Il gioco come lavoro

Ormai qualunque festività è accompagnata da polemiche sull’orario di apertura dei negozi, sui turni troppo lunghi, sulla distruzione del senso della festa (che però era iniziata molti anni fa) etc. Qualche tempo fa avevamo parlato del lavoro come gioco, ma forse quel che accade è l’inverso e molti segni indicano che le due aree si stanno sovrapponendo in modo tale che tra poco sarà impossibile distinguerle.

In un filmaccio del 1961, The Phantom Planet, il re alieno spiega che la loro società era arrivata al punto in cui tutto il lavoro veniva svolto dalle macchine e quindi le persone erano diventate pigre ed aggressive, da cui la decisione di tornare a un tipo di vita più primitivo. Il prigioniero terrestre risponde che anche la sua società ha il problema del troppo tempo libero. Come notò Spallanzani negli anni ’70 (copiando), in una società con troppo tempo libero gli hobby e le idiosincrasie si trasformano in ideali degenerati, che tendono a realizzarsi sotto forma di mito. Questa in un certo senso era la vulgata, ma c’è un processo opposto ancora più profondo e potente, che manipolando ideologie di destra e di sinistra sembra mirare all’assorbimento nel lavoro di qualsiasi attività umana. Invece di “Ne travaillez jamais” si dirà presto “lavorate senza intermissione“. Nella coscienza di molti il consumare è già da tempo un lavoro: comprare il cibo, cucinarlo, comprare abiti, lavarli, fare quattro passi per mantenersi in salute, guardare film per distrarsi e sfuggire alla depressione, sono tutte attività faticose che uno deve compiere solo per mantenersi in vita. E non dovrebbero pagarti per farlo?

Ci viene ripetuto tutti i giorni che fare la mamma è un lavoro; ma allora anche il padre, il figlio e forse anche lo spirito santo. E’ un lavoro fare il nonno, il nipote, l’avunculo, e a ben vedere anche fare il single. In generale, alzarsi la mattina dal letto è un lavoro.

La proposta di dare un reddito a ogni cittadino per il solo fatto che vive implica (o piuttosto svela) un’idea della vita come lavoro, fatica, compito svolto quasi controvoglia e anche (se non soprattutto) nell’interesse della società, cui lo stato deve quindi provvedere in qualche modo. Ogni cittadino diventa automaticamente un impiegato pubblico, sia che svolga un lavoro classico, sia che (più frequentemente) si limiti alla fatica di sopravvivere senza troppo nuocere al prossimo. Del resto gli indigenti che sono già a carico dello stato probabilmente costano di più adesso (indirettamente) di quanto si pagherebbe dandogli il reddito di cittadinanza, perché ora bisogna comunque sfamarli, vestirli, ricoverarli, e senza che essi debbano nemmeno andare a fare la spesa da soli. Dargli direttamente i soldi sarebbe quindi un risparmio e toglierebbe l’acqua a molte associazioni benefiche, del tutto dedite al bene (o per più preciso dire al male) di quegli uomini cui impongono una vita che è fatica. Né si può sostenere che i soldi dati così, senza altra ragione, potrebbero essere usati per comprare le sigarette o andare a puttane, perché anche questi cosiddetti svaghi in fondo sono più realisticamente dei compiti gravosi, cui gli uomini si sottopongono più che altro per non far di peggio.

Alla radio abbiamo sentito un programma sui senza tetto di Roma. Ne intervistavano uno che faceva osservazioni poetiche sui pappagalli, ormai stabilmente nidificanti nell’urbe. Raccontava poi la sua giornata composta da lunghi spostamenti in tram per raggiungere le varie organizzazioni caritatevoli che gli forniscono colazione, un posto dove lavarsi, vestiti, medicinali, pranzo, divertimento e cena. Non si lamentava troppo di essere costretto continuamente ad andare avanti e indietro (attività che ricorda anch’essa un lavoro). La sua storia, che in fondo è identica ad altre cento già sentite, consisteva in un primo periodo di sofferenza (dormire per strada, ammalarsi, perdere i denti) della durata di 6-12 mesi, a seconda. Apparentemente chi supera questo primo periodo di purgazione diventa poi un senzadimora riconosciuto, istituzionalizzato, laureato, si potrebbe dire, e può accedere a tutte le facilitazioni pagate con le tasse: la bocca gli viene sanata, i denti (con qualche difficoltà) sostituiti, la colazione elargita, il pranzo, apparecchiato: e in più di un luogo, così che ha la scelta e delle preferenze e finisce spesso in una parrocchia dove danno anche la frutta e il caffè.
Tutta la giornata è scandita da piccoli obblighi burocratici, piccole carte da portare avanti e indietro per accedere ai vari servizi, carte che vengono anche scambiate e vendute tra i senzadimora, i quali commerciano anche in sigarette, buoni di vario tipo, raccomandazioni, e così via.
Quando si riuniscono per mangiare la loro conversazione sembra lieve e piacevole: ci sono i soliti scherzi, i piccoli amori e litigi, esattamente come tra i bambini di un collegio, e anche le discussioni politiche, che non sono poi molto più assurdi di quelle tenute dalle persone istruite.
Dopo pranzo l’intervistato se ne va tutti i giorni al cinema, perché ci sono organizzazioni che offrono gratuitamente anche quello, e azzarda considerazioni estetiche sui film che descrivono il suo mondo, non diverse da quelle che farebbe un blogger. Dopo il cinema prende un altro autobus e poi un tram, per raggiungere il luogo della cena, che come per i bambini è fissata verso le sei. Dopodiché, terminata con soddisfazione la sua giornata lavorativa (come lui stesso la chiama con garbata ironia e inconsapevole esattezza) se ne va a dormire dove gli danno ricetto, non senza aver prima abbadato ai pappagalli del parco.

In verità tra senzadimora, immigrati, baby pensionati, assenteisti*, falsi invalidi e dipendenti infedeli, si direbbe che nel nostro paese il reddito di cittadinanza ci sia già. Ma tutte queste persone pagate per andare in bicicletta, giocare a ramino, fischiare alle donne, stanno semplicemente svolgendo il duro lavoro della vita. Senza di loro verrebbero meno molti sorrisi, e anche molte riviste specializzate. E non è lontano il giorno in cui bisognerà pagarli, obbligatoriamente e legalmente, anche per darsi il piacere solitario, perché aumentando la loro felicità si fa bene a tutto il corpo sociale e quindi conviene. In Svezia stanno cominciando.

Come osservava Daniele Gabrieli, i tempi sono maturi per un sindacato dei viventi. E noi gli rispondevamo che in pratica esiste già, è composto da vari gruppi che in genere si proclamano progressisti e spingono, di fatto, per un totale asservimento della vita alle esigenze e al benessere della fantomatica società, perchè CONVIENE. Al momento però non si sono ancora resi conto che dicono tutti la stessa cosa o comunque partono tutti dalla stessa mai dichiarata premessa.

Anche la ciclica discussione sull’eutanasia diventa più comprensibile se inquadrata nello schema (che punta a diventare dominante) della vita come lavoro usurante. Colui che riceve un reddito di cittadinanza in cambio della sua attività di autoassistenza (fare la spesa, mangiare, lavarsi, curarsi etc) deve avere anche il diritto di licenziarsi, il che nel caso specifico significa emigrare o morire. Lo stato quindi deve fornirgli le risorse per studiare e/o imparare un lavoro che andrà a fare all’estero, senza poter obiettare che in questo modo si sottrae ricchezza al paese quasi come esportando valuta. Inoltre lo stato deve apprestare cabine in cui l’aspirante ex cittadino possa togliersi la vita usando un’interfaccia molto semplice, alla portata anche degli ignoranti. Lo stato non può pretendere che il lavoratore spieghi le ragioni per cui vuole farla finita, e tanto meno che queste ragioni siano oggettivamente verificabili. Se la vita è un gravoso lavoro, e di certo lo è, visto che si viene pagati per farla, allora lasciarla è un diritto insindacabile e ovvio.

In effetti anche non alzarsi mai più dal letto è un lavoro, oppure lo si può considerare uno sciopero, che in fondo fa sempre parte del lavoro. Leggiamo su facebook: “Come è stato scritto da più parti, varie possono essere le pratiche alternative di sciopero per chi non svolge un lavoro retribuito, o riconosciuto come tale: vestirsi di nero e fuxia; non usare gli elettrodomestici; informare altre persone dello sciopero globale; astenersi dal lavoro domestico e di cura. A queste, vorrei aggiungere la possibilità di scioperare da Facebook, inteso come luogo di lavoro non retribuito, né riconosciuto – possibilità che vorrei declinare, tuttavia, maggiormente in chiave femminista, trans e queer.”

Come gli esperti dimostreranno, pensare che la semplice respirazione sia un lavoro alla lunga conviene. Ciò è frutto di un altro processo, non meno insidioso e anzi forse alla base di tutta la condizione moderna. La giustificazione morale dell’egoismo e un connesso, oscuro senso di colpa spiegano la tendenza, apparentemente contraddittoria, a sostenere posizioni ideologiche sulla base di una loro fantomatica convenienza: bisogna accogliere gli stranieri perché è giusto e alla lunga conviene; bisogna pagare il reddito di cittadinanza perché è giusto E ALLA LUNGA CONVIENE. Grazie a un foglio excell si dimostra facilmente che tutto ciò di cui siamo già convinti alla lunga conviene. E che ci convenga, alla fine ci conviene.

La magia si nasconde nei luoghi più impensati: siamo davanti all’unione mistica tra il denaro e il sangue. Bisogna che lo stato risucchi il denaro da dove ristagna e lo faccia arrivare a tutte le cellule, perché una rapida circolazione tiene in salute l’organismo sociale e lo fa sviluppare. Con più denaro le cellule hanno un ricambio più veloce, che significa più consumo e più produzione. Ma, irrorate sempre più spesso, le stesse cellule sono sottoposte a maggiore sforzo e cominciano a sentire la loro semplice vita come un lavoro. Però non chiedono di abbassare la pressione: tutt’altro. Vogliono più sangue, perché gli è stato insegnato che il sangue é vita. Così il cuore del grande animale batte sempre più in fretta e si dilata oscenamente.

  • Incidentalmente, il problema degli assenteisti in realtà non è che non lavorano, ma che lavorano. Prendono lo stipendio ma per deprecabile accanimento svolgono un altro lavoro, creando concorrenza sleale. Sarebbe facile risolvere il problema tagliandogli, ad esempio, le mani, in modo che possano dedicarsi completamente al lavoro di vivere.
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Una risposta a Il gioco come lavoro

  1. DORA chiabov ha detto:

    Ho letto entrambi i libri suggeriti. Il resto lo leggerò più tardi.

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