Di nuovo nella caverna

Viene da chiedersi cosa prova una scienziato quando riesce ad accumulare dati che confermano un’ovvietà. Leggiamo che alla Johns Hopkins si sono presi la briga di mostrare duemila glifi arabi a due gruppi di persone: quelle del primo gruppo conoscevano la lingua mentre quelle del secondo no. Le lettere venivano mostrate due alla volta e si chiedeva all’esaminato di dire se erano lo stesso carattere o no. Poco sorprendentemente, quelli che conoscono l’arabo identificano somiglianze diverse rispetto a quelli che non lo conoscono. Inoltre gli esperti risultano più lenti ed accurati e ottengono risultati migliori quanto più è complesso il segno, mentre per i non esperti è il contrario.

Questo dimostrerebbe che la conoscenza incide sulla percezione. Del resto, la stessa cosa accade per una rete neurale addestrata rispetto a una ancora vergine. Qualche commentatore osserva che Wittgenstein aveva detto più o meno la stessa cosa sessant’anni fa, ma in effetti l’idea è molto più antica, platonica addirittura: più che vedere, noi riconosciamo (l’unica differenza è che per Platone la conoscenza non è sintesi dell’esperienza ma esiste già prima dell’esperienza: il che forse sarà / è stato confermato da altre ricerche sulle strutture fondamentali del cervello, amorevolmente trasmesse attraverso il dna invece che la metempsicosi).

Comunque la formulazione più elegante del principio risale forse al criminologo francese Bertillon, che verso la fine del diciannovesimo secolo realizzò un sistema di riconoscimento biometrico detto “antropometro” e da qualche parte chiosò: “Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella mente”. La frase, che curiosamente viene spesso attribuita ad Ellery Queen, compare anche all’inizio de “Il delitto della terza luna”, criminale traduzione del titolo “Red Dragon”.

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