Devilman e la guerra santa

Gli attentati delle ultime settimane ci hanno fatto tornare in mente Devilman. Chi ha la nostra età ricorderà le polemiche sul cartone, che conteneva scene violente (per l’epoca) e una morale discutibile, sebbene non nuova. Gli episodi di Devilman erano tutti sostanzialmente uguali, come  accade per questa forma di intrattenimento: si vedeva qualche scorcio di vita comune, Akira che faceva lo scorbutico o l’innamorato, poi appariva un demone che uccideva della gente in maniera inventiva e sanguinaria e poi appariva Devilman, che uccideva il demone in maniera altrettanto violenta e sanguinaria. Uguale la puntata successiva.

Ogni tanto veniva da chiedersi come mai il demone non attaccasse direttamente Devilman, visto che quello era il suo obiettivo principale, e si soffermasse invece a uccidere gente che non c’entrava niente. Alcuni adulti ci vedevano una forma di indugio pornografico e in realtà avevano ragione. Uno degli scopi del cartone era mostrare la violenza in sé, così attraente e pornografica, e poi comunque bisognava concentrare sul demone l’odio dello spettatore, in modo che la sua punizione risultasse più soddisfacente.

Puntata dopo puntata, i demoni sbucati dal nulla uccidevano decine e centinaia di persone senza avvicinarsi nemmeno di un millimetro ai loro grandi obiettivi, che erano eliminare Devilman e conquistare il mondo. Da un punto di vista economico il loro sforzo era demenziale, perché continuavano a sacrificare a uno a uno i loro soldati senza mai riuscire a sferrare un attacco decisivo. Il terrore causato dai demoni, che mangiavano le persone o le scioglievano nell’acido o le riducevano a brandelli, risultava del tutto annullato nell’episodio successivo: come se nulla fosse accaduto, la gente comune riprendeva le sue attività e Akira ricominciava a fare lo scorbutico e l’amoroso litigarello.

A questo punto è evidente che gli attentati terroristici non sono altro che una riedizione di Devilman, ma con una notevole differenza: mentre ormai l’attentato viene mostrato quasi in diretta, la punizione dei terroristi non viene trasmessa.

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Da centinaia di telecamere e migliaia di telefonini riceviamo le immagini di persone inermi schiacciate sotto le ruote di un camion, saltate in aria o prese a pistolettate, ma non vediamo mai la polizia che crivella di colpi l’attentatore, o il momento del suo suicidio (a meno che questo non coincida con l’azione omicidiaria). Le immagini della punizione, che probabilmente esistono, non sono nella disponibilità dei privati ma delle forze dell’ordine, che per un malinteso senso del pudore (o per timore delle reazioni dei sentimentali e dei nemici cronici della polizia) non le mostrano.

Gli attentatori non riescono a conquistare il mondo e nemmeno a uccidere i difensori dell’occidente e continuano a mandare uno o due demoni alla volta, che uccidono un po’ a casaccio e poi si uccidono o vengono abbattuti (il termine, ormai molto frequente, è indicativo: è un po’ burocratico, si usa per i cani malati e per le mucche. Probabilmente il suo utilizzo ha più motivazioni, anche contraddittorie, ma questo richiederebbe un articolo a parte). Dopo ogni attentato, che in teoria dovrebbe sconvolgere le nostre vite come l’attacco di un demone, la routine riprende quasi uguale a prima, fino al prossimo attentato.

Quasi. Perché la differenza tra il cartone e la realtà è che il primo ha ancora una funzione catartica, carica il nemico di obbrobrio e poi ne mostra in dettaglio la punizione e la morte, mentre lo spettacolo dell’attentato si ferma alla prima parte. E in questo modo non risulta soddisfacente e tranquillizzante come il cartone, il che è una grave pecca nell’organizzazione della società. Lo stato dovrebbe capire che alla gente non basta la notizia rassicurante che il terrorista è stato “neutralizzato”: perché possa sentire davvero sollievo è necessario che lo veda preso e ucciso nella maniera più cruenta possibile. L’immagine della morte non è controbilanciata dalla descrizione della morte: ad immagine deve corrispondere immagine, il cartone deve andare avanti secondo le antiche regole del genere e non può essere censurato (tra l’altro solo in parte) per sciocchi pregiudizi moralistici.

Quindi, se è impossibile evitare la diffusione di scene atroci come l’assassinio di decine di persone inermi, diventa però necessario mostrare anche l’uccisione dei mostri. In caso contrario l’attacco dei demoni rischia di non essere dimenticato fino al prossimo episodio, ma di accumularsi ai precedenti e successivi, generando nello spettatore un desiderio di violenza sempre più forte e forse incontrollabile. Se l’orrore viene scaricato volta per volta, la società (di Devilman e la nostra) può andare avanti tranquillamente, mentre se si accumula prima o poi spingerà la gente alla disperazione o scoppierà con una forza inaspettata. E allora non sarà più sufficiente a saldare il conto mostrare la morte di un terrorista: ci vorrà molto più sangue.

Lo spettacolo del terrorismo, come ogni spettacolo, può non essere dirompente ma anzi precisamente funzionale al mantenimento dello status quo: perché ciò avvenga, però, deve svolgersi secondo le regole dello spettacolo.

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4 risposte a Devilman e la guerra santa

  1. dora ha detto:

    Attendo un’analisi linguistica del termine “stecchito” invece del tuo “abbattuto”, che è nel nuovo stile “pulp” del direttore del giornale.
    Non sono mai riuscita ad apprezzare Devilman né il segno grafico di questi disegnatori giapponesi.
    Mi pare di intravvedere, nella tua proposta , un realtà pulp o grandguignolesca di cui ignoro i risultati catartici.
    Le esecuzioni pubbliche, comprese quelle fatte col contorno di supplizi diversi, non ha mutato il corso della storia..

    • eliaspallanzani ha detto:

      a noi il fumetto di Devilman ha sempre fatto segretamente schifo. Meno il cartone, che era più moderato. Per quanto riguarda la nota tesi (la violenza non è mai servita, le esecuzioni etc), si noti che non c’è la controprova: non possiamo sapere se i supplizi non sono serviti, e anzi c’è da pensare che siano serviti eccome, visto che sono stati usati per tanti anni e che noi di fatto continuiamo a utilizzarli, anche se solo in forma di spettacolo.

      • Enrico ha detto:

        Bella provocazione. Un po’ mi spiace che la Fondazione consideri il fumetto una schifezza; per me Fumetto > Cartone, secondo me nel manga c’è una ricercatezza grafica che spesso sfocia nel grottesco alla giapponese ‘fatto bene’ (chiedo scusa per l’opinione non richiesta). (Non c’entra niente ma chissà, forse un altro problema è proprio nel “come” la violenza viene rappresentata. Nel manga di Go Nagai questa assume proporzioni volutamente esagerate e grottesche, sfociando nel simbolismo e nel ridicolo delle espressioni dei demoni: è un po’ fumetto un po’ bestiario medievale moraleggiante, “catartico” come dite voi. Al contrario mi sembra che Daesh si ispiri di più a un immaginario Hollywoodiano della violenza, “estetizzante” e iperrealista (cioè senza “mediazioni simboliche”). Più che un demone, l’attentatore mi sembra un anti-eroe tarantiniano, che è spesso un semplicissimo criminale, molto “cool”, amorale e narcisista (Ali Sonboly si è ispirato a Breivik tanto per dire). È un immaginario che mi sembra l’esatto contrario delle esagerazioni grafiche e surreali del cartone e ancor più del manga di Nagai.)

      • eliaspallanzani ha detto:

        noi eviteremmo il termine “provocazione”, come ormai come tanti altri (es. “lucida analisi”) sembra aver perso qualsiasi significato specifico. La questione estetica poi è infinitamente discutibile. E’ difficile che nella serialità una forma grafica non degeneri nel grottesco: siccome la struttura è sempre quella, l’enfasi finisce tutta sul tratto e questo alla lunga provoca l’ipertrofia e il ridicolo. Ma anche la violenza dei film va nella stessa direzione, e si vede bene ora che è possibile deformare l’immagine come in un fumetto.

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