Il molare della fava

Ormai è difficile trovare lettori se non si menzionano pokemon o immigrati, o almeno femminicidi. Essendo impreparati su quest’ultimo argomento, e non volendo diffondere ulteriormente il primo, siamo andati a recuperare un vecchio raccontino buffo del Nostro, scritto probabilmente pochi mesi prima del sua decesso (è noto che l’umorismo è affine alla morte). Parla appunto di immigrazione ma si vede che è stato scritto in tempi più innocenti.

calabronelaw

“Nel 1986 Abù Abib raggiunse fortunosamente le coste italiane e si diede all’accattonaggio. Nel 1993 aveva conquistato un posto di lavavetri al semaforo della stazione, ma nel 1996 la sua fortuna si esaurì e fu fermato dalla polizia a bordo di un motociclo sospetto, per non dire rubato, ridipinto, truccato e incendiato, e poi di nuovo ridipinto. In quella si scoprì che Abù Abib era senza libretto, marmitta, targa, freni ed assicurazione, e che era stato già fermato altre sette volte ed espulso dal patrio suolo: si scoprì inoltre, cosa ti vanno a scoprire, che l’uomo era solito regalare false generalità: e così era stato Abì Abù a Torino, Abel Abà a Fregene, Babù Babèl a Capri, et cætera. Tutta queste persone risultavano comunque espulse da anni.

Tratto a giudizio direttissimo, gli fu assegnato un legale d’ufficio. Quest’uomo annoiato sostenne con ogni verosimiglianza che il motorino circolava sì senza assicurazione, ma di questo non si poteva incolpare Abù, Abì, Abèl, o comunque si chiamasse, in quanto è chiaro che nessuna compagnia avrebbe mai assicurato un motorino rubato. La colpa era quindi del governo.
Quanto alle false generalità, l’avvocato spergiurò che Abì non era bugiardo ma solo ignorante, e che in particolare lo confondevano le vocali, dacché la sua lingua gutturaloide ne faceva a meno.
Gli fecero notare che il suo assistito aveva comunque sul groppone sette decreti di espulsione, ma il legale replicò che si trattava di un caso di forza maggiore. Disse: signori! il mio assistito è zoppo! come volete che raggiunga il confine, uno zoppo?

L’aula come di costume era vuota: c’erano solo il giudice, il pm, due poliziotti in borghese e l’addetta alla registrazione. tutti però guardarono Abù, che zoppicava vistosamente. E veramente era zoppo: zoppo quanto lo può essere un uomo! Da quando una strana malattia gli aveva ristretto la gamba destra, che adesso era due centimetri più corta dell’altra.
Il piemme mugugnò che prove non ce n’erano, che insomma era una farsa, che poteva fingere e rattrappire a bella posta la gamba, che ci volevano dei documenti. Il giudice non convalidò l’arresto ma rinviò l’udienza alla settimana successiva.

Abù uscì dall’aula tutto lieto. Non aveva capito molto dell’intera vicenda e credeva che l’avvocato d’ufficio fosse il console del Marocco: gli si rivolse quindi nel suo dialetto tribale. Ma l’avvocato aveva altro a cui pensare: alla prossima udienza non sarebbe andata così liscia. Restava il problema di dimostrare legalmente che lo zoppo era zoppo.
Per un italiano sarebbe bastato andare da un medico, ma Abù era senza documenti e nullatenente, e non parlava una parola di italiano. Il suo legale capì la gravità della situazione e propose di investirlo con la macchina. Poi l’avrebbe trascinato al pronto soccorso, dove una lastra gliela dovevano fare per forza. Abù non capì e rispose toccandosi il petto e la fronte, gesto che di solito bastava a far contenti gli italiani.
L’avvocato lo accompagnò allora sul posto di lavoro, nella speranza di ricevere in pagamento almeno un diecimilalire o una musicassetta pirata, ma Abù non se ne diede per inteso, scese dalla macchina e salameleccò di nuovo. Il legale stava quindi per mandare ad effetto il suo proposito, ma non ci fu bisogno di arrivare a tanto: appena tornati al semaforo, certi concittadini di Abù lo assalirono senza ragione a pugni e a schiaffi, e l’ambulanza ci volle davvero.

All’ospedale però il medico si rifiutò di attestare che o zoppo zoppicava perché, a suo dire, il paziente non era in grado di spiegare come mai zoppicasse; ed era la sacrosanta verità, in quanto Abù non parlava italiano.
Dio mio, ma zoppica! lo vede chiunque che zoppica! fategli delle lastre, disse l’avvocato. Ma quel giorno l’apparecchio non funzionava, o il personale era in agitazione, o viceversa. Il medico di turno si limitò a scrivere nel referto che il paziente era non normo ambulante per causa idiopatica, id est, ignota.

A stento rattoppato, Abù uscì dall’ospedale rollando e beccheggiando come il migliore dei carretti siciliani e si riavviò lemme lemme al suo semaforo: da anni per lui la vita si riduceva al frastuono dei clacson interrotto da poche ore di oblio: l’idea di finire in galera, espulso o persino cadavere, non gli faceva né caldo né freddo: pensava anche che il palazzo di giustizia fosse la casa del Re d’Italia, che ogni tanto lo mandava a chiamare per sapere se era contento.

L’avvocato in cuor suo schiumava dalla rabbia: non per la sorte di Abù, di cui gli importava meno di niente, ma per il dispetto di non riuscire ad ottenere il documento giustificativo. Decise quindi di andare in fondo alla faccenda e tornò all’originario proposito di inscenare un investimento: in retromarcia, a cinque chilometri all’ora, toccò appena il posteriore di Abì e si diede a urlare come un ossesso “mio dio l’ho ucciso!”. Di nuovo l’ambulanza, di nuovo l’ospedale: qui tutti i medici concordarono che la gamba destra era malconcia: probabilmente il forestiero sarebbe rimasto zoppo a vita: ma non era detta l’ultima parola!

Come? disse l’avvocato paonazzo in volto. Come rimarrà zoppo? lo era già, zoppo! Ma non lo vedete che ha una gamba più corta dell’altra? non l’ho mica azzoppato io!

I medici convennero che per essere una frattura fresca si era rimarginata in fretta, ma per sapere come stavano le cose sarebbero servite delle lastre. Senonché la macchina… e il personale… trascorse così una settimana e giunse di nuovo il giorno dell’udienza: il giudice era stato trasferito, il piemme era andato in pensione, i poliziotti in borghese borgheseggiavano chissà dove sulle orme di fantomatici Abì e Babì, più in generale nessuno si ricordava della vicenda. Fu di nuovo tirata in ballo la storia dell’assicurazione, poi quella delle vocali. Alla fine, giusto per chiarirsi meglio le idee, il giudice rinviò l’udienza alla settimana successiva, fermo restando che la palese zoppìa andava rigorosamente dimostrata.

Da allora nulla è cambiato. Le udienze e i ricoveri si susseguono senza sosta, in un vortice di nuovo e agitato personale. Non c’è mai lo stesso giudice, mai lo stesso medico. Il fascicolo si gonfia di carte reticenti che nessuno legge, la macchina delle radiografie continua a disfunzionare, l’avvocato di Abì gli ha regalato una scarpa col rialzo.”

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3 risposte a Il molare della fava

  1. gianni ha detto:

    Si ma se mi faccio male io, ‘sta macchina funziona o no?! 🙂
    Complimenti per il racconto.

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