La musica delle sfere

Il padre e il fratello di Galileo erano noti musicisti e forse dobbiamo alcune fondamentali scoperte proprio a questa familiarità dello scienziato con la musica. Spallanzani, che insegnava fisica, cercava di rendere la lezione più interessante con dei racconti pittoreschi, come quello che ricopiamo:

“Galileo andò dal Granduca di Toscana per chiedergli se poteva fare un esperimento: voleva buttare due pietre dalla torre degli asinelli per vedere quale cadeva prima, e perchè; un problema che assillava da sempre i filosofi. Maestà?
Il granduca si riscosse e disse: “Sì ma se poi si fa male qualcuno mi volete mandare in galera, a me?”
Allora Galileo in cuor suo pensò: effettivamente, è un’idea del cazzo. Salire sulla torre con due pietre… veramente, come mi è venuto in testa?
Senza salutare se ne andò e inventò il piano inclinato, che era una tavola di legno rialzata, più come una grondaia, che dentro può scivolarci una boccia. Prima ci mise dentro la chiave del laboratorio, ma non scendeva bene, e così si rassegnò.
Ad aspettare il giorno dopo, per andare a ordinare due bocce: una di ferro e una di marmo, di identiche dimensioni. Poi aspettò i mesi, successero altre cose, e poi furono pronte le bocce. Col che lui le soppesò a lungo.

Nel frattempo il Granduca governava e alle volte, la sera, raccontava il fatto di Galileo, la sua domanda. Voleva buttare una vacca dalla torre di Pisa per vedere che rumore faceva! La storia gli usciva ogni volta più bella.

Ma Galielo nel suo studio aveva un pendolo. Gli dava un colpo e quello oscillando oscillando colpiva una campanella, tin, tin, tin. Un tìn ogni quanto di tempo, per un po’ di tempo. Quanto tempo? Come saperlo! Ma uno ogni tot, e quindi…
Poteva sapere quante campanellate ci metteva la boccia a percorrere il piano inclinato, ma non bastava. Evidentemente le bocce, a differenza dei pianeti, non gioivano del moto uniforme e perfetto. Figlie della materia, cadevano sempre più svelte, attirate verso il nucleo dall’amore universale.
Le bocce, fatte di ferro e di pietra, venivano infatti dal cuore del pianeta; del grande animale terrestre; ne erano state strappate e adesso anelavano a ricongiungersi con le loro simili, al centro. Così opera la legge per cui il simile attrae il simile, che vi si precipita.
Galileo lo sapeva. Anche lui era un uomo e come le pietre correva all’altra porzione, alla metà del tetramorfo. Quello che, dice Platone, in origine era l’uomo: a quattro zampe e due teste, di maschio e di femmina insieme. Separati, al fine, per troppa scostumatezza, troppo potere, finché piacque a Zeus farne due tronchi e, dimidiandoli, insegnargli l’umiltà, che cos’è. Amen.
Ma allora i pianeti, i pianeti… perchè loro no, perchè loro dovrebbero marciare uniformi, come dice Aristotile? Sono come gli spiriti, che come gli umani, che come le pietre corrono… oh no, no, che miscuglio, che contraddizione… e allora, allora…
Ma la risposta pronta c’era: i pianeti muovonsi eguali perchè… dall’uomo differiscono in purezza… e ciò che nell’uomo è fregola bestiale, che lo affonda…  e ciò che nella più vile pietra è corsa annichilente… al contrario nel pianeta si raffina, ed è amor che dura sempre, costante, dolce.
Galileo sapeva tutto, ma…

Nei giorni che vennero Galileo lasciava le bocce nel canalone del piano inclinato e le sentiva scendere con lieto rumore di pioggia. Poi, più per sfizio che per altro, appese sul canale uno due tre campanelli, che quando la boccia scendeva gli titillava il batocchio. Sicché la boccia cadendo faceva tìn tìn, come il pendolo, come il cuore degli automi. E Galileo giocando coi campanelli si avvide che mettendoli tutti alla stessa distanza, a un metro l’uno dall’altro, la palla scendendo faceva un tin tin sempre più svelto. Quindi accelerava! Ma come misurarlo?
Allora prese il pendolo, gli diede un colpo, poi lasciò la boccia e sentì due serie di tìn: il tin tin regolare del pendolo, e quello affrettato della boccia, ogni serie di tin col suo ritmo, le sue armoniche… e come il bifolco che accorda la chitarra per farsi strada tra le cosce di una serva, così Galielo accordò il piano sul pendolo, finché le armoniche si sovrapposero e gli intervalli furono uguali. Di tempo! Perchè nello spazio, era un’altra questione.
Adesso i campanelli stavano uno a un metro, il secondo a due e mezzo, il terzo a quattro e mezzo, e così via. Più ci si allontanava dalla fonte, dalla bocca del canale, più la palla accelerava! E ad ogni intervallo la sua fregola cresceva di un quanto misurabile, sempre lo stesso.

campanequite

perspicua illustrazione marginale dell’autore

Galielo uscì dal laboratorio intronato di campanelli, andò in una bettola, giocò a dadi e bestemmiò. Poi mangiò, dormi, poi si sgravò del superfluo. Poi parlò in pubblico, scribacchiò una novella. Passarono i mesi, il piano inclinato pigliava polvere nello stanzone, ma la legge ormai era scoperta: un corpo libero di cadere accelera uniformemente, irresistibilmente, fino all’inconcepibile schianto.  Nessun amore, nessun dio sulla terra. Le cose cadono sempre più in fretta, pensa Galileo, e forse io e tutto il pianeta volvente e il sole e le stelle invulnerabili giriamo e cadiamo sempre più svelti in folle spirale verso che cosa.

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