I AM CTHULHU

Nel “Richiamo di Cthulhu” un giovane scultore crea quasi in trance la statuetta raffigurante l’orribile creatura che ha sognato. Qualcuno potrebbe pensare che lo scultore rappresenti lo stesso Lovecraft, fine artista in comunicazione con i misteri preternaturali. O almeno ciò che Lovecraft avrebbe voluto essere: un ricco dilettante, talentuoso e sognatore. Tuttavia il protagonista del “Richiamo” descrive lo scultore con una certa ammirazione ma anche, si direbbe, con un po’ di disprezzo. In verità il dubbio è che la proiezione psicologica dell’autore non sia lo scultore, ma proprio Cthulhu.

Pensateci un attimo. Cthulhu dorme nella sua isola sprofondata di R’Lyeh ma quando le stelle torneranno giuste si sveglierà per distruggere il mondo. Ignoto, inascoltato, capace di comunicare solo con i più sensibili tra gli umani e solo con immagini oniriche, questo dio sepolto non ricorda un po’ lo scrittore Lovecraft, anche lui quasi ignoto al mondo e in fitta comunicazione con una rete di corrispondenti scelti per sensibilità?

Nella mente di HPL forse girava l’idea che prima o poi sarebbe stato scoperto, diventando il grande che lui sapeva di essere, e allora si sarebbe vendicato. Essì. Per quanto sembri illogico, nella logica sghemba dell’inconscio è normale che il recluso sogni di uccidere il suo liberatore. Pensate alla storia del genio della lampada: nei primi mille anni di prigionia gridava “a chi mi libera darò enormi ricchezze!”; nei successivi mille gridava “a chi mi libera, esaudirò tre desideri”. Ma nessuno venne. Allora nei mille anni successivi pensò: “a chi mi libera, uomo o dio, guai a lui”.

Cthulhu sarebbe quindi una fantasia di potere di HPL, e lo conferma anche il culto reso dagli uomini di colore. Costoro più che adorare Cthulhu cercano di tenerlo buono offrendogli sacrifici, e infatti nove volte su dieci finiscono male, divorati da qualche forma oscura. HPL, è noto, non amava queste persone*, e non ci vuole molto a immaginare che in cuor suo aspirasse ad essere temuto come un dio.

Sulla sua tomba quindi invece che I AM PROVIDENCE avrebbero dovuto scrivere I AM CTHULHU. Ma in un certo senso tutto ciò è ovvio. Lovecraft E’ PER FORZA i suoi dei, sia materialmente, perché li forma lui, sia psicologicamente. Il problema dello scrittore HPL però è stato sempre come allontanarsi da questa proiezione.

HPL scopre molto presto che dietro tutto c’è lui. Dal racconto “L’estraneo” in poi, cerca in tutti i modi di rimuovere il nesso psicologico tra se stesso e l’opera. Lovecraft disprezzava la psicanalisi, la considerava una forma puerile di simbolismo, ma questo disprezzo (che tra parentesi noi condividiamo) può essere anche considerato come una forma di rimozione. Lo scrittore, Super Io, censurava il nucleo profondo di HPL, in cui lui era un dio immortale e obliato ma pronto alla vendetta. Questa censura però non riusciva sempre al meglio e infatti in alcuni racconti del mito, come ad esempio l’orrore di Dunwich, a guardare da vicino emerge incontestabilmente una simpatia della voce narrante per i cultisti, che l’autore non riesce del tutto a nascondere e che, contro la sua volontà, rende il racconto molto più ambiguo di quanto sembra (e su questo hanno già scritto Becherini e Bencistà).

Lo sforzo di Lovecraft per recidere il legame tra l’estraneo e il suo riflesso nello specchio è quasi eroico e infine ha successo: nei migliori racconti dell’ultimo periodo il mito recede, diventa quasi solo uno sfondo, il colore venuto dallo spazio e la grande razza di Yth non somigliano per niente agli dei del ciclo e non sono nemmeno propriamente dei mostri. Il colore è una forma di vita di passaggio, la grande razza  si limita ad osservare e imparare: non vogliono distruggere o dominare, non hanno culto, sono semplicemente alieni in senso oggettivo. L’antipsicologia di Lovecraft ha superato la fase del sogno, la paura comune di ciò che è dentro, che è sepolto, e si è avvicinata al micidiale miscuglio di fascinazione e orrore per ciò che è reso altro. L’altro, psicologicamente, non esiste, perché tutto è generato dal se. La grande mossa di Lovecraft è proprio scovare, costruire un orrore che non è in nessun modo assimilabile, riconoscibile come un proprio riflesso e quindi neutralizzabile. Insomma, la cura psicanalitica forse potrebbe funzionare su chi ha visto Cthulhu, ma non su chi ha visto il colore.

Gli epigoni di Lovecraft, si noti, hanno continuato a sviluppare soprattutto il mito, cioè una parte relativamente meno matura e significativa dell’opera di HPL. Lui stesso quando ha scritto l’ultimo racconto, “l’abitatore del buio”, è tornato un po’ indietro: di nuovo una sorta di dio nascosto, di nuovo un culto, di nuovo nel buio, nell’inconscio. Non si può escludere che l’abbia fatto perché il racconto era una sorta di risposta a un racconto di Bloch, una specie di scherzo, che quindi non meritava tutto il suo impegno. Forse in questo racconto Lovecraft ha fatto fatto una specie di caricatura di se stesso, o meglio della maniera che era già sorta intorno a lui.  

*E’ meno noto che Lovecraft ha scritto il primo e forse unico racconto della storia in cui il razzismo pervade addirittura gli immobili: si intitola “La strada” e racconta di un quartiere di vecchie case signorili che non si rassegnano ai cambiamenti demografici e preferiscono crollare seppellendo i forestieri.

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4 risposte a I AM CTHULHU

  1. lastlightx ha detto:

    perché scrivete “uomini di colore” e non negri, non siamo mica sul facciabucco del mammalucco.

  2. Pingback: Note sparse sull’edizione Fanucci dei racconti di Lovecraft | Fondazione Elia Spallanzani

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