Il test di El.I.A.

Negli ultimi anni di vita Spallanzani si ritirò nel suo podere di Passogatto ma non smise mai di pensare alla letteratura, e soprattutto al fatto che nessuno cagava la sua. Già molti anni prima con estrema lucidità si era accorto di essere praticamente impubblicabile, e aveva scritto in “Raccontalo alla cenere”:

“Il problema è che mi definisco scrittore ma se domani un editore venisse a cercarmi non avrei nulla da dargli: non un romanzo, non una raccolta di racconti, nemmeno qualche articolo sagace. Io ho solo una gran massa di note, bozze, appunti: tutte cose validissime, ma è più o meno come se un fornaio ti vendesse la farina”.

Lo stesso “Raccontalo etc” era uno zibaldone di pensieri sparsi, ennesima prova della sua incapacità di costruire un’opera completa. Ormai erano lontani i tempi in cui, con Crocevia, aveva cercato di realizzare un iper romanzo, mezzo gioco e mezzo vortice, e di trent’anni di scrittura restavano solo “frantumi“. Di questo stallo artistico ed esistenziale aveva discusso più volte con Calvino (il fortunato, il mellifluo Calvino ndr), prima del famoso scherzo che pose fine ai loro conversari. Agli incoraggiamenti distratti e un po’ ipocriti dell’Italo, Spallanzani replicava con una sconsolatezza non priva di civetteria:

“I tuoi suggerimenti sono realistici e preziosi, ma ora pensavo che tutto sommato questi miei frantumi somigliano al cassetto di un morto. Per renderli pubblicabili ci vorrebbe uno sforzo ricostruttivo, una cura, un’opera che si dedica solo ai giganti, per cavare un altro po’ di sangue, felicitare eredi… si potrebbe partire dal presupposto che l’estensore è morto e che voleva pur dire qualcosa, o probabilmente più cose contraddittore: farne 4-5 ritratti, accostando i pezzi più simili tra loro. La storia come sempre sarebbe non quella scritta ma quella di chi ricompone gli scritti. Magari della sua fascinazione che andando avanti declina, come in quel libro di lettere del tizio che voleva incontrare Céline* (non che ovviamente mi paragoni a Céline, ma è giusto per capirci), e che poi conosciutolo se ne allontanò schifato per quanto era orrendo. Pian piano lo studioso scopre i plagi, i cascami, le meschinerie, il ridicolo delle figure che vengono fuori mischiando i pezzi, finché prevedibilmente si rende conto che il cadavere è lui. Mah. Già così, non è che attiri.”

L’idea espressa quasi per scherzo mise però radici, tant’è che dieci anni dopo troviamo degli appunti su un possibile romanzo che servisse da cornice per ricucire i frammenti sparsi:

“Spunto: un ragazzo riceve una strana proposta di lavoro: un anno di tempo e dieci milioni per cavare un libro da certi appunti di uno scrittore morto. Tutto sta in un Olivetti M24, in una vecchia casa. Il committente dirà di essere un amico del morto, che ha lasciato questa volontà. Il ragazzo ha bisogno di soldi, comincia a fare dei collage abbastanza casuali dei testi ma il committente lo sorveglia e non è contento. Il ragazzo per carattere è completamente diverso dal morto e quando torna a casa parla con la fidanzata di queste stramberie. Ma otto ore al giorno davanti a uno schermo, immerso in questa voce così distante, cominciano a dargli sui nervi. Da certi segni gli viene anche il dubbio di non essere il primo che ha affrontato il compito. Che succede se fallisce? E chi è davvero il committente? E com’è che dopo qualche mese di lavoro la sua vita privata sta prendendo una brutta piega? Ma questi file non finiscono mai? Pare che ce ne siano ogni volta di nuovi”.

Da questo momento l’Elia come suo solito comincia ad accumulare varianti incompiute dell’idea iniziale, aggiungendo anche delle considerazioni più generali sulla funzione del racconto:

“Potrebbero esserci più storie cornice. E’ lo stesso redattore a pensarle, perché per assemblare un libro accozzaglia non si può procedere diversamente. Già la semplice lettura delle bozze sparse di un morto implica che vengano collegate mentalmente in una sorta di storia, altrimenti è troppo faticoso andare avanti (si noti: lo stesso non accade quando si presume che l’autore sia ancora vivo: è come se solo la morte autorizzasse e innescasse il processo).
La mente non cataloga e non organizza che mediante racconti. E comunque nessun vero scrittore è davvero capace di rileggersi se non con questi mezzi.
Variante: un redattore viene incaricato di tirare fuori un romanzo dagli appunti dell’amante dell’editrice. Mesi e mesi a cercare di mettere insieme il polpettone, poi l’amante muore. A questo punto si può pubblicare tranquillamente ‘sta specie di diario così com’è, tanto di un morto si può fare: penseranno i lettori a inquadrarli in una storia. Il commissario Cacando però si insospettisce, indaga e scopre che l’assassino è il redattore. Non aveva scelta! Era l’unico sistema per pubblicare. Il commissario lo perdona, fine”.

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Ora, visti i limiti del mezzo, omettiamo un’altra dozzina di varianti per arrivare direttamente a quella più sviluppata, che Spallanzani inviò anche in lettura a sua nipote Letizia (il corsivo riproduce le sottolineature della nipote):

“Un giovinotto viene assunto per assemblare il libro postumo di un noto filologo, Pår Dhalgren. La donna che gli dà incarico e soldi precisa che i testi sono un po’ anomali e che gli eredi tengono al massimo riserbo, quindi lui deve lavorare esclusivamente sul computer che li contiene, nella vecchia casa del defunto, e non può fare copie né portare fuori stampati.
Il ragazzo si mette al lavoro su questa sorta di enorme diario elettronico pieno di varianti e nota quanto sia distante questa roba dalla figura pubblica che conosceva. Periodicamente presenta i risultati alla donna, che li rifiuta sempre. Il ragazzo inizia a disperare di poter cavare qualcosa da quei deliri e allo stesso tempo si accorge che le parole del morto si infiltrano nei suoi pensieri e nei suoi dialoghi. Nota pure che la donna è tanto più disponibile nei suoi confronti quanto più lui scimmiotta il morto.
Insospettito, fa qualche indagine e scopre che non c’è nessun erede. Allora, basandosi su alcuni deliri del morto che parlano della mente, inizia a pensare che la donna fosse l’amante del morto e che creda di poterlo in qualche modo resuscitare impiantando le sue parole nella testa di qualcuno. Decide quindi di approfittare di questa ricca signora di mezza età e accentua la sua imitazione del decuius.
La mossa sembra funzionare, la donna lo mantiene e se lo porta in giro a feste, gli fa conoscere gente ricca, comprese altre donne. La signora si rende conto che le sue grazie non bastano più ad accenderlo e una volta gli procura anche una ragazzina, o ragazzino, e filma tutto.
Il protagonista inizia ad avere un po’ paura di questa donna, che può ricattarlo, e nel frattempo continuando a scavare nel computer (che assurdamente sembra avere sempre nuovi file nascosti) capisce che i rapporti tra lei e il morto non erano per niente idilliaci.
A un tratto il ragazzo vorrebbe tirarsi fuori da questo fango ma la donna sfodera un’arma. Delirando che è lui, è tornato proprio lui, ricorda la sera del loro ultimo litigio, quando alla milionesima risposta sarcastica lei l’ha ucciso davanti a quel computer. Due minuti dopo le è venuta in mente la risposta e ha messo su tutta la baracconata del libro per riportarlo sulla terra e sputargliela in faccia.
Pensa: vincere la morte solo per avere l’ultima parola!
Adesso la donna pretende di ripetere la scena.
Il ragazzo è agghiacciato: nella casa isolata, senza telefono, la pazza con la pistola, ed è sicuro che dopo la sceneggiata lei lo ucciderà comunque. Ed è a questo punto che si manifesta il fantasma. Legato a quel computer davanti al quale trascorreva le giornate, ucciso lì, il fantasma suggerisce al ragazzo un modo per salvarsi. E alla fine, eliminata la donna, mentre l’alba illumina tutto, sullo schermo appare:
Bene. Adesso siediti e finisci il libro‘.

Bello eh? Ho anche un titolo: il gioco dell’imitazione. Ma forse è meglio Il test di Dhalgren: se scrivendo su un computer dopo un po’ non capisci più chi è il computer, il test è superato.

P.S. Ultimo rivolgimento: un mese dopo i fatti che abbiamo narrato, il libro è pronto. Il presunto morto e la donna lo presentano alla stampa”.

Nel vecchio M24 di Spallanzani ci sono molti altri file. Un numero sorprendente di file, a dire il vero: a volte pare che ne compaiano continuamente di nuovi. Ci sono altri sviluppi della storia, redazioni in forma di scambio epistolare, pezzi di dialoghi, note ai frammenti, e note sulle note. Se avessimo un anno di tempo forse riusciremmo a ricostruire il romanzo che l’ultimo Spallanzani stava accanitamente cercando di non scrivere. Basterebbe rimanere qui, davanti a questo computer, immersi nella voce distante, con l’unica differenza che nessuno ci pagherebbe per farlo.

* Si tratta certamente di “The Crippled Giant“, 1950, di Milton Hindus. La corrispondenza tra Hindus e Celine è stata pubblicata anche in italiano, vedi “Lettere al professore“, ndr.

Informazioni su eliaspallanzani

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5 risposte a Il test di El.I.A.

  1. lastlightx ha detto:

    idillico o idilliaco?

  2. Pingback: Il gemello di sabbia | Fondazione Elia Spallanzani

  3. Pingback: Lo stile italiano sopra la funzione | Fondazione Elia Spallanzani

  4. Pingback: Gli automi cellulari e la radice del sacrificio | Fondazione Elia Spallanzani

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