome decree:”), però nel suo caso si trattava praticamente di una baracca di legno, una “casa per l’idromele” chiamata “il cervo”, dove poteva tracannare coi suoi sgherri e spezzare gli anelli, cioè spartire pezzi d’oro in cambio di fedeltà. Con la consueta propensione al malaugurio della sua razza, l’ignoto autore del Beovolfo così la descrive:

“La fabbrica svettava, alta, vasta di corna
aspettava fiammate di guerra, astio di fuoco”

Casomai qualcuno avesse avuto dubbi che non finiva male. La traduzione ovviamente non rende giustizia al meraviglioso testo allitterante, che letto con aderenza filologica suonerebbe:

“Fòn fofofòn fan fìro fofòn,
don dododòn darùndero ndondon!”

Sia come sia, l’opera contrista Grendel, che è un po’ come il vicino di Erba:

“Penosamente, a lungo
pazientò l’Orco audace appostato nel buio
che ascoltava ogni giorno, dalla corte, le musiche
alte e la festa”.

Siamo quindi di fronte a una vera e propria lite di vicinato, tant’è che Spallanzani identificava in qualche modo Grendel col suo amico professor Levonetto Uincibile, che si lamentava sempre del romore dei bar e meditava denunzie ed attentati.

Penosamente, dice con efficacia il barbaro ma esperto di liti di vicinato poeta, penosamente l’infame vagabondo della marca, stirpe di Caino (cioè l’Orco) subisce il frastuono del pub “il cervo”, finché non più potendone

“La Creatura sacrilega,
feroce, rapace, si mosse rapida:
selvaggia, crudele, strappò dai letti
trenta vassalli. E poi se ne andò via,
trionfante del suo furto: se ne tornò a casa sua,
carico di cadaveri”

Da allora Grendel, ombra buia di morte, “si era insediato nel Cervo, nella preziosa / sala lucente dentro le nere notti”.

Perché in effetti ci va solo di notte, a conferma del fatto che è una questione di decibel.
Verrà quindi Beovolfo che tra vanterie e smargiassate tipicamente anglosassoni dovrà ripulire il pub dallo sgradito “custode”.

Ma cosa c’entra tutto ciò col sogno? Il lettore ignorante è ancora ansioso di vedere il nodo significativo su cui l’ottimo Elia pose il dito?

Ebbene s’è detto che Grendel era irritato e/o invidioso delle “musiche alte e della festa”, parole che traducono l’antico inglese “dream”.

In più versi si ribadisce che Grendel, il perfido flagello, l’ostaggio dell’inferno, è “dreamum bedaeled”, cioè “escluso dai piaceri sociali”. La traduzione suona goffa e anacronistica ma cerca di rendere un senso vasto di “dream” come insieme di festa, convivialità, musica, luce, calore, tutte cose elementari che però a quei briganti condannati a vivere sotto un cielo di piombo dovevano sembrare roba favolosa, e infatti prima di superficialmente cristianizzarsi non concepivano un paradiso diverso dal pub “il cervo”, con le infinite sbevazzate, i poeti farfuglianti, le regine-cameriere pettorute e l’immancabile faida di mezzanotte per tenersi allegri.

Grendel però è fuori dal sogno, la festa non è per lui. Quindi il “pastore di crimini” ancora una volta spalanca la porta del cervo e acchiappa il primo che trova: “gli morsicò la cassa delle ossa, gli bevve il sangue dalle vene, l’ingoiò, a grossi morsi”, e poi stende la mano su Beovolfo, che “tenuto svegli dall’animosità contro il Flagello, attendeva con la mente gonfia di rabbia”.

Quel che segue è una tipica scazzottata alla Bud Spencer che implica la distruzione del pub:

“Dalla soglia saltarono molte panche per l’idromele tempestate d’oro”

“Mai avrebbero creduto, prima di allora, che un uomo riuscisse, a sua misura, a farla a pezzi, bellissima, luccicante di corno”.

Inevitabilmente sorge l’immagine di Bud Spencer inseguito nella casupola, la porta che si chiude e poi il rumore di cazzotti e la struttura che crolla mentre i nemici volano lontano. L’unica differenza è che il poveta, menagramo anche nel trionfo, ci tiene comunque a precisare:

“Fu una gran meraviglia
che la sala del vino reggesse i combattenti
ma era rinforzata di dentro e di fuori
da spranghe di ferro, forgiate da arti sagaci.
Solo l’abbraccio del fuoco l’avrebbe inghiottita tra vampe.”

Alla fine Beovolfo strappa un braccio all’orrendo “maggiordomo”, che fugge nella sua palude a morire in un gorgo cruento, e il re, vista la sala devastata e il braccio mostruoso appeso al soffitto, gioisce come se avesse preso ingiustamente l’accompagnamento. Subito proclama la festa, il dream, e subito il poeta di corte attacca col piacere sociale della musica, consistente nella narrazione di altre insensate tragedie:

“Il legno dilettoso
vibrava, e molte strofe echeggiarono, quando
al poeta di Hrodgar toccò intonare
per i banchi dell’idromele lo svago cortese:
sopra i figli di Finn, su quando li colse il disastro”

E se questo non bastasse, il poeta gelosamente rincara:

“su quando dovette soccombere, l’eroe dei Danesi a Metà,
Hnaef degli Scyldingas, nel massacro di Frisia.”

E bisogna ricordare che tutto ciò veniva pronunciato nel classico e meraviglioso bofonchiamento allitterante che evidentemente già allora nessuno capiva, altrimenti gli ubriaconi gliel’avrebbero fatta pagare cara, a quel poeta, tanto più che la sua lagna sembrava alludere agli scazzi familiari che, nel giro di non molto tempo, avrebbero fatto precipitare la casata del re lì presente nel sangue e nel più volte auspicato fuoco, e statti bene madonna mia.

Elia Spallanzani leggeva questa roba con sorpresa e ammirazione crescenti. Era quindi questo il draem, il traum, il sogno sognato dal “Metod”, l’Arbitro, lo stereotipato Dio cristiano che quella gente si era messo in bocca senza capirlo e senza abbandonare i suoi riti diabolici e le antiche crudeli usanze? Era il dream un pub pieno di assassini depressi?
“Il suo sogno è solo un pub / zeppo di assassini depressi”, disse ad alta voce Elia Spallanzani, e la frase gli piacque, e la sentì allitterante, come del resto era, e stava già per telefonare al suo amico Gianronaldo Tolkien per fargliela sentire quando qualcuno bussò alla porta per vendergli un’enciclopedia “Colorama” e a quel suono la sua mente gonfia di ispirazione scorreggiò e la grand’opera come il Kubla Khan rimase a mezzo.

Tuttavia, in seguito per fortuna Spallanzani tornò sull’argomento: nel poema aveva trovato elementi per considerazioni sociologiche di attualità, procedimento sempre caro a chi vuol fingersi colto senza passare per muffo, quasi che l’esplorazione del passato dovesse in ogni caso giustificarsi con un insegnamento. Spallanzani sapeva benissimo che “Beovolfo nostro contemporaneo” sarebbe stato un titolo perfetto per un articoluccio da terza pagina, che già allora veniva pagato poche lire ma faceva curriculo. Era il periodo di una certa penetrazione in Italia del tolkienismo e mettersi sulla scia gli avrebbe procurato la nominata di fascista, che non potendo ottenere quella di compagno perché i posti erano già tutti presi e ferocemente guardati sarebbe stato comunque meglio di nulla. Per essere visto serviva un’etichetta, una qualsiasi, mentre il già anziano, ondivago e proteiforme Elia non si sapeva che bestia fosse, e nessuno lo voleva neanche sapere. Scrisse quindi il testo con più attenzione del solito, cercando specificamente quel miscuglio tra sprezzatura e cialtronismo che veniva gabellato come “brillantezza”, e gli sembrò che il risultato fosse proprio adatto al mezzo. Dopo una notte insonne, piena di sogni di glauria, la mattina rilesse l’articolo e di nuovo lo trovò adatto alle pagine culturali, quindi d’impulso lo cestinò, bestemmiando. Nemmeno a farlo apposta, qualche settimana dopo un analogo articolo di Umberco Eto fece gridare al miracolo. Agilità, cultura, ironia, brillantezza, le etichette si accumulavano sul capo del cricetesco riciclatore mentre l’Elia rovistava nell’immondizia cercando di riesumare il suo papello. Non ci riuscette, e per sempre se ne dolse, non ritrovando mai più nemmeno quella vena così spensieratamente disonesta che avrebbe potuto schiudergli la soglia della glauria, oltre alle centomilalire del pezzo, che pure gli servivano. E così il Beowolfo nostro contemporaneo sembrò perso, ma non avremmo affrontato quest’ennesima lunga perdita di tempo se non l’avessimo ritrovato. Lo Spallanzani, nel suo orgasmo, si era infatti dimenticato di buttare anche la brutta copia manoscritta, che come sempre gli accadeva era molto diversa dalla bella e aveva anche un altro titolo. Naturalmente a questo punto uno potrebbe dire che la pretesa di aver ritrovato un certo testo quando invece se n’è trovato uno diverso, persino totalmente diverso, è proprio tipica del più cialtrone dei filologi, e saremmo anche d’accordo se non fosse che la nostra ineguagliata competenza in campo spallanzanesco ci permette di ricostruire fedelmente i processi mentali di quel grande e quindi di ricostruire il testo “originale” partendo dall’irriconoscibile brutta, quasi come lo stessimo scrivendo noi. E questa è una capacità che nessuno onestamente ci può negare. In effetti noi siamo ormai talmente esperti che avremmo potuto derivare verbatim il testo anche dal solo titolo, cosa che per altro abbiamo anche fatto, essendo quella del ritrovamento dello pseudo originale, aka manoscritto avulso, una semplice baia che abbiamo dovuto propinare agli editori onde carpirne la fiducia, benché per ora senza successo. E quindi in definitiva il testo veramente vero è tra le nostre gelose mani, e però questa volta, dato il valore giornalistico dell’opera, non vogliamo sprecarla così, regalandola a gente dappoco, buona nemmeno all’agitazione culturale. No, stavolta no: fedeli all’intento dell’Elia di farsi pennivendolo, noi questo testo lo vendiamo. Ci scriva privatamente chi lo vuole e raggiunto un numero minimo di sottoscrittori paganti sarà inviato. Nel frattempo per ingolosire il pubblico colto e sempre alla ricerca di visioni modernizzanti del passato accenneremo a uno dei punti del ragionamento spallanzanesco.

“Vero che il beovolfo è frutto di una società primitiva, ma il protagonista eponimo non è solo un bestione, mostra anche saggezza”, notava il Nostro, e aggiungeva: “Ad esempio quando osserva che lui ai matrimoni diplomatici crede poco. Sì, va bene, in segno di pace e alleanza dai tua figlia in sposa a un reuccio col quale prima combattevi, ma un giorno qualcuno del tuo seguito accompagnerà la sposa a corte, e allora un vecchio soldato magari gli vedrà addosso una spada che apparteneva al suo padrone, e lo farà notare all’erede: gli dirà “quella è l’arma che portava tuo padre quando il padre di quel conte l’uccise, una spada che dovrebbe appartenere a te”. E allora una notte quel dignitario che accompagnava la sposa dormirà il sonno della spada, scannato a tradimento, e il giovane fuggirà (conosce bene i luoghi), e di nuovo tra i due regni sorgeranno sospetti e ostilità, finché persino il re si disgusterà della moglie”.

In effetti la scena è descritta con tanta precisione e ineluttabilità da sembrare il riassunto di fatti ripetutamente accaduti più che una semplice ipotesi dettata dal pessimismo. Chiosava Spallanzani: “non è possibile in un mondo in cui la stirpe si indossa dimenticare le offese”.

E da questo traeva una sorta di profetico parallelo: notava che in epoca moderna (cioè negli anni ’70) l’aristocrazia economica costruisce alleanze transnazionali e crede, o racconta, di cementare così la pace tra i popoli. Ma il problema sostanziale resta. I lutti, le rapine, i soprusi materiali e ideologici del passato restano e finché gli uomini li esibiscono per affermare il proprio status ce ne saranno sempre altri pronti ad adontarsene. Dopo un discorso molto contorto sulla tendenza dei moderni a non rendersi nemmeno conto dei segni che portano in giro, Spallanzani osserva che il mantenimento della pace tra i potenti rischia di diventare un motivo per cancellare ogni memoria, compresa quella (parziale, ingiusta, ma pur sempre memoria) del vincitore.

Il prezioso sviluppo di queste considerazioni ai lettori paganti.

 

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