Lovecraft e la gnosi (uno spunto)

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Andrea Becherini e Giacomo Bencistà, eresiologi di chiara fama, hanno scritto Menzogna e persecuzione nell’Orrore di Dunwich di H.P. Lovecraft*. Il titolo è intimidente ma appropriato, perché in sintesi il saggio ipotizza che nel racconto ci siano, mascherate dalla patina della storia di genere, delle tracce di altre storie più complesse e problematiche, che hanno a che fare (anche) con un rito di purificazione.

NOTA: Diamo per scontato che i nostri lettori conoscano il racconto, magari in lingua originale. In caso contrario, gli ignari sono pregati di recarsi su altre pagine dedicate agli incolti e ai meccanici, che abbondano (le pagine, ma anche i meccanici) e forniscono ugualmente grandi soddisfazioni.

Per analizzare il saggio servirebbe un altro saggetto, e non è il caso. Qui ci limiteremo a commentare una delle possibili letture suggerite, quella latamente politica.

Come osservano i due autori, la famiglia Whateley (il nonno pazzo, la figlia albina, l’osceno nipote Wilbur) somiglia molto a una cellula di rivoluzionari. Attraverso lo studio di antichi libri, il nonno e il nipote vogliono provocare un cambiamento radicale dei rapporti sociali e anzi dell’umanità intera. L’albina Lavinia, un po’ debole di mente, non comprende molto della vicenda ma è necessaria per questioni pratiche, e una volta esaurito il suo compito sarà eliminata.

Contro i Whateley si schiera un piccolo gruppo di eruditi, che finisce per rappresentare una tradizione di tipo oligarchico, un gruppo di potere che si autolegittima in virtù della conoscenza, che disprezza le democrazia, cerca in ogni modo di impedire ai Whateley l’accesso ai libri proibiti e lotta per far fallire i loro piani.

Tra i due gruppi c’è la popolazione di Dunwich, ignorante e degenerata, disprezzata e in fin dei conti vera vittima di questo conflitto. In questa plebe, notano gli autori, c’è ancora qualche traccia di una conoscenza molto antica, che potrebbe teoricamente essere usata per cambiare la realtà. Tuttavia, gli eruditi mettono subito in chiaro che il popolo deve restare in disparte e affidarsi a loro. I cerchi di pietre sulle colline, cui il popolo attribuisce un non meglio precisato potere, vengono finemente interpretati dagli autori come un simbolo dei luoghi di discussione democratica, che però non deve essere permessa, perché la società deve restare com’è.

Cthulhu e Rivoluzione - Cover (front)

In questa interpretazione, attorno ai Whateley c’è un sistema di controllo ed oppressione costituito da animali (i cani che non li tollerano), da umani (i paesani che li guardano con sospetto e timore, gli eruditi che frustrano i loro piani), da entità misteriose (i caprimulghi che danno la caccia alle anime), e la stessa voce narrante del racconto mira sin dal principio a generare sospetto e a costruire una vera e propria persecuzione e demonizzazione dei rivoluzionari, trasformandoli letteralmente in mostri perché sia più agevole eliminarli.

E non vale dire, in senso contrario, che i Whateley dei mostri lo sono davvero, perché il racconto (quasi contro la volontà dell’autore) contiene dei segni mal censurati che sembrano dire anche il contrario: come se due o più idee inconciliabili si fossero fuse imperfettamente, consentendo al lettore avvertito di giocare col testo e ricavare da questo “mostro” una serie di letture divergenti.

Messe le cose in questo modo, viene da chiedersi se i Whateley, come tutti i marxisti, siano figli degli gnostici. Indubbiamente per questi adoratori degli dei esterni la vera realtà è rappresentata da Yog-Sothoth e dalla sua progenie, mentre il mondo materiale è una sorta di prigione e forse non esiste nemmeno. Ciò spiegherebbe tra l’altro la nonchalance con cui i Whateley progettano la distruzione dell’umanità e, per di più, anche di loro stessi. E’ chiaro che non attribuiscono nessun valore all’argilla.

Come per gli gnostici, i Whateley pensano di poter raggiungere la libertà attraverso la conoscenza, e specificamente la riscoperta di una conoscenza antica e disprezzata ma in effetti più vera di quella ufficiale (nel fumetto “Providence” Wilbur viene mostrato mentre gioca con dei tesseract, oggetti con più di tre dimensioni incomprensibili per gli uomini comuni e che la scienza ufficiale ha da poco scoperto. Il protagonista del “Richiamo di Cthulhu” teme proprio che la scienza si stia avvicinando ai misteri già risolti dagli antichi e che quando li avrà compresi giungeranno la follia e la fine. Rispetto agli uomini comuni i cultisti sarebbero quindi non dei degenerati ma dei precursori).

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Volendo, si può anche sostenere che i Whateley pensino di sé quel che pensavano gli gnostici, ossia di essere parti delle divinità esterne imprigionate sulla terra (Wilbur lo pensa certamente, visto che parla del “materiale esterno” contenuto in lui e della possibilità di essere “trasfigurato”). Gli dei che si accoppiano con umani degenerati ricordano ovviamente gli angeli della bibbia, che con donne umane fecero i nephilim o giganti, altra tradizione valorizzata dagli gnostici. I personaggi “positivi” di Lovecraft quindi sarebbero solo degli uomini materiali, mentre i cultisti sarebbero gli pneumatici (tranne nei casi, non rari, in cui gli uomini materiali scoprono con orrore e meraviglia di essere anche loro, per natura, figli degli dei, come nel racconto “Fuga da Innsmouth“).

Con un certo sforzo possiamo anche ritrovare in Lovecraft gli Arconti della tradizione gnostica, ossia i signori del Mondo materiale, servi del cattivo demiurgo: possiamo vederli sia nelle leggi fisiche del nostro piccolo mondo (che non sono le vere leggi universali), sia in creature soprannaturali come il misterioso dio Nodens, il signore del grande abisso, o nei suoi servi (i caprimulghi?).

Bisogna anche notare che nella tradizione gnostica c’è un salvatore, un emissario della divinità che viene a risvegliare gli pneumatici (e il suo messaggio è incomunicabile, perché la verità è già nei dormienti: si tratta solo, appunto, di svegliarli). In Lovecraft questo ruolo potrebbe essere di Nyarlatothep, il messaggero degli dei.

Il processo di identificazione cultisti-marxisti e cultisti-gnostici è andato molto avanti (e non è difficile in questo campo andare avanti), ma restano notevoli difficoltà. Come già notato da molti, nei racconti di Lovecraft la conoscenza finisce quasi sempre per sconvolgere la mente dei personaggi e quindi appare più una gnosi di distruzione che di salvezza. Questa critica, a dire la verità, è discutibile perché ignora l’ipotesi che sia proprio la pazzia a costituire la chiave per la liberazione.

Altro ostacolo è che per gli gnostici il vero dio è unico ed esiste una complessa gerarchia di Arconti, mentre in Lovecraft gli dei sono tanti e sembrano loro disposti in una sorta di ordine gerarchico (dei esterni, grandi antichi, razze superiori, razze inferiori etc).

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Inoltre Lovecraft non è affatto mistico, anzi è un materialista accanito e col passare del tempo trasformerà sempre di più le sue entità misteriose in veri e propri alieni e la loro magia in tecnologia (un destino che sembra toccare quasi sempre alla magia, come più volte notato).

Lovecraft, quindi, più che un inconsapevole gnostico appare un tecnognostico e persino un antenato dei transumanisti. Le ripugnanti, oscene trasformazioni dei suoi personaggi non rappresentano un passaggio dall’argilla terrestre al libero pneuma, destinato a rientrare nella pienezza, ma da una forma puramente materiale a un’altra altrettanto materiale, più materiale ancora si direbbe, e più avanzata. Il nostro mondo, quindi, è una piccola isola di reazione nell’oceano ribollente della trasformazione, protetto da piccoli e pigri dei locali e da piccoli uomini che capiscono della realtà solo quanto basta a impaurirli e a fargli chiudere gli occhi.

Continua.

* In genere la Fondazione rilutta a recensire libri scritti da membri, amici e conoscenti, sia per pavidità (se ne dici male appari scortese; se bene, compiacente), sia per un modesto tentativo di praticare l’equanimità in un settore in cui regnano il circoletto e la triangolazione recensoria. Quando però l’argomento è effettivamente interessante facciamo un’eccezione.

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