Uccelli

Jurassic park è stato pubblicato nel 1990. Quattordici anni prima Stanislao Nievo aveva pubblicato un raccontino, “Il dodo“, in cui due scienziati giapponesi cercano di riportare in vita l’egregio columbide attraverso continui incroci, sul presupposto che il suo genoma sia ancora nascosto da qualche parte tra i suoi simili (tecnica effettivamente usata dai tedeschi con l’Uro). Sarebbe strano se questo curioso uccello non fosse tra i preferiti del Nostro, e infatti lo troviamo in un frammento di “Raccontalo alla cenere”:

“Nella mia produzione un giorno i critici e i clinici individueranno un topos legato agli uccelli, lo metteranno tra parentesi quadre… che poi è sempre lo stesso uccello, l’usignuolo divoratore dei secoli o la gazza (le gazze non cantano), la gazza color dei cremini… o la starna boreale, il ciucciovettolo, la pappagalla che canta terribile nelle terre lontane… il gallo che cantò sulla croce, l’ominoso richiamo dei gufi, il corvo che berciò nella memoria, il ciuigno, col suo honk honk trombettiere, il passero adocchiato da iddio o i trentasei uggelli che sono il simùrg  e bada all’uccel giuggiolo, terribilmente, terribilmente, io ti dirò: lo stupido merlo che chiama a distruzione e il pollo sultano, il più bello, il più simile, o il dodo, grigia immagine ossidente (il reverendo Dodgson si faceva chiamare Dodo – inabile al volo, si nutriva di frutti…), il dodo aveva un cattivo sapore, ma questo non l’ha mica salvato. Perciò bada se la vita tragica ti pare bella: “presi nella tagliola, tutti i colori sono simili a sciabole del sole / e a forbici del Dio Vivente”.

Il solitario di Rodriguez (difficile dire se sia più bello il nome volgare o quello scientifico: “pezophaps solitaria“) era molto simile al dodo e ha fatto la stessa fine, con l’aggravante che di lui ci resta un unico disegno in cui (definitivo oltraggio) appare quasi come un tacchino. Borges ritenne di discendere dal dodo ed effettivamente lo era, un dodo, un raphus cucullatus, come leggo dove non me l’aspetterei, “uccello lungo un metro, inabile al volo, si nutriva di frutti, nidificava a terra”, inabile al volo, è certo segno di rammollimento cerebrale quando frasi come queste ti risvegliano le lacrime, ma di che colore era il dodo? Il suo primo pittore, Savery, lo dipinse molte volte: “senza dubbio ne fu affascinato. Anche ossessionato. Inizialmente i dipinti erano accurati, ma non fu così per gli ultimi.” Ossessionato dal dodo, al punto da trasfigurarlo lavorando di memoria, e il suo piumaggio era color della cenere. Che assurdità… di questo uccello estinto non rimane neanche un esemplare imbalsamato e quasi tutti i dipinti dell’epoca sono fatti in base a descrizioni… era un columbiforme!

Al bar, sul tavolo, salì un colombo o forse meglio dire un piccione, poi ne salì un altro e dopo un po’ era pieno di piccioni che beccavano nelle ciotole degli aperitivi affondando le zampe rosa dentro i resti del caffè. Come il dodo non erano rosa ma color carne incenerita, un colore quasi rivoltante, zampettavano sui tovaglioli lasciando segni di forcone, facevano l’atto di aprire le ali, frup frup, tutti i tavoli erano vuoti e non c’era nessuno, la strada pareva scorrere sotto l’ombra degli obelischi e le piazze di cemento, restavano gli uccelli a entrare dalle finestre aperte e avventurarsi nei corridoi, le loro masse sgranate nel cielo come un disturbo, ma dove sono finiti tutti quanti? frup… sono sicuro che un minuto fa ero qui seduto con te, è stata la musica a far sparire le persone o forse gli uccelli, non c’è altra spiegazione, ne arrivano ancora, non vedo più di fronte ma dall’alto e tutta insieme la città sembra uno di quei promontori bianchi, porosi, dove gli uccelli si stringono a nidificare, ce ne sono migliaia… le vecchie pietre spariscono sotto i corpi grigiastri, teste mobili, occhi, gli sporchi piccioni che resistono alla bomba. Adesso sono tanti che non si muovono più, occupano tutto lo spazio, sotto i piccioni, in trasparenza, mi sembra di vedere una figura e il profilo dei tavoli delle sedie la strada con quelli che camminano sotto il velo dei piccioni e tutte le cose sono coperte da un velo che si agita e muove formato da ali, milioni, di becchi, di zampe, di occhi grigiastri, marroni, di ossa… che cosa?.. non sento e per toccarti dovrei allungare la mano attraverso di loro però resto fermo, ti chiedo scusa ma non riesco ad alzare le mani, forse tra un po’ gli uccelli se ne andranno e io potrò tornarmene a casa, non posso venire da te, casa tua sarà piena di piccioni, a quel piano… sai che mi piace scherzare. Mah, io non credo, sono solo un po’ stanco. Che ore saranno? Sento la musica e il sole, l’ombra dei palazzi, non riesco a capire se sono solo oppure no. Come tutti, in fondo io credo che l’universo sia solo un guscio per la mia anima: la chiamata dei piccioni è solo un’espressione del mio potere taumaturgico, una delle tante. Volendo potrei scrivere in cielo usando gli stormi di passeri, o risvegliare il dodo e se non lo faccio è solo perchè… povero dodo… meglio per te se non fossi mai nato.

il dodo aureo / noto prodotto commerciale
scivolando nello scarico / brillò una volta ancora
come fanno i carezzati propositi
mentre affondano nelle correnti”.

Annunci

Informazioni su eliaspallanzani

Blog dedicato etc
Questa voce è stata pubblicata in frammenti, oziosità, spallanzate. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...