Lo spettro dei natali potenziali

Spallanzani, pur essendo insegnante, talvolta lavorava. Per cercare di rimediare al crack della Bomarzo e sfuggire alle più severe sanzioni della GdF si era anche messo a scrivere tesi, che raccoglieva a mazzi e poi compilava furiosamente di notte. Fu il 24 dicembre 1978, durante uno di questi tour  de force, che l’annoiatissimo scrittore invece di riepilogare il perché e il percome della scapigliatura milanese si mise a scrivere una sorta di racconto di natale: il nucleo derivava ovviamente da Dickens, perché il protagonista, cioè lo stesso Spallanzani, si trovava ad affrontare gli spettri dei natali che avrebbero potuto essere.

Non è opportuno ricopiare il testo, che è privato e familiare e contiene moltissimi ritratti scherzosi e ingiuriosi di amici e parenti, del tutto incomprensibili per il lettore medio. Riportiamo quindi solo la parte finale, in cui l’autore improvvisamente abbandona il racconto per discutere più in generale della parodia.

<<La finisco qui. Un po’ mi dispiace perché nella mia mente la storia è quasi completa, come intreccio e conclusione morale. I caratteri, sebbene grossolani, hanno un loro minimo sviluppo (lo spettro si disinteressa sempre di più al suo sciocco compito, alla fine la ricerca è condotta dal protagonista)… certo resta inaccessibile a chi non conosce me e l’ambiente, e anzi anche a molti conoscitori, per via della deformazione, o incomprensione, o meglio ancora difetto di tipizzazione

Ormai è raro che io pensi ad una storia completa e non a singole trovate o frasi. Questa volta mi è riuscito perché è la scimmiottatura di un’opera completa e di caratteri esistenti. La parodia mi è familiare, è un esercizio scolastico, già nel senso stretto di una cosa che si fa soprattutto a scuola, in genere alle superiori, e si può dire che molti autori non vanno mai oltre quella soglia, né tecnicamente, né psicologicamente.

Non si può dire esattamente quale sia la sua ragione, perché la parodia non è solo lo sberleffo di ciò che ti impongono di imparare, specie quando include elementi della tua realtà (es. i tuoi compagni di classe al posto dei personaggi – la loro funzione è di abbassare il tono, di economizzare, ma vengono anche in un certo senso risucchiati dai personaggi originali).

Sicuramente la parodia testimonia del carattere universale del testo parodiato, della sua potenza come modello, più che della fantasia del parodista, se pure c’è. Questo è forse il motivo principale per cui ci si stanca presto di parodiare, cioè di riconoscere la superiorità di un altro; anzi, ce ne si disgusta.

Allora si comincia a nascondere la parodia: invece di deformare un testo si inseriscono tante deformazioni di tanti testi, in modo che il processo non sia immediatamente riconoscibile come tale. Quando anche questo gioco viene scoperto, e ciò avviene assai presto, si mettono avanti le mani dell’ironia. Noto che in generale l’autore preferisce apparire un parodista in mala fede che un ingenuo. In seguito, per salvarsi anche dalla mala fede, dirà di aver introdotto dei segnali di ironia (ed è quello che poi si chiama il postmoderno). Proseguendo si potrebbe creare un’intera estetica basata sull’invidia e sulla meschineria.

Oppure la parodia è, come la simulazione di combattimento degli animali, un modo per allenarsi all’età estetica adulta, quindi dovrebbe servire a costruire gli strumenti per poi scrivere davvero qualcosa. Sennonchè, gli animali che simulano il combattimento non danno l’idea di scherzare. Forse se non fossero animali avrebbero letto di questi scontri simulati e comincerebbero a trovarli buffi, e allora ne farebbero la parodia. Insomma, una volta che nasce la parodia, e che tu la conosci, non puoi far altro che fare parodie, e vedere tutto come una parodia, e così restare per sempre a quella fase di sviluppo, come un cane consapevole di giocare a combattere e quindi di fatto impreparato al vero combattimento, che lo spiazzerà sempre.

Da ciò l’essenziale tristezza dei grandi parodisti e la facilità con cui scivolano nel non detto, nel frammento, nel non finito, nel supertesto spappolato (vedi Gadda, Musil). Il gioco che sembrava così promettente, in fondo non porta da nessuna parte e il passo successivo è solo lo smantellamento completo della forma codificata, che poi in definitiva è sempre una parodia (dell’intera struttura e non più solo dei singoli pezzi).

Questi individui, i grandi parodisti, mi sembrano dei maestri per un motivo opposto a quello che viene normalmente indicato, e cioè per la loro romanzosità, che ogni tanto emerge lo stesso dal groviglio, come se fosse una insopprimibile necessità, un naturale istinto del raccontare, così profondamente sepolto sotto pagine e pagine di tentativi di distinguersi dal passato.

Oppure sono io che vivo nel paese dei romanzi, che ci sono nato intellettualmente e ne ho nostalgia. La generazione successiva invertirà il processo, per reazione produrrà romanzi e rimpiangerà il postmoderno. Questa è una profezia molto facile nella forma e non credo che si avvererà. La storia, nella sua elementare asimmetria, potrebbe produrre disegni molto più vari; ma, è inutile dirlo, di scarsa o nulla signorilità.>>

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Una risposta a Lo spettro dei natali potenziali

  1. lastlightx ha detto:

    io l’ho comprato, poi per pigrizia, NON L’HO SCARICATO!!! ciò mi fa sentire terribilmente in colpa ogni volta che ci penso (non spessissimo, per fortuna).

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