Nel luogo senza oscurità

Snobbando delitti più eclatanti, buoni per le persone ciarliere e volgari, la Fondazione segue con attenzione il caso di Stefano Binda, accusato di aver ucciso 29 anni fa una sua ex compagna di classe. All’inizio avevamo anche raccolto molti documenti, articoli di giornale, decine e decine di link: avevamo delle teorie e pensavamo quasi di farci un articolo serio o addirittura un racconto, perché questo Binda in qualche modo ci somiglia. In seguito però ha prevalso la stanchezza, più o meno per lo stesso motivo. Ci limiteremo quindi a sintetizzare alcuni fatti.

29 anni fa Lidia Macchi va a trovare un’amica in ospedale e non torna più a casa. Il giorno successivo i suoi amici di Comunione e Liberazione si organizzano in squadre per cercarla, e la mattina dopo ancora la trovano morta in una stradina non lontana dall’ospedale, vicino alla sua panda, coperta da un cartone. La ragazza è stata accoltellata varie volte, soprattutto alla schiena, ma sotto al corpo e anche nella macchina c’è poco sangue, per cui si pensa che sia stata uccisa altrove. Nonostante alcune segnalazioni di presunti maniaci e tossici nel parcheggio dell’ospedale, si indaga soprattutto su persone del suo ambiente e anche su un prete. Scoppia subito una polemica perchè si accusa il PM di aver avuto la mano troppo pensate con alcuni indiziati. In seguito il caso torna sui giornali perchè Tortora propone di ricorrere al test del dna (per la prima volta), ma vuoi perché i metodi sono ancora primitivi, vuoi per la scarsità di materiale da analizzare, il test non produce risultati apprezzabili.

La vicenda dorme per anni. Qualche tempo fa però due ragazze accusano il padre di essere l’assassino, perché le aveva più volte minacciate di fargli fare la fine di Lidia. Anche in questo caso l’indiziato sarà giudicato estraneo ai fatti. Le televisioni però hanno avuto modo di ritornare sul caso e in una trasmissione viene mostrata una lettera, recapitata ai genitori di Lidia a pochi giorni dal delitto, che conteneva una sorta di poesia o preghiera. Una spettatrice riconosce nella lettera la grafia di un suo conoscente, tale Stefano Binda, che conosceva anche Lidia, e ritrova anche delle vecchie cartoline in modo da poter confrontare la scrittura.

La procura a questo punto si convince che l’autore della lettera è l’assassino e perquisisce la casa del Binda. Ci trova, tra l’altro, delle agende con le pagine strappate in corrispondenza della data del delitto. Alcune frasi annotate dal Binda suonano come una sorta di confessione, e inoltre qualcuno ricorda che l’allora diciottenne aveva una macchina bianca, e che il giorno della scomparsa era stata vista una macchina bianca nel parcheggio dell’ospedale.

Inoltre i conoscenti del Binda non confermano il suo alibi (aveva detto di trovarsi in gita con CL), e la procura pensa che uno di loro abbia voluto coprirlo, perché ha cambiato la versione che aveva fornito inizialmente. Per tutte queste ragioni l’uomo viene arrestato, e al momento è ancora dentro.

La procura ha anche deciso di acquisire alcune testimonianze prima del giudizio. La donna che asserisce di aver riconosciuto la grafia del Binda sostiene pure che qualche giorno dopo il delitto si trovava in macchina con lui e che c’era a terra un sacchetto bianco contenente qualcosa di pesante. Il Binda sarebbe sceso dalla macchina col sacchetto in mano e si sarebbe diretto in un giardinetto pubblico, ma al suo ritorno non avrebbe più avuto con sè il sacchetto. Da ciò il sospetto che contenesse l’arma del delitto e che il Binda l’abbia sotterrata nel parco. La procura a questo punto manda a setacciare il parco coi metal detector, dopo 29 anni, e come era prevedibile non viene fuori un coltello, ma sette, che adesso vengono analizzati.

La vicenda, schiacciata da delitti più appetibili, riceve modesta attenzione mediatica. In molti articoli però si lascia intendere che il Binda sarebbe una brutta persona, in quanto non solo laureato in filosofia, ma anche disoccupato e mangiatore di pane a ufo (la pensione della madre), e anche ex tossicomane, se non tossicomane ancora in attività. Il movente ipotizzato dalla procura, inoltre, è abbastanza singolare: il Binda, essendo anche lui una sorta di maniaco religioso, avrebbe ucciso la ragazza dopo averla violentata ritenendola colpevole di aver ceduto alla sua violenza.

Il punto che in particolare ci colpisce è che le accuse sembrano basate essenzialmente su delle parole scritte. Si dà infatti per scontato che l’autore della lettera ai familiari sia anche l’assassino, perché il testo conterrebbe elementi che solo l’assassino poteva conoscere. In verità, chiunque legga la lettera noterà che non contiene particolari elementi di fatto e che sembra più che altro una preghiera: la preghiera di uno che si chiede come può conciliarsi l’esistenza di dio con quella del male. Non c’è, a nostro avviso, nessun dato che era noto solo all’autore e non ad altri, e anche le frasi scritte sul diario del Binda sembrano compatibili con una generica disperazione adolescenziale. Per non parlare della stranezza di un assassino che va a seppellire l’arma in un parco pubblico portandosi dietro un testimone, e che nasconde le sue tracce tenendosi in casa per trent’anni dei diari in cui confessa l’omicidio.

A tutto ciò si aggiunge che non è possibile fare il test del dna al Binda, perchè la procura ha buttato i reperti raccolti 29 anni fa. E non sembra che scavare nel parco pubblico possa davvero fornire qualche certezza. Anche se tra i vari coltelli persi o sepolti nel corso di 29 anni si trovasse la vera arma del delitto, ipotesi già chimerica, resterebbe sempre da dimostrare che ce l’ha messa il Binda e non un altro. Il processo contro quest’uomo sarà perciò totalmente indiziario e richiederà parecchie deduzioni azzardate.

Eppure quest’uomo è già in galera, per esigenze cautelari, e potrebbe restarci a lungo perché non c’è nessuno che lo scagioni, nonostante il nostro processo sia basato sull’idea che è lo stato a dover provare la tua colpevolezza e non tu la tua innocenza. E non si può fare a meno di tremare pensando alla responsabilità di chi dovrà giudicare quest’uomo sulla base di elementi così incerti. Veramente è terribile cadere nelle mani del dio vivente, così simili a lame del sole e a forbici.

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