Senza fine

Riprendiamo brevemente il post in cui si parlava di tendenza degli uomini a cercare intenzionalità. In un articolo leggiamo:

“È come se fossimo ipersensibili ai segnali di intenzionalità, specialmente a quelli convogliati dal mo­vimento. Ci sono buone ragioni evoluzionistiche per una tale ac­centuata sensibilità: meglio essere cauti che morti. È una buona idea, in generale, interpretare un ramo spezzato come segno del recente passaggio di un nemico o di un predatore, cioè di un agente causale, piuttosto che di un fenomeno fisico naturale, come l’azione del vento.”

Questo sembra ragionevole, e però allo stesso tempo sembra anche un’altra applicazione della tendenza a cercare intenzionalità. Cioè, esiste davvero la prova che attribuire un evento a un soggetto invece che al caso aumenti le possibilità di sopravvivenza? Questo fattore è realmente calcolabile? Non si potrebbe dire con altrettanta ragionevolezza che un eccesso di cautela spesso è letale? Il fatto che gli esseri si siano evoluti in questo modo (se pure fosse vero) dimostrerebbe di per sé che è una buona idea? O è solo un “minimo locale”, cui attribuiamo più meriti del dovuto?

Non sarebbe più semplice e meno impegnativo pensare che la mente cerca ciò che le somiglia, indipendentemente da esiti favorevoli o nefasti? Del resto, gli esseri privi di mente non sembrano mostrare grande cautela: i virus e i batteri mutano furiosamente e hanno un enorme successo, e forse l’hanno proprio perché privi di cervello. Si potrebbe anzi immaginare che la nascita della mente sia una cosa del tutto sconveniente.

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4 risposte a Senza fine

  1. vincibile ha detto:

    Non si potrebbe dire con altrettanta ragionevolezza che un eccesso di cautela spesso è letale?
    Lo si dice senz’altro, come argomento contro il cospirazionismo, a prova che in un nuovo ambiente il vecchio carattere vantaggioso ecc.

    Il fatto che gli esseri si siano evoluti in questo modo (se pure fosse vero) dimostrerebbe di per sé che è una buona idea?
    Sapete bene che gli evoluzionisti, nella loro petulanza avvocatesca, rispondono che se è stato così allora è un’idea non buona in sé ma vincente rispetto all’altre nel contesto specifico ecc. preferendo la tautologia a qualsiasi valutazione impegnativa circa la bontà, la giustizia, la morale.

    la mente cerca ciò che le somiglia, indipendentemente da esiti favorevoli o nefasti
    Questo è implicito nella spiegazione proposta. È che gli evoluzionisti del comportamento non sono del tutto privi del fascino per le “facoltà superiori” e non volendo ridurle a mero accessorio di lusso tentano di nobilitarle attribuiendo loro un vantaggio essenziale. Si può dire che, sotto sotto, anche a questi scienziati in odor di nichilismo l’assenza di senso fa orrore, perciò ne cercano comunque uno, sia pure sub specie opportunitatis e in piena armonia col corso de’ tempi attuali.

    Del resto, gli esseri privi di mente non sembrano mostrare grande cautela: i virus e i batteri mutano furiosamente e hanno un enorme successo, e forse l’hanno proprio perché privi di cervello.
    La struggle for life dei microbi si gioca ai limiti dell’inorganico, non lo prenderei come un buon paragone con gli animali superiori. Però qualcosa che si avvicina alla cautela (una cautela inorganica), i batteri e soprattutto gli organismi più complessi, tipo certi molluschi, ce l’hanno: un variegato e sensibilissimo sistema di chemocettori che scandagliano l’ambiente e avvertono la presenza di molecole emesse da predatori o altra entità pericolosa, al che segue fuga subitanea.

    Si potrebbe anzi immaginare che la nascita della mente sia una cosa del tutto sconveniente.
    Ed è stato detto. Finite le celebrazioni per la razionalità umana, s’è capito che la follia è il suo inevitabile sottoprodotto.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    eh ma i recettori chimici li ha pure l’uomo, solo che siccome sono meno efficienti di quelli del mollusco lui è costretto a fare ipotesi. Però se supporre l’intenzionalità fosse una caratteristica che facilita la sopravvivenza dovremmo trovare dei molluschi che non solo percepiscono la traccia chimica del predatore, ma deducono la sua presenza da altri fattori anche in assenza di traccia chimica (come l’uomo la deduce dal ramo spezzato). Ad es. da un certo colore dell’acqua, che per esperienza è stato talvolta associato alla presenza del predatore. Per farlo serve almeno un minimo di memoria, ma non per forza una mente nel senso comune del termine. Questa associazione, che è la radice del segno, sembra ancora troppo poco. Il fatto è che il processo con cui la mente interpreta via via i segni e si rende conto che sono segni, beh, di fatto è la stessa mente.

    • vincibile ha detto:

      Parlavo dei recettori come strumento di cautela, non di intenzionalità, una cautela che non si serve della memoria, cautela automatizzata e che non richiede apprendimento.

      • eliaspallanzani ha detto:

        un apprendimento in senso lato c’è stato, è nella loro memoria rom, nel dna, come per quelle vespe che mostrano comportamenti apparentemente circospetti e poi si è scoperto che sono innati e automatici. Non hanno, o l’hanno in misura molto ridotta, una memoria a breve termine, modificabile. Ma soprattutto i loro sensi sono troppo precisi, non richiedono immaginazione.

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