Un altro adombramento di Amleto

hamule

Durante il festival di Castel dei Mondi, ad Andria, abbiamo assistito allo spettacolo “Please, continue (Hamlet)“. Agli spettatori viene dato un taccuino, per motivi che saranno presto chiari. Sul palco ci sono veri giudici ed avvocati del foro locale, c’è anche un vero usciere, mentre gli unici tre attori veri indossano delle magliette gialle. Si tratta di giudicare appunto il caso di un giovinastro di periferia, che durante la festa per le nuove nozze della madre ha accoltellato il padre della sua amichetta (sua del giovinastro, non del padre), scambiandolo per un ratto. Per tutelare la riservatezza, sulle magliette gialle ci sono nomi di fantasia (Amleto, Ofelia e Gertrude).

I giudici e gli avvocati non seguono un copione: in precedenza gli è stato consegnato un fascicolo con le informazioni sul caso (dichiarazioni, perizie, testimonianze), per cui improvvisano nei limiti della vera procedura penale. La decisione finale spetta a una giuria popolare sorteggiata al momento tra gli spettatori (che si spera abbiano preso appunti). Nel corso dello spettacolo, che è già stato rappresentato un centinaio di volte in vari paesi, vengono anche fornite statistiche sul numero di condanne e di assoluzioni riportate da Amleto.

Lo spettacolo ricorda moltissimo un gioco di comitato processuale, che è a sua volta una sorta di gioco di ruolo privo (in genere) di un’autorità centrale e di casualità. Inoltre qualcosa di simile era stato già fatto in passato. La “trovata” degli autori consiste nel coinvolgere dei veri operatori di giustizia, provocando l’inevitabile cortocircuito descritto da Elia Spallanzani nel suo racconto “La fine di un regno” e nei suoi esperimenti teatrali. Il paradosso del “teatro che però è vero che però è teatro” salta subito agli occhi perchè su un palco, che rappresenta un’aula di giustizia, ci sono delle persone che indossano una casacca con su scritto “attore”, e in realtà basterebbe già questo, senza nemmeno la necessità di citare Amleto. Del resto siamo ormai abituati a vedere delle drammatizzazioni di veri elementi giudiziari, come ad esempio nei programmi in cui attori leggono i verbali dei processi (e sotto appare la scritta “ricostruzione”), per cui si potrebbe dire che  “Please, continue (Hamlet)” non è affatto paradossale ma realistico, in quanto riproduce la realtà televisiva.

E’ stato già osservato che la rappresentazione del processo, più che informare, forse contamina di irrealtà tutta il sistema giudiziario, il che può generare storie e processi parassiti. Questo, però, è sempre accaduto: sempre il teatro (e poi il cinema, la televisione) hanno avuto la tendenza a mangiarsi la realtà, come un pensiero che si attorciglia su se stesso. La rappresentazione (e l’autorappresentazione) producono inevitabilmente un regresso, o strano anello, che secondo alcuni è la struttura alla base dell’intelligenza umana. Nel caso del processo il fenomeno è ancora più inquietante perchè l’anello si innesta sull’atto del giudizio, che è già una rappresentazione di un processo mentale: quindi non si tratta del (già problematico) occhio che si vede, ma del disperante giudizio che si giudica.

E come l’autorappresentazione è il seme della coscienza individuale, così il teatro è forse il seme dell’autocoscienza di una società. Man mano che i suoi neuroni (gli individui) si connettono, il cervello sociale inizia a percepirsi, e a giudicarsi, e a giudicare del suo giudizio, e così via: in definitiva, a pensare. L’unico peccato è che il suo sembra sempre di più un pensiero paranoico.

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5 risposte a Un altro adombramento di Amleto

  1. lastlightx ha detto:

    In italia una piéce del genere durerebbe vent’anni perché i giudici e gli avvocati veri chiederebbero una serie infinita di rinvii.

  2. L’articolo del secondo link non dice, stranamente e forse non innocentemente, che la rappresentazione teatrale si e’ svolta a pochissimi km di distanza da un noto acceleratore di particelle spesso accusato di covare in serbo la fine del mondo.

  3. Pingback: Amleto il proletario cognitivo | Fondazione Elia Spallanzani

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