E dove hanno fatto il deserto**

Nel 1843 Joseph T. Arnaud raggiunge Marib, l’antica capitale del regno di Saba nel sud dello Yemen. Difficile crederlo, ma fu uno dei primi occidentali ad arrivarci. Lo Yemen era ancora in parte sconosciuto e Arnaud cercava le iscrizioni della civiltà che ha preceduto la conquista islamica. Cercava anche il palazzo della Regina di Saba, la figlia dei jinn coi piedi caprini che portò doni a Salomone, e che con tutta probabilità non è mai esistita. Nel 2008 alcuni archeologi hanno sostenuto di aver trovato il suo palazzo, ma in Etiopia. Incidentalmente, il figlio di Salomone e della regina, Menelik I imperatore d’Etiopia, avrebbe trafugato l’Arca dell’Alleanza. Come si vede materiale leggendario ce n’era in abbondanza, ma Arnaud si attiene ai fatti. Il suo “Viaggio nel regno della regina di Saba” non è, contrariamente a quel che cercarono di far credere Dumas e Malraux, un resoconto avventuroso, anzi non fa nessuna concessione al colore e smorza i toni.

In maniera pacata e anche un po’ noiosa, Arnaud elenca minuziosamente le tappe, le distanze, i tempi di marcia, fa rilievi, misura i resti della grande diga* che costituiva la ricchezza del paese. Racconta le minacce ed angherie che ha subito dalle popolazioni locali e i piccoli sotterfugi per non farsi  riconoscere come infedele. Più di tutto, lo infastidiva il continuo interrogatorio sulle sue origini, sul suo modo di pregare, sui suoi scopi. I locali trovavano inverosimile che fosse lì a ricopiare iscrizioni di cui non capivano il significato e il valore: secondo loro doveva essere una sorta di stregone o un cercatore di tesori (che poi, ironia della sorte, furono trovati davvero, ma non da Arnaud).

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Si direbbe che nutrisse un certo prudente e salutare disprezzo per gli Yemeniti*** e i beduini. Quando cercano di fargli recitare la professione di fede se la cava così:

<<… mi disse imperiosamente: “Di’: la ilah ill’a allah, wa mohammed rasoûl allah“. Non volendo ripetere esattamente le due ultime parole di questa formula, sostituii loro una volgare ingiuria in francese, che aveva pressapoco lo stesso suono. Parve soddisfatto e mi lasciò continuare le mie ricerche in perfetta libertà, dicendo ad alta voce: “Non ci sono più dubbi, è musulmano, è musulmano”>>.

Altro elemento che ce lo rende simpatico è la sua descrizione della città di Sana’a, quella che Pasolini si accanirà a celebrare e che invece a un cronista del 19simo secolo appariva poco più di un mucchio di fango.

Arnaud quindi è forse uno degli ultimi viaggiatori, categoria già morente e che sarà a breve sostituita da quella più comune e deleteria del turista. A differenza del turista non è entusiasta, non cerca il pittoresco e non si fa illusioni sulla natura dei locali. Sa bene che non è amato o compreso, che è lì per prendere qualcosa e rischia anche la vita. Per Arnaud la cammellata non è un’attrazione ma una ripugnante necessità, come del resto per i suoi ospiti, che capisce meglio di molti turisti. Temendo di essere rapito o ucciso, non porta con sé denaro e si affretta a dirlo in giro. Ciò nonostante, come il turista è costretto a pagare.

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La sua figura ci è tornata in mente per contrasto dopo l’ultimo attentato a Nizza. Gli esperti stanno ancora discutendo sul ruolo degli integralisti, ma possiamo prescindere dal problema: se questo mentecatto non era un estremista di sicuro lo sarà il prossimo. Quasi tutti gli editorialisti hanno colto l’occasione per ripetere che il terrorismo islamico è una forma di provocazione, che mira a suscitare reazioni violente e smodate. Non dobbiamo cadere nella trappola: sarebbe un vantaggio per gli integralisti, perché qualsiasi rappresaglia occidentale rafforzerebbe l’odio dei diseredati e quindi la forza dei terroristi.

Spesso hanno aggiunto che una reazione di fatto è impossibile, perché non si possono colpire bersagli che si mimetizzano tra i comuni cittadini e non si sa nemmeno dove sono. Atti esemplari e terrificanti sarebbero anche inutili, perché non si può spaventare gente pronta al martirio. Pare che l’unica cosa da fare sia emanare leggi più restrittive e aumentare la polizia in giro: ma nemmeno questo si può fare, perché ridurre le nostre libertà sarebbe un altro favore fatto ai terroristi. Il discorso, costantemente ripetuto dopo ogni attentato e autonobilitato col nome di “analisi”, ha conferito al terrorismo una certa aura di invisibilità e invincibilità, che poi doveva essere anche quello uno degli scopi dei terroristi.

Confessiamo che molti di questi discorsi ci sembrano dettati più da una forma di masochismo (a volte inconsapevole, altre compiaciuto) che dall’analisi della realtà*****. Ci siamo chiesti che sarebbe accaduto proponendo di reagire al terrore col terrore****, e la risposta è stata più o meno quella che immaginavamo: quasi tutti ci hanno accusato di trollare o ci hanno semplicemente insultato. Paradossalmente, la sola ipotesi di una reazione violenta fa scattare nell’italiano scolarizzato una reazione violenta. L’automatismo mentale è pressoché perfetto: proposta di reazione violenta = trollaggio, pazzia o nazismo.

I più sensati ci hanno fatto notare che colpire la Siria servirebbe a poco contro dei terroristi che sono cittadini europei, e che servirebbe ancora meno contro dei folli. Questo in parte è vero, ma i terroristi non sono tutti folli, e in seguito si potrà valutare se adottare misure terroristiche anche contro i terroristi nostrani, ad esempio fucilando le loro famiglie.

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Ma mentre facevamo questa proposta atroce ci è venuto in mente Arnaud, e il confronto tra la figura del viaggiatore e quella del turista, e ci siamo accorti che molte delle vittime del terrorismo sono turisti, o gli somigliano. I turisti di solito amano pensare a sé stessi come a persone libere, cosmopolite, rispettose della diversità, curiose dell’esotico, sensibili all’autentico, e si propongono di agire in modo etico, responsabile, sostenibile. La loro ideologia è perfettamente analoga al progressismo, ed è altrettanto falsa. Di fatto, sono notoriamente dei semplici consumatori, e anche i più dannosi. Più in generale, tutta la nostra società somiglia sempre più a un gruppo di turisti: ricchi, molli, indifesi, entusiasti, ignoranti, voraci, frettolosi, accomodanti e foderati da un sentimentalismo ipocrita che gli permette di piangere sulla povertà dei popoli che affamano.

Ai locali questi turisti devono apparire per forza dei provocatori.

Serenamente esposti in aereoporti e luoghi di ristoro, su passeggiate panoramiche e nei musei, gli europei sono una vera e propria sfida per qualsiasi fanatico, religioso o meno. E loro, gli sciocchi telintesta, sono cascati nella trappola e hanno reagito smodatamente, uccidendo qualche centinaio di persone. Ma loro non hanno i nostri intelligenti editorialisti e quindi non hanno capito che così fanno il nostro gioco!

I turisti si comportano come avanguardie, come Gandhiani inconsapevoli. La loro non violenza è attiva e provocatoria, per fini che ignorano. Diventano loro malgrado martiri della nostra ideologia e così vengono celebrati. Dopo ogni attentato le foto delle vittime, esposte come quelle dei kamikaze islamici, alimentano lacrime e lunghe rivendicazioni della necessità di difendere il nostro stile di vita: e i nostri valori, che non ci permetto reazioni criminali né restrizioni della libertà, mentre ci consentono di distruggere le altre economie e culture. Per salvarci la coscienza bisogna che qualcuno continui a farsi ammazzare a piccole dosi, e anche questa è una forma di fanatismo.

Perciò i terrorizzati finiscono per apparire a loro volta dei suicidi, che vanno nudi a farsi sparare per non violare i loro valori e invece di portare bombe diffondono il ben più pericoloso germe della disgregazione. Infatti le culture invase dai turisti non piangono morti, forse, ma il loro sistema di vita viene messo radicalmente in discussione. Ed è evidente chi sarà il vincitore di questa lotta: saremo noi.

Del resto, mettersi contro il turismo è la mossa più sciocca che si può fare. Basta guardare i dati per accorgersi che tutte le bombe del mondo non riescono a frenarlo: dopo un piccolo calo il flusso riprende più forte di prima. Forse gli islamici pensano che siamo davvero dei pazzi a continuare a rischiare la vita per andargli a insegnare il libertinaggio e la cucina malsana.

In definitiva, non serve bombardare e sterminare, basta rovesciare continuamente le interpretazioni e assecondare il masochismo, che si nasconde in genere sotto il nome di ironia. Ogni attentato finisce per rafforzare la chiesa laica dei valori occidentali, come le persecuzioni rafforzavano il cristianesimo. Qualcosa di simile vale anche per l’America. Anche se ci consideriamo evoluti, tutti dobbiamo fare dei sacrifici: gli americani possono sacrificare centinaia di vite all’anno al mito della frontiera: noi a quello del turista.

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* si diceva che la grande diga di Marib fosse stata distrutta dai Romani, in uno dei non rari accessi di furia che li prendevano di fronte alla scostumatezza (la diaspora, gli eccidi in Gallia, in Inghilterra, in Germania etc. I Romani promuovevano sì l’integrazione, ma non rinunciavano ogni tanto allo sterminio, forse perché non riflettevano abbastanza da sentirsi impotenti). In effetti oggi prevale l’idea che all’arrivo dei Romani la diga fosse già stata abbandonata perché i cambiamenti climatici stavano peggiorando la desertificazione. Forse fu distrutta dagli stessi invasi, proprio per privare i Romani dell’acqua.

** la frase originale dice “ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”. Benché il senso sia quello, “solitudine” non è orrendo come deserto.

*** formalmente oggi lo Yemen è una democrazia. Il presidente ʿAlī ʿAbd Allāh Ṣāliḥ ha vinto le ultime elezioni con il 96,3% dei voti.

**** più in dettaglio, la proposta sarebbe di reagire a ogni attentato con un bombardamento a tappeto di un villaggio o cittadina a caso, di dimensioni compatibili con la scala di rappresaglia scelta (almeno 100 a 1). Bisognerebbe dare all’evento il massimo risalto mediatico, visto che i terroristi non sono intelligenti come noi che amplifichiamo l’effetto terrorizzante. La dimostrazione dovrebbe essere fatta senza risparmio. Non basta distruggere le case e uccidere la gente: non deve restare nemmeno un mattone. Dovrebbe apparire come un castigo biblico, che è più comprensibile. Il potere dell’aviazione è senza paragoni, esistono già bombe capaci di scavare un cratere di duecento metri, quindi basterebbero quaranta-cinquanta aerei per volta. Si avrà cura di evidenziare che non c’è alcun limite alla distruzione che possiamo provocare. Nel prevedibile caso di diffusione di immagini strazianti di vittime civili, non bisogna minimizzare né cercare giustificazioni. L’atto dovrebbe essere presentato esplicitamente come un’atrocità, di cui tutti siamo consapevoli e responsabili. Del resto, col nostro tenore di vita causiamo già la morte di milioni di persone ogni anno. Rendere questa violenza visibile anche a noi stessi non è l’ultimo degli scopi della dimostrazione.

***** ricorsione: in seguito all’attentato i nostri lucidi analisti ipotizzano che i terroristi vogliano scatenare la reazione della destra estremista, che dovrebbe mettersi ad ammazzare gli immigrati provocando una guerra civile. Ma a parte che negli ultimi mesi in Francia si è parlato di rischio di guerra civile a seguito della riforma del mercato del lavoro e anche a causa di episodi di violenza sulle donne, resta il fatto che il meccanismo della provocazione evocato dagli analisti funziona anche troppo, e spiega anche troppo. Infatti se i fascisti si mettessero a uccidere gli immigrati potrebbero farlo solo nelle forme del terrorismo, cioè con azioni provocatorie. A questo punto gli immigrati dovrebbero avere i loro lucidi commentatori che li invitano a non reagire per evitare di dare ai fascisti una scusa in più per perseguitarli. E quindi la parte sveglia della popolazione immigrata si troverebbe sulle stesse posizioni della parte sveglia dei francesi: l’unica reazione possibile è non reagire. E quindi niente guerra civile.

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Una risposta a E dove hanno fatto il deserto**

  1. DORA chiabov ha detto:

    È un’analisi provocatoria per coscienze coraggiose. Credo di sapere (quasi) tutto di quello che qui vien detto, in bilico tra erudizione e disperato pessimismo. Non sum digna di codesto stile, però mi ritrovo confortata nella mia convinzione che il turismo è un cancro culturale incurabile ovunque si sia praticato e si pratichi.

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