Il gene del fusillo

Questa è una considerazione pedante.

Non sappiamo quando nasce storicamente il fusillo, né come. Applicando uno schema noto, che è una delle più grandi soddisfazioni, possiamo immaginare che i primi fusilli siano stati estrusi per caso. Almeno all’inizio devono aver subito molte mutazioni locali, dovute a errori di trasmissione o di realizzazione, oppure alle condizioni dei materiali e allo scarso sviluppo delle tecniche di estrusione. La selezione finì per condurre a una certa stabilità: tutta una serie di specifici fusilli regionali, altamente stimati dalle popolazioni. Con il ridursi delle barriere commerciali le specie di fusilli vennero però in competizione tra loro e molte regredirono, riducendosi a specialità della nonna, mentre il fusillo più performante si diffuse in buona parte del mondo conosciuto.

La possibilità tecnica di riprodurre quasi perfettamente il fusillo e di munirlo sempre delle stesse caratteristiche di elasticità, rugosità e fussilevolezza, la produzione industriale insomma, portò a un’epoca d’oro del fusillo dominante, che per una cinquantina d’anni restò quasi immutato. Ma in seguito si avvertì la necessità di risvegliare l’attenzione dei consumatori, ormai quasi addormentati, con nuove varianti del fusillo campione. Un po’ più lungo, un po’ più corto, un po’ più inclinato. Queste varianti non erano più casuali, nemmeno in minima parte, e si può dire che i nuovi fusilli non erano sostanzialmente diversi da organismi geneticamente modificati. Eppure la popolazione non ne provava l’orrore che di solito trae dallo scherzare con la natura.

Le stesse persone che temevano la soia transgenica andavano matte per fusilli chiaramente malformi, creati in laboratori da esperti di marketing. Il fatto che le nuove specie di fusilli nascessero e morissero con una velocità allarmante, giustificata solo dalla necessità di proporre nuovi modelli per solleticare i sensi stanchi degli utenti, non sembrava colpire nessuno. L’abbondanza delirante dei modelli di fusilli appariva una ricchezza, e veniva contrabbandata come tale anche dai vegani più incalliti.

Solo i più consapevoli cercavano di giustificare la loro innaturale passione per nuove forme di fusillo con la scusa che queste, in fondo, non potevano riprodursi e alterare l’ecosistema come dei piselli ogm. Ma il loro modo di pensare (di questi mezzi consapevoli, non dei fusilli) era già stato alterato abbastanza: insieme al fusillo, tutte le forme del loro pensiero ormai mutavano senza una reale giustificazione: era il cambiamento per il cambiamento, il cambiamento come surrogato della libertà: della gioia, persino.

P.S. Un’altra constatazione banale è che l’attuale insensata varietà di forme è conseguenza della capacità di riproduzione perfetta. Se il fusillo può essere sempre identico, viene meno la mutazione casuale e quindi bisogna inserirne una artificiale. Il consumismo perciò deriva dalla riproduzione perfetta, con la differenza del fattore noia. Gli squali sono rimasti pressoché immutati per milioni di anni perché la loro forma era già adeguata e non c’era nessuno che potesse stufarsi di vederli sempre uguali.

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3 risposte a Il gene del fusillo

  1. Dora ha detto:

    È stato un bel risveglio, questo, all’insegna del divertissement linguistico e scientifico: grazie. Attendo il seguito sulle pratiche salutistiche cariche di aspettative di immortalità.

  2. Enrico Rossi ha detto:

    se c’è un tipo di pasta che odio, è proprio il fusillo…

  3. Pingback: Maschere oltre le persone | Fondazione Elia Spallanzani

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