Very bello, so much Franceschini

Il povero Franceschini si è preso un sacco di pernacchie per la sua proposta di una biblioteca dell’inedito, eppure quel che ha detto in pratica esiste già, ci sono già moltissime raccolte di libri che nessuno legge, nemmeno i parenti degli autori. L’unica cosa che Franceschini aggiungerebbe al già esistente museo della fatuità sarebbe lo sperpero di denaro pubblico, che poi è una delle prerogative, anzi dei punti di forza del suo ministero.

A questo punto, se proprio bisogna gettare del denaro allora è meglio finanziare l’idea proposta da Elia Spallanzani nel 1974, durante una riunione di condominio. La convocazione riguardava un problema idraulico ma il nostro prese la parola e fortunatamente un amministratore molto coscienzioso ha verbalizzato tutto, per cui possiamo offrirvi la trascrizione di quel prezioso documento:

“Riguardo al punto due dell’ordine del giorno, prende la parola il condomino Elia Spallanzani:
Volevo solo dire che sarebbe utile se ognuno di noi scrivesse, ogni anno, la biografia di un’altra persona vivente: sulla base di informazioni raccolte negli archivi dell’anagrafe e degli enti pubblici; di interviste fatte all’interessato, ai suoi amici e conoscenti, compagni di classe, colleghi; di visite nel luogo di lavoro o nella sua abitazione; dello studio di vecchie foto, pagine di diario, lettere; e così via. La biografia sarà poi messa a disposizione di chiunque sia interessato a leggerla: del suo protagonista, certo, ma anche di tutti coloro che condividono con lui un qualsiasi tratto personale (per esempio, il fatto di essere, come lui, umani).
In questo modo, sarebbe possibile passare in rassegna, da un lato, tutte le biografie scritte da una persona nel corso della sua vita – e si noterebbe un’unità d’approccio (in probabile evoluzione nel corso degli anni) di fronte a oggetti esistenziali diversi; dall’altro lato, tutte le biografie dedicate a una medesima persona, che rivelerebbero una pluralità di interpretazioni della sua vicenda umana e della sua individualità, ma anche l’evoluzione di questa vicenda, che si arricchirebbe di un nuovo capitolo ogni anno – il capitolo, si noti, attraverso il quale i precedenti sarebbero esaminati dai biografi, dato che proprio quell’ultimo anno di vita accoglierebbe le ricerche e le interviste.
Suppongo che potremmo iniziare a scrivere biografie attorno ai quattordici anni (per simmetria, solo dopo quest’età si diventerebbe oggetto di studio). Ciò significa, calcolando una vita media di settantaquattro anni, una sessantina di opere da offrire sull’altare dell’interpretazione, della comprensione e dell’esplorazione delle possibilità.
Dato che non vi sarebbero mai due o più biografi a occuparsi contemporaneamente della vita di un unico loro simile, prima della mia morte potrei sperare di leggere una sessantina di biografie a me dedicate.
A questo punto ci sono tre considerazioni che mi sento di fare:
1. scrivere una biografia porta via tempo, soprattutto se si desidera che l’opera sia minimamente approfondita: sarebbe dunque necessario esentare dal lavoro chi si dedica alla realizzazione di questa impresa – e cioè tutta la popolazione;
2. il medesimo presupposto mi porta a concludere che le nostre esistenze sarebbero focalizzate sulla scrittura delle biografie annuali: in queste ultime, dunque, si narrerebbe di vite dedite alla raccolta di informazioni, alla loro organizzazione, alla riflessione sulla loro interpretazione, alla scrittura – biografie di biografi;
3. se penso alle cronache di cui saremmo autori e a quelle che ci riguarderebbero, su tutto il quadro si proietta l’ombra di un dispiacere: in un contesto popolato da – diciamo – otto miliardi di esseri umani, spicca la sproporzione fra la sessantina di biografie che una persona potrebbe scrivere (e saprebbe scritte su di sé) e il vasto numero di possibilità da esplorare e che potrebbero esplorarla. Sarebbe bello se ognuno potesse scrivere su tutti gli altri; mi sgomenta, nel figurarmi il calcolo, la variabile delle nascite e delle morti.
Devo quindi immaginarmi delle vite molto estese nel tempo – e anzi senza fine, perché l’attenzione di ognuno possa concentrarsi su tutti i suoi simili, nuovi arrivati compresi (che, si spera, non cesseranno mai di presentarsi sulla scena di un mondo evidentemente molto accogliente, capace come è di garantire la sussistenza, addirittura la prosperità di legioni di biografi oziosi – per quanto sia possibile immaginare un mondo di biografi asceti, che si vestono di sacco e mangiano locuste e miele selvatico, e che, seduti l’uno di fronte all’altro, sulla cima di colonne contrapposte, da quei punti inaccessibili e privilegiati scrivono sulle vicende terrene gli uni degli altri: in questo caso le biografie dovrebbero essere acute cronache dei soli fatti interiori o dei microscopici fatti esteriori. Sorvolo sulle questioni organizzative).
A favore di questo totalitarismo parolaio stanno, mi pare, le sue conseguenze:
1. la chiarificazione dei rapporti interpersonali (ciò che ogni nostro simile vuole comunicarci ce lo dirà in forma sistematica e ponderata nella biografia che su di noi sta scrivendo);
2. il raggiungimento di una migliore consapevolezza di sé (potremo confrontare l’idea che abbiamo di noi con quelle formulate dai nostri simili – idee significative anche soltanto per il loro numero e per la lontananza in cui sono maturate);
3. l’identica attenzione che il consesso umano garantirà a ciascuno dei propri membri. (L’abbattimento, in sostanza, della distinzione fra faccende più e meno importanti: il graffito del carcerato sul muro della cella come la firma dell’imperatore in calce al rescritto – anche perché non ci sarebbe molto tempo per impegnarsi in attività diverse dalla scrittura delle biografie, per essere imperatore o carcerato.)
Il fatto, poi, che questi vantaggi presuppongano l’immortalità e la fine di ogni penuria (per via tecnologica o sovrannaturale) spiega il senso di questa idea: il Regno di Dio; o di questa dimensione fa sospettare l’esistenza.

L’assemblea, all’unanimità, esprime voto contrario”.

Nota: i puristi noteranno che nell’originale non ci sono parentesi e la punteggiatura è applicata con tecnica per così dire balistica, nella migliore tradizione condominiale. E’ vero, ma questa versione dell’ottimo G.B. cerca di rendere più intellegibile il pensiero sofisticato e ozioso dell’autore, anche a costo di fargli violenza.

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2 risposte a Very bello, so much Franceschini

  1. lastlightx ha detto:

    innanzitutto avete la mia incondizionata stima per la vostra ostinazione anacronistica a voler continuare a pubblicare le vostre corbellerie in questo blog al posto di fare come il RAV che ormai mi ha costretto a spostarmi sull’odiato FB pur di seguire le sue. ciò detto non capisco tanto bene né la posizione di chi irride franceschino, né quella dello stesso francè. bisognerebbe capire cosa vuol dire, o meglio cosa intende francé, con “biblioteca dell’inedito”. a meno che il ministro non abiti in via dei matti n. 0 non credo che intendesse andare a scovare in casa di ognuno di noi il manoscritto nel cassetto (o i floppy in soffitta nel mio caso). vorrei capire che criteri di selezione intende adottare, chi sarebbe preposto a scegliere tali “inediti”, ecc…ecc… ovvio, che a pensar male, sembra la solita iniziativa volta a devolver fondi a qualche favorito del ministro.

  2. eliaspallanzani ha detto:

    la Fondazione usa facebook ma non vuole essere usata e quindi mantiene questo anacronistico presidio per il giorno in cui facebook sprofonderà nello sterco che sta diligentemente accumulando. Quanto al progetto del ministro (uno dei politici oggettivamente più inutili della storia repubblicana), ripetiamo che il suo unico difetto è essere obs. Tra un po’ se ne verrà fuori con l’idea di un sito dove ognuno mette i libri che ha in casa, vedrai.

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