E si dimenticarono di se stessi

Raramente Spallanzani badava all’attualità, ma negli anni ’70 un insegnante non poteva sottrarsi all’odioso dibattito politico. Pare che un giorno il Nostro, quasi divagando, abbia raccontato la seguente favola, che un suo studente annotò e dimenticò, finché leggendo noi non si è svegliato:

“Nell’antico Egitto c’era un bue che tirava l’aratro. Il contadino gli dava appena il cibo necessario a farlo lavorare e se fosse costato di più l’avrebbe sostituito. Il grano figlio del Nilo era anche o forse solo figlio del bue, dell’usura dei suoi muscoli, del suo sangue. Di ciò gli Egizi erano oscuramente consapevoli, tanto da fare del bue un dio, mentre dire la stessa cosa di un uomo sarebbe stato delirio.

Anche se il bue e il contadino erano più o meno sullo stesso piano, a quanto pare nessuno si è mai messo in testa di adorare un contadino. Ciò non solo a livello statale, dove c’erano ovvi ostacoli legati al problema dell’autorità, ma neanche a livello familiare. Forse sembrava maleducato e inconcepibile adorare sé stessi e si rimediava col culto degli antenati, che erano pur sempre contadini.

L’adorazione dell’antenato contadino creatore di valore era convenientissima, innanzitutto perché era morto, e poi perché si poteva facilmente spostare l’attenzione dalla parola “contadino” ad “antenato”, rendendo sacro non il lavoro ma l’antichità: in questo modo la tradizione assorbiva tutto il rispetto e la riconoscenza istintivamente sentiti per il lavoro e il dolore degli uomini, senza che queste due parole venissero mai menzionate. La tradizione e l’autorità diventavano fonte del valore, mentre il lavoro restava la condanna dei poveri, dei vili e degli sciocchi.

Così il contadino egizio continuava a prendere a calci il suo sacro bue e ad adorare il suo sacro padre, che in vita l’aveva fatto lavorare come un bue, e questi sentimenti forti e contraddittori lo facevano lentamente impazzire per cui, onde evitare una depressione suicida, si schermava di ingenuo narcisismo.

Finché venne un uomo di stirpe ebraica che fece notare ai contadini il loro errore: il bue era solo un animale, disse, e aggiunse: “cos’è un bue in confronto alla mano che lo dirige?“. L’antenato era solo una figura del re. Tutto il valore veniva unicamente dal contadino. “Ricordate chi siete e chi state servendo”, disse il profeta barbuto, “abbattete le statue con la testa d’animale, impiccate i re. Innalzate nel tempio una statua a voi stessi, se proprio ci tenete”. In ciò il marxismo si sovrapponeva all’antica, nostalgica fede nella gnosi: il marxismo e lo gnosticismo dicevano entrambi a ciascuno “tu, sei Dio”.

Nel frattempo i buoi, dopo lunghe confabulazioni, erano arrivati alla conclusione che qualcuno li stava sfruttando. Tuttavia, essendo così miti e intelligenti, avevano anche capito che sterminare gli uomini sarebbe stato non solo difficilissimo, ma inutile. Il valore che per tanto tempo avevano rubato ai buoi era stato convertito in incomprensibili aggeggi di legno e di ferro, che i buoi non sapevano usare. Eliminare gli umani significava tornare allo stato di natura o, qualora qualche bue avesse compreso la loro tecnologia, riprodurne la società. Perché i buoi avevano intuito, patendolo sulla loro pelle, che l’unico modo per estrarre valore da un essere vivente é farlo soffrire, e loro non volevano.”

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