Da quanto dura questa cantilena?

Ne “L’uomo dei lupi” Freud descrive il caso di un giovane vittima di varie turbe, che vengono fatte risalire a un’esperienza vissuta quando aveva un anno e mezzo. Da adulto, il paziente ricorda che tra i 4 e i 5 anni ebbe un incubo angoscioso: la finestra della sua stanza si apriva e lui vedeva sei o sette lupi su un albero, che lo fissavano: erano bianchi e avevano grosse code da volpi e non facevano nulla se non fissarlo, il che gli provocava un indicibile terrore. Dopo molto ravanare, Freud conclude che questo sogno richiamava un’esperienza di tre anni prima, quando il bimbo si sarebbe svegliato nella culla e avrebbe visto i genitori accoppiarsi more ferarum, ossia per più pulito dire da dietro*.

Essendo una persona intelligente, per quanto fondamentalmente malvagia, Freud prevede le obiezioni alla sua teoria. Scrive infatti:

“Ho già rilevato che certamente sarebbe apparso inverosimile, primo, che un bambino della tenera età di un anno e mezzo fosse in grado di percepire validamente un’azione talmente complessa (aka il coito genitoriale), mantenendo inalterato il ricordo nell’inconscio;  secondo, che fosse possibile per lui, rivivendo quelle impressioni all’età di quattro anni e mezzo, comprenderne il significato; terzo, che potesse esistere un processo psichico atto a riportare alla coscienza, in modo coerente e convincente, i particolari di una scena percepita e compresa in simili circostanze”.

E il buon dottore ha ragione: non solo è inverosimile, ma è letteralmente grottesco. Tuttavia l’obiezione che più lo attira è la seguente: coloro che sottovalutano le impressioni della prima infanzia sostengono che i nevrotici attribuiscono tanta importanza ai ricordi infantili perché hanno la tendenza regressiva a fuggire il presente rifugiandosi in ricordi e simboli tratti da un passato remoto. In altre parole, secondo i critici l’uomo dei lupi non avrebbe visto un bel nulla, o comunque non avrebbe certo visto e ricordato quel che dice Freud: il suo sogno (il fatto stesso di aver sognato) non sarebbe un’esperienza reale ma a sua volta un prodotto dell’immaginazione, che ha origine nella vita adulta e serve a dare una sorta di rappresentazione simbolica di desideri e interessi reali e attuali. Sarebbe quindi non un sogno, ma il sogno di un sogno.

questa è un’immagine messa così, a capocchia, tanto per spezzare

Si vede subito che l’obiezione presenta un punto debole, e Freud lo sfrutta: argomenta infatti che, pur volendo aderire a questa tesi, dal punto di vista pratico l’analisi non cambia affatto. Se il nevrotico ha davvero la tendenza ad allontanarsi dal mondo per fissare la sua attenzione su questi sostituti regressivi, allora all’analista non resterà altro che seguire comunque le tracce di queste sue fantasie: insomma, anche in questo caso l’analisi andrebbe condotta come se si credesse davvero che quelle esperienze erano reali**. Solo alla fine del percorso si potrà spiegare al paziente che i suoi sono falsi ricordi.

Dopo questa parentesi Freud torna a sostenere che le esperienze infantili sono comunque un fatto reale, anche se spesso non vengono realmente “ricordate”, bensì faticosamente ricostruite dall’analista sulla base dei vaghi cenni forniti dal paziente. Non solo: il dottore rivendica di averla sempre pensata così, tanto che ne “L’interpretazione dei sogni” affermava “[…] le prime esperienze della fanciullezza non potevano essere più ottenute, ed erano sostituite, nell’analisi, da “traslazioni” e da sogni”. In effetti, “sognare è un modo differente di ricordare“, e il fatto di sognare più volte la stessa cosa “induce a poco a poco il paziente nel profondo convincimento che le scene primarie erano reali, convincimento che non è, sotto nessun profilo, inferiore a quello fondato sul ricordo”.

Ora, tutto questo è molto ragionevole e può essere anche vero: sull’indistinguibilità di sogno, ricordo e realtà si basano molti racconti. Resta però una differenza, e cioè che la diffusione e volgarizzazione delle idee di Freud sembra basata nettamente sulla realtà di quelle esperienze infantili, tanto che ne ricava anche una pedagogia. Migliaia di persone hanno pensato, detto e fatto in modo che l’educazione dei bambini si svolgesse in un certo modo perché convinte che secondo Freud certi fatti (reali) avevano un’influenza drammatica sullo sviluppo della psiche. E quindi non si contano quelli che hanno spiegato a bambini di quattro anni cosa sono il pisellino e la farfallina, e a cosa servono, per timore che il bambino crescesse represso o scostumato: e, diversamente da Freud, costoro non hanno mai preso in considerazione l’ipotesi che i ricordi infantili fossero sogni, basati magari su elementi del tutto diversi da vere esperienze sessuali.

questa è una frase scritta più in grande, in corsivo e centrata, come si usa ormai sempre più spesso negli articoli lunghi, anche nei siti da quattro soldi, giusto per svegliare il lettore.

Il sogno di un sogno, complice la superficialità, si è fatto disciplina educativa, generando eventi reali, anche se non meno nebulosi e grotteschi. Eventi che a loro volta hanno generato altri sogni, e sogni di sogni, il che potrebbe in parte spiegare come mai il nostro mondo, basato su una pedagogia progressista e liberale, sembra affondare ogni giorno di più nel suo sterco. Perciò è bene ricordare ogni tanto anche un’altra storia di lupi, The Company of Wolves, che pure la prende dal lato psicologico e sognante ma resta estremamente dubbioso e finisce così:

Da quanto dura questa cantilena?
Freud assume le più strane forme,
con l’ambigua parola che ti inganna:
mai lui rivelerà i suoi intenti.
Più dolce la sua lingua, più aguzzi i denti.

* Se in tedesco esistesse una parola equivalente alla “pecorina” italiana, Freud avrebbe potuto trarre ulteriori argomenti dalla coppia “pecora-lupo”.

** Questo ci fa venire in mente tutti i coraggiosi avversari della medicina omeopatica. Costoro sostengono che l’omeopatia non ha effetti diversi dal placebo e quindi è criminale spacciarla per medicina e farla pagare come tale. Il discorso sarà anche giusto, ma è di una stupidità inaudita perché se il farmaco omeopatico venisse venduto come placebo non farebbe più nemmeno l’effetto del placebo, visto che si sa che è un placebo. Perché abbia un qualunque effetto (che è meglio di niente) bisogna quindi comportarsi come se fosse davvero una medicina.

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