Amleto il proletario cognitivo

proletario cognitivo / vai a far l’aperitivo
per te i figli son svantaggi /
preferisci / animali e tatuaggi

e promuovi la cultura / poi difendi la natura
invece / ti ci vorrebbe una guerra /
per ereditare la terra

W. Shakespeare, sonetto CLV

Ci viene in mente che Amleto è il primo personaggio di una tragedia a noi nota che è andato all’università. A Wittenberg, per la precisione (quindi era anche un fuorisede), dove Lutero aveva affisso le sue tesi. Lì, a quanto sembra di capire, ha conosciuto Orazio, Rosencrantz e Guildenstern, cioè un buon terzo dei personaggi della tragedia. Reduce dall’università tedesca (maestra di occulti giochi della mente, dice Manganelli) Amleto non trova lavoro ma anzi si scopre orbato del padre e del regno.

Mentre Orazio e gli altri due compagni sono già effettivamente dei nobili impoveriti, costretti a guadagnarsi la vita facendo da segretari o da spie, e quindi dei veri e propri proletari cognitivi ante litteram, Amleto è figlio di re e perciò destinato alla grandezza. Proprio perché è più lontano dal modello, finisce per somigliare moltissimo all’immagine che l’odierno prolecogn ha di sé stesso, e cioè di qualcuno destinato per nascita e qualità alla ricchezza e al potere ma di tutto defraudato da un vecchio.

Nel caso particolare il vecchio è lo zio di Amleto, che è definito l’opposto del padre. Viene però da pensare che se il vecchio Amleto fosse rimasto in vita suo figlio avrebbe dovuto restare con la voglia del regno ancora per parecchi anni. Lo zio, a ben pensarci, è un comodo sostituto psicologico del padre perché gli somiglia, fino al punto da prendere il suo posto nel letto di Getrude, e quindi può essere odiato proprio come un padre che non si rassegna a morire, però apertamente.

La reazione di Amleto di fronte al sopruso è proverbialmente incerta. Lo studio lo ha reso scettico, non crede al fantasma ma neppure all’annullamento: la ragione lo fa vile e, cosa peggiore, lui lo sa. Magari intuisce pure che il suo amore per il padre non era poi tanto assoluto. Ma Amleto aveva scelta? Poteva evitare l’università e mettersi a lavorare? Di fatto no. Non c’è nessun lavoro alla sua portata se non quello di re, e il posto è occupato. L’omicidio del padre o del fratello era un’onorata tradizione, un metodo teoricamente deplorato ma in sostanza tollerato per velocizzare il passaggio di potere, iniettare sangue fresco nella struttura e dunque lo zio non fa altro che seguire la tradizione mentre Amleto non ci riesce: la verità è che lui non va all’università per studiare ma PER SFUGGIRE ALLA TENTAZIONE DI UCCIDERE SUO PADRE.

Anche in questo il personaggio è moderno al punto da consentire la formulazione di una legge storica: ciò che accade alla nobiltà si riproduce, a distanza di secoli, nella borghesia, e a distanza di altri secoli nel proletariato. Lo stesso modello di spoliazione e di odio deviato si perpetua e invade tutti i livelli sociali, man mano che questi si affrancano dalle necessità elementari. Solo i primitivi sono liberi di amare il padre, perché morirà presto.

L’umorismo di Amleto, i suoi giochi di parole, la sua ostentazione di idiosincrasie, sono tutti elementi che ricordano il comportamento del proletario cognitivo medio, che passa la giornata a sparlare su internet di chi invidia e detesta. In particolare l’ironia di Amleto spesso non ha un fine conoscitivo, come l’ironia socratica, ma è distruttiva e rinunciataria, cioè è solo un modo educato di perdere e finisce per consolidare il potere invece di minarlo.

E’ vero che alla fine Amleto reagisce, ma il primo che ammazza è uno che non c’entra niente, e manco a dirlo è un altro padre: uno buffo, chiacchierone e fatuo ma tutto sommato innocuo. Amleto si scrolla di dosso la colpa dicendo che se l’è cercata immischiandosi negli affari dei maggiori, e questa sua mancanza di compassione per i vecchi e gli inermi verrebbe oggi definita sindrome narcisistica. In seguito fa ammazzare i suoi compagni di studi da poco convertiti in spie. Allo stesso modo, il proletario cognitivo una volta uscito dal nido familiare sente come suoi nemici innanzitutto i suoi simili, ed ha anche perfettamente ragione. Gli manca quasi del tutto un istinto di classe, proprio perché si immagina come un nobile e quindi non ha ritegno a tradire e sacrificare quelli come lui.

Anche nei rapporti con le donne, si potrebbe dire che Amleto alla famiglia preferisce animali e tatuaggi: critica la lascivia della madre ma intrattiene rapporti poco verecondi con Ofelia e non ha nessuna intenzione di convolare. Probabilmente l’idea di avere dei figli gli fa segretamente orrore, perché immagina che sarebbero come lui. Nei dialoghi con la ragazza sembra sottintendere che se l’abbandona è per il suo bene, una litania che le moderne Ofelie, quelle nella terra di nessuno tra teen e milf, conoscono alla perfezione.

Immagine

 

Amleto ama il teatro e piange la morte di un buffone, in uno dei pochi momenti di reale commozione della storia. E’ chiaro che rimpiange l’infanzia e sarebbe un ottimo buffone a sua volta, avendo tanto sofferto. D’altronde Amleto è anche un critico e azzarda giudizi sulla materia e sul linguaggio dei drammi, e se potesse gli metterebbe anche due o tre stelline. In queste valutazioni mostra una sicurezza assoluta, in netto contrasto col suo carattere abituale e in perfetta consonanza con i critici da facebook.

Infine, Amleto ammira e invidia la brutalità e la violenza di Fortebraccio, pur sapendo di non poterle riprodurre, e muore scontrandosi con un altro suo simile. Laerte, infatti, ha perso il padre ma ne ha trovato subito un altro nel re, che lo convince a uccidere Amleto spacciandolo per un atto di giustizia. I due giovani, che nell’insensata scena finale, in uno scambio da beccai, si ammazzano l’un l’altro quasi per errore, ricordano ancora una volta il destino dei contemporanei: che cerchino di combattere il padre con un’ironia da cimitero, o che si mettano al suo servizio per qualche finto ideale, la loro sorte appare segnata ugualmente.

P.S. vedi anche
la seconda come farsa
un altro adombramento di Amleto

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13 risposte a Amleto il proletario cognitivo

  1. lastlightx ha detto:

    clap clap, bella e vera dall’inizio alla fine.

    • eliaspallanzani ha detto:

      denghiu zio. Btw visto che coraggiosamente ci segui da tanti anni, perchè non entri a far parte della Fondazione?

      • lastlightx ha detto:

        rimango un attimo senza parole leggendo il vostro commento (per l’emozione eh…). poi mi riprendo e dico: no grazie, sono troppo pigro (e soprattutto non ho la preparazione necessaria). persino gentaglia (detto con affetto, obviously) come il dottor d riesce a essere più prolifica di me.

      • eliaspallanzani ha detto:

        non bisogna per forza scrivere, esistono molti modi di contribuire alla causa. Se ci ripensi facci sapere.

  2. lastlightx ha detto:

    va bene, compro il vostro libro su amazon (avete mai contemplato la carriera di venditori di aspirapolvere? perché siete in gamba!)

  3. lastlightx ha detto:

    intanto io il libro l’ho comprato, non ho capito bene cosa mi arriva, nè dove e come scaricarlo, basta che vi arrivino i miei 99 centesimi.

  4. lastlightx ha detto:

    minchia, vi ho anche fatto una recensione a 5 stelle con un acume critico pari a quello di un uomo di neanderthal!

  5. Mr. Storage ha detto:

    Nel passaggio alla post-postmodernità della tragedia si ha invece il Re Leone. Di fatto il leoncino esprime da subito il desiderio di diventare re proprio per fare il cazzo che gli pare. In questa versione contemporanea il pischello viene raggirato dal vecchio e rachitico zio Scar che ne sfrutta il narcisismo e l’ingenuità per uccidere il re Mufasa e addossare poi la colpa al fanciullo. Esiliato, Simba vive una vita da hippie al motto di “in culo al passato”. Arriva la fregna Nala, si annusano, e due secondi dopo è già pronto a riconquistare il trono. Con la vita da scioperato che faceva, dovrebbe essere una specie di drugo e invece ha la criniera folta che manco panténe pro-V e muscoli gagliardi. Lo diceva lo zio Scar: lui era il ramo geneticamente carente in muscoli (ma non gli mancava la materia grigia). Intanto il regno è uno sfacelo, lo zio ha consumato tutto perché non rispetta il cerchio della vita, grande lezione di Mufasa al figlio, ma le leonesse non si ribellano finché non torna o bbell’ e mamm’ soja, il maschio alfa che in due minuti si riprende tutto. Non aveva mai fatto un cazzo in vita sua, ma l’eredità della carica e genetica fanno tutto per lui.
    La tragedia si è trasformata in farsa. Ecco come al cognitariato sono state condite le sue illusioni: non devi fare un cazzo per diventare il re della savana, ti è dovuto dall’inizio.

    • vincibile ha detto:

      Quelli del tutto è dovuto erano i figli dei figli del boom, che hanno (erroneamente) dedotto l’esistenza di un fantomatico diritto allo stipendio da intellettuale/creativo sull’osservazione che si trovava lavoro con facilità, ma il tutto era generato dal surplus prodotto a costo di un colossale indebitamento.
      Gli attuali proletcog, invece, sono vittime di due istanze contraddittorie: tra “IO VALGO!”, ché niente è dovuto e la realizzazione è accessibile a’ vincenti, per cui val la pena investire in formazione sempre più costosa e sempre più inutile, in una lotta darwiniana selvaggia; ma grazie alla fumosa, esacerbata retorica dell’uguaglianza veniamo tutti in qualche modo convinti di appartenere all’augusta schiatta, anche gli storpj & i cjecati: un club esclusivo di massa. Il futuro è l’individuo e questo individuo è uguale a ogni altro.

      • eliaspallanzani ha detto:

        noi continuiamo a pensare che la spinta a una maggiore istruzione dipende solo in parte dal desiderio di distinguersi: in realtà studi più lunghi servono soprattutto a mantenere gli insegnanti, che potendo manipolare i giovani hanno facile gioco a vendergli la droga delle lauree.

  6. Pingback: Lapo uno di noi | Fondazione Elia Spallanzani

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