Che ogni novità è solo oblio

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Ogni 20-25 anni spunta qualcuno che nota l’ovvio, e cioè che non c’è sempre un rapporto positivo tra istruzione e benessere: anzi, talvolta la prima nuoce al secondo. E ogni volta che qualcuno lo nota viene guardato con stupore, come se avesse pronunciato una cazzata diabolica. Se ne discute per un po’ con accanimento, la constatazione viene apparentemente confutata con argomenti che risalgono a un secolo prima e poi tutto viene dimenticato, fino alla prossima riscoperta*.

Questa sconsolata considerazione viene dalla lettura di un vecchio libro che abbiamo trovato nella libreria piccola di Elia Spallanzani, “Disoccupazione Intellettuale e Sistema Scolastico in Italia (1859-1973)“, di Marzio Barbagli, Bologna, Il Mulino, 1974. In estrema sintesi, l’autore sostiene che c’è un rapporto positivo tra istruzione elementare e sviluppo economico, mentre per quanto riguarda l’istruzione superiore sembra esserci addirittura un rapporto opposto: più la società è povera, rigida e arretrata, più si diffonde l’insegnamento superiore.

“Formulata in modo schematico e semplificato, l’ipotesi che propongo per interpretare le informazioni esistenti é la seguente: l’espansione dell’istruzione secondaria e superiore che si ebbe nel nostro paese nella seconda metà del secolo scorso non fu dovuta allo sviluppo economico, ma all’arretratezza; non al miglioramento ma alla crescente precarietà della situazione socio-economica di alcuni ceti; non all’aumento della domanda di forza lavoro qualificata ai livelli medio inferiori ma alle difficoltà di occupazione incontrate da questa forza lavoro.”

E in forma un po’ retorica prosegue:

“Se il calzolaio, il pizzicagnolo e il falegname di cui parlava Gabelli mandarono sempre più frequentemente alle scuole e agli istituti tecnici i propri figli, se il ginnasio e liceo furono invasi dai giovani provenienti dalle famiglie dei proprietari terrieri grandi e medi, alla ricerca affannosa di una laurea in medicina o giurisprudenza, ciò fu dovuto al fatto che l’arretratezza del sistema economico italiano e la mancanza di un vasto ceto medio produttivo fecero fin dall’inizio della scuola l’unico canale di mobilità sociale”.

Per evitare confusioni forse è opportuno ribadire che l’autore si riferisce alla seconda metà del secolo decimo nono. E questa tesi, formulata nel 1974, era già vecchia di almeno un secolo, perché come nota lo stesso Barbagli se ne erano già accorti in molti. Riportiamo alcune delle sue citazioni:

“Uomini che in Inghilterra si dedicherebbero agli affari, e per essi sarebbero avviati, in Italia aumentano la fila dei disoccupati colti. Ogni bottegaio arricchito desidera vedere suo figlio avvocato, medico o impiegato civile, e spende da lire 7000 a 12500 per educarlo ad una vita inutile. A molti é impossibile aprirsi una via nelle professioni affollate: e la maggioranza, che poco o nulla può guadagnare, cerca il pane in qualche concorso bandito o strepita per ottenere un posto dal Governo. Essi e i loro genitori esercitano feroci pressioni sui deputati, e un Ministro sa che il creare un certo numero di posti non necessari può mantenergli molti collegi. E, con tutto ciò, vi è un gran residuo di gente che non può trovare un impiego” (Bolton King e Thomas Okey).

“Lo spettacolo degli spostati ci sta purtroppo continuamente dinanzi: i laureati che fanno i copisti a 20 centesimi la pagina, e segretari comunali a 800 lire l’anno… aperto il concorso ad un impiego dello stipendio di lire 1.000, per 20 posti disponibili, abbiamo veduto farvi ressa, coi loro titoli accademici, fino a 1.700 frutti secchi della società, 1.700 affamati in guanti bianchi, 1.700 spostati” (Aristide Gabelli, La riforma universitaria, 1890).

Secondo Barbagli l’eccedenza dell’offerta di laureati e diplomati sulla domanda non è un fenomeno recente ma una caratteristica endemica della società italiana fin dal 1880** e spesso ha messo gli intellettuali in una situazione di squilibrio di status, che ha prodotto una forte radicalizzazione politica.

[L’espansione dell’istruzione secondaria, causata dall’onda democratica, produce] “una quantità di medici senza malati, di avvocati senza cause, di ingegneri senza ponti e senza case da costruire e prepara nella disoccupazione e nel disinganno di tanta gente, che il bisogno costringe a discendere dal grado a cui era a gran pena salita, una fonte perenne di morbosa inquietudine e di malcontento”.

Gabelli aggiungeva che “l’usanza comune a molti letterati di disprezzare il mondo moderno, è una maniera dissimulata di presumersi degni di un altro migliore”, che poi è solo un’applicazione del “mito del mondo nuovo“. Già a metà del diciannovesimo secolo gli intellettuali (sarebbe meglio dire “gli istruiti”) declassati preoccupavano parecchio il Governo, perché costituivano notoriamente l’avanguardia delle rivoluzioni, come era già accaduto un secolo prima in Francia e come sarebbe successo di nuovo in Russia. Tra il 1890 e il 1920, alla sistematica sovrapproduzione di laureati seguirono l’emigrazione intellettuale e l’espansione incontrollata della burocrazia, in un’ottica tendenzialmente clientelare. Così, aggiungiamo noi, si otteneva l’ulteriore vantaggio di allontanare i facinorosi e incanaglire gli assimilati.

Rispetto ad altri grandi paesi europei, alla fine del diciannovesimo secolo l’Italia vantava due singolari primati: la maggiore percentuale di analfabeti e allo stesso tempo il maggior numero di laureati in proporzione agli abitanti (Ernesto Nathan, 1906). Come nota Barbagli, il fatto non è contraddittorio e si tratta solo di due facce della stessa medaglia. Inoltre il problema delle università si presentava già molto simile a quello attuale e c’era anche allora un forte conflitto tra chi intendeva ridurle e chi invece aumentarle ancora.

“Gli “abolizionisti” sostenevano l’esistenza di un numero eccessivo di università nel nostro paese e chiedevano di chiudere le minori e di concentrare le scarse risorse disponibili nello sviluppo delle maggiori […] I confronti con i dati degli altri paesi mostravano infatti che l’Italia spendeva “per istituzioni monche ed anemiche quanto e più che non spenda la Germania per i suoi splendidi centri di cultura”. […] Vi erano università con una media di sei studenti per docente. Il caso limite era costituito dalla facoltà di Scienze matematiche e naturali di Urbino, in cui vi era 5 professori e 4 studenti. […] Le spese che lo stato e gli enti locali sostenevano per far sopravvivere queste istituzioni anemiche andavano chiaramente a scapito dell’istruzione primaria”.

Il governo cercò più volte di ridurre le università ma gli interessi e le clientele locali determinarono resistenze così tenaci che tutti gli sforzi furono vani. Tra le proteste, anche quelle dei gestori di trattorie che temevano di perdere la clientela studentesca.

Inoltre Barbagli nota che la “sovrapproduzione” di laureati continuò anche nei periodi di crescita economica. Il governo cercò costantemente di rendere più difficile l’accesso agli studi superiori, ma con scarso successo. Non ci riuscì del tutto neppure il fascismo, che pure aveva trasformato la scuola in un potente sistema di indottrinamento.

Bisogna notare che nel dopoguerra i partiti di sinistra erano anche loro contrari a un ulteriore aumento di diplomati e laureati.

“La scuola immette ogni anno, con il pauroso ritmo incalzante e meccanico della macchina che nessuno regola e controlla, una sempre crescente massa di spostati nella vita del paese. Non é vero che la scuola non assorba elementi “poveri”, specialmente di piccola e piccolissima borghesia urbana e rurale. Li assorbe, strappandoli al loro abituale ambiente di lavoro, non per farveli rientrare con più alta qualifica o capacità direttiva, ma per trasformarli il elementi improduttivi che cercano il posto, il grado sociale più elevato – eventualmente, per disperazione o ambizione, anche nelle milizie nere degli avventurieri e dei predoni” (L. Lombardo Radice, Rinascita, febbraio 1945).

“L’italia ha un bubbone che è necessario estirpare al più presto: il bubbone dottorale” (Concetto Marchesi).

Incidentalmente, possiamo ricordare che due scrittori-tecnici come Levi (chimico) e Gadda (ingegnere) hanno raccontato le loro difficoltà economiche e il secondo è stato costretto anche ad emigrare.

All’inizio degli anni sessanta, però, cominciò a diffondersi l’idea che in Italia scarseggiassero i laureati. Così riteneva la Svimez (vedi ad es. L’università nello sviluppo economico italiano), e col senno di poi viene da pensare che la valutazione non fosse proprio neutrale. Lo sviluppo economico aveva effettivamente assorbito parte della “disoccupazione intellettuale” ed era già iniziato il processo di auto-alimentazione della scuola, per cui i laureati disoccupati ripiegavano sull’insegnamento e quindi reclamavano più clienti, ossia più scuole e più scolari. Tuttavia secondo Barbagli sostenere che vi fosse addirittura un deficit di formazione era solo una pia illusione. Tutt’al più poteva esserci uno squilibrio tra specializzazioni prodotte e richieste: in altre parole, c’erano troppi avvocati e pochi ingegneri. Ma, contrariamente a quel che sostenevano gli ottimisti, la disoccupazione colpiva anche i tecnici.

Le modifiche al sistema scolastico, che eliminarono ogni ostacolo al passaggio dalle scuole superiori all’università, avrebbero poi aumentato esponenzialmente il numero degli “spostati” e le illusioni di un futuro di crescita inarrestabile. La sinistra avrebbe cavalcato (e cavalca ancora) questo processo, sia alla ricerca del consenso, sia per genuino accecamento ideologico.

L’illusione però colpì soprattutto i ceti istruiti, a riprova della loro sostanziale abdicazione al pensiero. Vivendo in un’economia rachitica e con una struttura sociale quasi immobile, gli ignoranti non si illudevano affatto che i figli potessero vivere da signori: sapevano che il “pezzo di carta” poteva forse servire a cercare “il posto”, ma non vedevano nessuna alternativa. In ciò, l’Italia ricordava la Cina sclerotizzata e povera menzionata anche nei racconti, in cui l’unica speranza dei giovani era imparare a memoria le sentenze di Confucio per superare l’esame da funzionario pubblico. Parliamo più o meno di mille anni fa.

* Come sanno i giornalisti, affinché il popolo si interessi a un argomento bisogna presentarlo sempre come nuovo, e ciò vale a maggior ragione per le persone educate. Secondo Schopenhauer veniamo addestrati a leggere tutti insieme le cose spacciate come ultime novità, per avere periodicamente del materiale di conversazione e risparmiarci la fatica di pensare. Ma Schopenhauer era un reazionario invidioso del successo altrui e le sue tesi finirono subito nella categoria delle ovvietà provocatorie, cioè di quelle cose tutto sommato vere e inevitabili che, proprio perché tali, possono essere messe da parte senza doverci più pensare. Perciò vengono dimenticate fino alla loro prossima apparizione, quando per un attimo sembreranno argute provocazioni e di nuovo verranno subito dimenticate.

** Se ne erano accorti anche i preti. Sempre contrari all’istruzione del popolo, perchè arrecava scostumatezza, avevano però giustamente intuito che non c’erano proprio le condizioni: “Adunque effetto ordinario di questa istruzione [popolare] è, o di destare l’orgoglio del sapere in una plebe ignorante, che si stima addottorata solo perchè non confonde l’acca colla zeta, e non iscambia il numero sei col numero nove; o di spostare una turba di poveri e presuntuosi disgraziati dal luogo in cui la Provvidenza li avea fatti nascere, per indurli a cercar pane e ventura nella riboccante greppia dello Stato, dei municipii e delle private compagnie o famiglie; col doppio utile di empire le città e le terre di oziosi affamati, pronti sempre a vendersi per ogni impresa a chi li compra; e di costringere lo Stato e i municipii ad aumentare impieghi, per isfamare la caterva di questi infelici istrutti, i quali assaltano a centinaia il primo posticino che riman vuoto in una qualsiasi mangiatoia” (da “Civiltà Cattolica” 1876).

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2 risposte a Che ogni novità è solo oblio

  1. Andrea Giammanco ha detto:

    Raffaele Alberto Ventura plagiatore che non cita le fonti. Vergogna!

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