Il verme dei ghiacci

Come Borges, anche Elia Spallanzani sentì il bisogno di perpetrare un racconto alla Lovecraft. Purtroppo nel suo sublime dilettantismo il nostro non andò oltre l’incipit, che resta comunque memorabile e che vi riproponiamo nel 126simo anniversario della nascita (di Lovecraft, non del nostro).

“Il Verme dei ghiacci

in memoria

Dalla terra di Francesco Giuseppe sono quattrocento miglia fino alla prima catena: le montagne, alte sei chilometri, emergono per metà dall’altopiano di ghiaccio. Quando la temperatura scende a meno sessanta vedi sbucare qualche verme dei ghiacci. Il verme dei ghiacci è lungo quattro metri, largo quanto un braccio, colore del metallo brunito; non ha occhi, a che gli servirebbero, e la sua bocca ricorda una grattugia rivolta all’esterno. Poiché sulla superficie non vi è nulla che gli aggradi, emerge solo per errore: come le balene che si arenano; per un difetto del suo sonar o di altro strumento inconcepibile che gli permette le sicure traversate dei ghiacciai. Dietro di sé lascia cunicoli così numerosi che se la neve non fosse pressata, schiacciata dai millenni fino alla consistenza del quarzo, se così non fosse… crollerebbe in lastroni di chilometri, a seppellire le poche vite che si avventurano quassù.

Ma dietro i picchi della prima catena c’è un altro altopiano, questo a quota quindicimila piedi, e nel suo cuore c’è un’altra catena, le cui vette superano abbondantemente i nuvoli: trentacinquemila piedi, meno ottanta di temperatura, l’aria così rarefatta che nessuna creatura vi sopravvive: tranne il verme dei ghiacci. Quelli della seconda catena sono lunghi fino a dieci metri, larghi quanto una bombola del gas: di colore più chiaro, vicino all’argento, e per bocca nient’altro che un foro: i denti sono all’interno, lungo tutto il tubo digerente. Invece di strisciare questo verme si avvolge su sé stesso come le macchine tritaroccia del canale sotto la manica: dubito che abbia una mente: dubito addirittura che sia un animale.

Oltrepassata la seconda catena, appare un altro altopiano: immerso in una luce invariabile, è alto trentamila piedi; battuto da venti a trecentocinquanta chilometri all’ora, piatto come la volta di un cranio: al suo centro, finalmente, si innalza la terza catena, al cui confronto le altre due sembrano formicai. Cinquantamila piedi d’altezza, temperatura meno novanta, i bordi affilati come lame dalle correnti a getto, è in tutto simile a un pettine di ghiaccio: regolare, ultraterrena visione colorata d’azzurro: e nel suo ventre ricamano i vermi dei ghiacci: mostri larghi quanto betoniere, lunghi cinquanta e più metri, privi di bocca, di occhi, di pensiero, si torcono senza tregua allo scendere della notte.

Ma dietro queste montagne c’è un altro altopiano: al suo centro, un’altra catena, che lambisce la ionosfera: sulla sua cima, ridotti dalla lontananza, migliaia di fili trasparenti, tesi verso le stelle, anelanti.”

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