Lovecraft gnostico? (un ripensamento)

La frettolosa conclusione del precedente articolo è volutamente sbagliata. Invitava a una confutazione, che è molto più interessante di un plauso. Comunque, confutandoci da soli osserviamo che è sciocco negare l’esistenza di un Lovecraft gnostico sulla base del fatto che l’uomo Lovecraft fu un ateo materialista. La tendenza gnostica, se esiste, è stata repressa e quindi bisogna cercarla non alla luce ma nell’oscurità, nelle contraddizioni e nei fallimenti della narrazione. Come notano i benemeriti autori di MePnOdDdHPL, il narratore esplicito dell’Orrore di Dunwich è cosa diversa da quello implicito, cioè dalla strategia testuale o principio ideatore della storia come viene ricostruito dal lettore implicito (ossia dal pubblico ideale del testo e che il testo stesso mira a costruire).

E si può sostenere che il narratore-uomo somiglia al narratore esplicito invece che all’implicito. Le storie di Lovecraft sono quasi sempre raccontate da personaggi che somigliano a ciò che Lovecraft avrebbe voluto essere: scienziati, eruditi, esploratori, discendenti di famiglie agiate e privi di preoccupazioni lavorative. Dietro la loro voce si avverte però quella “del racconto”, l’autore implicito, che forse finisce per somigliare al subconscio di Lovecraft. Un subconscio molto abile.

Del resto, molti hanno osservato che la vita stessa di Lovecraft ha della stigmate per così dire gnostiche. La tradizione vuole che fosse brutto, persino mostruoso (il che non è vero), e che gli altri bambini avessero paura di lui. La sifilide del padre, la malattia mentale della madre, dicono alcuni, avrebbero accentuato la sensazione di essere un mostro figlio di mostri, tarato sin dall’origine. Il racconto “L’estraneo” viene solitamente indicato come prova irrefutabile. Allo stesso tempo, Lovecraft è considerato un creatore di mondi e di miti, un demiurgo, ed è forse superfluo ricordare che per gli gnostici il demiurgo è appunto il mostruoso creatore del mondo materiale, prigione per gli uomini pneumatici.

In questo senso, si può immaginare che nelle storie di Lovecraft ci sia sempre una lotta tra il suo sentirsi demiurgo (e quindi creatore del mondo, ordinatore, e portatore di una razionalità, che però non è ottimistica e solare ma negativa e castrante) e il suo desiderio di essere uno dei salvi, portatori della scintilla divina. Nel tipico rovesciamento gnostico dei valori, la disperazione diventa esaltazione.

Da ciò forse la curiosa simpatia che a volte traspare suo malgrado per i cultisti e i loro folli propositi. Nel racconto “Il tempio” il razionalissimo protagonista non riesce a sottrarsi al richiamo della “primal shrine”, pur continuando a definirla un’illusione. In “The Shadow over Innsmouth” il protagonista sprofonda gioiosamente in un abisso di splendore. I panorami allucinanti descritti in tanti racconti evocano terrore ma anche e soprattutto meraviglia. Nonostante i suoi sforzi, Lovecraft non riesce del tutto a nascondere il suo desiderio che gli Antichi si sveglino davvero e trasfigurino la realtà. Il suo apparente pessimismo, l’idea che la catastrofe può essere forse rinviata ma accadrà comunque, è forse invece una speranza e spiega il genuino fervore che si avverte nei deliri dei cultisti.

Oppure può essere ironia. Dopotutto, qualsiasi cosa si può spiegare con l’ironia, che quindi è una delle categorie più dannose.

Nell’Orrore di Dunwich la varie forze espresse dalla narrazione (autore implicito) si combinano imprevedibilmente e tra l’altro producono una blasfema assimilazione con la sacra scrittura. Come notano Becherini e Bencistà, il lettore non può non avvertire una somiglianza tra i degenerati Whateley e la sacra famiglia.

Innanzitutto, Wilbur Whateley è nato il Giorno della Croce. Non si sa chi sia suo padre ma, come si scoprirà, è il figlio di un Dio, per quanto mostruoso. Inoltre è precocissimo: la sua sapienza (sebbene limitata a un solo campo) è sbalorditiva. Questo individuo eccezionale si propone poi esplicitamente come riformatore del mondo (una riforma radicale). La madre dichiara di “non capire” cosa vuol fare suo figlio e Wilbur la tratta spesso rudemente, il che ricorda alcune risposte non proprio cordiali di Cristo a Maria. Anche Lavinia Whateley, come Maria, svanisce, sebbene si lasci intendere che è morta. Ma, e qui il parallelo diventa di una chiarezza insopportabile, il gemello di Wilbur pronuncia parole molto simili a quelle del Signore: quando gli studiosi lo accerchiano ed esorcizzano, l’Orrore grida “Eh-y-ya-ya-yahaah – e’yayayaaaa… ngh’aaaaa… ngh’aaa… h’yuh… h’yuh! AIUTO! AIUTO!…P-P-P-PADRE! PADRE YOG-SOTHOTH!…”

Quindi, scrivono i due commentatori, ci sono tutti gli ingredienti della Crocifissione: “la salita su un colle, l’esecuzione, il lamento (frainteso: cfr Matteo, 27, 46) per l’abbandono da parte del padre, la morte seguita da intensi fenomeni naturali (cfr Matteo 27, 51) e da una sorta di ascensione al cielo (o ritorno al padre)”.

L’ascensione, inoltre, permette di rilevare un’altra analogia fra Wilbur/l’Orrore e Gesù Cristo: “l’esistenza terrena di entrambi si chiude – contrariamente alle apparenze (e ai giudizi del senso comune) con un trionfo o, per meglio dire, con una “sconfitta trionfale” (cfr anche D.R. Burleson, The Mythic Hero Archetype in “The Dunwich Horror”, in AA. VV. 2002, pp. 206-213, dove il riconoscimento dei tratti dell’eroe del mito nei fratelli Whateley conduce Burleson a interpretare il racconto quale narrazione, appunto, di un trionfo dell’eroe sui suoi avversari)”.

Nel saggio gli autori concludono che Lovecraft ha istituito questo parallelo per due motivi: uno, quale autorappresentazione che gli stessi Whateley hanno elaborato per giustificare la propria eccezionalità e proclamare il proprio ruolo di distruttori del vecchio ordine e di riformatori/redentori del creato; due, quale denuncia della voce narrante dell’empietà dei Whateley, che si prendono gioco della storia sacra cristiana. Il narratore esplicito, a quanto pare, non si accorge che involontariamente genera compassione per il mostro.

E a questo punto ci viene in mente anche un’altra cosa.

Wilbur ha un gemello, che nella ricostruzione appena presentata è il vero salvatore. La loro storia appare una citazione o parodia della crocifissione. Per cortocircuito, si può pensare: e se anche Cristo avesse avuto un gemello “meno umano”? Se il parallelo fosse ancora più forte di quanto notano i commentatori? Se nella vicenda di Cristo fosse stato crocifisso l’uomo sbagliato?

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Immaginate: Maria partorisce due bambini, uno visibile e umanoide, l’altro invisibile e più simile al padre. I due vivono insieme, viaggiano insieme, i prodigi attribuiti all’uomo vengono dall’invisibile gemello, e sulla croce finisce il primo, mentre il secondo continua a vivere sulla terra. Questo spiegherebbe moltissime cose e sarebbe coerente con l’assoluta ripugnanza degli gnostici per l’idea di un Cristo crocifisso. Persino secondo il Corano non fu il vero Cristo a salire sulla croce, ma un “fantasma” con lo stesso aspetto.

Continua.

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