Il primo criminale

Forse il primo investigatore moderno è Auguste Dupin (1841), ma chi è il primo criminale moderno? Non certo l’orangotango. La domanda ci è venuta in mente leggendo un articolo del 1939 di André Malraux sulle “Relazioni pericolose”, oggi raccolto nel “Triangolo nero”, ed. SE.

Malraux parte osservando che le Relazioni (1782) sono la storia di un intrigo, parola che in francese indica sia l’organizzazione dei fatti in un’opera di finzione, sia un complesso efficace ed orientato di inganni (si pensi all’italiano “trama”).  I “cattivi” della storia sono Valmont e la Marchesa, che credono fortemente nella possibilità di ingannare gli uomini attraverso le loro debolezze, in particolare la vanità. In ciò si manifesta una visione particolare dell’intelligenza,  intesa come la capacità dell’uomo superiore di comprendere le leggi del mondo (e del “cuore umano”) e di usarle ai propri fini. Secondo Malraux, la prima invenzione di Laclos sono dei personaggi che agiscono in funzione di ciò che pensano: i loro atti sono determinati da un’ideologia esposta e vissuta come una passione, per altro sempre legata a una passione comune (ambizione, sessualità), che “dirige e di cui fonda la qualità”.

In questo modo dalla letteratura spariscono gli “eroi”, le cui qualità sono note a priori e per così dire “date”, e appaiono i “personaggi significativi”, che compiono atti premeditati in funzione di una concezione generale della vita e dello scopo dell’uomo. Tra i loro eredi ci saranno Julien Sorel, Rastignac, Raskolnikov.

A questo punto bisogna ricordare che le Relazioni sono, tutto sommato, la cronaca di una serie di delitti. Per vendicarsi di un amante, la marchesa di Merteuil induce Valmont a sedurne la futura sposa, il che provocherà dei lutti. E per giustificare un’opera così scandalosa, l’autore sostiene che si tratta di uno “studio” del vizio, utilissimo ai virtuosi lettori per difendere le mogli e le figlie dai libertini. Una sorta di manuale dell’investigatore familiare, per insegnargli a trarre le debite conclusioni dai piccoli indizi.

Valmont e la Marchesa, dal canto loro, organizzano un delitto perfetto e falliranno solo per via della fatalità, non essendoci ancora nessun investigatore capace di competere con questi “demiurghi discesi dall’Olimpo dell’intelligenza per ingannare i mortali”. Malraux osserva inoltre che lo svolgimento del romanzo è del tutto razionale e psicologico, ma al suo interno si nasconde una “mitologia della volontà”, il che forse costituisce la ragione del suo fascino.

Dunque, possiamo dire che questi due cattivi sono i primi criminali moderni? Non solo complottano e ingannano, ma nascondono anche le tracce del crimine: benchè nobili, sanno di essere pur sempre soggetti alla legge, oltre che al giudizio della società: altro tratto che li distingue da precedenti intriganti, che usavano l’astuzia per colpire il nemico a tradimento, ma poi non si preoccupavano di nasconderlo.

Comunque la riposta probabilmente è no, perchè tra l’altro i due conservano qualcosa di mefistofelico, che i comuni criminali del giallo non hanno. Somigliano a Moriarty (cioè, Moriarty somiglia a loro), ma meno agli assassini dei libri di Agatha Christie, che non sono dei geni del male, anche se confidano fortemente nella loro capacità di ingannare la polizia. Fose il punto è che, come osserva Malraux, Valmont e la Marchesa “si concepiscono” e, cosa inaudita per dei personaggi di finzione, imitano il proprio stesso personaggio: la vera passione di Valmont è il fascino stesso che sente di irradiare e che proietta davanti a sè. Gli assassini del giallo tradizionale non condividono questo elemento, che invece ritroviamo nei serial killer letterari.

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