Contrarisum 2

Anche su facebook si possono trovare cose interessanti. Il socio Bellassai ci segnala una rara sindrome chiamata come le erbe della Ricola, Witzelsucht, ossia “dipendenza dallo scherzo”, che sembra derivare da una lesione del lobo frontale destro del cervello. Le vittime della malattia producono continuamente motti di spirito e ne traggono un intenso divertimento. Le loro battute però non fanno ridere nessuno e potrebbero classificarsi più come semplici bisticci o freddure (ad es., “Q: What did the proctologist say to his therapist? A: All day long I am dealing with assholes”).

Il fatto curioso è che gli afflitti non riescono più a comprendere forme di umorismo complesse. Sembra che il danno cerebrale diminuisca la capacità di risolvere problemi, il che confermerebbe che un motto di spirito è simile a un codice o a un gioco enigmistico. C’è da dire però che questi drogati della battuta appaiono inoffensivi, tranne per i loro cari, e si divertono con poco. Inoltre nella forma benigna offrono materiale per la pagina delle “risate a denti stretti”. Non si può nemmeno escludere che il loro deficit fosse un tempo la modalità normale di funzionamento cerebrale e che lo humor costituisca invece una degenerazione recente o un errore evolutivo.

Prendiamo ad esempio una delle tante varianti della storiella dei tre desideri. Tre naufraghi trovano la lampada di Aladino: il genio esaudirà un desiderio a ciascuno. Il primo desidera di tornare a casa, il secondo pure, il terzo dice: “ora mi sento solo, vorrei che i miei due compagni fossero di nuovo qui”.

Il soggetto con una lesione al lobo non capisce la battuta, ma il vero problema è perché noi la capiamo, cosa capiamo, e perché ci fa sorridere. Prima di rispondere vediamo un altro spunto preso da internet.

Roberto Di Palma cita un articolo di Zizek, che a sua volta cita Dupuy. Quest’ultimo dice, in sintesi, che gli uomini non tollerano l’idea di essere inferiori ad altri per motivi oggettivi. Perciò ricorrono ad alcuni meccanismi che servono a rendere non umiliante il rapporto di superiorità: la gerarchia (un ordine imposto dall’esterno che mi consente di percepire la mia condizione sociale inferiore come indipendente dal mio valore personale); la demistificazione (il procedimento ideologico che dimostra come la società non sia una meritocrazia ma il prodotto di oggettive lotte sociali, consentendomi così di evitare la dolorosa conclusione che la superiorità di qualcuno sia il risultato del suo merito e dei suoi risultati); la contingenza (un meccanismo simile, che ci consente di capire come la nostra posizione nella scala sociale dipenda da una lotteria naturale e sociale: i fortunati sono quelli nati con i geni giusti in famiglie ricche); e la complessità (forze incontrollabili hanno conseguenze imprevedibili: per esempio, la mano invisibile del mercato può portare al mio fallimento e al successo del mio vicino, anche se io lavoro molto di più e sono molto più intelligente).

gigek

una diapositiva dell’ilare sjigek

Questi meccanismi, si nota, in realtà non contestano o minacciano la gerarchia, ma anzi la rendono accettabile, perché “a scatenare l’invidia è l’idea che l’altro meriti la sua fortuna e non l’idea opposta, l’unica che può essere espressa apertamente”.

Da questa premessa Dupuy giunge alla conclusione che sia profondamente sbagliato credere che una società ragionevolmente giusta, e che si percepisce come giusta, possa essere priva di rancore: al contrario, è proprio in società di questo tipo che chi occupa posizioni inferiori darà sfogo al suo orgoglio ferito con violente esplosioni di risentimento.

Detto questo, e come è stato già notato, ai 4 meccanismi difensivi si può aggiungere l’ironia, considerandola o come una delle modalità con cui si esprime la demistificazione oppure, al contrario, considerando la demistificazione uno dei risultati dell’ironia. L’ironia permette di sentirsi superiore al bersaglio, scaricando l’aggressività senza arrivare al conflitto vero e proprio. In questo modo, inoltre, le persone possono illudersi stare facendo qualcosa contro un sistema che disapprovano. Il sistema però resta pressoché invariato e quando capisce che non ha molto da temere, perché la gente è appunto paga di ironizzare, può persino mettersi a usare lo stesso metodo.

Meglio ancora, i meccanismi individuati da Dupuy possono essere ordinati storicamente: nel ‘700 l’ordine esterno, la gerarchia divina o “naturale” che si voglia, viene demistificata anche attraverso l’ironia ed emerge l’aspetto della contingenza. Nel giro di  un paio di secoli diventa predominante l’aspetto della casualità (lotteria genetica, scontro tra le classi), su cui viene costruita una nuova gerarchia, un ordine apparentemente “naturale” (evoluzione, mano invisibile etc). Quest’ordine viene ulteriormente demistificato e appare la complessità (fine dell’illusione nel socialismo scientifico, fine dell’illusione che il mercato possa autoregolarsi, caos sottostante).

Siamo ormai vicini. La reazione alla complessità è di nuovo una forma di demistificazione, ma siccome sotto la complessità non c’è nulla (o c’è tutto), stavolta l’arma viene rivolta contro se stessa: si demistifica la stessa demistificazione! Che da strumento di conoscenza viene degradata a strumento di consolazione: é il regno dell’ironia come attività di sostituzione, in cui viviamo ancora.

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la comicissima consolazione

Tra l’altro, l’osservazione non è poi nuova. Scriveva notoriamente Platone: “Allora la gente si separa da coloro cui fa colpa di averla condotta a tanto disastro e si prepara a rinnegarla prima coi sarcasmi, poi con la violenza, che della tirannide è pronuba e levatrice. Così muore la democrazia: per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo.”
Marx invece riprendeva l’osservazione per cui le cose si ripetono sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa.

Notare l’inversione temporale, segno di tempi cambiati. Quanto più spazio si concede al sarcasmo, tanto più si allontana la necessità della violenza, e il sarcasmo sempre ripetuto diventa a sua volta oggetto di sarcasmo. Ne deriva che una democrazia degenerata ha tutto l’interesse ad ampliare il dominio della satira, che diventa un succedaneo della violenza e finisce per accartocciarsi su se stessa lasciando il sistema immutato. Quindi bisogna correggere Platone: una democrazia, per abuso di se stessa, può fermarsi prima del sangue e restare nel ridicolo per molto, moltissimo tempo.

E quindi torniamo ai malati di wizzelsucchio: loro questo ridicolo non lo colgono, non li fa ridere. Si beano solo del gioco di parole, come se provassero piacere a trovare una falla nel sistema linguistico. Probabilmente odiano lo stesso linguaggio, che è fatto notoriamente per mentire, e il loro odio si esprime in questa risata demenziale, ininterrotta, spaventosa. Eppure forse fanno bene: se l’ironia non li consola, vuol dire che il loro istinto di lotta ha ancora qualche possibilità di cambiare le cose, invece di perdere elegantemente. Può darsi che l’unica speranza di una vera rivoluzione sia rimessa nelle mani di questi malati, che non riescono a vedere il lato comico dell’inferno.

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2 risposte a Contrarisum 2

  1. Urizen ha detto:

    Un momento. Rigore logico vorrebbe che prima il Dupuy o chi per lui (voi) dimostrasse che esistono criteri oggettivi per stabilire che qualcuno è inferiore a qualcun altro.

    Un qualunque vero uomo di fede non distorta dal demonio vi potrà dire che di fronte all’Altissimo ogni uomo non è che una misera nullità, e che i Suoi criteri di discernimento dell’umano valore rimangono impescrutabili alle dette nullità, cieche per giunta, le quali possono al più tentare di distillare qualche barlume di Luce alla Sua parola rivelata, ma in sostanza sono uguali per nullità dinnanzi a Lui, almeno fino a nuovo ordine (si veda alla voce: Apocalisse).

    Ora, tutto ciò detto, in un’epoca di miscredenza come la nostra quanto sopra riportato potrebbe essere anche frutto malcelato di ironia e/o sarcasmo, invece che effettiva ispirazione religiosa, e dunque soggiacere alla ghigliottina argomentativa del Dupuy, la quale, al pari di numerosi altri marchingegni filosofici, ha il difetto di essere troppo perfetta per essere vera.

    La verità del senso, nel concreto di questo triste mondo sublunare, risiede nell’emittente e nel destinatario, in come intendono recepire questa comunicazione, e il costume vorrà che perlopiù la si interpreti come boutade, giacché risulta perlopiù incomprensibile all’uomo contemporaneo una sincera ispirazione religiosa, e, più in generale, un uso della funzione referenziale del linguaggio priva di aspetti metalinguistici o metainterpretativi, diretta a dire esattamente e letteralmente ciò che esprime. La complicazione dissennata, si sa, è un marchio che il demonio imprime al suo regno, che è il regno del delirio. Il delirio, d’altra parte, non è che quell’ispessirsi della conoscenza che arriva a fagocitare sé stesso, in un processo di inflazione della sfera simbolica parossistico, il quale priva di significato ogni espressione e spinge dunque alla ricerca arbitraria di significati altri, sottostanti, in un infinito gioco di rifrazioni che rende necessario il ricorso all’ambiguità linguistica dell’ironia, della complessità e della continua mistificazione/demistificazione, poiché laddove l’insignificanza della parola abusata diventa abitrio del senso, solo il doppio senso garantisce dall’errore e dalla relativa sanzione sociale.

    L’ironia, al dunque, è il bluff di chi siede al tavolo di gioco fingendo di saperla lunga, partendo magari anche dal presupposto che qualcuno (e talora addirittura lui stesso) ne sappia davvero più degli altri. Il bluff è estremo, perché a questo tavolo di gioco non vi è più regola data, essendosi Dio eclissato dal regno del delirio, e dunque il trionfo è nel fare credere che la regola che s’accomoda al proprio bluff sia la Regola del Gioco, allo stesso tempo mantenendo un grado di apertura tale da adeguare il proprio bluff ad un’eventuale altra regola dominante sopraggiunta.

    Tutto questo, che non è certo novità, Dio lo sa dall’inizio dei tempi. Perciò, nella sua infinita saggezza, Egli disse ad Adamo ed Eva di non alimentasi all’Albero della Conoscenza: non perché temesse un uomo dotato di conoscenza ed arbitrio, ma perché, essendo Uno e Onnisciente, sapeva che la fame insaziabile di conoscenza alimentata dal frutto proibito avrebbe un giorno condotto gli uomini alla perdita del senso delle cose e delle parole, e dunque della conoscenza stessa, dritto nel regno del delirio, dove il discorso di fede e quello di parodia della fede non si distinguono più, e così anche per il discorso di verità e di conoscenza, e le infinite vie della salvezza paiono al dunque precluse a tutti, almeno fino a nuovo ordine.

    • eliaspallanzani ha detto:

      abbiamo solo in ricopiato l’articolo del topozizek quindi non sappiamo esattamente che diceva Dupuy. Forse si riferiva a una superiorità puramente pratica, ed in effetti nessun uomo sopporta facilmente l’idea che qualcuno abbia potere su di lui perché è (da un punto di vista pratico) giusto così, in quanto l’altro è più abile o intelligente. Uno dei vari modi per nascondere questo problema è appunto l’osservazione che non si può stabilire un criterio di superiorità sempre valido. Di conseguenza, la subordinazione dovrà dipendere da uno dei meccanismi elencati.
      Però è vero che l’odio, in fondo, esiste solo tra uguali: come dimostra la vicenda dell’immigrazione. Perché fino a che il negro é considerar per principio inferiore lo si può disprezzare, ma non odiare: é solo quando cominciamo a riconoscerlo come nostro uguale che entriamo effettivamente in competizione con lui e iniziamo a odiarlo.
      Vero é anche che il discorso si regge su se stesso, ma non è (per noi) privo di interesse, perché un discorso può essere anche falso ma utile.
      Ciò che dici della fede e della tendenza a non prenderla mai seriamente é molto simile a quello che pensiamo anche noi, e aggiungiamo che la mania di interrogarsi sul senso nascosto invece che sulla verità di un’affermazione é forse una delle conseguenze della diffusione e banalizzazione della psicoanalisi, che poi è una forma ristretta di sociologia. E bisogna aggiungere che la conoscenza superficiale del metodo di indagine ha favorito le tecniche di evasione, come i telefilm sulle indagini forensi hanno creato criminali più scaltri. Esiste quindi un nucleo che non vuole essere indagato e usa l’ambiguità e anzi forme sempre più cervellotiche di ambiguità, che possono fine per assomigliare all’assertivitá piú spinta. Questa cosa vivente in ogni uomo, che ama nascondersi, che si accumula nei circuiti del mistero, potrebbe anche essere Dio.

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