Ancora sul lavoro come gioco

Come accennato, Freud (e Marcuse) pensano che la civiltà è nata dalla repressione degli istinti e in particolare di quello sessuale, che è stato deviato e incanalato nel lavoro. Per Freud questa è una necessità assoluta, quindi la società non può che essere repressiva e l’individuo moderamente infelice, mentre per Marcuse è solo una caratteristica di un certo tipo di società. Secondo lui la repressione potrebbe diventare irrazionale, perché l’evoluzione tecnologica permette di liberarsi dal lavoro. Gli individui, però, hanno talmente assorbito i principi repressivi (e “della prestazione”) che non si accorgono nemmeno di questa possibilità e continuano a figurarsi il lavoro come un valore e una forma di realizzazione. La società, dal canto suo, cerca di rendere il lavoro meno afflittivo o più attraente, ma siccome è (allo stato) fondata sulla repressione, questa concessione non è una vera libertà, ma solo un modo di rendere le catene meno evidenti e quindi, in definitiva, di perfezionare la repressione. Per Marcuse la libertà non può essere concessa, ma deve essere conquistata con una sorta di rivoluzione, che porterebbe al ripudio del lavoro in favore del gioco. Gli istinti repressi potrebbero così liberarsi e maturare in forme meno distruttive: al posto della soddisfazione immediata, anche attraverso la violenza, l’uomo potrebbe imparare a cercare l’Eros più calmo e stabile, che prolunghi ed amplifichi la soddisfazione.

Marcuse sottolinea più volte il valore del gioco e dell’immaginazione, che con lui è diventata una parola d’ordine del ’68. Tuttavia, il suo mondo in cui le macchine fanno il lavoro e la popolazione si dedica all’arte e alla bellezza può sembrare una parodia del paradiso marxista. Marcuse ha probabilmente ragione quando dice che i post-freudiani hanno tradito la valenza generale delle teorie del loro maestro, limitandosi a profili terapeutici e rafforzando, di fatto, la funzione consolatoria della psicanalisi, e quindi, in definitiva, la repressività della società. Tuttavia sembra ignorare che il gioco non è un’attività poi tanto semplice o definita. Secondo Callois, il gioco è composto da 4 fattori, che sono la competizione, il caso, l’impersonazione (mimicry) e la vertigine. Callois nota che il gioco cambia insieme alla società e che le componenti emotive sono frequenti nei bambini e nei popoli primitivi, mentre gli adulti e i civilizzati fanno giochi basati sulla competizione e il caso. Il gioco, pur restando fine a sè stesso, comincia a somigliare molto a un lavoro, che è basato più o meno sugli stessi elementi. Quindi il gioco è stato per così dire “contaminato” da elementi repressivi, e probabilmente il lavoro è stato influenzato da elementi fortemente emotivi (vi rientra, in parte, anche la c.d. gamification).

Inoltre è accaduto un fatto singolare, e cioè che mentre la società si è effettivamente orientata verso una minore rilevanza del lavoro, le persone ne hanno fatto ancora di più un valore e un obiettivo. Ciò ha creato una serie di contraddizioni inestricabili. I giovani, in particolare, pretendono un lavoro simile a un gioco, che sia creativo, sempre nuovo, che gli dia insomma la vertigine oltre alla soddisfazione economica, e di fatto svolgono come un gioco molte attività (come tenere un blog o aggiornare facebook) che costano fatica e che per qualcuno hanno un valore economico. D’altro canto, una buona fetta della popolazione di fatto produce poco o nulla (pensiamo a buona parte della pubblica amministrazione) e si trastulla con quella che sembra una versione malata del gioco, cioè la burocrazia. Non si può negare che l’esercizio della funzione pubblica appaia spesso una sorta di gioco fine a sè stesso, con le sue migliaia di leggi in contrasto l’una con l’altra, le infinite circolari, la passione per i bizantinismi. Lo stesso avviene nelle imprese di grandi dimensioni. Quindi ci troviamo in una situazione in cui metà della popolazione non lavora, ma in due modi distinti: i giovani perché esclusi, e in ogni caso perché aspirano a un lavoro che tale non è, e i vecchi perché hanno ottenuto il lavoro che non dovrebbe esistere, ossia quello improduttivo. Ma che sia improduttivo non vuol dire che sia libero, perché il lavoro rimane, a parole, un valore, e quindi nessuno ammette che sta giocando, innanzitutto con sè stesso.

E nel frattempo che ne è stato dell’amore? Sul piano emotivo, sembra che sia accaduto esattamente il contrario di ciò che si auspicava Marcuse: la liberazione degli istinti, quando c’è stata, è praticamente autorizzata dalla società, e tutte le forme di sentimento duraturo sembrano declinare in favore della soddisfazione istantanea. Le strutture “repressive” del matrimonio e della filiazione stanno crollando da anni, eppure solo pochi individui sembrano trarne vantaggio: o perchè sono più forti, o perchè sono culturalmente in grado di accedere a forme più libere di sentimento (o presunte tali): parliamo ad es. dei “poliamanti” o di altre comunità formate su principi di amore non esclusivo.

In definitiva, anche se venisse un mondo basato sul gioco, nulla può escludere che si tratti di un gioco crudele e competitivo quanto e più di quello economico. Certo ci sarebbero le macchine a fare tutto il lavoro e a garantire la soddisfazione dei bisogni primari, ma non sembra che questa soddisfazione abbia mai evitato il dolore e la nevrosi: che si spostano in altri campi. La grande, terribile delusione forse non è che il ’68 non ha mancato i suoi obiettivi, ma che li ha parzialmente raggiunti: ed erano obiettivi basati su un ottimismo francamente idiota.

La competizione è più furba della rivoluzione, si potrebbe dire, e si nasconde, si camuffa, fino a penetrare tutti i settori della vita, compresi quelli che sembravano ancora legati al semplice principio del piacere. Oltre al lavoro alienato avremo un gioco alienato, e oltre a una morale repressiva, una concorrenziale.

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16 risposte a Ancora sul lavoro come gioco

  1. lastlightxl ha detto:

    ora, se intendiamo che il lavoro amministrativo non sia produttivo, siamo d’accordo. ma che non dovrebbe esistere? questo proprio non lo capisco. forse infatti ho inteso male io cosa volete dire. l’amministrazione è l’ossatura di una società, repressiva o libertaria che sia. l’unico modo per fare a meno di un corpus amministrativo o che comunque regoli in qualche modo le funzioni della società stessa è creare degli esseri umani perfetti. altrimenti ci sarà sempre quello che non vuole pagare il conto del ristorante (a torto o a ragione) e quello che deve costringerlo (o non costringerlo, nel caso si appuri che nella zuppa c’era davvero il capello di un cameriere) a pagare. la produttività della funzione amministrativa, è cosa ovvia e mi scuso se sembro ottuso a spiegarlo, sta nel fatto che permette alle attività “veramente” produttive di funzionare. forse voi confondete (o semplificate) con il dato che sì, viviamo sicuramente in una società in cui la funzione amministrativa è diventata ipertrofica e fine a sé stessa, con il dato della necessità o meno della stessa.

  2. lastlightxl ha detto:

    vabbè, scritto due volte “con il dato”, sono un po’ prolisso.

  3. eliaspallanzani ha detto:

    Intendiamo quel che dici, e cioè che l’amministrazione (ovviamente necessaria) diventa spesso una macchina che gira a vuoto (quando non ha scopi puramente ricattatorie, come pure è frequente).

  4. Michele ha detto:

    che ne è dell’istinto all’uso del congiuntivo?

  5. eliaspallanzani ha detto:

    che cosa stai cercando di dirci egregio?

  6. eliaspallanzani ha detto:

    In realtà “pensare” può reggere sia l’indicativo che il congiuntivo. Come dice la Crusca (http://www.accademiadellacrusca.it/it/lingua-italiana/consulenza-linguistica/domande-risposte/uso-congiuntivo), con l’indicativo assume un significato più vicino a “assere convinto”, mentre con il congiuntivo a “supporre”. Nel nostro caso abbiamo scelto l’indicativo perché ci sembrava (appunto) più adatto al senso, perché i due erano davvero convinti.

    • Michele ha detto:

      ottimo link, lo Spallanzani sarebbe orgoglioso di voi. Però si riferisce al parlato, preferibilmente alla seconda persona singolare “penso che hai capito”. Alla seconda plurale nello scritto, suona proprio male.
      Oltretutto l’articolo da voi linkato parla di economia dell’indicativo, non di un suo significato rafforzativo. Non in italiano.
      In conclusione ora penso che hai capito, trovi che fa proprio schifo.

      (lol)

  7. eliaspallanzani ha detto:

    La pagina non riguarda solo il parlato e distinguere in base alla persona non ha senso, visto che il diverso significato puó esserr espresso da tutte le persone. Quando “pensare” viene usato come “affermare” o simili non c’é bisogno del congiuntivo. Che per altro a noi é molto simpatico, come si nota dall’uso che ne facciamo in centinaia di post.

    • Michele ha detto:

      ok ma allora non mi citate la Crusca se poi non ne condividete le conclusioni. E se vi sta simpaticobil congiuntivo smettete di fargli del male a questo modo.

  8. eliaspallanzani ha detto:

    Ma l’articolo citato dice quello che diciamo noi, basta leggerlo.

    • Michele ha detto:

      “””in alcuni casi, però, per i parlanti è poco economico (nel senso linguistico del termine, ovvero difficile da gestire) e quindi viene sostituito con l’indicativo. Tale regresso si nota, sembrerebbe, soprattutto alla seconda persona singolare del presente”””

      certo certo.

      dai, il punto è semplicemente che se fai un articolo colto non puoi iniziarlo con uno srtafalcuone, e bon.

  9. eliaspallanzani ha detto:

    Quella che citi é solo una parte dell’articolo, che poi esamina specificamente il caso del verbo “pensare” e dice quello che diciamo noi, cone chiunqye puó constatare. Quindi o non hai letto l’articolo o sei semplicemente in mala fede, e benché il secondo caso sia peggiore del primo entrambi depongono male.

  10. Michele ha detto:

    si ho trovato il caso a cui fai riferimento nelle eccezioni. Ok come credete, continuo a trovarlo orribile in questo contesto e in apertura di articolo ma se lo ritenete più sbarazzino non posso oppormi all’Accademia.

  11. eliaspallanzani ha detto:

    Ma la tua preferenza é legittima, é anche una questione di orecchio. Quello che non é legittimo, o quantomeno non é utile, é discutere senza ascoltare. Si perde un sacco di tempo.

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