In un’epoca di diffusa verità l’unico atto rivoluzionario è mentire

veroe

Morton nota che temevamo un potere intento ad ingannarci e invece paradossalmente ci troviamo di fronte a una massa che inganna e si autoinganna senza che nessun potere riesca a fermarla. Il Pedante nota al contrario che la guerra al complottismo sembra più una questione di autorità che di verità: sotto sotto si ha l’impressione che la tesi ufficiale si spacci per l’unica ragionevole solo perché è ufficiale.

L’idea di complottismo […] integra uno dei tanti volti della tecnocrazia. Perché mortifica le opposizioni dialettiche e quindi la sorveglianza democratica, suggerisce l’idea di un buon governo in quanto governo e di un rigore scientifico garantito da chi ha la forza di reclamarne la titolarità, non dai suoi risultati“.

In entrambe le visioni c’è del vero. La collettività fabulante crea instancabilmente delle illusioni consolatorie o paranoiche e il potere dei burocrati e dei tecnici non ha nessun vero interesse a combatterle. Finge di farlo ma in realtà cerca di enfatizzare il peso e la diffusione del complottismo per sostenere che la massa è incapace di governarsi da sola. In ciò il potere utilizza agevolmente la scienza, perché buona parte del popolo ci crede come se fosse una religione.

Infatti il presunto complottismo viene quasi sempre definito “antiscientifico” anche quando di scientifico nel discorso c’è ben poco. Ad esempio, uno degli argomenti frequentemente usati contro i complottisti è il c.d. Rasoio di Occam, quello per cui non bisogna moltiplicare gli enti senza necessità. Ma questa bella ed economica idea non ha molto a che fare col groviglio delle motivazioni umane, degli errori, degli accidenti casuali. Riguardo alle vicende politiche e sociali spesso non ha senso dire che “bisogna preferire la spiegazione più semplice”. Allo stesso modo, è insensato chiamare “fallacia” il buon vecchio argomento del “dove andremo a finire”, che non è un sillogismo ma solo un entimema, cioè un discorso che ha scopo persuasivo e non dimostrativo.

Cerchiamo di essere più chiari: si sostiene che è sbagliato inferire degenerazioni a catena del tipo “se si ammette la marigiuana libera allora presto ci sarà la coca libera a da lì dove andremo a finire”. Però è chiaro che questo argomento rispecchia tendenzialmente la realtà. La stessa legge ammette l’estensione analogica delle norme, per cui è frequente che a situazioni simili (sotto certi aspetti) vengano estese previsioni nate per altre situazioni, ed ogni ampliamento finisce per estendere l’area del “simile”, anche perché nel mondo reale è difficile dire cosa sia “simile” e cosa no. La tutela della famiglia di fatto avviene per analogia rispetto a quella basata sul matrimonio, anche se ci sono notevoli differenze (ad es., nella prima non c’è il matrimonio). Una volta tutelata la famiglia di fatto ci si può allargare a quella in cui i coniugi non hanno lo stesso sesso, per via delle numerose somiglianze (che vengono arbitrariamente considerate più rilevanti delle differenze, pur presenti). Quindi la previsione pensata per la famiglia fondata sul matrimonio si estende pian piano a cose che somigliano sempre meno al modello iniziale, e non è affatto escluso che possa estendersi ancora, perché il “modello” diventa sempre più generico (da “famiglia naturale consacrata” a “famiglia naturale” a “famiglia”). Naturalmente non è detto che questa estensione sia negativa, né che debba continuare per forza, ma è molto probabile: è nella natura delle cose. Ritenere che il “dove andremo a finire” sia un errore logico è cosa da sofisti: non è un argomento strettamente logico, ma è comunque un modello piuttosto attendibile della nostra società.

Tuttavia, quante volte abbiamo sentite accusare di ingenuità, illogicità o complottismo le persone che temono questa “deriva analogica”? Il timore, naturalissimo, cozza evidentemente con un pensiero dominante, o che pretende di diventare tale, e che non esita ad abusare delle tecniche del discorso razionale e scientifico per screditare i suoi avversari e farli apparire dei sempliciotti o dei cretini. Si intuisce però che sotto l’apparente razionalità ci sono delle scelte ideologiche, che non avendo molto altro su cui appoggiarsi devono camuffarsi dall’unica cosa in cui la massa ancora crede, che è la scienza. O meglio, quella versione un po’ ipocrita della “scienza” di cui parlavamo qualche giorno fa.

Un’obiezione possibile è che questo, a sua volta, è un discorso complottista. Perché il “potere” avrebbe interesse ad alimentare un complottismo che potrebbe persino rovesciarlo? Come si nota, siamo di nuovo al rasoio: non bisogna cercare spiegazioni più complicate del necessario, basta supporre che la gente sia stupida e ignorante. Il che è certamente vero, DIO SA QUANTO E’ VERO. Però c’è un però, ed è che né il potere, né i complottisti possono davvero sapere dove li porterà il loro agire. Al momento è facile e utile diffondere l’idea che la maggior parte della popolazione sia composta da mentecatti e che i pochi ragionevoli debbano decidere per tutti. Che cosa potrà accadere a lungo termine la vera scienza non lo sa, e a maggior ragione non lo sa quella finta.

Nel frattempo ricordiamo quello che Elia Spallanzani ai suoi studenti: “non sarà la verità a farvi liberi, ma la libertà a farvi veri”.

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2 risposte a In un’epoca di diffusa verità l’unico atto rivoluzionario è mentire

  1. regentzable ha detto:


    Questo video, giuro, l’ho guardato a suo tempo per puro voyeurismo dell’idiozia. Però potreste usarlo per affinare – perché no? magari proprio “e contrario” – la vostra tesi.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    ha torto perché la neolingua nella sua espressione più evoluta produce parole intimamente contraddittorie. Quello che lui descrive (e che in buona parte é anche vero) é un processo comune della propaganda, e cioè la ridicolizzazione dell’avversario. Sarebbe neolingua se la parola avesse un significato positivo se applicata agli ortodossi e negativo se applicato ad altri (in questo senso, “lobby” é già piú vicino all’obiettivo).

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