Il mistero della lista cinese

Altra nota del nostro su Borges. Inizialmente era destinato a un volumetto commemorativo in onore dell’argentino, ma a quanto pare il pezzo non riscosse l’apprezzamento della zia di Spallanzani, quella stessa che non capiva l’enigma di Crocevia e che Spallanzani considerava un affidabilissimo modello del lettore comune. Benchè contenga alcune gravi inesattezze, lo ripubblichiamo esattamente com’è. Abbiamo solo dovuto censurare degli apprezzamenti su Foucault, che potrebbero esporci a denunzia.

“Il mistero della lista cinese.

                                Nel parlare di Borges, molti ne 
                                scimmiottano lo stile: segno evidente 
                                che questo esiste e si impone
.
                                         Bustos Domecq

Ne L’idioma analitico di John Wilkins[1], sul quale mi sono già soffermato anche troppo, Borges scrive:

“Codeste ambiguità, ridondanze e deficienze ricordano quelle che il dottor Franz Kuhn attribuisce a un’enciclopedia cinese che si intitola Emporio Celeste di Conoscimenti Benevoli. Nelle sue remote pagine è scritto che gli animali si dividono in a) appartenenti all’imperatore, b) imbalsamati, c) addomesticati, d) lattonzoli, e) sirene, f) favolosi, g) cani randagi, h) inclusi in questa classificazione, i) che s’agitano come pazzi, j) innumerevoli, k) disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, l) eccetera, m) che hanno rotto il vaso, n) che da lontano sembrano mosche”.

Non è da escludere che Borges si basasse su un passo di Kierkegaard, da Repetition: “A wit has said that one might divide mankind into officers, serving-maids and chimney sweeps. To my mind this remark is not only witty but profound, and it would require a great speculative talent to devise a better classification. When a classification does not ideally exhaust its object, a haphazard classification is altogether preferable, because it sets imagination in motion”.

Il mio scopo adesso è seguire le tracce della lista cinese (così la chiamerò) nei libri di Borges e poi risalire all’originale.

Il protagonista del racconto Il parlamento[2], Alejandro Ferri, sostiene di aver scritto un breve studio della lingua analitica di John Wilkins, quindi si potrebbe identificare con l’autore. Tuttavia parla senza nessun rispetto del direttore della biblioteca nazionale, che per anni fu lo stesso Borges: quindi l’identificazione è certa. E cos’è il parlamento del mondo? Un gruppo di poche persone convinte di dover rappresentare tutti gli uomini.

“Progettare un’assemblea che rappresentasse tutti gli uomini era come fissare il numero esatto degli archetipi platonici, enigma che ha impegnato per secoli i perplessi pensatori. Suggerì quindi che, senza spingersi oltre, don Alejandro Glencoe rappresentasse non solo i possidenti, ma anche gli uruguaiani, così come i grandi precursori e gli uomini dalla barba rossa e quelli che stanno seduti in poltrona. Nora Erfjord era norvegese. Avrebbe rappresentato le segretarie, le norvegesi o semplicemente tutte le belle donne? Bastava un ingegnere per rappresentare tutti gli ingegneri, compresi quelli della Nuova Zelanda?”

Dopo il richiamo a Wilkins torna il principio beffardo della lista cinese, lo stesso problema. A questo punto non stupisce affatto che tra i vari libri acquistati dal parlamento del mondo ci siano anche “i serici volumi di una certa enciclopedia cinese”. Che forse non è quella “certa enciclopedia cinese” messa a paragone dell’enciclopedia francese in Testi prigionieri: “Meno copiosa di una certa enciclopedia cinese che consta di milleseicentoventotto tomi in ottavo di duecento pagine ciascuno, la nuova Encyclopédie FranÇaise […] non supererà i ventuno volumi”. Borges precisa che “la nuova enciclopedia rifiuta l’ordine (o il disordine) alfabetico, e tenta una classificazione “organica” delle materie”. I curatori ne sottolineano l’originalità ma “dimenticano che questo fu il metodo delle prime enciclopedie, e che la classificazione alfabetica fu, a suo tempo, una novità”. Non è neanche l’enciclopedia perduta di cui parla altrove, scritta per ordine del terzo imperatore della dinastia luminosa e conosciuta come yongle da dian, composta di 22.877 voci e divisa in 11.095 volumi, scritta a mano, completata nel 1408 e copiata per due volte nel 1567, di cui non restano che frammenti. E’ inutile notare che la spaventosa dimensione di queste enciclopedie nulla dice della loro reale grandezza, e che la breve lista cinese di 14 voci è ben più inesauribile.

Ma le apparizioni della lista e dell’idea non finiscono qui, perché Borges ne parla anche nel Gruppista[3], dove si ipotizza la ridevole esistenza di infinite e variabili corporazioni:

“il genere umano, mi spiegò, consta, nonostante le differenze climatiche e politiche, di un’infinità di società segrete, i cui affiliati non si conoscono in quanto cambiano ad ogni istante di status. Alcune durano più di altre; verbi gratia, quella degli individui che ostentano un nome catalano o che comincia con la G. Altre si dissipano presto, verbi gratia quella di tutti coloro che adesso, nel Brasile o in Africa, aspirano l’odore di un gelsomino o esaminano, con maggiore attenzione, un biglietto dell’autobus. Altre ancora permettono la ramificazione in sottospecie che di per sè interessano; verbi gratia, i colpiti da tosse convulsa possono, in questo preciso istante, calzare pantofole o darsi, veloci, alla fuga in bicicletta o trasbordare a Témplery. Un’altra specie è costituita da coloro che rimangono estranei a questi tre tratti tanto umani, tosse asinina compresa”.

E, tornando al linguaggio, non bisogna scordare Funes[4], che ricorda tutto e ogni cosa nei minimi particolari e con l’intensità di un dolore fisico, tanto che, paralizzato dalla caduta che risvegliò la sua mente, pensa un giorno di crearsi un proprio sistema numerale, in cui settemilatredici si dice “Maximo Perez”, e cinquecento si dice “nove”. Subito Borges richiama Locke, che nel XVII secolo propose e scartò un idioma in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio.

“Funes aveva pensato, una volta, a un idioma di questo genere, ma l’aveva scartato, parendogli troppo generico, troppo ambiguo. Egli ricordava, infatti, non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna della volte che l’aveva percepita o immaginata”.

Dirò ora qualche banalità, di quelle che in ambito accademico sogliono giustificare le pedanti ricognizioni di idee altrui: l’idioma analitico di Wilkins presuppone una catalogazione di tutto l’esistente e la sua riduzione a quaranta categorie, di modo che associando categorie e sottocategorie a lettere si possano comporre parole che sono il loro significato, che sono il preciso sentiero da seguire lungo la mappa delle cose, per trovarle. Ovviamente ogni divisione del mondo è arbitraria, e la lista cinese ne è il fulgido esempio. Ovviamente questo è un difetto dell’essere, della sua inesauribilità. L’opposto di Wilkins è quindi Funes, con la sua lingua fatta solo di nomi propri arbitrari, e per di più riferiti non solo ad ogni cosa, ma anche alla percezione soggettiva di ogni cosa, in ogni istante del tempo.

Dirò infine qualcosa di più interessante ed oracolare: contrariamente alla lingua di Funes, quella di Wilkins può esistere, e anzi di fatto esiste, almeno in parte. Allo stesso modo, a differenza degli archetipi platonici, nel loro ordine divino, la farraginosa lista cinese può esistere ed esiste. Sbaglia Foucault[5] quando, con la triplice arroganza del filosofo, del francese e del f***** attribuisce a Borges l’invenzione della lista, come se fosse un semplice gioco della mente, un paradosso da filosofuccio. La lista esiste, esiste realmente la misteriosa enciclopedia cinese citata da Kuhn e ripresa da Borges, e non è uno scherzo ma un’illuminazione. Ho le prove di quel che dico, ma per adesso darò solo un indizio preso dal manuale di zoologia fantastica[5]:

“Nell’Anthologie raisonnée de la littérature chinoise (1948) di Margouliès, figura questo misterioso e tranquillo apologo, opera di un prosatore del secolo IX:
Universalmente si ammette che l’unicorno è un essere soprannaturale di buon augurio; così dichiarano le Odi, gli Annali, le Biografie degli uomini illustri, e altri testi la cui autorità è indiscutibile. Perfino i bambini e le donnicciole sanno che l’unicorno è presagio favorevole. Ma quest’animale non figura tra gli animali domestici, non sempre è facile incontrarlo, non si presta a essere classificato. Non è come il cavallo o il toro, il lupo o il cervo. Stando così le cose, potremmo trovarci di fronte all’unicorno, e non sapremmo con sicurezza se è lui. Sappiamo che il tale animale con criniera è cavallo e che il tale animale con corna è toro. Non sappiamo com’è l’Unicorno”.

[1] In Altre inquisizioni.

[2] Attualmente nel Libro di sabbia.

[3] In Cronache di Bustos Domecq.

[4] In Finzioni.

[5] Le parole e le cose, introduzione.”

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5 risposte a Il mistero della lista cinese

  1. lastlightx ha detto:

    per rompere le scatole a mia moglie mi sono inventato una terra di origine in cui il linguaggio è simile al nostro ma il significato delle parole varia arbitrariamente ogni pochi minuti o secondi o ore, anche questo arbitrariamente. per cui se io dico a mia moglie: sono le 10 e mezza, magari intendo che è mezzanotte, perché nel paese da cui provengo nell’istante in cui l’ho detto le dieci e mezza sull’orologio vengono lette come la mezzanotte, o viceversa. da qui mirabolanti mie avventure in cui di solito la mia nazione di origine viene distrutta da scienziati che interpretano male i dati di un esperimento nucleare (tipo che un’esplosione da un kilotone nel momento in cui viene effettuato l’esperimento diventa un’esplosione da 100 kilotoni) e io sono l’unico sopravvissuto della mia gente. anche i modi di dire del mio paese di origine sono simili a quelli italiani ma leggermente (seppur significativamente) differenti. ad esempio, mi piace apostrofare mia moglie dandole della buona donna, o della donna di facili costumi, giustificandomi poi col fatto che nel paese da cui provengo questi idioletti sono presi alla lettera e non come i volgari doppi sensi della tradizione italiana.

  2. Pingback: Una buona e una cattiva notizia | Fondazione Elia Spallanzani

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