Dell’uso delle virgolette in alcune riviste femminili (seguito da uno scritto dell’Elia)

La Fondazione legge avidamente le riviste abbandonate nelle sale d’aspetto, convinta che in esse si celi la Uita Uera. Questa settimana ce n’è capitata una dedicata alla casa e abbiamo notato per l’ennesima volta l’uso singolare delle virgolette, che è indice di un più vasto disagio. In queste riviste le virgolette appaiono quasi in tutti gli articoli e spesso più volte per pagina. Basta aprire a caso (numero di luglio 2016) e si legge:

<<Nello spirito zen le ciotoline dovevano essere semplici, naturali e “povere”.>>

La notizia è pregevole, ma perché le virgolette? Giriamo pagina e c’è un metodo per scolpire dei pescetti di argilla. Al punto 6 si legge <<con una punta “tagliamo” la bocca>>, e alla pagina dopo: <<Ora l’oggetto ci è tornato “cotto” […] solo alcuni colori “metallici” sono specifici da raku>>.

La cosa singolare è che sia “tagliamo” che “cotto” che “metallici” sono termini normali e appropriati (la bocca viene effettivamente tagliata, il pescetto viene davvero cotto, il colore è proprio metallico), per cui in questi casi le virgolette non hanno la funzione di “mettere tra virgolette” un termine il cui uso è metaforico. Allora si tratta forse di una specie di sottolineatura? Con le virgolette le autrici volevano dare enfasi a questi termini? Ma a parte l’improprietà dell’uso, cosa c’è da sottolineare in questi termini?

Apriamo ancora a caso la rivista e leggiamo:

<<Ora la cartapesta si compera “già fatta” […] bisogna preparare quel che ci servirà “dopo” […] apprestiamo un “vassoio” in metallo […]  ed eccola al lavoro sulle sue “piastrelle” […] maggiore è l’ “affondo” dei fiori e dei gambi nella creta, migliore è il risultato […]  scegliete il motivo, ricalcatelo e coloratelo con i pennelli (parti “larghe”) e i pennarelli (zone sottili) […] da cucire c’è sicuramente la forma del cuscino, perché “tenga” bene>>, eccetera eccetera.

In nessuno di questi casi (e di tanti altri) le virgolette assolvono la loro modesta ma utile funzione di contraddistinguere citazioni o discorsi diretti, o di evidenziare la natura tecnica, metaforica, figurativa, ironica o gergale di certe parole. Ma allora a che servono? L’unica spiegazione che ci viene in mente è che le autrici degli articoli, conoscendo la natura delicata delle loro lettrici, cerchino di sterilizzare con le virgolette ogni parola che potrebbe avere un suono anche solo lontanamente offensivo. Una sensibilità esacerbata, quale è quella di molte gentili lettrici, potrebbe forse trovare rudi o volgari espressioni come “già fatta”, o persino scatologiche. La parola “dopo”, evocando il tempo che passa, potrebbe suonare esiziale per le signorine attempatelle, mentre chiunque intuisce che dietro l’ “affondo” c’è qualcosa di sporco, e che “larghe” non suona bene alla boffici, robuste e tarchiate. “Tenga” pare quasi dialetto, “vassoio” lo dice la servitù, “piastrella” è parola da operai e vili meccanici, e così via

Bisogna quindi immaginare che a scrivere questi articoli siano (almeno in spirito) delle suore di un genere particolare, uscite dritte dal diciannovesimo secolo ma con una inarrestabile propensione per il bricolaggio, il riciclo e le tinte pastello. Delle donne che, pur scrivendo per il popolo, si premurano innanzitutto di non usare un linguaggio che ritengono troppo popolare (che il popolo, le rare volte che scrive, cerca a sua volta di evitare come la peste). E’ più o meno la stessa presa di distanza che Calvino vedeva nel lessico burocratico, ma con un’aggiunta di rosa e anche con meno sforzo, perché le signore non rimpiazzano le parole comuni ma si limitano a virgolettarle, come se infiocchettassero una patente merda di cane (non sfuggirà che “virgo” è la vergine, anche del senso, e le virgolette saranno sue ancelle). Sul lettore comune (noi) l’effetto invece è misterioso e inquietante, perché alle virgolette noi ricolleghiamo necessariamente un sovrappiù di senso che invece nel caso concreto non c’è.

Ci sarebbero forse molte altre riflessioni da fare ma pensiamo che provvederà egregiamente Gramellini.

E ora per risollevarci dal tristrume una piccola nota del Nostro su

<<L’uso del Corsivo nei viaggi di Gulliver

Non essendo molestato da alcun affetto, mi capita di sfogliare libri. Ultimamente ho visto un’edizione critica dei Viaggi di Gulliver in inglese (d’ora in poi L’ed) e l’ho comprata, attratto dall’idea di potermi sentire superiore al lettore medio italiano e anche a quello inglese: al primo perché è in inglese, e al secondo perché è critica. Fatto questo bel ragionamento ho scucito i pochi soldi dell’acquisto e ogni poco me ne delizio.

Sta di fatto però che io conosco l’inglese in maniera approssimativa, non avendolo mai (in senso tecnico) studiato. Supero però agevolmente questo problema grazie alla mia Presunzione, che mi porta a ritenere che sto davvero capendo quel che leggo, e ad una serie di trucchi messi in atto dal cervello per sopperire alla mancanza di informazioni.

Ad esempio, mi capita spesso di leggere elenchi di fiori o di alberi del tutto sconosciuti. Chiaro mi capita anche in italiano, leggo la parola “iris” e so che è un fiore ma non so quale sia, per cui al suo posto metto qualcosa che somiglia un po’ a un papavero (mentre non ci metterei una rosa perché so com’è e come si chiama in inglese). Leggendo in inglese però c’è un ulteriore livello di astrazione perché prima penso che, dato il contesto, la parola SBUATGAR dev’essere una specie di grosso albero, e poi lo sostituisco con un albero qualsiasi, tranne quei due di cui conosco il nome in inglese. Quindi non solo non so cos’è lo sbuatgar, ma non so nemmeno all’incirca che cosa non è. Eppure la mente riempie il buco nel giro di un microsecondo, così in fretta che non me ne accorgo neanche e mi viene il sospetto di fare la stessa cosa anche quando leggo in italiano: allora il testo diventa una nebbia, o solo una serie di suoni…

Ma non divaghiamo e veniamo all’uso del corsivo nei viaggi di Gulliver, edizione critica in inglese. Anzitutto bisogna notare che nel testo i sostantivi iniziano sempre con la maiuscola, secondo l’ottima abitudine corrente ai tempi di Swift. In molti casi ciò dà al testo un tono satirico o al contrario ieratico, che probabilmente in origine non aveva. La maiuscola era una convenzione, ma quando oggi leggi un testo che dice “Patria”, con la maiuscola, oppure dice “superava agevolmente i problemi grazie alla sua Presunzione”, non puoi che trovare la prima frase ampollosa e la seconda canzonatoria, mentre forse non lo erano.

Ma che cosa c’entra tutto ciò con il corsivo? In Gulliver viene usato per l’enfasi, certo, ma anche secondo un’altra regola precisa e arbitraria, che sto ancora verificando. Ad esempio, sono corsivi i nomi dei mesi, per quale motivo non lo so; allo stesso modo sono corsivi i nomi delle nazioni e dei loro abitanti, di località (es. Capo di Buona Speranza), i nomi di alcuni personaggi (solo i maggiori) nonché i nomi delle lingue e alcune parole delle lingue immaginarie (solo alcune).

Dunque il corsivo è riservato a tutto ciò che è grande, in senso letterale o metaforico, e anche ad alcune altre cose. Il fatto di non riuscire a ricondurre tutti i casi ad un’unica regola mi irrita moltissimo, quando ci penso, e ciò è forse indizio di un’ossessione che un po’ mi spaventa.

Potrei continuare ma anche io mi rendo conto.>>

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7 risposte a Dell’uso delle virgolette in alcune riviste femminili (seguito da uno scritto dell’Elia)

  1. gianni ha detto:

    Interessante. Forse si scimmiotta lo stile da imbonitore TV americano?

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