I benevoli insegnamenti della notte dei doni

La notte di Natale giocavamo con due bambini a manipolare legnetti. All’inizio i bambini cercavano di costruire menhir o più complesse strutture, che dopo un po’ crollavano. Poi però hanno cominciato a litigare per il possesso dei legnetti. Allora proponevamo di dividerli, ma uno dei bambini sosteneva che così non andava bene perchè a lui servivano TUTTI i legnetti per costruire la sua opera. Ok, abbiamo detto, ma quando la tua costruzione crolla, il turno passa all’altro bambino.

Il primo bambino ha quindi iniziato una specie di casetta, che è presto crollata. Il secondo bambino ha preso i legnetti e ha fatto il suo ponte, che pure è crollato. Allora il primo bambino è tornato in possesso dei legnetti e ha cominciato a poggiarli uno sull’altro per costruire una sorta di muro. La cosa importante è che il muro in pratica non poteva crollare, quindi il bambino pensava che così non avrebbe mai perso il turno. Di fronte a una simile ingordigia, siamo stati costretti ad inserire un’altra regola: quando l’ultimo legnetto è stato usato, il turno passa comunque all’altro bambino. Al che, il bambino protervo ha cominciato a posare i suoi legnetti sempre più lentamente, a cincischiarli, con l’evidente intenzione di prolungarne quanto più è possibile il possesso.

A questo punto avremmo dovuto inserire una terza regola: se l’opera crolla, se i legnetti finiscono o se passano più di 10 minuti, il turno passa al secondo bambino. Ma non l’abbiamo fatto. Abbiamo invece detto al primo bambino: ma ti diverte costruire così lentamente un muro? La forma più stupida e noiosa che si può costruire?

Il bambino non ha risposto. E’ evidente che lui sentiva per istinto la necessità di tenere per sè tutti i legnetti, anche se poteva usarli solo per un gioco stupido. Per lui l’importante non era il gioco, ma il possesso, epperò di ciò non era nemmeno cosciente. E allora abbiamo dato al secondo bambino dei fogli e delle matite, con cui poteva disegnare strutture senza il limite del numero dei legnetti o della gravità. Data la nostra scarsa esperienza con i bambini, questo piccolo episodio contiene per noi varie ed istruttevoli lezioni.

1. le regole servono, ma non bastano: tendono a crescere infinitamente e diventa sempre più difficile e costoso seguirle ed applicarle: costa anche ai giocatori, che sprecano più tempo a pensare alle regole di quanto ne usano per giocare;

2. quasi nessuno capisce per che cosa sta davvero giocando. Lo spirito sportivo consiste appunto nell’accorgersi che indipendentemente dalle regole è più divertente provare a fare un ponte, col rischio di perdere il turno, che stentare ad alzare un muro senza alcun rischio;

3. chi viene spossessato tende verso l’astrazione, che è sia un bene che un male.

Ma volendo insistere viene fuori anche altro. Ad esempio, quando diciamo che il gioco del primo bambino è noioso dovremmo precisare che è noioso per noi, e certamente non per lui. Se al posto dei bambini mettiamo un’intera società, dobbiamo dedurne che il legislatore (noi) agisce non solo per equità, ma anche per una sorta di principio estetico e, in fin dei conti, non razionalizzabile. Un sistema governato dalla sola equità sarebbe insostenibile: troppe regole paralizzerebbero tutto. Ai nostri occhi il primo bambino ha i tratti di un sovrano geloso, del conservatore, del burocrate: pur di mantenere un controllo formalmente legale, è disposto a privarsi (e a privare gli altri) della varietà, dell’invenzione, del gioco stesso. Il secondo bambino non è forte abbastanza per combattere e un dio gli ha dato il mezzo per perdere con eleganza: è l’antenato degli utopisti, dei dilettanti, dei trovatori.

Discutevamo di queste cose su internet e qualcuno ha commentato che un bambino che preferisce fare la scenetta dei mattoncini lenti invece che giocare da grande voterà Grillo. D’altro canto, il secondo bambino è sulla buona strada per diventare un intellettuale di sinistra.

Ci hanno fatto notare però due cose:

1. che l’intervento dell’autorità, per quanto ben intenzionato, altera le dinamiche in gioco trasformando un gioco di costruzione in una competizione. In effetti secondo noi la competizione c’era già prima che ci fossero regole, ma ci fanno osservare che quella era una “competizione naturale” per il possesso dei legnetti, che l’intervento ha introiettato all’interno del gioco. Questo potrebbe anche essere vero, ma non ci sembra che portare il conflitto nel gioco sia di per sè una cosa negativa. Anzi, è proprio la funzione della società.

2. La seconda osservazione è che non tutte le regole sono uguali, e che fissare 10 minuti a testa da subito avrebbe evitato la degenerazione del gioco. La prima regola (quella del turno che passa al crollo) avrebbe un problema doppio: tende ad essere poco egalitaria, e tende a spostare l’obiettivo del gioco. Il primo bimbo ha pensato che il suo divertimento fosse proporzionale al tempo di possesso dei legnetti, e di conseguenza si è adoperato per allungarlo, trovando piacere nella disperazione dell’altro bambino. Una regola più egalitaria avrebbe evitato il problema.

Potrebbe anche darsi, ma fissare 10 minuti voleva dire non premiare l’abilità, e anche di questa regola si può abusare, ad esempio non facendo nulla, solo per far perdere tempo all’altro. E’ chiaro che le regole non sono tutte uguali però è estremamente difficile scegliere la regola più appropriata e in ogni caso sotto c’è sempre una scelta non neutra ma di valore.

A noi questa faccenda interessa perchè contiene in piccolo moltissimi problemi, tra cui quello della proprietà e dell’abuso del diritto. Attraverso il gioco il bambino dovrebbe imparare non solo a seguire le regole, cosa che si può ottenere pure con la forza, ma anche ad interpretarle sportivamente e cioè non nel suo esclusivo interesse (o meglio, nel suo VERO interesse: nell’interesse diciamo sociale o comunque orientato da un valore non economico). E questo interesse non deve essere economico non perchè uno è contro l’economia e cose del genere: non può e non deve esserlo perchè un interesse economico è pur sempre strutturabile in una serie di regole e quelle regole sono inevitabilmente soggette ad abuso. Questo valore “non economico” di cui parliamo dev’essere quindi per forza una cosa un po’ arbitraria, che confina col gusto estetico, e questo naturalmente pone il problema di chi sceglie questo valore e perchè, visto che in apparenza non ci sono criteri oggettivi per sceglierlo. E la nostra società, di noi italiani, somiglia molto al primo bambino: si fa poco, si rischia poco, per conservare risorse che però così restano quasi inutilizzate, e quindi la società invecchia e muore. E i riformatori operano prevalentemente sulla carta, dove non c’è il problema della gravità: possibilità che, per paradosso, gli è stata data come forma di libertà ed è invece diventata una sorta di castrazione. La libertà di strologare “compensa” l’impotenza di fatto, ma in effetti accelera l’avvitamento della società.

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