Lovecraft nostro contemporaneo

Pare che Lovecraft abbia scritto quasi centomila lettere. Considerando che è morto a 47 anni, viene da chiedersi come facesse. Ma prendendo qualche lettera a caso si nota che spesso si ripeteva (soprattutto, ma non solo, su argomenti triviali). Per lui le lettere, prima che una corrispondenza con una persona specifica, prima di qualcosa di personale, erano il modo artigianale di diffondere storie che non riusciva a pubblicare. Già da ragazzo faceva qualcosa di simile, scrivendo una rivista di astronomia in quattro o cinque copie. Se avesse avuto il copia e incolla avrebbe potuto scrivere un milione, dieci milioni di lettere: quel che ci avviamo a fare noi.

Anche Carroll ha un epistolario sconfinato. Decine di migliaia di lettere. Aveva architettato molti metodi grotteschi per fare più in fretta certe operazioni, tipo dividere per 11 o cose così. Inoltre inventava anche giochi di logica e di parole, e fotografava le ragazzine. Probabilmente la gente che lo conosceva davvero provava per lui pena e imbarazzo. Pare che il suo contributo alla matematica sia considerato modesto*.

Ovviamente non ci interessa, in se, la vita degli scrittori, ma i loro non sono comuni epistolari**. Quando si arriva a decine di migliaia di lettere vuol dire che stanno assumendo un’altra funzione, o soddisfano una compulsione a comunicare che diventa quasi struttura delle opere.

Per dire quanto Lovecraft abbia precorso psicologicamente i tempi: in un suo racconto in forma diaristica (spoiler) il protagonista continua a scrivere il suo (appunto) diario anche mentre viene divorato da un orribile mostro. Questo finale viene considerato uno dei più goffi e ridicoli della storia, e invece a ben vedere se oggi un drogato di internet venisse assalito da un mostro probabilmente invece di scappare ci si farebbe un selfie. Volendo si potrebbe salvare la “naturalezza” del finale interpretandolo nel senso che il protagonista è vittima di illusioni, che prendono vita mentre scrive e proprio perché scrive. Questo però sarebbe molto meno interessante di prenderlo alla lettera.

A ottant’anni di distanza l’immersione totale nel canale di comunicazione, la smania di lasciare qualcosa, di documentare per essere, è diventata una caratteristica comune della nostra mentalità. Il sedicente gentiluomo del New England che disprezzava il presente e rimpiangeva il 18simo secolo, che scriveva ogni giorno decine di lunghe lettere coinvolgendo i conoscenti nella creazione di una realtà consensuale follemente lucida, il solitario Lovecraft infantile e grafomane non era dunque l’ultimo rettile di un’altra era, ma il primo della nostra: “non la fine ma il principio benedetto”.

lovecraftcontemp

 

* Alla fine Carroll e Lovecraft sono così distanti che si somigliano. Leggendo l’uno con in mente l’altro, Alice diventa agghiacciante e R’lyeh fiabesca. Un tratto comune che emerge dalla loro corrispondenza, oltre al volume spaventoso, è la gentilezza.

** Elia Spallanzani invece non scriveva molte lettere. La scarsità quantitativa e qualitativa delle risposte gliene aveva tolto l’uzzolo. Inoltre la maggior parte di quelle rimaste sono state distrutte per mano o volontà dell’autore. Rimane qualche scambio con Calvino, finché non litigarono perché Spallanzani gli faceva il verso, e la serie delle lettere a sua zia Luisella, che se le dimenticò in frigorifero e così le salvò involontariamente dalla distruzione.

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